NATALE NEI LAGER NAZISTI. IL DIARIO DEI PRIGIONIERI ITALIANI

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NATALE NEI LAGER NAZISTI. IL DIARIO DEI PRIGIONIERI ITALIANI

SOLDATI CHE SOGNANO LA FAMIGLIA, UN PRANZO E UN PRESEPE

ROMA, mercoledì, 23 dicembre 2009 (ZENIT.org). – «All’interno delle baracche, gli altoparlanti diffondono brani natalizi, valzer di Strauss, musiche austriache e musica operistica di vari autori (…). Trascorro questo periodo cullato dai ricordi, con il pensiero ai miei cari: non sanno che sono ancora al mondo e in salute. C’è il pensiero per loro che immagino soggetti ai peggiori bombardamenti, mentre loro penseranno chissà cosa di me». Dalla Prussia orientale, il soldato Carlo Zaltieri ferma su un foglio il suo Natale, anno 1943.

Non è il solo. Cercando infatti negli archivi dell’Anei – Associazione nazionale ex-internati, saltano fuori i diari dei prigionieri italiani nei campi di concentramento. In quelle pagine lise sono custoditi il dolore e la disperazione di quelli che si sono visti privare persino della speranza di un Dio che si fa uomo per salvare anche loro.

Reclusi che cercano, quando se ne ha la forza, di ricreare l’atmosfera di casa. A Benjaminowo, uno dei tanti lager in Polonia, gli internati preparano l’albero: «Abbiamo sradicato un pino nano per ogni baracca e lo abbiamo piantato in piedi tra i castelli dei nostri letti in legno. Non so chi è stato, ma uno di noi ha fatto tante striscioline di carta e le ha appese ai rami dell’albero. Cerchiamo di scaldarci al ricordo di giorni lontani: in ogni angolo si formano gruppi silenziosi e assorti. Fuori nevica e di casa non sappiamo nulla. Qualcuno che ha paura del silenzio, parla con voce monotona dell’albero che preparava per i suoi bambini, ma nessuno lo ascolta» (Paride Piasenti).

Sotto quei pini, senza luci e colori, mancano le letterine dei più piccini e i regali avvolti in variopinte carte d’alluminio: «Per il Natale, il Vescovo di Leopoli, ha fatto confezionare 2000 pacchi dono da distribuire a ciascuno di noi. Il Comando tedesco non è d’accordo. Risponde che non ne abbiamo bisogno perché siamo “graditi ospiti del Reich”» (Gastone Petraglia).

Ognuno cerca allora di imbastire da sé, alla meno peggio, il proprio Natale. C’è chi rovista tra i rifiuti: «Un’ombra nera, accoccolata lì vicino, sta scavando sotto la neve. E’ un giovanissimo prigioniero russo, biondo, con degli occhi grigiastri, sbarrati e stupiti, come quelli di un animale selvatico in gabbia (…) Sta cercando di razzolare nel mucchio in cerca di qualcosa da buttare nello stomaco (…) Mi offre un torsolo di cavolo e guarda compiaciuto l’impeto e la voracità con cui mi avvento sul suo regalo di Natale. Ci guardiamo a lungo negli occhi, intessendo un dialogo a bocca chiusa (…). Due mondi lontani che si vengono incontro e si toccano» (Tommaso Bosi).

Un frate, padre Ernesto Caroli – fondatore dell’Antoniano di Bologna, scomparso solo pochi mesi fa – porta agli uomini il conforto della fede. E anche quello del cibo. Ha con sé un altarino da campo di legno e tutto il necessario per la Messa: crocifisso, ostie, ampolline e paramenti sacri. Un giorno, viene bloccato dalla sentinella che lo interroga su cosa stia nascondendo sotto l’abito. Padre Ernesto, facendo spuntare pane, zucchero, uova, biscotti, replica sorridente al militare: “Gottesdienst”, servizio divino. Il fucile si abbassa. La scena si ripeterà molte altre volte con la sentinella di turno che continuerà a girarsi dall’altra parte.

Altri internati riescono a racimolare qualcosa per mettere in piedi un pranzo che non sia solo di scarti e patate. Fervore di cucine, si lavora individualmente o in gruppo. «Io non potrò fare nulla perché non ho che riso e farina, senza condimento alcuno, ma non me ne importa nulla. Se il Natale non è con la propria famiglia, o con la propria donna e i figli, non è Natale» (Gianfranco Ferria Contin).

É inutile, il pensiero corre alla casa lontana, ai bambini nati e a quelli che non si è visti nascere perché la guerra è stata più veloce d’ogni legge naturale. Dalla strada arriva forte il suono di una radio e il canto “Stille Nacht, Heilige Nacht” intonato da una voce femminile. «Una donna sulla porta, gli occhi alzati al cielo, canta a squarciagola. Ci uniamo anche noi al canto e lei aumenta il volume della voce» (Carlo Zaltieri). Ha il marito ed il figlio al fronte. Il canto è diretto a loro.

Quella guerra da lì a poco terminerà. Altre ne inizieranno ma resteranno certe circostanze, uguali in ogni conflitto, e in ogni angolo di mondo: la parola “madre” che è su tutte le labbra, e i figli che attendono i padri. E uguale resterà la domanda del soldato che uccide o si nasconde a scampare la propria vita, e che fu la stessa del Giobbe biblico: dov’è Dio?

«Come poteva nascere Gesù Bambino qui? – annota Domenico Saputo – Come poteva permettere tutto ciò? (…). Noi eravamo i testimoni della brutalità, noi dovevamo vivere per raccontare affinché in futuro uomini, donne e bambini non vivessero più in case diroccate, defraudati della loro vita, della loro infanzia», vittime e spettatori della barbarie. «Era il Natale più triste della mia vita. Era il Natale della mia crescita e della mia maturazione. Dovevo viverlo così, per raccontarlo agli altri, per non dimenticare».

Publié dans : NATALE E AVVENTO 2014 |le 15 décembre, 2014 |Pas de Commentaires »

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