Archive pour décembre, 2014

BENEDETTO XVI: LA PREGHIERA E LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET (2011)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111228_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 28 dicembre 2011

LA PREGHIERA E LA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

Cari fratelli e sorelle,

l’odierno incontro si svolge nel clima natalizio, pervaso di intima gioia per la nascita del Salvatore. Abbiamo appena celebrato questo mistero, la cui eco si espande nella liturgia di tutti questi giorni. È un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede e nella preghiera. Proprio attraverso la preghiera noi diventiamo capaci di accostarci a Dio con intimità e profondità. Perciò, tenendo presente il tema della preghiera che sto sviluppando in questo periodo nelle catechesi, oggi vorrei invitarvi a riflettere su come la preghiera faccia parte della vita della Santa Famiglia di Nazaret. La casa di Nazaret, infatti, è una scuola di preghiera, dove si impara ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo della manifestazione del Figlio di Dio, traendo esempio da Maria, Giuseppe e Gesù.
Rimane memorabile il discorso del Servo di Dio Paolo VI nella sua visita a Nazaret. Il Papa disse che alla scuola della Santa Famiglia noi «comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo». E aggiunse: «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri» (Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1964).
Possiamo ricavare alcuni spunti sulla preghiera, sul rapporto con Dio, della Santa Famiglia dai racconti evangelici dell’infanzia di Gesù. Possiamo partire dall’episodio della presentazione di Gesù al tempio. San Luca narra che Maria e Giuseppe, «quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore» (2,22). Come ogni famiglia ebrea osservante della legge, i genitori di Gesù si recano al tempio per consacrare a Dio il primogenito e per offrire il sacrificio. Mossi dalla fedeltà alle prescrizioni, partono da Betlemme e si recano a Gerusalemme con Gesù che ha appena quaranta giorni; invece di un agnello di un anno presentano l’offerta delle famiglie semplici, cioè due colombi. Quello della Santa Famiglia è il pellegrinaggio della fede, dell’offerta dei doni, simbolo della preghiera, e dell’incontro con il Signore, che Maria e Giuseppe già vedono nel figlio Gesù.
La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale, poiché è nel suo grembo che si è formato, prendendo da lei anche un’umana somiglianza. Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Lo sguardo del suo cuore si concentra su di Lui già al momento dell’Annunciazione, quando Lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi ne avverte a poco a poco la presenza, fino al giorno della nascita, quando i suoi occhi possono fissare con tenerezza materna il volto del figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia. I ricordi di Gesù, fissati nella sua mente e nel suo cuore, hanno segnato ogni istante dell’esistenza di Maria. Ella vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua parola. San Luca dice: «Da parte sua [Maria] custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19), e così descrive l’atteggiamento di Maria davanti al Mistero dell’Incarnazione, atteggiamento che si prolungherà in tutta la sua esistenza: custodire le cose meditandole nel cuore. Luca è l’evangelista che ci fa conoscere il cuore di Maria, la sua fede (cfr 1,45), la sua speranza e obbedienza (cfr 1,38), soprattutto la sua interiorità e preghiera (cfr 1,46-56), la sua libera adesione a Cristo (cfr 1,55). E tutto questo procede dal dono dello Spirito Santo che scende su di lei (cfr 1,35), come scenderà sugli Apostoli secondo la promessa di Cristo (cfr At 1,8). Questa immagine di Maria che ci dona san Luca presenta la Madonna come modello di ogni credente che conserva e confronta le parole e le azioni di Gesù, un confronto che è sempre un progredire nella conoscenza di Gesù. Sulla scia del beato Papa Giovanni Paolo II (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae) possiamo dire che la preghiera del Rosario trae il suo modello proprio da Maria, poiché consiste nel contemplare i misteri di Cristo in unione spirituale con la Madre del Signore. La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. Il suo amore umile e sincero per la sua promessa sposa e la decisione di unire la sua vita a quella di Maria ha attirato e introdotto anche lui, che già era un «uomo giusto» (Mt 1,19), in una singolare intimità con Dio. Infatti, con Maria e poi, soprattutto, con Gesù, egli incomincia un nuovo modo di relazionarsi a Dio, di accoglierlo nella propria vita, di entrare nel suo progetto di salvezza, compiendo la sua volontà. Dopo aver seguito con fiducia l’indicazione dell’Angelo – «non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20) – egli ha preso con sé Maria e ha condiviso la sua vita con lei; ha veramente donato tutto se stesso a Maria e a Gesù, e questo l’ha condotto verso la perfezione della risposta alla vocazione ricevuta. Il Vangelo, come sappiamo, non ha conservato alcuna parola di Giuseppe: la sua è una presenza silenziosa, ma fedele, costante, operosa. Possiamo immaginare che anche lui, come la sua sposa e in intima consonanza con lei, abbia vissuto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Gesù gustando, per così dire, la sua presenza nella loro famiglia. Giuseppe ha compiuto pienamente il suo ruolo paterno, sotto ogni aspetto. Sicuramente ha educato Gesù alla preghiera, insieme con Maria. Lui, in particolare, lo avrà portato con sé alla sinagoga, nei riti del sabato, come pure a Gerusalemme, per le grandi feste del popolo d’Israele. Giuseppe, secondo la tradizione ebraica, avrà guidato la preghiera domestica sia nella quotidianità – al mattino, alla sera, ai pasti -, sia nelle principali ricorrenze religiose. Così, nel ritmo delle giornate trascorse a Nazaret, tra la semplice casa e il laboratorio di Giuseppe, Gesù ha imparato ad alternare preghiera e lavoro, e ad offrire a Dio anche la fatica per guadagnare il pane necessario alla famiglia.
E infine, un altro episodio che vede la Santa Famiglia di Nazaret raccolta insieme in un evento di preghiera. Gesù, l’abbiamo sentito, a dodici anni si reca con i suoi al tempio di Gerusalemme. Questo episodio si colloca nel contesto del pellegrinaggio, come sottolinea san Luca: «I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa» (2,41-42). Il pellegrinaggio è un’espressione religiosa che si nutre di preghiera e, al tempo stesso, la alimenta. Qui si tratta di quello pasquale, e l’Evangelista ci fa osservare che la famiglia di Gesù lo vive ogni anno, per partecipare ai riti nella Città santa. La famiglia ebrea, come quella cristiana, prega nell’intimità domestica, ma prega anche insieme alla comunità, riconoscendosi parte del Popolo di Dio in cammino e il pellegrinaggio esprime proprio questo essere in cammino del Popolo di Dio. La Pasqua è il centro e il culmine di tutto questo, e coinvolge la dimensione familiare e quella del culto liturgico e pubblico.
Nell’episodio di Gesù dodicenne, sono registrate anche le prime parole di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (2,49). Dopo tre giorni di ricerche, i suoi genitori lo ritrovarono nel tempio seduto tra i maestri mentre li ascoltava ed interrogava (cfr 2,46). Alla domanda perché ha fatto questo al padre e alla madre, Egli risponde che ha fatto soltanto quanto deve fare il Figlio, cioè essere presso il Padre. Così Egli indica chi è il vero Padre, chi è la vera casa, che Egli non fatto niente di strano, di disobbediente. E’ rimasto dove deve essere il Figlio, cioè presso il Padre, e ha sottolineato chi è il suo Padre. La parola «Padre» sovrasta quindi l’accento di questa risposta e appare tutto il mistero cristologico. Questa parola apre quindi il mistero, è la chiave al mistero di Cristo, che è il Figlio, e apre anche la chiave al mistero nostro di cristiani, che siamo figli nel Figlio. Nello stesso tempo, Gesù ci insegna come essere figli, proprio nell’essere col Padre nella preghiera. Il mistero cristologico, il mistero dell’esistenza cristiana è intimamente collegato, fondato sulla preghiera. Gesù insegnerà un giorno ai suoi discepoli a pregare, dicendo loro: quando pregate dite «Padre». E, naturalmente, non ditelo solo con una parola, ditelo con la vostra esistenza, imparate sempre più a dire con la vostra esistenza: «Padre»; e così sarete veri figli nel Figlio, veri cristiani.
Qui, quando Gesù è ancora pienamente inserito nella vita della Famiglia di Nazaret, è importante notare la risonanza che può aver avuto nei cuori di Maria e Giuseppe sentire dalla bocca di Gesù quella parola «Padre», e rivelare, sottolineare chi è il Padre, e sentire dalla sua bocca questa parola con la consapevolezza del Figlio Unigenito, che proprio per questo ha voluto rimanere per tre giorni nel tempio, che è la «casa del Padre». Da allora, possiamo immaginare, la vita nella Santa Famiglia fu ancora più ricolma di preghiera, perché dal cuore di Gesù fanciullo – e poi adolescente e giovane – non cesserà più di diffondersi e di riflettersi nei cuori di Maria e di Giuseppe questo senso profondo della relazione con Dio Padre. Questo episodio ci mostra la vera situazione, l’atmosfera dell’essere col Padre. Così la Famiglia di Nazaret è il primo modello della Chiesa in cui, intorno alla presenza di Gesù e grazie alla sua mediazione, si vive tutti la relazione filiale con Dio Padre, che trasforma anche le relazioni interpersonali, umane.
Cari amici, per questi diversi aspetti che, alla luce del Vangelo, ho brevemente tratteggiato, la Santa Famiglia è icona della Chiesa domestica, chiamata a pregare insieme. La famiglia è Chiesa domestica e deve essere la prima scuola di preghiera. Nella famiglia i bambini, fin dalla più tenera età, possono imparare a percepire il senso di Dio, grazie all’insegnamento e all’esempio dei genitori: vivere in un’atmosfera segnata dalla presenza di Dio. Un’educazione autenticamente cristiana non può prescindere dall’esperienza della preghiera. Se non si impara a pregare in famiglia, sarà poi difficile riuscire a colmare questo vuoto. E, pertanto, vorrei rivolgere a voi l’invito a riscoprire la bellezza di pregare assieme come famiglia alla scuola della Santa Famiglia di Nazaret. E così divenire realmente un cuor solo e un’anima sola, una vera famiglia. Grazie.

28 DICEMBRE 2014 |1A DOMENICA DI NATALE. S. FAMIGLIA – ANNO B | OMELIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/14-15/Omelie/5-Natale/02-S-Famiglia/10-S_Famiglia-B-2014-UD.htm

28 DICEMBRE 2014 |1A DOMENICA DI NATALE. S. FAMIGLIA – ANNO B | OMELIA

S. FAMIGLIA DI NAZARET:

Per cominciare
A un passo dal Natale, la liturgia ci invita a riflettere sulla famiglia di Nazaret. Maria e Giuseppe, ritornati a Nazaret, crescono Gesù, rispettando le tradizioni rituali ebraiche. Una famiglia, quella di Gesù, Maria e Giuseppe, che la chiesa propone come modello di ogni famiglia cristiana.

La Parola di Dio
Genesi 15,1-6;21,1-3. Il Signore promette ad Abramo una discendenza, un territorio e la sua benedizione. Abramo si fida delle promesse di Dio, che diventano concrete con la nascita prodigiosa del figlio Isacco.
Ebrei 11,8.11-12.17-19. Nella lettera gli ebrei, la fede di Abramo viene portata come esempio anche ai cristiani. Abramo si fida e obbedisce a Dio, anche contro ogni evidenza, e così tutto diventa possibile, anche le promesse più inaspettate.
Luca 2,22-40. Il tempio di Gerusalemme è al centro dei vangeli dell’infanzia di Gesù. Maria e Giuseppe riscattano il loro primogenito offendo una coppia di tortore, mentre Simeone ed Anna accolgono Gesù e lo presentano come l’atteso messia. Gesù vivrà nella famiglia di Maria e Giuseppe, crescendo in età e grazia.

Riflettere
o La parola di Dio oggi ci presenta come modello il patriarca Abramo. In lui cominciano a realizzarli le promesse, nasce il popolo di Dio, la gente ebraica, da cui nascerà il messia. La sua fede viene messa duramente alla prova, ma lui rimane fedele sempre.
o All’origine della storia ebraica c’è dunque una famiglia, quella di Abramo e Sara, che daranno alla luce prodigiosamente Isacco, il figlio delle promesse.
o Il Figlio di Dio nascerà in una famiglia. Non si presenta adulto, ma si incarna in una storia vera e concreta. Avrà bisogno del latte di una mamma e dell’aiuto di un padre. E santificherà con la sua vita, per trent’anni, la vita normale di ogni persona umana: l’obbedienza del bambino e del ragazzo, la vita di famiglia, l’amicizia e la convivenza, lo studio e il lavoro.
o La famiglia di Maria e Giuseppe è una famiglia molto simile alle nostre. I suoi problemi sono sin dall’inizio molto concreti e problematici: emigrazione, povertà e disagi, qualche incomprensione nei confronti del figlio che cresce. Ma nello stesso tempo è una famiglia molto diversa dalle nostre. Maria è una donna che si è consegnata a Dio da sempre e ha ricevuto un messaggio celeste; Giuseppe è un uomo giusto, fedele alle tradizioni e totalmente al servizio di Gesù e Maria. Ma soprattutto in questa famiglia è presente il Figlio di Dio fatto uomo. E questo fatto la rende specialissima, una squarcio di cielo in terra.
o Gesù nasce in una vera famiglia, ha un padre e una madre che lo allevano, lo educano e lo avviano alla vita. Non nasce nel palazzo di un re, ma in una famiglia del popolo, cresce nella casa di un artigiano. È questa una scelta precisa del Figlio di Dio, che indica il suo schierarsi sin dal primo presentarsi al mondo.
o Se i vangeli parlano del rifiuto di Gesù da parte delle autorità ebraiche, Simeone e Anna rappresentano per così dire l’altra faccia della medaglia, quella del popolo ben disposto, che attende il messia: essi accolgono Gesù al tempio, lo riconoscono, profetizzano su di lui e su Maria.
o Simeone e Anna sono due anziani e, come tutti gli anziani, gioiscono davanti a un bambino, per la nascita di una nuova vita. Ma sono anche due anziani speciali: essi si rallegrano alla maniera dei profeti e ne preannunciano il destino.
o Simeone parla di Gesù come « segno di contraddizione ». È stato così sin dalla nascita. Di fronte a lui, c’è chi ne ha paura e cerca di impedirgli di vivere; chi lo rifiuta e gli è ostile durante l’intera vita pubblica, fino a sottoporlo alla tragedia di un processo ingiusto e infamante e della crocifissione. Ma c’è anche chi lo attende e lo ascolta, chi lo segue e riconosce in lui l’atteso messia. C’è chi continuerà la sua predicazione dopo la Pasqua.

Attualizzare
* Maria e Giuseppe sono promessi sposi, con i sogni di ogni coppia in attesa di formarsi una famiglia. Ma Dio sconvolge i loro progetti, scombussola la loro vita. Ha deciso di servirsi di loro, di coinvolgerli in un progetto grandioso, che li colloca al centro della storia e li renderà protagonisti di qualcosa di più grande di loro.
* Il Natale ci fa rivivere i disagi di Maria e Giuseppe alla nascita di Gesù. In quella santa notte si parla del canto degli angeli e della solidarietà dei pastori. Ma dal giorno dopo la vita si fa difficile, e la vita di Giuseppe e Maria diventa quella di tante famiglie che si trovano in situazione di povertà.
* Riflettiamo anche sul ruolo Giuseppe, sulla sua responsabilità di giovanotto costretto a responsabilizzarsi oltre ogni aspettativa, a diventare uomo in fretta. Dio lo ha posto accanto a Gesù e Maria ed egli se ne assumerà intera la responsabilità.
* Le nostre liturgie di questi giorni sono tutte festive e siamo portati a pensare al mistero del Natale con un misto di ingenuità e di poesia. C’è un certo perbenismo anche dei cristiani nel vivere il Natale: spesso si preferisce il più elegante albero pieno di luci al popolare presepe; si nota un certo fastidio quando gli uomini di chiesa parlano troppo spesso e realisticamente dei poveri e del dovere della solidarietà. Non c’è dubbio però che il quotidiano di questa famiglia fu certamente poco poetico e molto realistico, difficile, addirittura drammatico.
* Il vangelo di quest’oggi fa riferimento al quotidiano di Gesù nella casa di Nazaret. Una vita di cui gli evangelisti non parlano, vissuta probabilmente in una normalità che non può non stupire. Qualcuno ha potuto immaginare che Gesù abbia viaggiato e incontrato altri popoli e altre culture. Ma nulla ci autorizza a pensare che sia stato così, anche se la cultura e la sensibilità anche umane di Gesù appaiono speciali. È qui, comunque, in questa famiglia di Nazaret, che Gesù comincia a costruire il regno di Dio e a salvarci, condividendo probabilmente la banalità della nostra vita.
* Questa « normalità di Gesù », gli anni della sua nascita e della vita in famiglia, metterà probabilmente alla prova la fede di Maria e di Giuseppe. Maria soprattutto si sarà interrogata, meditando nel suo cuore le parole dell’angelo Gabriele.
* La chiesa oggi ci invita a riflettere sulle nostre famiglie. Si sa da quante problematiche e da quante prove sono attraversate oggi. Si direbbe che tutto congiuri a renderle poco credibili e a screditarle, a sottolineare quasi l’impossibilità di poter vedere un amore durare nel tempo.
* Un numero crescente di giovani ha paura di impegnarsi, non crede nella possibilità del vero amore e della continuità dei sentimenti. Le loro storie si moltiplicano, senza troppo impegno, anche se inevitabilmente ognuno di loro sente l’esigenza di un amore vero e duraturo.
* Come trovare il modo di dire loro che la famiglia è possibile, che l’amore è possibile, purché non sia un’infatuazione qualsiasi, ma sia accompagnato dalla voglia di impegnarsi in due in una avventura che deve essere confermata e vissuta ogni giorno?
* Un amore che sia « coltivato » e si trasformi con il tempo in vera accettazione reciproca, in sostegno, in un realistico ed evangelico atteggiamento di misericordia verso l’altro, che ha bisogno di me per realizzarsi. E poi un amore che venga « espresso e dichiarato », perché non si può vivere con una persona senza dire a parole e con gli atteggiamenti che le si vuole bene, perché un amore non espresso è destinato a spegnersi.
* Le nozze benedette dal sacramento ricordano infine che anche l’amore di Dio passa attraverso l’amore reciproco: è l’amore concreto di questa persona che mi fa incontrare e amare Dio. È l’esercizio di questo amore che mi fa crescere e sperimentare concretamente l’amore di Dio.

Le ragioni di un matrimonio
Il regista Pupi Avati spiega le ragioni del successo del suo matrimonio che dura da ben 44 anni: « Ogni giorno della nostra vita abbiamo litigato. La forza del nostro matrimonio è che è sempre stato conflittuale. Non c’è stato un momento in cui questa donna mi abbia rassicurato. Io penso che i matrimoni si giovino molto del fatto di non impigrirsi. Non ho mai pensato di mettere fine al mio matrimonio. L’affetto si è andato via via sostituendo alla passione dei primi anni,. Ma quando faremo 50 anni di matrimonio, io voglio risposare mia moglie. Non so se lei verrà, ma io ci sarò. Perché è questa la bellezza della storia. Le difficoltà che abbiamo superato è il non aver voluto che si interrompesse. Perché tutto ci giocava contro. Perché di fronte a una prima lite non chiudere? Perché di fronte alla conoscenza di un’altra persona non andarsene? Ci sarebbe stato in molte circostanze il pretesto di rompere. Il momento di maggior difficoltà è stato anche il momento di maggior vicinanza

Umberto DE VANNA sdb

2HOURS TOP SAXOPHONE MELODIES,CHRISTMAS,SNOW IN FOREST-SILENT NIGHT

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Gesù e l’agnello, Leonardo da Vinci (particolare)

Gesù e l'agnello, Leonardo da Vinci (particolare) dans immagini sacre Leonardo_da_Vinci_022

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OMELIA NATALE DEL SIGNORE (25-12-2013) – (PER IL COMMENTO)

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OMELIA NATALE DEL SIGNORE (25-12-2013) – (PER IL COMMENTO)

MONS. VINCENZO PAGLIA

Ancora una volta siamo qui convocati per celebrare il Natale del Signore. L’evento della nascita di Gesù avvenuta una volta per tutte – duemila anni fa, circa, si rende ora presente – in modo misterioso, ma reale, attraverso la Liturgia della Chiesa, in particolare mediante il sacramento dell’Eucaristia.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato – come sempre – ci offre la chiave di lettura del «mistero», che stanotte (oggi) ci coinvolge e interpella, a fondo, la nostra vita in qualunque stato si esprima e qualunque età abbia raggiunto: l’anziano come il giovane, il prete come il laico, la persona consacrata come quella sposata, oggi – che lo si voglia o no – chiunque è messo di fronte all’«avvenimento» che ha dato una spina dorsale alla storia dell’umanità.
Annunciare il Natale, infatti, significa affermare che Dio, attraverso il Verbo fatto carne, ha pronunciato per noi la sua ultima parola, quella definitiva: una parola profonda, bella, chiarificatrice e decisiva, perché è il «sì» di Dio al matrimonio con l’umanità, dove l’indissolubilità e la fecondità sono garantite da un patto di stabilità, che ha Dio stesso per garante.
L’araldo della Liturgia del Natale è il profeta Isaia: nella Messa della notte ci ha detto che il popolo immerso nelle tenebre «vide una grande luce» (9,1); nella Messa dell’aurora, annuncia l’arrivo del Salvatore, con la sua ricompensa (62,11); nella Messa del giorno, mette in evidenza il messaggero che porta ai deportati una buona notizia: il Signore ci ha riscattati dalla schiavitù e «i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (52,10).
La sintesi di questo annuncio sta nel nome stesso di Gesù: il Salvatore. È chiaro che l’uomo, con tuta la sua intraprendenza, non può salvarsi da solo. Quando pretende di fare di testa sua, combina solo guai, perché finisce per prevalere in lui lo spessore del suo egoismo, che si dipana nei sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia la classica formula del catechismo antico, che sintetizza il lungo elenco delle opere della carne, presentato da Paolo ai Galati (5,19-21).
Gesù dunque è nato per salvarci dal male, cioè dal peccato, che genera in noi la morte. Gesù, è apparso sulla terra non per caso, ma per dare un senso alla vita che, oltre la morte, ha un futuro, dove ciascuno può trovare la piena realizzazione di sé. Per questo il Natale ci rivela l’amore di Dio per noi: Dio che si fa «condiscendente», cioè scende e sta con noi. I Padri greci chiamavano questo mistero « synkatabasis ».
Di fronte a questo mistero – che è segno di contraddizione – la società si spacca in due: coloro che hanno compreso il senso del Natale e lo vivono nella gioia vera, una gioia religiosa, una gioia che porta luce e pace, perché è la gioia di Dio; ci sono coloro, invece, che confondono la gioia del Natale con l’allegria mondana, perché di fronte al mistero si bloccano e chiudano le saracinesche del loro spirito, per rimanere di un mondo piccolo, che si accontenta delle luci artificiali e di quanto offre il mercato umano: per certuni il Natale, molto spesso, genera la noia, anziché la gioia. Allora c’è qualcosa che non funziona: senza la fede l’uomo si perde.
La fede – lo ha scritto San Paolo a Tito, ci dice che in questo mondo «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e a vivere con sobrietà, in attesa della beata speranza», cioè dell’incontro con «il nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Cf Te 2,11-13).
La fede dunque non è un rifugio per gli sprovveduti o un talismano da nascondere nelle pieghe cauteriate della nostra coscienza. Essa attira, dentro il presente, il futuro: da quando Cristo – vero Dio e vero uomo – è entrato nella storia, il tempo è diventato una dimensione di Dio e la fede – dice Tommaso d’Aquino è un «habitus», una costante disposizione dell’animo, che permette l’innesto della vita eterna in noi, mediante l’ascolto della Parola di Dio e la celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia. La fede dunque ha una forte rilevanza per la vita personale e sociale.
Se vogliamo guardare in faccia la realtà del nostro mondo occidentale vediamo che le ragioni della sua crisi sono soprattutto due: 1) la secolarizzazione con il conseguente individualismo utilitarista: senza Dio è scomparsa l’etica della responsabilità (Weber) anche nei paesi dell’antica riforma; 2) il ruolo della politica: senza Dio anche la democrazia cade nella trappola del potere, a scapito del bene comune. Essa deve reimparare dal Vangelo: « dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare ». Come diceva un illuminato docente (il Prof. Naso): « Non prendetevela con Dio se Cesare scappa con la cassa ». Oggi si può aggiungere che non è colpa di Dio se in parlamento prevalgono le lobby anziché le ragioni del bene comune.
Purtroppo nell’agone socio-politico italiano ed europeo prevale sempre più l’emergere di un progetto di vita al di fuori di Dio, nella persuasione che, per garantire la laicità della democrazia, la fede vada relegata nell’intimo della persona, dimenticando che l’autentica laicità ha radici cristiane e che il vero laico trova nell’ispirazione cattolica (cioè « secondo il tutto ») non solo una verifica della propria identità, ma anche il proprium da porre sulla bilancia delle decisioni democratiche.
Di fatto la separazione tra fede e ragione è un «dramma», perché ha distrutto la capacità di raggiungere le più alte forme del ragionamento (Cf. Fides et ratio, n.25). In altre parole, per l’oscuramento della ragione non sostenuta dalla fede, l’uomo è insidiato nella sua dignità e nella sua capacità di raggiungere la piena maturità: le fantasie genetiche, il basso indice di natalità, il disprezzo della vita umana, la glorificazione delle devianze sessuali, la corrosione dell’istituto della famiglia, rivelano l’assenza di una educazione al senso della vita, che costringe le nuove generazioni a brancolare nel buio di una «libertà senza verità», e impedisce loro di sperimentare la forza trasformante del vero amore.
Oggi, di fronte ai grandi mutamenti planetari, le ideologie sono in crisi, ma pretendono di conservare il loro potere contrattuale. D’altra parte, l’Europa, fatica ad elaborare un nuovo pensiero critico: ne aveva uno, in passato, quello prodotto dal cristianesimo e che le aveva dato un volto presentabile, (André Frossard) ma ora si sta facendo di tutto per rottamarlo. Tutto ciò è frutto di un pensiero anemico che ha sostituito il bene con i valori: quando un bene viene chiamato « valore », lo si devalorizza e l’equivalenza dei valori genera il « relativismo ».
Così non si può andare avanti! Il Natale 2013 ci dice che Dio non si è stancato di noi, anche se la cultura dominante – non la maggioranza della gente – si è stancata di lui. Questa è la causa della nostra crisi a tutti i livelli, specialmente di quello economico e morale.
Allora bisogna « ripartire da Cristo », cioè dalla Verità – come scrive il filosofo francese Remì Brague – perché solo la Verità, che si è resa visibile in Gesù Cristo, ci rende veramente liberi, soprattutto verso le nostre passioni, ma soprattutto per riscrivere le nostre regole di vita.

NATALE 2014 – OMELIA: CORRIAMO VERSO LA GIOIA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/33247.html

NATALE 2014 – OMELIA

PADRE ANTONIO RUNGI

CORRIAMO VERSO LA GIOIA

Noi uomini di questo tempo abbiamo bisogno di buone notizie, di notizie di vita e di gioia. Difficile trovarle nella quotidianità del nostro mondo e nei rapporti. Troppi fatti negativi, potrebbero deprimerci, scoraggiarsi, far serpeggiare nel nostro animo lo scoramento. Puntuale, ogni anno, il 25 dicembre arriva la solennità del Natale, la festa per eccellenza della gioia, della vita, del futuro, della famiglia, della pace, dell’armonia, della bontà e della tenerezza, di tutto ciò, in poche parole, è la vera buona notizia della storia che si rinnova ogni anno, partendo da quella grotta di Betlemme, dove risuona la prima volta il vero canto della gioia, perché lì nasce il Redentore. Il Natale, anche in questo nostro tempo super-tecnologico, riparte ogni volta dall’annuncio degli Angeli sulla grotta di Betlemme dove la santa famiglia, aspetta la visita di quanti vanno a vedere con i loro occhi la gloria di Dio che si è manifesta in Gesù bambino. Nel descrivere la nascita di Gesù, l’evangelista Luca mette in risalto i momenti salienti dell’avvenimento.
Il nucleo essenziale del Natale ed il suo messaggio che si rinnova ogni anno in questa solennità da 2014 anni è sta proprio qui. Non temete, ormai la gioia ha preso possesso di questo mondo, perché Dio si è fatto uomo ed è in mezzo a noi, è l’Emmanuele. La conseguenza di questa buona notizia è che ci sarà pace ed amore sulla terra per quanti accettano di vivere davvero il Natale di Gesù, Giuseppe e Maria e non il proprio egoistico natale del piacere e del divertimento, dell’odio e del risentimento, della guerra e della violenza, dell’ingiustizie e cattiverie. No! Il Natale che Gesù ci chiede di celebrare e vivere è un Natale contrassegnato dalla pace e dall’amore a livello generale e non a livello di poche persone. Tutta l’umanità deve essere investita dalla forza dell’amore e della pace, che ha origine nel Redentore.
Come i pastori dobbiamo correre ad incontrare la gioia del Signore. Non possiamo rimanere immobile nel cuore della notte, con i nostri pensieri, angosce, i nostri problemi, anche veri e reali, ma lontani dalla vera felicità che solo Dio ci può donare sempre. Correre verso la gioia non solo di Gesù, il Redentore, ma anche di Maria e di Giuseppe, perché anche loro possano guidarci, nel modo più giusto e sapiente, ad accogliere Gesù nel modo più giusto e positivo possibile. Non blocchiamo il processo di un cammino di elevazione spirituale che ci fa assaporare la gioia vera, ogni volta che facciamo un piccolo passo ed un progresso in ordine alla santità. E con il profeta Isaia, cantiamo la gioia dell’atteso Messia, scappando via dalle tenebre del peccato, della menzogna e della falsità. Questo è natale che sogniamo tutti da sempre, prima della venuta di Gesù e soprattutto dopo la sua nascita e la sua venuta su questa terra. Uomini e donne libere di fare la pace e fare il bene sempre, mai dimenticandosi che il bene deve sempre prevalere e il male deve essere sempre lottato e per quanto ci è possibile sconfitto dentro di noi e intorno a noi, con le armi dell’amore e della tenerezza. In Gesù Bambino, ci ricorda l’Apostolo Paolo nella sua lettera a Tito che « è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo ». Il Natale chiede conversione e rinnovamento, distacco dalle cose mondane e ricerca della giustizia, della pietà, coltivando la vera speranza cristiana, senza la quale il Natale è solo un giorno di festa, che durante fino a Santo Stefano.

Sia questa la nostra preghiera nella notte più bella della storia dell’umanità e nel giorno più luminoso dell’intera creazione

Dio della gioia e della tenerezza
che vieni tra noi nella condizione
di un bambino, povero ed indifeso,
proteggi tutti i bambini della terra,
perché possano incontrare
solo il volto gioioso di madri e padri
che sanno amare,
con la stessa attenzione
di Giuseppe e Maria.

Nella grotta di Betlemme,
tua prima culla,
hai sperimentato il freddo e il gelo
di una natura che ti ha accolto,
rispettando i tempi e le stagioni,
che hai dato ad essa
creandola dal niente.

Nella grotta di Betlemme
hai sperimentato,
Gesù Bambino,
la tenerezza e la bontà
delle persone semplici,
ma anche degli intellettuali del tuo tempo,
venuti da vicino e da lontano
per adorarti e contemplarti.

Fa o Gesù Bambino,
gioia eterna dell’Altissimo,
che questa umanità,
segnata da tanti dolori e sofferenze,
sperimenti la gioia del tuo Natale,
con lo stesso entusiasmo
degli angeli che apparvero
nel momento della Tua nascita
su quella povera e misera grotta
di un paese sconosciuto
e senza futuro.

Dona o Signore,
Redentore dell’uomo
la vera gioia del cuore,
con la stessa tonalità e consistenza
che, Maria, Tua e nostra Madre,
ha sperimentato accogliendoti
nel suo grembo verginale.

Fa’ che questo Natale 2014
segni un nuovo modo
di essere cristiani
e di vivere uniti in una grande
e sola famiglia
che inizia la sua esistenza
ai tuoi piedi Gesù Bambino.

Giuseppe e Maria,
i tuoi santi genitori terreni,
ci accompagnino
con uno stile di vita
in modo da potere celebrare
veramente questo Natale
dell’anno 2014, che volge al termine,
senza rimpianti e impedimenti,
ma con un rinnovato spirito
di servire e mai di essere servito,
come tu ci hai insegnato a fare,
con il tuo stile di vita povera
ed obbediente fino alla fine. Amen.

Buona Natale a tutti!

Buona Natale a tutti! dans immagini sacre nativita

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Publié dans:immagini sacre |on 22 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE – S.LEONE MAGNO

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SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE – S.LEONE MAGNO

I – L’occulto disegno di Dio nell’incarnazione

Dilettissimi, esultiamo nel Signore e con spirituale gaudio rallegriamoci, perché è spuntato per noi il giorno che significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Il mistero della nostra salvezza, promesso all’inizio del mondo, attuato nel tempo stabilito per durare senza fine, si rinnova per noi nel ricorrente ciclo annuale.
In questo giorno è giusto che noi, elevati in alto i cuori, adoriamo il divino mistero, affinché sia celebrato dalla Chiesa con grande letizia quel che si compie per munifica generosità di Dio.
Infatti, Dio onnipotente e clementissimo, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia, allorché la malizia del diavolo con il veleno del suo odio ci sottomise alla morte, tosto indicò all’inizio del mondo la medicina che la sua misericordia metteva a disposizione per risollevare il genere umano. Preannunciò al serpente la futura discendenza della donna che con la propria virtù gli avrebbe schiacciato il capo, sempre altero o pronto a mordere. In tal modo preannunciò Cristo, l’Uomo-Dio, che doveva venire nella carne e che, nascendo dalla Vergine con una nascita immacolata, doveva condannare colui che violò l’integrità del genere umano.
Infatti il diavolo, trovando un sollievo alle proprie pene nel compagno di peccato, si gloriava che l’uomo, da lui ingannato, fosse stato privato dei doni divini e, spogliato della immortalità, fosse stato assoggettato a dura sentenza di morte; in più si gloriava perché Dio, secondo le esigenze della giustizia, era stato costretto a cambiare proposito riguardo all’uomo che egli aveva creato insignito di grande dignità. Per questo è stato necessario che Dio, immutabile, la cui volontà è inseparabile dalla benignità, adempisse con segreta economia e con occulto mistero il suo primo disegno di grazia ai nostri riguardi, affinché l’uomo, caduto in colpa per l’insidia del maligno diavolo, contrariamente al piano di Dio non perisse.

II – La novità nella nascita di Cristo
Dilettissimi, appena giunti i tempi prestabiliti per la redenzione degli uomini, Gesù Cristo, Figlio di Dio, fa il suo ingresso nella bassa condizione di questo mondo: discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre: è generato in un nuovo stato e con novità nella nascita. E’ nuovo il suo stato, perché, pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra. Egli che è l’immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio: pur restando nella sua eternità ha voluto incominciare a esistere nel tempo. Il Signore dell’universo, nascosta sotto il velo la gloria della sua maestà, ha assunto la natura di servo. Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore; l’immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte.
Inoltre è stato generato con novità nella nascita, perché è stato concepito dalla Vergine ed è nato dalla Vergine senza l’intervento di padre terreno e senza la violazione della integrità della madre. A chi doveva essere il Salvatore degli uomini era conveniente una tale nascita, perché avesse in sé la natura umana e non conoscesse la contaminazione della umana carne. Dio stesso, infatti, è l’autore della nascita corporea di Dio, e l’arcangelo l’ha attestato alla santa vergine Maria: «Lo Spirito santo verrà sopra di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà della sua ombra: per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio».
Dunque la sua origine è diversa dalla nostra, ma la sua natura è uguale alla nostra. Il fatto che la Vergine abbia concepito, che la Vergine abbia partorito e poi sia rimasta ancora vergine, certamente è estraneo alla comune esperienza umana, poiché è fondato sulla divina potenza. In questo caso, difatti, non bisogna considerare la condizione di colei che partorisce, ma il volere di colui che nasce, il quale è nato dall’uomo nel modo che ha voluto e potuto. Se tu osservi la realtà della natura, costati la sostanza umana; ma se scruti la causa dell’origine, vi riconosci la potenza divina. Invero, Gesù Cristo, nostro Signore, è venuto per abolire il contagio del peccato, non per tollerarlo; è venuto per curare ogni malattia di corruzione e tutte le ferite delle anime macchiate. Era dunque opportuno che nascesse in maniera nuova colui che apportava agli uomini una nuova grazia di immacolata integrità. Era necessario che l’integrità di chi nasceva conservasse la nativa verginità della madre, e che l’adombramento della virtù dello Spirito santo custodisse il sacro recinto del pudore e la sede della santità. Gesù, difatti, aveva stabilito di rialzare la creatura che era precipitata in basso, di rafforzare la creatura conculcata e di donare e accrescere la virtù della castità per cui potesse essere vinta la concupiscenza della carne. Dio ha voluto in tal maniera che la verginità, necessariamente violata nella generazione degli altri uomini, fosse imitabile negli altri con la rinascita spirituale.

III – Il segreto messianico
Il fatto stesso, dilettissimi, che Cristo abbia scelto di nascere da una vergine, non mostra forse che era mosso da un motivo altissimo? Egli voleva che il diavolo ignorasse la nascita del Salvatore del genere umano; così ignaro dello spirituale concepimento, il maligno non avrebbe pensato a una nascita diversa da quella degli altri uomini, perché lo vedeva non differente dagli altri. Egli ha osservato la natura di lui, simile alla nostra, e ha creduto che egli fosse compreso nella condanna di tutti gli altri. Non comprese che era estraneo ai ceppi, procuratici dalla disobbedienza, colui che non vedeva libero dall’umana debolezza. Infatti Dio, verace e misericordioso, disponeva di molti modi per restaurare il genere umano, ma ha scelto questa via della redenzione per seguire un criterio di giustizia, anziché fare uso della sua potenza nel distruggere il male compiuto dal diavolo. Il superbo e antico nemico rivendicava per sé, non senza qualche ragione, un diritto di tirannia su tutti gli uomini; e opprimeva con dominazione non illegittima quelli che dal comando di Dio aveva trascinato a rendere ossequio spontaneo alle sue voglie. Perciò non avrebbe giustamente perduto la servitù del genere umano, instaurata agli inizi del mondo, se non fosse stato vinto da chi prima aveva assoggettato. Perché questo disegno si attuasse, Cristo, senza intervento di uomo, è stato concepito dalla Vergine, fecondata non dalla unione carnale, ma dallo Spirito santo. Le madri tutte non concepiscono senza la macchia del peccato; al contrario essa fu purificata dal fatto che concepì. Non si ebbe in questo caso nessun intervento dell’uomo, perciò non vi si mescolò il peccato originale. La verginità inviolata non conobbe la concupiscenza; solo somministrò la sostanza. Dalla madre fu assunta la natura dell’uomo, non la colpa. La natura di servo è stata fatta senza portare con sé condizione servile, perché l’uomo nuovo è stato misurato sul vecchio in modo da assumere la realtà della natura e da escludere l’antico peccato. Il misericordioso e onnipotente Salvatore ha regolato fin dall’inizio l’assunzione della natura umana in tal maniera da tenere nascosta la potenza divina, inseparabile dall’umanità assunta, col velo della nostra infermità. Fu, così, giocata l’astuzia del nemico che credette la nascita del fanciullo, nato per la salvezza del genere umano, sottomessa al suo dominio, non altrimenti che quella di tutti gli uomini che nascessero. Lo scorse che vagiva e lacrimava; l’osservò avvolto in pochi panni , soggetto alla circoncisione e riscattato con l’offerta del sacrificio legale. In seguito conobbe il normale sviluppo della sua puerizia e non poté mettere in dubbio la sua naturale crescita finché giunse a età virile. Mentre tutto ciò si compiva, egli scagliò oltraggi, moltiplicò le ingiurie, usò maledizioni, obbrobri, bestemmie e calunnie, e in ultimo rovesciò contro Cristo tutta la potenza del suo furore passando in rassegna tutte le possibili tentazioni. Ben conscio di avere col suo veleno prostrata la natura umana, non credette neppure lontanamente che fosse libero dal peccato chi da tante prove era riconoscibile per mortale. Perciò il diavolo, scellerato saccheggiatore e avaro esattore, persisté nella lotta contro chi nulla aveva in sé di malizia. Ma mentre lo perseguitava rivendicando l’esecuzione della sentenza di condanna per tutti gli uomini, riposta nell’origine intaccata dal peccato, oltrepassò la misura fissata nel decreto che gli serviva di sostegno, perché reclamò la pena del peccato da colui nel quale non scoprì nessuna colpa. Così per un consiglio poco accorto fu annullata la cedola del contratto di morte; per l’ingiustizia commessa nell’esigere di più, venne abolito tutto il debito. Quel forte viene incatenato con i suoi stessi ceppi e ogni astuzia del maligno viene ripiegata nel suo capo. Appena il principe del mondo è così imprigionato, le vettovaglie, procacciatesi con la schiavitù, gli vengono rapite. La natura purificata dal vecchio contagio, ritorna nel suo onore; la morte è distrutta con la morte, la nascita è restaurata con la nuova natività. Simultanei sono questi effetti: la redenzione abolisce la schiavitù, la rigenerazione trasforma l’origine e la fede rende giusto il peccatore.

IV – Frutti della redenzione e propositi del cristiano
Dunque, chiunque tu sia che vuoi gloriarti del nome di cristiano, pondera con giusto giudizio la grazia di questa riconciliazione. A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e disperso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare, dal lontano luogo ove eri, al tuo Creatore, di riconoscere il tuo padre, di passare dalla servitù alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio. Così a te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo Padre. Ora che sei sciolto dal reato della cattiva coscienza, aspira al regno celeste; adempi la volontà di Dio, sostenuto dal divino aiuto; imita gli angeli sopra la terra; nùtriti della virtù di una sostanza immortale; combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla religione di Dio, e se avrai rispettato il giuramento della milizia celeste, sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste.
Dilettissimi, fiduciosi in così grande aspettativa, rimanete stabili nella fede in cui siete stati fondati. Non sia mai che il tentatore, privato da Cristo della dominazione sopra di voi, vi abbia a sedurre di nuovo con insidie e riesca a profanare con la sua raffinata arte di inganni le gioie stesse del giorno presente. Non sia mai che riesca a illudere gli uomini più semplici con la nefanda persuasione di certuni, ai quali questo giorno della nostra solennità pare degno di festa non tanto a motivo della nascita di Cristo, quanto per il natale del nuovo sole. Le menti di costoro sono avvolte in dense tenebre e sono ben lontane dal far progressi nella vera luce. Si trascinano dietro i pazzeschi errori dei gentili, e perché sono incapaci di sollevare l’attenzione della mente sopra ciò che si vede con sguardo carnale, rendono culto divino agli astri, i quali non sono altro che i servi del mondo.
Sia lontana dagli uomini cristiani tale sacrilega superstizione e mostruosa menzogna. Le cose temporali distano oltre ogni dire da colui che è eterno, le cose corporee da colui che è incorporeo, le creature suddite da colui che le governa: tutte queste cose hanno bensì bellezza, che suscita ammirazione, ma non hanno in se stesse la divinità che si possa adorare. Bisogna, dunque, rendere onore a quella potenza, sapienza, maestà che ha creato dal nulla l’universo e che ha generato con onnipotente parola le cose terrene e le cose celesti in quelle forme e misura che a lui è piaciuto. Il sole, la luna, le stelle sono utili a noi, che ce ne serviamo e appaiono leggiadre quando le rimiriamo. Di esse si deve rendere grazie al Creatore: si deve adorare Dio che le ha create, non le creature che lo servono.
Dunque, dilettissimi, lodate Dio in tutte le sue opere e disposizioni. Abbiate una fede perfetta nella verginale integrità e nel parto della Vergine. Onorate il sacro e divino mistero della redenzione umana, prestando a Dio un servizio santo e sincero.
Accogliete Cristo che nasce nella nostra carne, affinché meritiate di contemplarlo qual Dio della gloria nel regno della sua maestà: egli che col Padre e lo Spirito santo persevera nella unità della divinità nei secoli dei secoli. Amen.

 

BENEDETTO XVI – SANTA MESSA DI MEZZANOTTE (2009 Anno liturgico A)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20091224_christmas_it.html

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE (Anno liturgico A)

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 24 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5). Ciò che Isaia, guardando da lontano verso il futuro, dice a Israele come consolazione nelle sue angustie ed oscurità, l’Angelo, dal quale emana una nube di luce, lo annuncia ai pastori come presente: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. Che cosa ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio?
Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti. Che significa questo? La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti. Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio. Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata. E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui. E tuttavia in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti. Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri!
Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “’Andiamo fino a Betlemme’ … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.
Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto. Essi non dovevano che “attraversare” (cfr Lc 2, 15) come si attraversa un breve spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E avevano bisogno di guida e di indicazione. Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui. Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù, “attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro. Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui. La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto vi amo. Venite e vedete che io sono qui. Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là! Oltrepassiamo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi: nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui Cristo mi attende.
Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo, quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine, come dice Paolo (cfr 2 Cor 4, 4; Col 1, 15). Nella figura di Gesù Cristo, in tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2, 12; cfr 16). Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente, inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio. Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore. Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità, significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano in pietre e in legno” (in Lc 22, 9). Cristo, però, vuole darci un cuore di carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)” (in Lc 22, 3).
Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen.

San Gabriele Arcangelo

San Gabriele Arcangelo dans immagini sacre 853f647a

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Publié dans:immagini sacre |on 20 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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