GESÙ MI VUOLE FELICE

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GESÙ MI VUOLE FELICE

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”
(1Gv 3,16)

l. Ogni mattina ti ricorderai di chiedere a Dio la gioia
2. Manterrai la calma anche in caso di disaccordi
3. Nel tuo cuore ricorderai sempre che Gesù ti ama
4. Ti applicherai a vedere sempre il lato buono delle persone
5. Allontanerai da te ogni forma di tristezza
6. Eviterai critiche e lamenti in qualsiasi occasione
7. Ti impegnerai nel tuo lavoro con cuore gioioso
8. A quanti incontrerai oggi regalerai un bel sorriso
9. Conforterai quelli che soffrono dimenticando te stesso
lO. Diffondendo la gioia ovunque la otterrai anche per te!

1.1 La vera libertà in Cristo
La vita morale è una questione di cuore. Per noi cristiani vivere con senso di responsabilità morale equivale ad amare e imitare Gesù. La fede ci rivela che questo impegno è esposto all’influsso della nostra fragilità che ci trascina al peccato, cioè ad allontanarci da Dio. Ciò consiste nel dare risposte sbagliate al nostro desiderio del bene. Abbiamo ricevuto un dono, la libertà, che è il “potere di agire o di non agire e di porre così da se stessi azioni libere. Essa si perfeziona quando è ordinata a Dio, bene supremo” (Catechismo n.1744, d’ora in poi la sua sigla sarà: CCC).
“Libertà” significa fare ciò che voglio o fare ciò che è bene? L’uomo da solo non ce la fa a riconoscere il vero bene, per questo Dio lo soccorre nel suo Figlio Gesù, donandogli un riferimento per le sue scelte quotidiane. Una riflessione sulla morale cristiana che non si fondi sulla conoscenza e relazione con Gesù sarebbe solo moralismo, ma lo sarebbe anche se non avessi chiaro un concetto: Dio mi vuole felice e Gesù è la risposta di Dio al mio desiderio di felicità. Noi uomini vogliamo essere felici: è Dio stesso che ha messo nel nostro cuore questo desiderio, dandoci poi indicazioni al riguardo. Quali? Un giovane chiese a Gesù il segreto della felicità: “Maestro buono, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Gesù rispose: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti” (Mt 19,16-17). Questa sua risposta risuona nella voce della nostra coscienza, che oscilla come una bussola e quando faccio il male dice: “Non prendere questa via: non è buona”.
Dio ci affianca inoltre una grande maestra: la realtà. Se esagero nel mangiare, il mio corpo conferma il peccato di gola con una bella indigestione che mi induce a cambiare comportamento.
Ma se essere liberi e felici equivale a fare quanto Dio ci insegna, il nostro cuore sospetta che Egli ci voglia schiavi. Eppure l’esperienza dei santi ci dice che diventiamo liberi e felici quando ci fidiamo di Dio e della sua volontà, lasciandoci guidare completamente. Guardiamo Madre Teresa (+1997) o San Giovanni Bosco (+1888): ci si può immaginare un uomo più spontaneo, più libero, più allegro di don Bosco con la sua meravigliosa fantasia per i giovani?
Il nostro problema consiste nel concedere fiducia a Dio, accettando di credere che Egli sappia cosa mi rende felice. La mia libertà può scegliere il male, ma si tratta di una decisione che mi rende schiavo, perché così danneggio gli altri, me stesso e la mia libertà. Quando vado al lavoro il lunedì mattina posso essere gentile o scontroso: posso scegliere il bene o il male, il che non è indifferente o facile come scegliere un maglione verde oppure blu. Se scelgo il male presto o tardi mi accorgerò… di stare male! Nelle nostre scelte la fedeltà al bene può apparire pesante o difficile, ma sulla distanza si rivela buona. Pensiamo a una coppia che arriva a festeggiare le nozze d’oro, cinquant’anni di fedeltà. Il fatto di essere stati fedeli per cinquant’anni li rende forse schiavi? Si pentiranno forse di essersi amati così tanto? O se vogliamo porre la domanda diversamente: saranno meno liberi di quelli che, magari per un attimo di smarrimento, hanno preso la strada dell’infedeltà? Quale condotta ci fa contenti di noi stessi?
È vero, siamo liberi di decidere per il peccato, ma il peccato non ci rende liberi. Il male è un attacco contro l’uomo prima che contro Dio e “consiste nel sospetto dell’uomo che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. Nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda la sua vita nel vuoto e nella morte” (Benedetto XVI, 08-12-05).
La nostra libertà è instabile. Senza l’aiuto di Dio siamo facilmente esposti alle sue incertezze. Il Catechismo al riguardo dice: “La grazia (= aiuto interiore) di Gesù non si pone affatto in concorrenza con la nostra libertà, quando questa è in sintonia con il senso della verità e del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo”(CCC 1742).
Ma qual’è la verità? La verità non è una variabile come le opinioni degli uomini: è un concetto che non cambia mai, come le leggi della natura. Perciò non è una conquista dell’uomo, ma un dono che riceviamo dal Signore riconoscibile con la sincerità. Ascoltando Gesù che parla, un cuore sincero comprende che la vita, l’amore e la famiglia non sono solo in vista di un vantaggio personale. La vita è un dono, la persona è un dono, il matrimonio è un dono reciproco: tutta l’esistenza è un invito a donare!… L’importante è capire quando il dono è vero e buono. Spesso la libertà intesa come interesse e licenziosità ubriaca i ragazzi cancellando in loro la coscienza della loro appartenenza a Dio. Lo dice bene Sant’Agostino: “Tu ammiri le cose che fai, però ti dimentichi di essere stato fatto”.
Possiamo orientare al bene la libertà soltanto quando Gesù ci prende per mano: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

1.2 La coscienza può sbagliare
Dunque capire i comandamenti equivale a credere che essi mi mostrano ciò che è vero ed è bene per me, e questa comprensione ha luogo nella coscienza, la quale è la voce della verità in noi, un messaggero di Dio. Ma essa va soggetta a dei condizionamenti che possono deformarla e quasi spegnerla. La storia ci mostra che sono esistite persone come San Massimiliano Kolbe (+1943) che hanno seguito la coscienza decidendo di offrire la vita per salvare altri uomini, e attentatori che hanno seguito la coscienza per distruggere le Twins Towers di New York (11-09-01) causando la morte di migliaia di persone, e questo dopo aver pregato con grande convinzione. Allora capisco che la coscienza è una lente per riconoscere ciò che è buono, giusto e vero nella realtà, ma che va sempre tenuta limpida e trasparente, per evitare che la visione sia oscura e deforme. Insomma, ogni coscienza va formata e la scuola della coscienza è la scuola di Gesù, che ci ha detto: “Imparate da Me” (Mt 11,29). Se voglio una coscienza sensibile studierò la vita dei santi, quelli che hanno cercato di vivere come Gesù e la sua Chiesa indicano. Ciò implica che io sia pronto ad ascoltare l’insegnamento della Chiesa con fiducia, convinto che il Papa è un messaggero della Chiesa che ha dal Signore un esplicito mandato e la speciale assistenza dello Spirito Santo per parlare alla nostra coscienza e ricordarle ciò che Dio chiede. Se non sono pronto a lasciarmi mettere in crisi dalla Parola di Dio, di Gesù, avrò di certo difficoltà anche con la Dottrina della Chiesa che si basa su di essa. La mia coscienza, infatti, può sbagliare. Non a caso Sant’Agostino ci ha lasciato questa preghiera: “Dio, salvami da me stesso”. Ecco alcuni principi formativi per la coscienza:
1. Devo chiedermi se sto agendo secondo la regola d’oro: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
2. Devo considerare che il fine non giustifica i mezzi, cioè che non mi è permesso di fare il male per ottenere il bene.
3. Agire “responsabilmente” vuol dire “saper rispondere” alla domanda: “Cosa è bene? Cosa è male?”. Per i cristiani la risposta è Gesù stesso: “Io sono la verità”(Gv 14,6), cioè Egli è la misura assoluta del bene dell’uomo. Per il mondo la verità è un concetto che cambia e la dettano i singoli, le mode televisive, la maggioranza: chi non condivide i valori del gruppo viene emarginato. Per esempio: se il modello del vincitore in amore è aggressivo, prestante, ricco, il ragazzo povero e timido rimane escluso. Oppure: se il corpo vince su qualsiasi valore interiore, dev’essere perfetto, esibito e venduto. Il sentimento viene così strumentalizzato per ottenere qualcosa: questo non è l’amore secondo Dio.

1.3 L’amore di Gesù svela il peccato
La croce è stata la massima rivelazione del bene che Gesù ci vuole. Dalla croce Egli donò lo Spirito, quella Persona divina che a Pentecoste scese sui discepoli perché comprendessero la realtà e il peso del peccato (Gv 16,8). La dinamica della croce segue questo principio: quando ci sentiamo amati e accettati ci rendiamo conto della verità della nostra colpa. Per esempio, un bambino che non è amato, che non si sente accettato, se combinasse un guaio difficilmente lo ammetterebbe, per paura delle conseguenze. Il bimbo che invece si sente protetto, dirà fiduciosamente la sua colpa e non farà l’esperienza del rifiuto, ma del perdono, poiché è certo dell’amore dei genitori e non viene bloccato dall’equazione: “Se faccio il bravo mi amano e se faccio il cattivo non mi amano”. Dio non ci ama perché siamo buoni, coerenti. Dio ci ama così come siamo, a prescindere da ciò che abbiamo fatto di male. Egli ci ha amati per primo (1 Gv 4,19) e quando non lo amiamo con il peccato, Lui continua a volerci bene, pur dispiacendosi come una mamma che vede le insensatezze del figlio. Il peccato è un’azione che va contro la verità e perciò contro la volontà di Dio: in sé rivela una mancata comprensione dell’amore di Dio per noi provocando il distacco da Lui. “Il peccato mortale distrugge l’amore nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio” (CCC 1855). Perché ciò accada ci sono alcune condizioni: conoscere e volere il male. Spieghiamo qualcosa in merito. Consumare un peccato richiede, dice la Chiesa, una “piena consapevolezza” che si tratta di qualcosa di “grave” ed un “deliberato consenso”, cioè una volontà completamente libera (CCC 1858-1859), il che a volte non è detto che si verifichi in pieno. Infatti gli impulsi della sensibilità, le pressioni esterne, le passioni, possono attenuare il carattere volontario e libero della colpa. Ma la coscienza del peccato non va confusa con un generico “senso di colpa”: essa consiste nel capire di essere amati da Dio e con ciò di volere rifiutare questo amore. Per evitare questo sbaglio è importante conoscere bene Dio, farsi la giusta opinione di Lui. Il Papa ci aiuta osservando che “Gesù è l’amore incarnato di Dio: nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo: amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus Caritas Est, 12). La croce ci dimostra infatti che “Dio è più tenero di una mamma” (S. Teresina); meditarla dovrebbe scatenare in noi una fiducia illimitata nella sua misericordia ed una corsa impaziente tra le sue braccia! Pur riconoscendoci tutti peccatori, tutti malati, siamo resi giusti dal Suo Sangue: “Dio dimostra il suo amore per noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. Dio ci rende giusti per suo dono (grazia) se, nella fede, afferriamo Gesù presente nei sacramenti (CCC 1989). Egli opera in noi un rinnovamento totale attraverso l’opera dello Spirito Santo che ci avvicina a Lui e ce lo fa conoscere. Solo Gesù ci trasmette un’idea esatta di suo Padre: “Dio è amore” (1 Gv 4,8), amore che guarisce l’uomo.

1.4 L’amore di Gesù infonde in noi il desiderio di santità
Gesù è Colui che familiarizza con l’uomo, l’Amico dell’uomo. L’imitazione di Gesù sgorga dall’osservazione attenta dei suoi atteggiamenti con noi, infatti nulla ci persuade tanto ad avere fiducia in una persona quanto il sapere che ci ama e ci conosce perfettamente nell’intimo. San Giovanni scrive che Gesù ci conosce bene: “Egli sapeva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25; Mc. 2,8).
Risalta in Lui una grande amabilità con noi peccatori: “Dio non ci destina alla sua collera, ma all’acquisto della salvezza per mezzo di Gesù: Egli è morto per noi, perché viviamo insieme con Lui” (1Ts 5,9). Questa sua dolcezza è tesa a evocare una risposta concreta dell’uomo alle iniziative dell’amore di Dio nella vita morale, dove i comandamenti rappresentano la prima tappa necessaria nel cammino verso la libertà. Gesù è cioè venuto a svelare il senso dei comandamenti (Mt 5,17), in Lui noi ci sentiamo amati da Dio e per questo desideriamo amare anche quando ciò è esigente: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15,12). Poi la condizione di ogni credente è seguirLo (Mt 19,21), Lui davanti, io dietro lo seguo. Lui il modello, io lo imito. Lui il padre, io il figlio amatissimo. Ciò richiede una forte unione con la sua Persona vivente, perché imitarlo nell’amore è una cosa impossibile alle forze umane. È possibile amare come Lui solo per suo dono, per sua grazia (Gv 1,17). Una bella intuizione di Papa Giovanni Paolo I giustamente osserva: “Uno non può essere casto se non ama molto il Signore”, perciò in tutta la vita morale il motore che trascina la volontà dell’uomo è l’amore per Gesù, senza il quale non si può “fare la verità” (Gv 3,21) cioè osservare i comandamenti e rimanere nel suo amore (Gv 5, 10). Gesù dice che la verità esiste e si può vivere, ma la fedeltà nel bene è frutto di un rapporto di forte amicizia con Lui, infatti Egli apprezza di più l’amore affettuoso di Maria che non quello ansioso di Marta (Lc 10, 42). Tutto deve partire dall’amore affettivo per la Sua Persona, poiché il cristianesimo è una Persona ed è l’amore per Lui che conferisce volontà, valore e forza alle azioni umane. Marta dimostra che servire Cristo adempiendo tutti i comandamenti della Legge può condurre a sottrarGli qualcosa del nostro amore: il cuore. Gesù invece associa l’immagine dello sposo al tipo di rapporto che vuol costruire con l’uomo: Egli è Colui che dell’uomo condivide la parte più intima: il cuore.
Solo un’intensa relazione con Gesù sostiene la morale cristiana e la permea di quella gioia che è risposta piena alle attese di noi uomini. Camminare con Lui ci insegna a scoprire sempre più il prossimo nel profondo, nella totalità di corpo e anima, fino a considerare la felicità dell’altro più importante della mia. Allora non si vuole più solo prendere, ma donare. Proprio in questa liberazione dall’io l’uomo trova se stesso e si riempie di gioia. Perciò l’educazione alla castità è un cammino paziente e graduale di maturazione nell’apprendimento dell’amore.
“Adorare Gesù significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene. Dio è diverso da come di solito lo immaginiamo. Al potere rumoroso e prepotente di questo mondo Egli contrappone il potere dell’amore sulla croce.” (Benedetto XVI, Colonia 2005, XX GMG)

“Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv. 15,10-11)

Publié dans : meditazioni bibliche |le 18 décembre, 2014 |Pas de Commentaires »

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