Archive pour octobre, 2014

APPUNTI SULLA VISIONE CRISTIANA DEL LAVORO

https://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/19962/Visione%20cristiana%20lavoro.doc.

(non sono sicura della data, forse come è scritto nel link 19.9.62)

APPUNTI SULLA VISIONE CRISTIANA DEL LAVORO

SR. ERIKA PERINI

SUORA OPERAIA DELLA SANTA CASA DI NAZARETH

Com’è noto, tra pochissimi giorni vivremo il grande evento della beatificazione di Giovanni Paolo II. Il nostro trovarci qui acquista maggior significato, se pensiamo che la beatificazione di Wojtyla è in concomitanza con la ricorrenza dei trent’anni della lettera enciclica Laborem exercens (14 settembre 1981), oltre che dei vent’anni della lettera enciclica Centesimus annus (1° maggio 1991).
Giovanni Paolo II, che nella gioventù ha conosciuto come operaio la fatica e la bellezza del lavoro, ci ha regalato un alto magistero su Cristo redentore che fonda l’amore di Dio verso l’uomo e la sua dignità: « La Chiesa non può abbandonare l’uomo, la cui « sorte », cioè la scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto ed indissolubile unite al Cristo » .
Il « papa polacco » è un papa umanista nel senso teologico della parola, perché proclama fin dall’inizio che l’uomo è « la prima e fondamentale via della Chiesa » e che la Chiesa è solidale con i poveri che invocano giustizia (enciclica Dives in misericordia). La sollecitudine verso l’uomo e l’esigenza di una giustizia fondata sull’amore tornano nell’enciclica che commemora il novantesimo anniversario della Rerum novarum (15 maggio 1891), appunto la LE (il ritardo di alcuni mesi fu dovuto all’attentato in Piazza San Pietro subìto il 13 maggio).
Giovanni Paolo II, dunque, nei primi anni del suo pontificato, focalizza l’attenzione su un tema importante per l’uomo: il lavoro.
Il lavoro, infatti, è una delle grandi caratteristiche dell’umanità: ha avuto inizio con la comparsa dell’uomo sulla terra e non avrà termine che con la consumazione del tempo.
Di fronte all’attività umana ci interroghiamo sul suo significato, ci domandiamo quali valori possieda, cerchiamo soprattutto quali siano i punti di riferimento che il cristiano deve tener presenti per inquadrarla e viverla in fede, speranza e carità.
Il tema su cui vogliamo riflettere questa sera meriterebbe molto tempo e non sarà certamente possibile svilupparlo in pienezza. Per aiutarci nel tratto di strada che percorriamo insieme, propongo di utilizzare alcune coordinate che ci aiutano a guardare il lavoro nell’ottica cristiana. Prendiamo spunto non solo dalla LE, ma anche dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa che dedica il capitolo 6 (nn. 255-322) all’argomento .

1. Il lavoro… nella Sacra Scrittura
La seconda parte della LE (Il lavoro e l’uomo) evidenzia il nesso che da sempre esiste tra uomo e lavoro; legame testimoniato non solo dalle molteplici scienze umane, ma anche dalla fonte della Parola di Dio rivelata, alla quale attinge la Chiesa. Perciò, « quella che è una convinzione dell’intelletto acquista il carattere di una convinzione di fede » (n. 4).
a) Il compito di coltivare e custodire la terra
L’Antico Testamento presenta Dio come Creatore onnipotente, che plasma l’uomo a sua immagine, lo invita a lavorare la terra (cfr. Gen 2,5-6) e a custodire il giardino dell’Eden in cui lo ha posto (Gen 2,15) . Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (Gen 1,28). Un dominio, però, non dispotico. L’uomo è chiamato a « coltivare e custodire » i beni creati da Dio e che ha ricevuto come dono prezioso, del quale avere cura con responsabilità. Coltivare la terra significa non abbandonarla a se stessa; esercitare il dominio su di essa è averne cura, così come un re saggio si prende cura del suo popolo e un pastore del suo gregge.
Nel disegno del Creatore, le realtà create, buone in se stesse, esistono in funzione dell’uomo.
Il lavoro è un’attività « transitiva », cioè che ha inizio nel soggetto umano ed è indirizzata verso un oggetto esterno. Suppone uno specifico dominio dell’uomo sulla « terra » e a sua volta conferma e sviluppa tale dominio. La LE specifica che col termine « terra » di cui parla il testo biblico si deve intendere anzitutto quel frammento dell’universo visibile, del quale l’uomo è abitante. Per estensione, però, si può intendere tutto il mondo visibile, in quanto esso si trova nel raggio d’influsso dell’uomo e della sua ricerca di soddisfare le proprie necessità. « Le parole « soggiogate la terra » hanno un’immensa portata. Esse indicano tutte le risorse che la terra (e indirettamente il mondo visibile) nasconde in sé, e che, mediante l’attività cosciente dell’uomo, possono essere scoperte e da lui opportunamente usate » (n. 4). In tal senso, allora, quelle parole iniziali della Bibbia non smettono di essere attuali, abbracciando tutte le epoche -passate, presenti e future- della civiltà e dell’economia. L’uomo resta sempre « sulla linea di quell’originaria disposizione del Creatore, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato creato, come maschio e femmina, « a immagine di Dio »" (idem). Questo processo è, al tempo stesso, universale: abbraccia cioè tutti gli uomini e si attua in ogni uomo, in ogni consapevole soggetto umano. L’umanità, di ogni dove e di ogni epoca, è sempre abbracciata e coinvolta in questo gigantesco processo.
« Il dominio dell’uomo sulla terra si compie nel lavoro e mediante il lavoro » (n. 5).
Il CDSC (cfr. n. 256) ci ricorda che il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione, né maledizione. Esso diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che spezzano il loro rapporto fiducioso ed armonioso con Dio (cfr. Gen 3,6-8), tentando di avere il dominio assoluto su tutte le cose, dimenticando di essere creatura e non Creatore. Tuttavia, il disegno del Creatore, il senso delle sue creature e, tra queste, dell’uomo, chiamato ad essere coltivatore e custode del creato, restano invariati.
« È meglio aver poco con il timore di Dio che un grande tesoro con l’inquietudine » (Pr 15,16).
Il lavoro è essenziale, ma è Dio, non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo. L’attività umana va onorata, in quanto fonte di ricchezza o almeno di condizioni di vita decorose. È strumento efficace contro la povertà, ma non va idolatrato, perché non ha in sé il senso ultimo e definitivo della vita .
Vertice dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comandamento del riposo sabbatico . Esso apre la prospettiva di una libertà più piena, quella del Sabato eterno (cfr. Eb 4,9-10). Il riposo consente agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi essi stessi come opera sua, di rendere grazie della propria vita e della propria sussistenza a Lui, che ne è l’Autore. « Entrare nel riposo di Dio » ci permette di non ricadere in quella disobbedienza che ci allontana dal Signore e, quindi, dal vero significato della nostra esistenza. Sappiamo quanto è attuale, infatti, la tentazione di fare del lavoro un idolo; ma siamo anche consapevoli di dove ci porta questa idolatria.
b) Gesù, uomo del lavoro
Dice la LE: « Colui il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere . Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente « Vangelo del lavoro »… » (n. 6).
Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro; descrive la sua stessa missione come un operare: « Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco » (Gv 5,17) . I discepoli stessi del Signore sono da Lui designati come « operai nella messe » (cfr. Mt 9,37-38).
Gesù però insegna anche a non lasciarsi asservire dal lavoro: la priorità va data all’anima, perché guadagnare il mondo intero non è lo scopo della vita (cfr. Mc 8,36). Il lavoro non deve mettere in ansia: se è preso da molte cose, l’uomo trascura il regno di Dio e la sua giustizia (cfr. Mt 6,25-34) e il suo cuore si allontana dal vero tesoro che è nel Cielo e che non si consuma.
Il Compendio ci ricorda anche che durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.
Il sabato, che l’AT aveva proposto come giorno di liberazione, è riaffermato da Gesù nel suo valore originario: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! » (Mc 2,27). Liberare dal male, praticare fraternità e condivisione è conferire al lavoro il suo significato più nobile, quello che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno. Qui il riposo diventa la festa cui l’uomo interiormente aspira.
Proprio in quanto orienta l’umanità a fare esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve far emergere le perfezioni in esso nascoste, che nel Verbo increato hanno il loro principio e modello.
Il lavoro consente non solo di partecipare all’opera della creazione, ma anche a quella della redenzione. Chi sostiene la fatica del lavoro unendosi a Cristo, in un certo senso coopera con Lui alla sua opera redentrice. Si comporta da discepolo, perché porta la Croce, ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere .
c) Il dovere di lavorare
Se « passa la figura di questo mondo » (1Cor 7,31), l’uomo non è esonerato da alcun impegno storico, tanto meno dal lavoro. Lo ricorda S. Paolo nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, ponendo se stesso come esempio di laboriosità, sia per non essere di peso ad alcuno, sia per soccorrere chi si trova nel bisogno. Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cfr. Mt 25).
S. Ambrogio afferma che ciascun lavoratore è la mano di Cristo che continua a creare e a fare del bene.
Con il suo lavoro e la sua laboriosità, l’uomo, partecipe dell’arte e della saggezza divina, rende più bello il creato, il cosmo già ordinato dal Padre; suscita quelle energie sociali e comunitarie che alimentano il bene comune, a vantaggio soprattutto dei più bisognosi.
Permeato di carità e finalizzato ad essa, il lavoro diventa occasione di contemplazione, diventa preghiera, rivelazione dell’alleanza misteriosa, ma reale, tra l’agire umano e la Provvidenza divina.

2. Il lavoro… nel Magistero: La Laborem exercens
Pur volendo concentrare la nostra attenzione sull’enciclica di Giovanni Paolo II, mi sembra utile scorrere velocemente il cammino della Chiesa in fatto di DSC. Fermo restando che, come abbiamo visto sopra, il punto di partenza resta la Rivelazione che Dio ci ha fatto di Sé nella Parola di Dio.

Notoriamente, la prima enciclica sociale è la Rerum novarum (1891) di Leone XIII, nella quale il Pontefice, osservando la situazione sociale del suo tempo caratterizzata dalla lotta operaia, tratta la questione opponendo alle ideologie liberista e socialista la « filosofia cristiana », basata sul Vangelo e sul diritto naturale.
Successivamente, Pio XI si occuperà della questione sociale (Quadragesimo anno, 1931); Pio XII del problema dell’ordine internazionale (Radiomessaggio, 1941). Giovanni XXIII tratta le questioni della giustizia e della pace (Mater et magistra, 1961; Pacem in terris, 1963); discorsi che tornano nel Concilio Vaticano II, soprattutto nelle pagine della costituzione pastorale Gaudium et spes (1965). Infine, la Populorum progressio (1967) e la Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI mettono in luce i temi dello sviluppo e della nuova civiltà.
Negli anni Ottanta, mentre si cammina verso il centenario della RN e verso l’inizio del terzo millennio dell’éra cristiana, sembra aprirsi un altro grande momento dell’insegnamento sociale della Chiesa. Di fronte ad una nuova civiltà tecnologica che avanza da Occidente e da Oriente, ogni individuo, ogni società sembrano rimessi in discussione.
Giovanni Paolo II, nella LE, si rivolge, indistintamente, ad ogni uomo, additandogli nel lavoro la fonte della sua dignità, riproponendogli nello spirito di servizio quella povertà evangelica proclamata da Cristo duemila anni fa, con cui ogni individuo può riscattare la propria anima e ottenere la salvezza.
Il Papa, con originalità di pensiero e di stile, riprende le principali tesi della dottrina sociale della Chiesa per organizzarle intorno al concetto e valore centrale del lavoro, chiave della questione sociale. Intorno al lavoro si crea così una profonda solidarietà umana, che abbraccia passato e presente ed è aperta al futuro.
Nel 1987, la Sollicitudo rei socialis constata il fallimento dei regimi comunista e capitalista. Quattro anni più tardi, il crollo del « socialismo reale » realizza le profezie di Leone XIII; a un secolo dalla RN, Giovanni Paolo II può ribadire, nella Centesimus annus (1991), che, fuori del Vangelo, non c’è soluzione della questione sociale, non c’è soluzione per i problemi più profondi e vitali dell’uomo.
Attualmente la dottrina sociale della Chiesa è prevalentemente contenuta nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, documento promulgato il 2 aprile 2004 dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, come raccolta elaborata per esporre in maniera sintetica, ma esauriente, l’insegnamento sociale della Chiesa. Non si tratta, però, di una semplice sintesi, bensì di una elaborazione sistematica che interpreta tutto il percorso compiuto dal Magistero sociale ed è offerta a tutti gli uomini per aiutarli ad orientarsi nella complessità del vivere. In particolare, il cap. 6 è dedicato al « Lavoro umano ».
Il Compendio attinge alla Sacra Scrittura, alle decisioni dei Concili, al magistero papale (encicliche, esortazioni, lettere, messaggi, discorsi…), ai documenti ecclesiali (come il Catechismo della Chiesa Cattolica), ai documenti delle congregazioni e dei pontifici consigli, alle riflessioni dei Padri della Chiesa e di alcuni scrittori ecclesiastici, e al diritto internazionale. È in tutte queste fonti – non solo, dunque, nelle encicliche o nei documenti conciliari – che possiamo trovare il pensiero della Chiesa sul lavoro e su tutte le questioni sociali.
Al Compendio occorre aggiungere l’ultima enciclica sociale del Santo Padre Benedetto XVI Caritas in veritate (29 giugno 2009); documento molto atteso, in questo momento storico di crisi economica. In essa, il Pontefice si ponte in continuità con il Magistero, ribadendo la priorità dell’uomo sul lavoro e richiamando la questione centrale della difesa della vita.
a) Uno sguardo sulla Laborem exercens
Gli anni ’70 sono caratterizzati da una progressiva trasformazione del mondo del lavoro.
La società post-industriale passa dalla produzione di beni all’economia di servizi, alla preminenza di professionisti e tecnici, alla centralità del sapere teorico e tecnologico. È la rivoluzione cibernetica, che pone in questione non un aspetto o l’altro dell’uomo e della società, ma l’uomo stesso preso alla radice. Che una nuova « megamacchina », questa volta di carattere elettronico, arrivi a schiacciare la dignità umana?
E il lavoratore? Se in passato la lotta era tra il dipendente e il proprietario di capitali, ora lo scontro fatto di discriminazione e di emarginazione è dato dal rapporto superiorità/inferiorità culturale.
Davanti al nuovo scenario, nasce la domanda se l’industrializzazione porta ad una crescita dell’uomo. Si pensava che la macchina liberasse il lavoratore da un’attività tediosa e ripetitiva, che aumentasse le qualifiche professionali. In realtà, la tecnologia libera l’uomo da un eccessivo sforzo fisico, aumentando forse il suo tempo libero, ma tende ad avere altre conseguenze non positive sulla sua salute fisica e mentale. La mobilità ad esempio crea problemi di cambiamenti o di perdita del lavoro con la successiva pressione della ricerca di un nuovo impiego. Mancano valori religiosi e morali. C’è la tendenza a far diventare gli strumenti di lavoro dei fini.
Nel bagaglio della LE entra anche il forte legame che il Pontefice ha con la sua patria, la Polonia; quindi le esperienze fatte in gioventù, proprio nel mondo del lavoro, come anche la difficile situazione economica e politica di quegli anni.
La LE potrebbe essere definita un’enciclica più che sul lavoro, sul lavoratore, sull’uomo che lavora. È questo il passaggio fondamentale, l’innovazione rispetto ai precedenti documenti.
« Il tema dell’enciclica è il lavoro umano. È impossibile riassumerla tutta nella sua complessità. Darò solo alcuni flash. Laborem è un accusativo, exercens è un nominativo. È chiaro che il soggetto è l’uomo. La primazialità non è perciò del lavoro, ma dell’uomo. E si inizia esattamente parlando di lui. Dopo avere scritto la sua prima enciclica Redentor hominis, la sua idea è esattamente quella che la redenzione dell’uomo e del lavoro umano può passare solo attraverso Cristo » .
Dallo sguardo dato fino ad ora risulta evidente come all’interno della questione sociale, in cui la Chiesa interviene, ampio spazio viene lasciato al definire alcune condizioni necessarie perché il lavoro sia il più giusto possibile, il più adatto alle necessità dei lavoratori. L’interesse è puntato sul lavoro. Ora, nella LE, ciò che conta è l’uomo e il lavoro come strumento al servizio dell’uomo. Si intravede nella struttura del documento un taglio antropologico-spirituale.
b) L’enciclica nelle sue parti
L’enciclica Laborem exercens è composta da una introduzione e da quattro parti:
I – Introduzione
II – Il lavoro e l’uomo
III – Il conflitto tra lavoro e capitale nella presente fase storica
IV – I diritti degli uomini del lavoro
V – Elementi per una spiritualità del lavoro
Il concetto-cardine di questa enciclica è l’uomo. La LE evidenzia come l’uomo è autore, fonte e fine del lavoro. Un lavoro che è dovere, diritto e bene dell’uomo.
La LE introduce un’importante distinzione tra dimensione oggettiva e soggettiva del lavoro .
- Senso oggettivo . L’uomo domina la terra addomesticando e allevando gli animali, dai quali ricava per sé cibo e indumenti; estraendo dalla terra e dal mare diverse risorse naturali. Molto di più, l’uomo « soggioga la terra » quando comincia a coltivarla e comincia a rielaborare i suoi prodotti (agricoltura); coniuga le ricchezze della terra ed il lavoro umano, fisico o intellettuale (industria – ma anche settore dei servizi e della ricerca, pura o applicata).
Anche la tecnica è in rapporto con le parole della Genesi: essa è « il frutto del lavoro dell’intelletto umano e la conferma storica del dominio dell’uomo sulla natura » . L’enciclica mette in evidenza tanto i vantaggi, quanto gli svantaggi della tecnica: se essa rappresenta appunto lo sviluppo dell’uomo, è pur vero che talvolta può trasformarsi in avversaria dell’essere umano, quando la meccanizzazione del lavoro soppianta l’uomo. Il documento non può dunque non invitare a considerare una questione che a questo punto della storia non è più possibile ignorare.
- Il lavoro va poi inteso in senso soggettivo. « L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come « immagine di Dio » è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità » (n. 6) .
Questa distinzione è davvero la « chiave di volta » di tutto il documento, il fulcro dell’insegnamento sociale della Chiesa, perché mette al centro l’uomo (principio personalista della DSC ). Questo va compreso e assunto come metro di misura per tutte le questioni.
« Quel dominio, in un certo senso, si riferisce alla dimensione soggettiva ancor più che a quella oggettiva: questa dimensione condiziona la stessa sostanza etica del lavoro. Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso » .
c) La persona è il metro della dignità del lavoro
Ciò è giustificato da due motivi:
1) L’uomo è « immagine e somiglianza » di Dio Creatore, che gli ha dato un comando preciso (Gn 1,28), attraverso il quale dimostra questa somiglianza e partecipa della stessa opera divina.
2) « Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale […]. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente « Vangelo del lavoro » [la "Buona Notizia"!], che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva » .
Ancora la LE: « Ciò non vuol dire che il lavoro umano, dal punto di vista oggettivo, non possa e non debba essere in alcun modo valorizzato e qualificato. Ciò vuol dire solamente che il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è « per l’uomo », e non l’uomo « per il lavoro »". Dunque si riconosce, in tal modo, la preminenza della dimensione soggettiva del lavoro su quella oggettiva.
Dimenticare tutto questo significa minacciare il giusto ordine dei valori (n. 7), come più volte la storia ci ha dimostrato e tutt’ora succede. Come nel caso del capitalismo, in cui l’uomo viene trattato al pari di tutti i mezzi materiali di produzione, come uno strumento e non secondo la sua vera dignità e come vero scopo di tutto il processo produttivo.
A partire da questo concetto, la LE sviluppa gli altri temi: il conflitto tra lavoro e capitale (cap. III), in particolare facendo risaltare il primato della persona sulle cose (quindi anche sul capitale come insieme di mezzi di produzione), il giusto significato della proprietà, della partecipazione come del lavoro in proprio… Sempre si dice « no » al « lavoratore-ingranaggio », che è tale quando resta passivo nel processo produttivo perché considerato un semplice strumento di produzione piuttosto che un vero soggetto di lavoro, dotato di propria iniziativa (n. 15).
Se poi l’uomo è « corresponsabile e co-artefice al banco di lavoro », ne consegue che nascono alcuni diritti, corrispondenti all’obbligo del lavoro. A questo è dedicato il cap. IV in cui si sviluppano i temi del datore di lavoro « diretto » e « indiretto » (i vasti « meccanismi » d’influenza sulle politiche del lavoro), il problema dell’occupazione, quello del salario e delle altre prestazioni sociali, l’importanza dei sindacati, la dignità del lavoro agricolo, la persona handicappata nel mondo del lavoro e il problema dell’emigrazione. Varie sfaccettature, ma sempre e solo la persona al centro .
d) Il soggetto del lavoro… l’uomo
La LE, al cap. V, fornisce i principali « elementi per una spiritualità del lavoro ». Questo perché « dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale » (n. 24).
Cosa comporta questo, in concreto, per l’essere umano?
Giovanni Paolo II sostiene che non si può giungere ad una corretta concezione del lavoro se non si considera il giusto concetto di uomo. Inoltre, anche in ambito psicologico si afferma che è l’uomo a fare la qualità e il significato del lavoro.
Essere il vero soggetto del lavoro richiede dunque all’uomo stesso un impegno per progredire sia nel cammino di maturità, che in quello della fede.
Ricordando che il lavoro non è la sola misura dell’essere, contribuisce a dare un senso all’essere, ma non lo esaurisce. Serve il « giusto sguardo » sul lavoro, che non lo tralascia, ma nemmeno lo enfatizza.
a) L’uomo che lavora si rafforza nella sua identità di uomo con una propria dignità: « mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, « diventa più uomo »" (n. 9). Si percepisce come un essere « capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere da sé, di tendere a realizzare se stesso » (n. 6) e acquista consapevolezza della sua libertà. « L’uomo, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona anche se stesso » (n. 26).
b) L’uomo che lavora cresce nell’esercizio delle virtù: « la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo » (n. 9). Il lavoro sviluppa nella persona svariate virtù morali e qualità, tra cui: la capacità di sopportare la fatica, la pazienza, la laboriosità, la perseveranza, il senso del dovere, la responsabilità.
c) L’uomo che lavora si apre all’altro: oltre a sostenere e realizzare se stesso, il lavoratore può adoperarsi per la formazione e il mantenimento della sua famiglia (vista come priorità a cui il lavoro è sostegno); è parte attiva ed integrante di un gruppo sociale e come suo membro si adopera per il bene comune; in nome della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra lavoratori cammina verso l’unità.
d) L’uomo che lavora si apre al totalmente Altro e si riscopre cristiano: attraverso la sua attività, l’uomo si riscopre in relazione con Dio, di cui è immagine, cooperatore dell’opera creatrice e partecipe della redenzione dell’umanità, vivendo in Cristo la fatica del lavoro. Nel riposo, riscopre la bellezza di coltivare il legame con Dio. Lavorando, si inserisce nel cammino di sequela di Cristo, che per trent’anni ha vissuto nella casa del carpentiere di Nazareth guadagnandosi il pane con il sudore della fronte. Infine, lavorando l’uomo si riscopre inserito nel grande progetto d’amore originario del Padre che lo sogna dominatore e custode della creazione, in cammino verso il Regno.

3. Lavoro e… »Res novae »
Quali spunti, quali indicazioni, dunque, per vivere il lavoro oggi?
Il Compendio ce ne suggerisce alcuni (nn. 317-322).
Globalizzazione, frammentazione fisica del ciclo produttivo, innovazioni tecnologiche, precarietà e flessibilità… Sono le « cose nuove », le nuove sfide di oggi.
Di fronte ad esse, la DSC ricorda ancora una volta che l’arbitro di questa complessa fase di cambiamento è ancora una volta l’uomo, che deve restare il vero protagonista del suo lavoro.
Non va dimenticato, poi, che il lavoro, al di là delle concezioni economicistiche, vale in quanto attività libera e creativa dell’uomo. Egli, a differenza di ogni altro essere vivente, ha bisogni non limitati solo all’avere, perché la sua natura e la sua vocazione sono in relazione inscindibile col Trascendente. Quindi, lavoro non solo come soddisfazione di bisogni materiali, ma anche come impulso ad andare oltre i risultati conseguiti, alla ricerca di ciò che può corrispondere più profondamente alle sue esigenze interiori. Un’attenzione, dunque, all’interiorità dell’uomo, dalla quale nemmeno l’attività lavorativa può essere disgiunta.
Sempre considerando la centralità dell’uomo, il Compendio ricorda che, se cambiano le forme storiche in cui si esprime il lavoro umano, vanno tenute ferme le sue esigenze permanenti, riassumibili nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora. Bisogna perciò impegnare intelligenza e volontà per tutelare la dignità del lavoro, immaginando e costruendo nuove forme di solidarietà.
Solidarietà che va « globalizzata », come ricordava Giovanni Paolo II nel Discorso all’Incontro giubilare con il mondo del lavoro (1° maggio 2000). Lo sviluppo deve essere globale, in grado di coinvolgere tutte le zone del mondo, comprese quelle meno favorite.
E dato che gli uomini hanno una naturale propensione a stabilire relazioni, non bisogna dimenticare che il lavoro ha una dimensione universale, in quanto fondato sulla relazionalità umana. « La tecnica potrà essere la causa strumentale della globalizzazione, ma è l’universalità della famiglia umana la sua causa ultima » .
Dicevamo che a coronamento del Compendio sta la Caritas in veritate di Benedetto XVI.
Al cap. V, l’enciclica ricorda che « lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro » (n. 53).
Proprio considerando i problemi dello sviluppo, Benedetto XVI richiama il nesso tra povertà e disoccupazione (n. 63): « i poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano ». Già Giovanni Paolo II, il 1 maggio 2000, durante il Giubileo dei Lavoratori lanciò un appello per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente ».
La famiglia umana aspira ad un « lavoro decente ».
« Che cosa significa la parola « decenza » applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna:
- un lavoro scelto liberamente;
- che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità;
- un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione;
- un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare;
- un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce;
- un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale;
- un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa.
« Decenza », quindi, uguale « espressione della dignità dell’uomo e della donna », in tutte le fasi della loro vita (lavorativa).
Ritorniamo alla LE: il lavoro è decente quando « è per l’uomo ».
Da cristiani, quindi, siamo chiamati a guardare il lavoro illuminati dalla fede, dalla speranza e dalla carità: virtù teologali, doni di Dio che sogna la sua creatura con lo sguardo pulito, vero, felice.
La sfida di sempre, che chiama in causa anche noi, qui e oggi, è questa: essere profeti di speranza, in tutte le situazioni vitali e particolarmente nel mondo del lavoro.
« Profeti »: uomini e donne che, proprio perché hanno lo sguardo rivolto verso le « cose di lassù », sanno ancora testimoniare, in parole ed in opere, che l’uomo e la donna non cessano di essere i destinatari dell’Amore di Dio. Mai, nemmeno quando la fatica del lavoro appesantisce il cammino della loro vita.
« Amanti appassionati di Dio diventano necessariamente amanti appassionati dell’umanità », diceva S. Arcangelo Tadini.
L’uomo… Questa creatura che agli occhi del Creatore, al sesto giorno « lavorativo », appare « cosa molto buona » (Gn 1,31), tanto da indurlo a fare finalmente festa e a mettergli a disposizione l’intera creazione, il giardino di Eden, che affida alle sue mani perché proprio lì possa emergere tutta l’ »immagine e somiglianza » di cui è impastato. 

Publié dans:lavoro |on 2 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Angelo Custode, Pietro da Cortona

Angelo Custode, Pietro da Cortona dans immagini sacre 640px-Cortona_Guardian_Angel_01
http://en.wikipedia.org/wiki/Guardian_angel

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GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE – MERCOLEDÌ, 23 LUGLIO 1986 – SUGLI ANGELI

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GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE – MERCOLEDÌ, 23 LUGLIO 1986 – SUGLI ANGELI

1. Proseguiamo oggi la nostra catechesi sugli angeli la cui esistenza, voluta da un atto dell’amore eterno di Dio, professiamo con le parole del simbolo niceno-costantinopolitano: « Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili ».

Nella perfezione della loro natura spirituale gli angeli sono chiamati fin dall’inizio, in virtù della loro intelligenza, a conoscere la verità e ad amare il bene che conoscono nella verità in modo molto più pieno e perfetto di quanto non sia possibile all’uomo. Questo amore è l’atto di una volontà libera, per cui anche per gli angeli la libertà significa possibilità di operare una scelta a favore o contro il Bene che essi conoscono, cioè Dio stesso. Bisogna qui ripetere ciò che già abbiamo ricordato a suo tempo a proposito dell’uomo: creando gli esseri liberi, Dio volle che nel mondo si realizzasse quell’amore vero che è possibile solamente sulla base della libertà. Egli volle dunque che la creatura, costituita a immagine e somiglianza del suo Creatore, potesse nel modo più pieno possibile rendersi simile a lui, Dio, che « è amore » (1 Gv 4, 16). Creando gli spiriti puri come esseri liberi, Dio nella sua Provvidenza non poteva non prevedere anche la possibilità del peccato degli angeli. Ma proprio perché la Provvidenza è eterna sapienza che ama, Dio avrebbe saputo trarre dalla storia di questo peccato, incomparabilmente più radicale in quanto peccato di uno spirito puro, il definitivo bene di tutto il cosmo creato.

2. Di fatto, come dice chiaramente la rivelazione, il mondo degli spiriti puri appare diviso in buoni e cattivi. Ebbene, questa divisione non si è operata per creazione di Dio, ma in base alla libertà propria della natura spirituale di ciascuno di essi. Si è operata mediante la scelta che per gli esseri puramente spirituali possiede un carattere incomparabilmente più radicale di quella dell’uomo ed è irreversibile dato il grado di intuitività e di penetrazione del bene di cui è dotata la loro intelligenza. A questo riguardo si deve dire anche che gli spiriti puri sono stati sottoposti a una prova di carattere morale. Fu una scelta decisiva riguardante prima di tutto Dio stesso, un Dio conosciuto in modo più essenziale e diretto di quanto è possibile all’uomo, un Dio che a questi esseri spirituali aveva fatto dono, prima che all’uomo, di partecipare alla sua natura divina.

3. Nel caso dei puri spiriti la scelta decisiva riguardava prima di tutto Dio stesso, primo e supremo Bene, accettato o respinto in modo più essenziale e diretto di quanto possa avvenire nel raggio d’azione della libera volontà dell’uomo. Gli spiriti puri hanno una conoscenza di Dio incomparabilmente più perfetta dell’uomo, perché con la potenza del loro intelletto, non condizionato né limitato dalla mediazione della conoscenza sensibile, vedono fino in fondo la grandezza dell’Essere infinito, della prima Verità, del sommo Bene. A questa sublime capacità di conoscenza degli spiriti puri Dio offrì il mistero della sua divinità, rendendoli così partecipi, mediante la grazia, della sua infinita gloria. Proprio perché esseri di natura spirituale, vi era nel loro intelletto la capacità, il desiderio di questa elevazione soprannaturale a cui Dio li aveva chiamati, per fare di essi, ben prima dell’uomo, dei « consorti della natura divina » (cf. 2 Pt 1, 4), partecipi della vita intima di Colui che è Padre, Figlio e Spirito Santo, di Colui che nella comunione delle tre divine Persone « è Amore » (1 Gv 4, 16). Dio aveva ammesso tutti gli spiriti puri, prima e più dell’uomo, all’eterna comunione dell’amore.

4. La scelta operata sulla base della verità su Dio, conosciuta in forma superiore in base alla lucidità delle loro intelligenze, ha diviso anche il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, conosciuto alla luce dell’intelletto illuminato dalla rivelazione. Avere scelto Dio significa che si sono rivolti a lui con tutta la forza interiore della loro libertà, forza che è amore. Dio è divenuto il totale e definitivo scopo della loro esistenza spirituale. Gli altri invece hanno voltato le spalle a Dio contro la verità della conoscenza che indicava in lui il bene totale e definitivo. Hanno scelto contro la rivelazione del mistero di Dio, contro la sua grazia che li rendeva partecipi della Trinità e dell’eterna amicizia con Dio nella comunione con lui mediante l’amore.

In base alla loro libertà creata hanno operato una scelta radicale e irreversibile al pari di quella degli angeli buoni, ma diametralmente opposta: invece di un’accettazione di Dio piena di amore, gli hanno opposto un rifiuto ispirato da un falso senso di autosufficienza, di avversione e persino di odio che si è tramutato in ribellione.

5. Come comprendere una tale opposizione e ribellione a Dio in esseri dotati di così viva intelligenza e arricchiti di tanta luce? Quale può essere il motivo di tale radicale e irreversibile scelta contro Dio? Di un odio tanto profondo da poter apparire unicamente frutto di follia? I Padri della Chiesa e i teologi non esitano a parlare di « accecamento » prodotto dalla sopravvalutazione della perfezione del proprio essere, spinta fino al punto di velare la supremazia di Dio, che esigeva invece un atto di docile e obbediente sottomissione. Tutto ciò sembra espresso in modo conciso nelle parole: « Non ti servirò! » (Ger 2, 20), che manifestano il radicale e irreversibile rifiuto di prendere parte all’edificazione del regno di Dio nel mondo creato. « Satana » lo spirito ribelle, vuole il proprio regno, non quello di Dio, e si erge a primo « avversario » del Creatore, a oppositore della Provvidenza, ad antagonista della sapienza amorevole di Dio. Dalla ribellione e dal peccato di Satana, come anche da quello dell’uomo, dobbiamo concludere accogliendo la saggia esperienza della Scrittura che afferma: « L’orgoglio è causa di rovina » (Tb 4, 13).

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SANTI ANGELI CUSTODI – 2 OTTOBRE

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SANTI ANGELI CUSTODI

2 OTTOBRE

Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l’incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto. Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo. Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei Cieli.
Figure celesti presenti nell’universo religioso e culturale della Bibbia – così come di molte religioni antiche – e quasi sempre rappresentati come esseri alati (in quanto forza mediatrice tra Dio e la Terra), gli angeli trovano l’origine del proprio nome nel vocabolo greco anghelos =messaggero. Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine indica una persona inviata per svolgere un incarico, una missione. Ed è proprio con questo significato che la parola ricorre circa 175 volte nel Nuovo Testamento e 300 nell’Antico Testamento, che ne individua anche la funzione di milizia celeste, suddivisa in 9 gerarchie: Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù celesti, Principati, Arcangeli, Angeli. Oggi il tema degli Angeli, quasi scomparso dai sermoni liturgici, riecheggia stranamente nei pulpiti dei media in versione new age, nei film e addirittura negli spot pubblicitari, che hanno voluto recepirne esclusivamente l’aspetto estetico e formale.

Martirologio Romano: Memoria dei santi Angeli Custodi, che, chiamati in primo luogo a contemplare il volto di Dio nel suo splendore, furono anche inviati agli uomini dal Signore, per accompagnarli e assisterli con la loro invisibile ma premurosa presenza.
La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio.
Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)).
Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angelologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta.
Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.
Esistenza e creazione
La creazione degli angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”.
Nel nuovo Testamento (Col. 1.16) si dice: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra”. Quindi anche gli angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.

Spiritualità
La spiritualità degli angeli, è stato oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; s. Giustino e s. Ambrogio attribuivano agli angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; s. Basilio e s. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; s. Giovanni Crisostomo, s. Gerolamo, s. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo.
L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e s. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi angeli, l’uno diverso dall’altro.
Nella Bibbia si parla di angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti.
Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.

Intelligenza e volontà
L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.

Elevazione
La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale.
E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.

Caduta
Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi.
San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui.
Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio.
La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli.
Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia.
Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli.
“Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”

L’esercito celeste
La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre.
Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori.
La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli.
I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via.
Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.

L’angelo nell’arte
Ricchissima è l’iconografia sugli angeli, la cui condizione di esseri spirituali, senza età e sesso, ha fatto sbizzarrire tutti gli artisti di ogni epoca, nel raffigurarli secondo la dottrina, ma anche con il proprio estro artistico.
Gli artisti, specie i pittori, vollero esprimere nei loro angeli un sovrumano stato di bellezza, avvolgendoli a volte in vesti sacerdotali o in classiche tuniche, a volte come genietti dell’arte romana, quasi sempre con le ali e con il nimbo (nuvoletta); dal secolo IV e V li ritrassero in aspetto giovanile, efebico, solo nell’epoca barocca apparirà il tipo femminile.
Gli angeli furono raffigurati non solo in atteggiamento adorante, come nelle magnifiche Natività o nelle Maestà medioevali, ma anche in atteggiamento addolorato e umano nelle Deposizioni, vedasi i gesti di disperazione per la morte di Gesù, degli angeli che assistono alla deposizione dalla croce, nel famoso dipinto di Giotto “Compianto di Cristo morto” (Cappella degli Scrovegni, Padova).
Poi abbiamo angeli musicanti e che cantano in coro, che suonano le trombe (tubicini); gli angeli armati in lotta con il demonio; angeli che accompagnano lo svolgersi delle opere di misericordia, ecc.

L’angelo nella Bibbia
Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.

L’Angelo Custode
Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.

Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.

Autore: Antonio Borrelli

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