Archive pour octobre, 2014

LA SHOAH E LA MEMORIA : LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA

(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

In ricordo del mio amato zio Eugenio,
dello zio Jacob e di sua moglie Ilona,
dello zio Ernesto e di sua moglie Ethel, della zia Rachele,
e di tutti i miei familiari uccisi
dai nazisti ad Auschwitz

Nella valle delle ossa secche
Non vi sono tombe, non vi sono lapidi —
I resti pietrificati
Di vittime innocenti della persecuzione
Coperti da macchie di sangue
Sono disseminati ovunque,
Incutendo orrore e sgomento
Sul terreno argilloso.
Fui testimone della loro ingiusta esecuzione —
Vennero portati a forza
Nelle camere di sterminio,
Presi a calci e picchiati da pugni crudeli —
Avevano numeri tatuati sui polsi
E lo Scudo di David sui petti —
Andarono incontro alla morte
Pronunciando la preghiera sacra
Con l’ultimo respiro:
“ASCOLTA ISRAELE, IL SIGNORE È NOSTRO DIO
IL SIGNORE È UNO —”
Martiri coraggiosi della stirpe ebraica,
Membri della mia famiglia,
Compagni di prigionia,
Son passati tanti anni
Da quando ve ne siete andati —
Ma io ricordo ancora il vostro grido disperato:

“Decadranno i nostri corpi,
Marcirà la nostra carne,
Se sopravvivrai ad Auschwitz
Non lasciare, per favore, che su di noi cada l’oblio!”

La mia vita fu risparmiata
Per l’intervento di Dio,
Conosco lo scopo di quella protezione celeste:
Far ritorno con il ricordo
Della vostra sofferenza e del vostro dolore,
Far sì che non siate morti invano,
Esaudire il vostro ultimo desiderio,
Non lasciar mai perire i vostri spiriti coraggiosi —

Magda Herzenberger 

Publié dans:ebraismo, poesie, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO XVI AL CAMPO DI AUSCHWITZ-BIRKENAU – 28 maggio 2006

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20060528_auschwitz-birkenau_it.html

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

VISITA AL CAMPO DI AUSCHWITZ

Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.
Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: « Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa ». Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: « Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell’uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.
Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest’ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell’odio e sotto la violenza fomentata dall’odio.
Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell’Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d’angoscia che l’Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d’aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.
Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l’uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l’umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l’uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell’egoismo, della paura degli uomini, dell’indifferenza e dell’opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l’abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall’altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell’amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell’irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.
Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l’immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C’è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: « Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello » si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte. C’è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l’élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un’altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l’utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c’è la lapide in russo che evoca l’immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell’ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell’Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell’intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell’orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: « Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto » (cfr Dan 3,17s.).
Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l’odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l’opera dell’odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: « Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare ».
Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell’inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l’Olocausto. C’è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l’Accademia per i Diritti dell’Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell’orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.
L’umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una « valle oscura ». Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d’Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: « Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni » (Sal 23, 1-4. 6).

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

http://www.focusonisrael.org/2009/10/16/16-ottobre-1943-deportazione-ebrei-roma/

6 OTTOBRE 1943: UNA DATA FUNESTA CHE NON VA DIMENTICATA

NON C’È FUTURO SENZA MEMORIA COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO
SONO DESTINATI A RIPETERLO

Il 16 ottobre 1943

di Gianluigi De Stefano

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna.
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

16 ottobre 1943 300×138 16 Ottobre 1943: una data funesta che non va dimenticataÈ il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna (Settimia Spizzichino) ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato.
Oggi, documenti fino ad ora segreti, emersi dagli archivi americani, fanno luce su una verità inquietante: il corso degli eventi poteva essere cambiato. Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirla.
Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio mil itare all’operazione.
L’oro di Roma
La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell’oro avvenne non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione).
Kappler non si presentò. Non aveva voluto abbassarsi alla formalità di ricevere quell’oro che aveva estorto. Si era fatto sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura fu eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesa ta veniva registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovavano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell’operazione, mentre Almansi aveva segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiarava risentito che le pesate erano nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritarono ancor di più il capitano che si opponeva anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio: cioè ripetere l’operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz diede ordine di ripetere le pesate. Dovette arrendersi alla realtà: i chili erano proprio 50 e gli ebrei non erano imbroglioni.
La retata
La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due avevano già fatto con Kesserling. Non può sapere che già era stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano (Il Vaticano???? Siamo proprio sicuri?….) per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento.
Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e impone la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti. Per quale motivo allora non alzarono un dito per fermare la strage? E Pio XII perché si limitò solo a protestare? Il Papa, in realtà, era sottoposto ad un tacito ricatto: più di 800mila ebrei si erano rifugiati nelle chiese e nei conventi di tutta Europa, in gran parte occupata dai nazisti (Tacito ricatto???? Mi sembra una ipotesi un pò troppo buona nei confronti di Papa Pio XII…).
Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara a Trastevere alla stazione Tiburtina, da lì ad Auschwitz.

Publié dans:ROMA - varie, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Francesco Fontebasso, Estasi di S. Teresa, Szépmuvészeti Múzeum, Budapest

Francesco Fontebasso, Estasi di S. Teresa, Szépmuvészeti Múzeum, Budapest dans immagini sacre 34007
http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/08/festa-della-transverberazione-di-s.html

Publié dans:immagini sacre |on 14 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

SCRITTI DEI SANTI SULL’ADORAZIONE – SANTA TERESA D’AVILA – 15 OTTOBRE (m)

http://www.adorazioneeucaristica.it/scrittiteresaavila.htm

SCRITTI DEI SANTI SULL’ADORAZIONE

SANTA TERESA D’AVILA – 15 OTTOBRE (m)

«Mentre l’anima è ben lontana dall’aspettarsi di vedere qualcosa, e non le passa neppure per la mente, d’un tratto le si presenta tutta intera la visione che sconvolge le potenze e i sensi, riempiendola di timore e di turbamento, per poi darle una pace deliziosa e l’anima si ritrova con la cognizione di tali sublimi verità da non aver più bisogno di alcun maestro.»
“Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa, Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto.
Chi ha Dio ha tutto. Dio solo basta.”
…Considerate, o Eterno Padre, che tanti flagelli, strapazzi e penosissime sofferenze non sono cose da dimenticarsi. Ed è dunque possibile, Creator mio, che un cuore tanto affettuoso come il vostro, sopporti che si faccia così poco conto, come ai nostri giorni, di ciò che vostro Figlio ha effettuato con tanto amore, unicamente per contentarvi e per obbedire ai vostri comandi, quando gli ingiungeste di amarci fino a lasciarsi nel SS. Sacramento, che ora gli eretici oltraggiano, distruggendo i suoi tabernacoli e demolendo le sue chiese?
Forse che vostro Figlio deve fare qualche altra cosa per contentarvi? Non ha Egli già fatto tutto? Non è forse bastato che durante la sua vita gli mancasse perfino ove posare la testa, continuamente sommerso nelle tribolazioni? Bisogna proprio che oggi venga privato anche delle sue chiese, ove convoca i suoi amici, di cui conosce la debolezza, e sa che in mezzo alle loro prove hanno bisogno di essere fortificati con quel cibo che loro dispensa? Non ha forse già soddisfatto abbastanza per il peccato di Adamo? Possibile che ogni qualvolta noi torniamo ad offendervi, la debba sempre pagare questo innocentissimo Agnello? Non lo permetterete più, o mio sovrano Signore! Si plachi ormai la vostra divina Maestà! Non ché considerare i nostri peccati, ricordate che a redimerci fu il vostro Figlio sacratissimo. Ricordate i suoi meriti, i meriti della sua gloriosissima Madre, quelli di tanti santi e di tanti martiri che sono morti per Voi!
…Gesù, dicendo al Padre dacci oggi il nostro pane quotidiano, sembra che domandi questo pane soltanto per un giorno, cioè per la durata di questo mondo, che può dirsi appunto di un giorno. Egli lo chiede anche per gli infelici che si danneranno e che nell’altra vita non lo potranno più godere. Se questi sventurati si lasciano vincere dal demonio, non è certo per colpa sua, perché Egli nella lotta non cessa mai d’incoraggiarli. Per questo essi non avranno mai di che scusarsi, né mai da lamentarsi dell’Eterno Padre se ha loro tolto quel pane quando ne avevano più bisogno. Suo Figlio infatti dice: Giacché, Padre, ha da essere per un giorno, permetti di passarmelo in schiavitù.
Il Padre ce lo dette e lo mandò nel mondo per sua propria volontà; ed ora per sua propria volontà il Figlio non vuole abbandonare il mondo, felice di rimanere con noi a maggior gaudio dei suoi amici e a confusione dei suoi avversari. Questo, secondo me, è il motivo per cui ha ripetuto oggi; questa la ragione per cui il Padre ci elargì quel Pane divinissimo, e ci dette in alimento perpetuo la manna di questa sacratissima Umanità. Noi ora la possiamo trovare quando vogliamo, per cui se moriamo di fame è unicamente per colpa nostra. L’anima troverà sempre nel SS. Sacramento, sotto qualsiasi aspetto lo consideri, grandi consolazioni e delizie; e dopo aver cominciato a gustare il Salvatore, non vi saranno prove, persecuzioni e travagli che non sopporterà facilmente.
…Un giorno, appena comunicata, mi fu dato d’intendere che il corpo sacratissimo di Cristo viene ricevuto nell’interno dell’anima dallo stesso suo Padre. Compresi chiaramente che le tre divine Persone sono dentro di noi e che il Padre gradisce molto l’ offerta che gli facciamo di suo Figlio, perché gli si offre la possibilità di trovare in Lui le sue delizie e le sue compiacenze anche sulla terra. Nell’anima abbiamo soltanto la divinità, non l’umanità, perciò l’offerta gli è così cara e preziosa, che ce ne ricompensa con immensi favori.
Compresi pure che il Padre lo riceve in sacrificio anche se il sacerdote è in peccato, salvo che all’infelice non sono concessi i favori come alle anime in grazia. E ciò, non perché manchi al Sacramento la virtù d’influire, dipendendo essa dalla compiacenza con cui il Padre accetta il sacrificio, ma per difetto di chi lo riceve, a quel modo che non è per difetto del sole se i suoi raggi non riverberano quando cadono sulla pece come quando battono sul cristallo. Se ora mi dovessi spiegare, mi farei meglio comprendere. Sono cose che importa molto conoscere. Grandi misteri avvengono nel nostro interno al momento della comunione. Il male è che questi nostri corpi non ce li lasciano godere!
…Se il temperamento o qualche infermità non permettono di pensare alla passione del Signore per essere troppo penosa, nessuno vieta di far compagnia a Gesù risorto, giacché l’abbiamo così vicino nel SS. Sacramento, in cui si trova glorificato. No, non si regge a tener sempre fisso il pensiero nei grandi tormenti che Gesù ha sofferto. Ma qui si può contemplarlo non già afflitto e dilacerato, versante sangue da ogni parte, stanco dei viaggi, perseguitato da quelli a cui ha fatto del bene e disconosciuto dai suoi stessi apostoli, ma rifulgente di gloria e privo di dolori, stimolante gli uni, animante gli altri, e nostro compagno nel SS. Sacramento, per il quale ci permette di pensare che, in procinto di salire al cielo, non si sia sentito di allontanarsi da noi neppure un poco.
Eppure, o mio Dio, io mi sono allontanata da Voi nella speranza di meglio servirvi!… Quando vi abbandonavo con il peccato, almeno non vi conoscevo, ma conoscervi, Signore, e credere di meglio avanzare abbandonandovi!… Oh che falsa strada avevo preso, Signore! Anzi, ero del tutto fuori strada! Ma Voi avete raddrizzato i miei passi, e dacché vi vedo a me vicino, vedo pure ogni bene. Non mi è più venuta una prova che, mirandovi innanzi ai tribunali, non abbia sopportato facilmente. Tutto si può sopportare con un amico così buono, con un così valoroso capitano che per primo entrò nei patimenti.
Egli aiuta e incoraggia, non viene mai meno, è un amico fedele. Per me, specialmente dopo quell’inganno, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell’Umanità sacratissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l’esperienza, e me l’ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta.
…Accostandoci al santissimo Sacramento con grande spirito di fede e di amore, una sola comunione credo che basti per lasciarci ricche. E che dire di tante? Ma sembra che ci accostiamo al Signore unicamente per cerimonia: ecco perché ne caviamo poco frutto. – O mondo miserabile che accechi chi vive in te, onde non veda i tesori che potrebbe acquistare con l’eterne ricchezze!…
“Mi baci coi baci di sua bocca!” Signore del cielo e della terra!… Possibile che così intimamente si possa godervi fin da questa vita mortale, e che così bene lo Spirito Santo ce lo dia a conoscere con queste parole dei Cantici che noi non vogliamo ancora capire? Oh, le delizie che voi riservate alle anime secondo queste parole! Quali tenerezze! Quali soavità!
Una sola di esse dovrebbe bastarci per liquefarci in Voi. Siate benedetto, Signore! No, non sarà mai per Voi che subiremo delle perdite. Per quali vie, per quanti mezzi ci dimostrate il vostro amore! Con le sofferenze, con i tormenti, con la vostra morte si dura, con la pazienza con cui ogni giorno sopportate e perdonate le ingiurie. E quasi ciò non bastasse lo dimostrate ancora con le parole che in questi Cantici rivolgete all’anima che vi ama, insegnandole a ripeterle pure a Voi. Sono parole che feriscono così al vivo, che senza il vostro aiuto, non saprei proprio come, sentendole, si possano sopportare.
…«C’è un modo in cui il Signore parla all’anima e a me sembra un segno sicurissimo della sua opera: è la visione intellettuale. Ha luogo così nell’intimo dell’anima e sembra di udire così chiaramente e al tempo stesso segretamente, con l’udito spirituale, pronunciare proprio dal Signore quelle parole, che lo stesso modo di intendere, insieme con ciò che la visione opera, rassicura e dà la certezza che il demonio non può intromettersi minimamente. I grandi effetti che lascia sono, appunto, motivo di crederlo; se non altro c’è la sicurezza che non procede dall’immaginazione, sicurezza che con un po’ di avvertenza si può sempre avere per le seguenti ragioni.
La prima perché c’è una evidente differenza circa la chiarezza del linguaggio: nelle parole di Dio essa è tale che ci si rende conto anche di una sola sillaba mancante e si ha il ricordo preciso del diverso modo in cui tale parole ci sono state dette.
La seconda, perché spesso non si pensava nemmeno a ciò a cui le parole si riferiscono – intendo dire che vengono all’improvviso, a volte anche mentre si sta in conversazione – e spesso riguardano cose mai pensate né credute possibili.
La terza, perché nelle parole di Dio l’anima è come una persona che ode, mentre in quelle dell’immaginazione è come una persona che va componendo a poco a poco ciò che ella stessa desidera udire.
La quarta, perché le parole sono assai diverse, e una sola di quelle divine fa capire molto più di quello che il nostro intelletto non potrebbe mettere insieme in così breve spazio di tempo. La quinta, perché insieme con le parole, spesso, in un modo che io non saprei spiegare, si comprende assai più di quello che significano, benché senza suoni».
…«Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d’appoggio, benché talvolta l’anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata.
Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia.
Prendendoci l’abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino, anche se alcune volte avverrà di non poter fare né una cosa né l’altra. Per questo è bene non adoperarci a cercare consolazioni spirituali; qualsiasi cosa succeda, stiamo abbracciati alla croce, che è una grande cosa.
Il Signore restò privo di consolazione; fu lasciato solo nelle sue sofferenze; non abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a salire più in alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o quando vorrà trarre fuori l’anima da se stessa. Dio si compiace molto nel vedere un’anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che, pur volendo Sua Maestà elevarla a un altissimo grado di contemplazione, se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: Allontanatevi da me, Signore, perché sono uomo peccatore (Lc 5,8)».

Publié dans:Santi, santi scritti |on 14 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

LE STRANE VIE DI DIO – ISAIA 55,8

http://www.korazym.org/16356/strane-vie-dio/#more-16356

LE STRANE VIE DI DIO

27 luglio 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

I MIEI PENSIERI NON SONO I VOSTRI PENSIERI, LE VOSTRE VIE NON SONO LE MIE VIE (IS 55,8).

Non basta credere in Dio. Credere è accogliere l’arcano metodo di Dio che esce dai nostri schemi, rompe le nostre opportunità, le nostre attese e le nostre pretese. C’è sempre la tentazione di ridurre Dio alle nostre categorie convenienti, di fissargli le strade e determinargli gli appuntamenti.
Il credente, invece, si sforza di mettere la propria esistenza dalla prospettiva di Dio per essere sempre disponibile al compimento del suo piano che lo trascende.
Lo “strano comportamento” di Dio è narrato nella parabola del Regno dei cieli, attraverso le vicende di una giornata lavorativa nella vigna di un padrone. Al chiudersi della giornata, qualunque sia stato il tempo trascorsovi e la fatica sopportata, tutti i lavoratori ricevono un denaro: il prezzo già pattuito. Alla protesta per un’apparente ingiustizia di un torto subito, bisogna evidenziare la liberalità e la gratuità del padrone che non deve rendere conto a nessuno del suo modo di agire. Questo è lo stile e il modo di operare di Dio. Egli concepisce e opera al di là di qualsiasi misura che è la sovrabbondanza, gesto che fa saltare i limiti del debito per sostituirlo con la stragrande generosità.
Il Padrone della vigna è Dio Padre: ogni chiamata sgorga dal suo cuore. La vigna è la Chiesa: ogni chiamata è per un servizio di lavoro all’interno della stessa Chiesa. La vite è Cristo: solo Lui dona vita e fecondità ai tralci. Rimanere innestati in Lui è condizione necessaria e indispensabile per portare frutto. In rapporto al dono dei talenti, tutti siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore nell’ora in cui Egli vuole. Tutti, con sofferta riflessione, con fremiti d’entusiasmo, con piena e responsabile decisione, abbiamo accolto l’invito divino offerto come dono di grazia e d’amore.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie (Is 55,8).

Una pagina drammatica della Santa Scrittura la leggiamo in Geremia 38,4,10. Il brano ci racconta uno dei momenti più terribili del popolo d’Israele, nel tempo in cui era vicina la distruzione totale di Gerusalemme e la deportazione. Il re Nabucodonosor, dieci anni prima, aveva assediato la città e distrutto il tempio. Il profeta Geremia si trovava già in carcere e continuava ad annunziare la parola del Signore che invitava il re, i capi e i sacerdoti ad arrendersi e a lasciarsi deportare in Babilonia per iniziare una nuova vita. Il volere di Dio annunziato dal Profeta non è né capito né accolto. Non credono a Geremia, anzi, lo accusano dicendo: Si metta a morte quest’uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male (v. 4). Geremia nega e risponde che, al di là di questa sconfitta, c’è la speranza di una vita nuova. Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango (v. 6). Il brano racconta tutta una serie di azioni drammatiche contro il Profeta. Mentre è tenuto prigioniero, gli aguzzini lo prendono, lo violentano, lo afferrano e lo gettano, come se fosse un oggetto da cui liberarsi, nella cisterna ricolma di fango. Sono i gesti diabolici fatti ai profeti, uomini scomodi da allontanare e da annullare. Essi, però, rimangono sempre nelle mani di Dio che completa, dopo le varie prove della sofferenza, il misterioso itinerario di liberazione.
Nel nome “Geremia”, c’è già inciso l’itinerario della sua vocazione e della sua missione. Il nome ha una doppia radice verbale: o ramah che significa “gettare”, rom che indica il significato inverso, “innalzare”. Geremia è dunque il profeta che Jahwe sceglie per innalzarlo a se e per scagliarlo in mezzo a un popolo ribelle che non lo ascolta, anzi, lo rifiuta e lo elimina.
Intanto Geremia è gettato nella fogna fangosa della solitudine, ma proprio da questo momento prende orientamento la svolta della sua vita. Il fatto richiama anche la drammatica e affascinante esperienza di Giuseppe che, dopo essere stato buttato nella cisterna in mezzo al deserto e in seguito nella solitudine sotterranea del carcere, poi, in un itinerario di grazia, dal buio rinasce alla luce della vita nuova (cf Gen 37,20. 40, 15).
E’ interessante notare che in ebraico, la radice verbale di “cisterna” esprime il significato di esplorare, sperimentare, verificare; e, nella radice aramaica, l’esplorazione avviene attraverso l’odorato. Nella logorante situazione della fossa profonda del dolore, il sofferente non vede, non sente, non tocca e non parla, l’odorato è l’unica via di comunicazione col Signore della vita che si avvicina, riconosce e chiama per nome (Gen 27, 27).
Geremia, anche se vive il suo dramma personale nella reggia, di fatto è in prigione, nel luogo più misero in cui, nella sofferenza più disperante, innalza il suo grido di dolore acuto e profondo verso Dio. Gettato via e sprofondato nel fango, la presenza divina, odora di amorevole paternità e la sofferenza diventa luce di vita nuova. Ed ecco apparire il segno di questa presenza: un servo del re, Ebed-Melek, l’Etiope, un eunuco, persona umile, amabile e forte, viene a portare al Profeta sostegno e speranza. Va incontro al re e con decisa determinazione gli dice: O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città (v. 9). Nessuna prova può cancellare il bene che Dio traccia, con segni indelebili, sulla persona martoriata. Il servo-re Ebed-Melek annuncia, attraverso il segno del pane legato alla fame, alla carestia e alla morte, che il Signore è l’unico liberatore dei nostri mali, infatti: Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto (Sal 145,14). Il re, all’eunuco che lo prega, dà questo ordine: Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia (v. 10). Geremia è tirato fuori dalla prigione di umiliazione, di sofferenza e di morte. Quel fango in cui era sprofondato, al soffio dell’amore divino, diventa argilla di vita; quel buio di solitudine, di smarrimento e di paura si trasforma in luce di parola che consola e orienta verso la realizzazione della vocazione cui Dio lo ha chiamato.
Geremia è figura di Cristo, il Servo-Re, Il Pane che nutre e divinizza, il Salvatore che scende negli inferi della notte per liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Immersi nelle acque battesimali, Cristo ci “tira fuori” ridonandoci il profumo della vita.
Quando i tuoi fratelli, ti buttano giù nel pozzo dell’allontanamento e della dimenticanza, non perdere mai il coraggio di difendere la tua libertà di coscienza e la dignità dell’essere figlio di Dio creato a sua immagine e somiglianza e ricreato a nuova vita dallo Spirito di Gesù. Il Padre tuo che vede nel segreto ti sta sempre vicino e ti consola con la sua squisita e costante paternità. Se i tuoi fratelli, con i gesti della non umanità, ti “buttano giù” nel pozzo della dimenticanza e della sofferenza, il Padre tuo, che vede nel segreto, ti “tira su” con i gesti della tenerezza misericordiosa. La Parola di Dio ci insegna che i pensieri e le vie del Signore non sono quelli dell’umano orgoglio che semina vittime di morte ma itinerari di luce che danno risurrezione e vita.

 

Statua di papa Callisto I, Cattedrale di Reims

Statua di papa Callisto I, Cattedrale di Reims dans immagini sacre 640px-Reims-Portail_Nord-St_Calixte

http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Callisto_I

Publié dans:immagini sacre |on 13 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

14 OTTOBRE: CALLISTO I PAPA

http://www.ecodelnulla.it/callisto-i-papa

14 OTTOBRE: CALLISTO I PAPA

Banchieri di Dio

di Emanuele Giusti,

Nella Vita del Sommo Pontefice San Callisto I Papa, don Giovanni Bosco ci parla di un uomo specchiato. Prodigo di miracoli, Callisto I dispensa guarigioni e converte frotte di pagani. Con la sagacia del nibbio si districa in un tempo ancora incerto per i cristiani, il regno dell’imperatore Alessandro, ultimo della dinastia dei Severi; ma si posa con la grazia della colomba sui personaggi in cui s’imbatte, riuscendo a seminare nei loro cuori i virgulti del Vangelo. Intorno al 222 la sua opera di proselitismo si fa troppo prorompente e passa il segno: ad un cenno dell’imperatore, Callisto viene incarcerato e martirizzato. Il suo corpo è gettato in un pozzo mentre la sua anima ascende al Regno dei Cieli. I suoi successori e i fedeli seguaci di Cristo, illuminati dal suo santo esempio di difensore dell’ortodossia e campione della fede, lo ricorderanno soprattutto per le maestose catacombe che da lui prendono il nome. Questo, almeno, è ciò che Don Bosco ci fa sapere.
Ma non fu Severo Alessandro a decretare il martirio di Callisto, dato che egli era salito al trono, tredicenne, solo in quell’anno. I suoi tutori erano occupati in ben altre beghe che non nel sedare un pontefice iperattivo e troppe erano state le assurdità del predecessore, l’incredibile Eliogabalo, per cominciare il nuovo regno massacrando cristiani. Probabilmente Callisto trovò la morte durante una sollevazione popolare. Don Bosco sbagliò per l’inevitabile pressappochismo storico di chi studiava su martirologi e storie ecclesiastiche, o volle glissare su dati che non hanno senso – quando non fanno danno – nell’economia di un’agiografia. In particolare non si servì, o non poté servirsi, di documenti che rendono in tinte ben diverse la figura di Callisto I. Sono le parole di un antipapa, Ippolito di Roma, che a Callisto si oppose con cieca e lunga determinazione.
Il cristianesimo era una religione giovane, priva di capi ma ricca di teste. La fragilità della Chiesa d’allora lasciava che chiunque avesse un minimo d’idee, d’eloquenza e d’autorità potesse dire la sua sulla natura del Cristo, di cui non era neppure chiaro da che parte venisse, se dall’indice di Dio o dal ventre di Maria (né se da qualche parte effettivamente venisse). Questa singolare libertà d’espressione generava una quantità innominabile di sette più o meno eterodosse il cui spettacolo, ai nostri occhi profani, è spesso motivo di confusione. La gerarchia di un’istituzione non ancora riconosciuta dalla legge non aveva speranze di emendare se stessa in modo efficace e tantomeno il vescovo di Roma aveva modo di dare concreto seguito al suo giudizio, quando condannava chicchessia per le sue idee in materia di fede. Alle scomuniche si rispondeva facilmente con gli scismi e le eresie fioccavano. È proprio nel seno di questo continuo e mutevole dibattito teologico e politico che s’inserisce la rancorosa descrizione che Ippolito ci fa di Callisto papa e uomo. Della sua opera in greco Refutatio omnium haeresium, meglio conosciuta come Philosophumena, il brillante Ippolito dedica un ampio capitolo del libro IX ad una filippica contro Callisto. Seguendo lo spirito dell’opera, attenta e capillare inquisizione di ogni eresia e superstizione presente e passata, Ippolito si scaglia contro dottrina teologica e politica penitenziale di questo papa indegno: oltre ad avallare e condividere l’eresia di Noeto (il cosiddetto monarchianismo modale) e tutti i suoi derivati, questo Callisto è lassista contro adulterio e fornicazione, favorevole al matrimonio del clero, nonché doppio, subdolo e manipolatore. Per rincarare la dose, dice Ippolito, quel papa Zefirino che lo designò suo successore era un asino ignorante, un avido imbecille. Ma per completare il quadro completamente negativo di un uomo che avversò fino allo scisma e che continuò ad odiare anche da morto, Ippolito riesuma da sotto la dignità papale la gioventù di Callisto. Il candido ritratto dipinto da Don Bosco, già qui sfregiato dalla dura critica dottrinale di Ippolito, trova adesso la sua ferita maggiore.
Al volgere del secondo secolo della nostra era, quando il figlio degenere di Marco Aurelio, Commodo, dava scandalo all’impero combattendo nell’arena, Callisto era uno degli schiavi di Carpoforo, famiglio dell’imperatore e seguace di Cristo. Secondo una consuetudine ben radicata negli usi del tempo, il ricco Carpoforo aveva concesso al suo schiavo una grossa somma di denaro da investire. Con questo cospicuo peculium Callisto avviò una banca di deposito e prestito, nel rione della Piscina Pubblica, sotto l’Aventino; volle dedicare i suoi servizi alle vedove e agli orfani e, naturalmente, a tutti i confratelli cristiani. I clienti accorrevano a versare il loro denaro nelle sue mani, rassicurati dal vigile Carpoforo, il cui nome era una garanzia. Ma ben presto, non è ben chiaro come, Callisto dilapidò il patrimonio ricevuto e perse anche il denaro dei depositi. Quando subodorò che qualcuno aveva spifferato a Carpoforo quanto male gli andassero gli affari, spaventato dall’ira del padrone che in lui aveva riposto fiducia e fama, Callisto si fece uccel di bosco. Fuggì fino a Porto, presso Ostia, e s’imbarcò sulla prima nave in partenza: sarebbe andato dovunque fosse diretta, pur di sfuggire alle grinfie dei creditori e del padrone. Ma Carpoforo, messo in guardia da quanto sapeva, gli aveva dato la caccia, indovinandone la meta. L’imbarcazione scelta dallo schiavo come estremo rifugio era ancorata in mezzo alla rada, e il suo nocchiere manovrava senza fretta; Callisto distinse chiaramente Carpoforo che si sbracciava sul molo e, sentendosi braccato, decise per il suicidio. Si diede al mare senza pensarci due volte, ma i marinai, messi in allarme da Carpoforo, si calarono in acqua e arpionarono il tentato suicida, così restituito al padrone. Questi lo spedì alle macine, ma ben presto si lasciò convincere a rilasciare Callisto. I creditori, convinti che lo schiavo avesse ancora i loro soldi, avevano interceduto per lui; ma sarebbero rimasti con un palmo di naso, perché Callisto era completamente al verde.
Ben sapendo di essere spacciato, il futuro papa cercò di nuovo la morte, stavolta con un’azione a dir poco spettacolare. Aspettò il sabato successivo, entrò in una sinagoga e cominciò a insultare pesantemente gli ebrei, disturbando le sacrosante letture talmudiche. I giudei lo fecero nero come un fico di Cartagine e lo trascinarono davanti al prefetto urbano, Fusciano. Quell’odioso Callisto, dicevano gli ebrei, aveva violato il loro diritto di culto, interrompendo i loro riti, perché cristiano. Carpoforo, di nuovo messo sul chi vive dai rapidi rumores dell’Urbe, si era precipitato ai ginocchi di Fusciano, implorandolo di non ascoltare i perfidi giudei. Callisto non era un cristiano, ma semplicemente un bancarottaro fraudolento, che cercava di non pagare i suoi debiti nella maniera più infida, morendo. Convinto più dalla rabbia degli ebrei che dalle ambigue parole di Carpoforo, che forse faceva i suoi interessi di padrone, Fusciano spedì Callisto nelle miniere di Sardegna, ad metalla. Con la condanna, Carpoforo aveva perso ogni diritto su di lui. Prigioniero dei lavori forzati, ora Callisto era un uomo libero. Ma la Sardegna non l’avrebbe visto a lungo. Presto il presbitero Giacinto avrebbe condotto là una spedizione salvifica per conto dell’amante di Commodo, la cristiana e dissoluta Marcia. La donna aveva chiesto al pontefice di allora, Vittore, di redigere una lista di cristiani da prelevare e restituire alla libertà; approfittando dell’eccezionale evento, Callisto riuscì a farsi passare per cristiano, o quantomeno a convincere Giacinto a salvarlo, nonostante Vittore avesse consapevolmente escluso il suo nome dalla lista. Vittore non fu contento dell’astuzia sfacciata di Callisto ma, uomo compassionevole, decise di dargli una pensione e di collocarlo ad Anzio. Morto Vittore, il suo successore, Zefirino – l’imbecille – richiamò Callisto e gli assegnò la gestione di quel che nell’opinione dell’uomo che lo riscoprì, Giovan Battista de Rossi, era il principale e più famoso cimitero della comunità paleocristiana di Roma, le catacombe presso la porta Appia – dette appunto di San Callisto. Il malandrino avrebbe poi scalato la gerarchia della Chiesa, certo facendo uso delle sue arti melliflue, fino al soglio pontificio. Questa è l’avvelenata versione dell’antipapa Ippolito.
Dal dibattito che sorse alla metà del XIX secolo sulla paternità del Philosophoumena emerse, nel 1853, la vincente opinione di Ignaz von Dollinger, eminente teologo e storico tedesco, che l’attribuiva appunto ad Ippolito, anche contro il parere del de Rossi, che lo voleva di Tertulliano, e di chi ne aveva curato la prima edizione critica, uscita dalle stampe di Oxford nel 1851. Il lavorio sul testo di Ippolito, inizialmente attribuito ad Origene, permise di discernere la realtà dei fatti, dietro il velo di astio steso dall’antipapa. Con ogni probabilità, Callisto non aveva perso il denaro per sua colpa, non tentò di suicidarsi né con l’acqua né con gli ebrei (da cui anzi forse doveva riscuotere dei debiti), non si finse mai cristiano ma sempre lo fu sinceramente e non poté non avere doti significative se, tra i molti altri dotti seguaci, Zefirino lo scelse come suo successore. Inoltre, aldilà dello scontro dottrinario, è possibile che i dissapori tra Callisto e Ippolito nascessero principalmente dal fatto che essi erano i capi romani di due comunità cristiane differenti per lingua, Callisto di quella latina e Ippolito di quella greca.
Ippolito non era in difetto di testi che predicassero contro l’usura. Senza azzardare un contatto decisivo con Aristotele, che la stigmatizza nell’Etica Nicomachea, già il Vangelo secondo Luca si esprime negativamente su di essa; colpisce e fa riflettere sulla mutabilità, nel tempo, della percezione morale delle attività umane da parte dell’uomo stesso – di quanto il giusto sia una categoria costruita culturalmente – il fatto che agli occhi di Ippolito, Callisto era un uomo malvagio perché falso, ipocrita, intrigante, dissimulatore ed eretico, perché l’accusava a sua volta di eresia, perché aveva il cuore riempito di veleno. Perché aveva perso tutto il denaro suo ed altrui, perché aveva tentato il suicidio per futili motivi e perché si era salvato con l’inganno. Ma non perché era stato banchiere, quando un banchiere era sempre anche un usuraio.

 

Publié dans:Papi, Santi, Santi: memorie facoltative |on 13 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

“CONFESSIONE” DI LEV TOLSTOJ: I QUATTRO MODI DI RAPPORTARSI ALLA VITA E LA SOLUZIONE CATTOLICA

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“CONFESSIONE” DI LEV TOLSTOJ: I QUATTRO MODI DI RAPPORTARSI ALLA VITA E LA SOLUZIONE CATTOLICA

Posted by Oubliette Magazine in Letteratura,

“Io – artista, poeta – scrivevo, insegnavo senza sapere io stesso che cosa”.

Così Tolstoj descrive la propria giovinezza, nella quale la sua cultura, unita alla perdita della fede, lo aveva reso superbo e avido di guadagno.
L’unica sua fede era quella nel progresso, fede che si incrinò, per la prima volta, a Parigi, alla vista di un’esecuzione capitale, e la seconda volta in occasione della morte di suo fratello.
Circa cinque anni dopo il suo matrimonio, la crisi si esacerbò, divenendo più profonda: iniziò a domandarsi il senso di tutto, il senso della sua esistenza e del suo agire.
“La mia vita si arrestò. Io potevo respirare, mangiare, bere, dormire, non bere, non dormire; ma la vita non c’era, perché non c’erano desideri la cui soddisfazione mi sembrasse razionale” ; la vita gli apparve priva di senso, intrisa di nulla, un malvagio scherzo giocatogli da qualcuno.
Non riusciva ad attribuire alcun senso né ad ogni singolo suo atto né all’intera sua vita. Una (possibile) salvezza nell’arte?
“Fino a quando la vita che vivevo non era la mia propria, bensì la vita degli altri che mi trasportava sulle sue onde, finché credetti che la vita avesse un senso […] i riflessi della vita, di qualsiasi genere fossero, nella poesia e nelle arti, mi procuravano gioia, ed era rallegrante per me guardare la vita in quello specchietto dell’arte; ma quando cominciai a cercare il senso della vita, quando avvertii l’esigenza di vivere la vita mia propria, quello specchietto mi divenne o inutile, superfluo e ridicolo, oppure tormentoso” .
Del resto, neppure la scienza gli forniva le risposte sul senso della vita, ambito che riguarda la filosofia speculativa, o metafisica, la quale, tuttavia, neppure essa poteva risolvere il suo dilemma esistenziale.
“Dunque io andavo vagando per questa foresta delle scienze umane fra le radure delle scienze matematiche e sperimentali che mi aprivano orizzonti nitidi, ma tali che nella loro direzione non si potesse avvistare neppure una casa, e fra le tenebre delle scienze speculative, nelle quali finii per immergermi in un buio sempre più fitto, via via che avanzavo, finché mi convinsi del fatto che un’uscita non c’era e non poteva esserci” .
Dinanzi a noi, il nulla. Ma la volontà di vivere si ribella a questa risposta nichilista. Si è in costante bilico tra la volontà e il nulla.
Non riuscendo a trovare una spiegazione nella scienza, Tolstoj cominciò a cercarla nella vita: osservò che, dinanzi agli uomini intorno a lui, quattro vie si profilavano, quattro modi di rapportarsi alla vita.
La prima via è quella dell’ignoranza: non comprendere che la vita è male e non ha senso. La seconda è quella dell’epicureismo: approfittare del presente, di ciò che abbiamo qui ed ora, pur consci della situazione disperata della vita. La terza è quella della forza e dell’energia: consiste nel distruggere la vita, dopo aver compreso che la vita è un male e un non-senso. La quarta è quella della debolezza: continuare a trascinare la vita, pur comprendendone l’insensatezza, non avendo la forza sufficiente per porre fine alla vita.
Poi, Tolstoj si accorge dell’errore alla base del suo ragionamento.
“Io domandavo: qual è il significato non temporale, non casuale, non spaziale della mia vita? E invece rispondevo a quest’altra domanda: qual è il significato temporale, casuale, spaziale, della mia vita? Il risultato fu che dopo un lungo lavorìo del pensiero, io risposi: nessuno” .
Comprese che non era possibile cercare nella conoscenza razionale una risposta alla sua domanda e che, per quanto irrazionali e mostruose fossero le risposte fornite dalla fede, esse potevano introdurre in ogni risposta il rapporto tra il finito e l’infinito, senza il quale non poteva darsi una risposta. Ogni individuo vivente, ammise Tolstoj, oltre alla conoscenza razionale possiede anche un’altra conoscenza, di natura irrazionale, ossia la fede, che offre la possibilità di vivere. La conoscenza razionale, dal canto suo, lo aveva indotto a considerare la vita come priva di senso.
“La fede è la forza della vita. Se l’uomo vive, significa che in qualcosa crede”.
Sicché, dunque, Tolstoj fu pronto ad accettare qualsiasi fede, purché essa non avesse avuto come rovescio della medaglia una decisa negazione della ragione.
Dopo aver constatato negli intellettuali e nei teologi ortodossi una fede che ottenebrava la vita e contrastava con il vissuto, cominciò ad avvicinarsi alla fede delle persone semplici, dei monaci, dei pellegrini.
“Contrariamente a ciò che vedevo nella nostra cerchia, dove tutta la vita trascorre nell’ozio, nei divertimenti e nella insoddisfazione per la vita, io vedevo che tutta la vita di quegli uomini trascorreva in una dura fatica e che essi erano meno scontenti della vita in confronto ai ricchi” .
Dunque, la convinzione che la vita fosse una male era riferita soltanto alla sua vita, come comprese Tolstoj.
“Compresi che, se volevo capire la vita e il suo senso, dovevo vivere non la vita del parassita, bensì la vita autentica e che, accettando il senso che ad essa l’umanità autentica attribuisce, dovevo prima fondermi con quella vita, e poi verificarlo” .
Tornò quindi alla fede in Dio, la sola che trasmette senso alla vita, una fede consapevolmente abbracciata. Rifiutò la vuotezza della vita degli intellettuali, guardando con fervente simpatia alla vita del semplice popolo lavoratore, illuminata dalla fede in Dio.
“Il compito dell’uomo nella vita è di salvare la propria anima; per salvare la propria anima occorre vivere secondo la volontà di Dio e per vivere secondo la volontà di Dio bisogna rinnegare tutti i piaceri della vita, darsi da fare, umiliarsi, sopportare ed essere misericordiosi” .
Come evoluzione della sua ritrovata fede (unita, ricordiamo, allo scetticismo verso la dottrina religiosa di intellettuali e teologi), arrivò la contrapposizione alla Chiesa ortodossa; in particolare riguardo al rapporto dell’Ortodossia nei confronti di altre confessioni cristiane.
“Quella dottrina che mi aveva promesso di unire tutti in un’unica fede e in un unico amore, quella dottrina stessa per bocca dei suoi migliori rappresentanti mi diceva che quelle erano tutte persone che si trovavano immerse nella menzogna e che ciò che dava loro la forza di vivere era la tentazione del diavolo e che noi soli eravamo in possesso dell’unica verità possibile”.
Smise dunque di dubitare, convincendosi pienamente che, nella conoscenza della fede cui aveva aderito, non tutto era verità. Bisogna dunque, concluse, esaminare tutto, sino ad essere condotti a ciò che è inevitabilmente inspiegabile, a causa dei limiti della ragione.
“Confessione“. Una dialettica interiore. Il racconto del procedere di una crisi interiore condensato in poche pagine, evitando, in tal modo, di divenire una lagnante lamentazione di sé. Un’introspezione interiore in cui traspare una forza e un’esigenza dialettica di chiarezza e verità.

Publié dans:Letteratura straniera |on 13 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

Parabola del Banchetto Nunziale

 Parabola del Banchetto Nunziale dans immagini sacre fabbi-fabbio-wedding-procession

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Publié dans:immagini sacre |on 11 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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