Archive pour septembre, 2014

ARTE E LITURGIA – ICONOGRAFIA DELLA NATIVITÀ

http://www.stpauls.it/vita/0911vp/0911vp24.htm

(le foto citate nel testo sul sito)

ARTE E LITURGIA

ICONOGRAFIA DELLA NATIVITÀ

DI MICAELA SORANZO

VITA PASTORALE N. 11 DICEMBRE 2009

Si definisce « natività » l’immagine in cui è presente solo la Sacra Famiglia, talvolta arricchita dalla presenza di santi e donatori (particolarmente sviluppata nel Rinascimento fiorentino), mentre sono « adorazioni » quelle in cui compaiono altri personaggi come i pastori o i Magi. Le componenti fondamentali della natività sono tre, Maria, Giuseppe e Gesù, da cui si originano due combinazioni: con i pastori e con i Magi.
Il racconto è caratterizzato da alcuni elementi significativi: la verginità della madre, la nascita nella grotta, la presenza della stella, l’arrivo dei Magi e la persecuzione di Erode, che sono riconducibili a un modello letterario diffuso in Oriente nella narrazione di nascite di eroi e di re, a cui viene affidato un destino di trasformazione della storia e per questo sono presentate come un dono del cielo. Altri elementi importanti sono la stella, gli angeli, l’asino e il bue, le pecore, i doni, la capanna, la mangiatoia, altri animali (cavalli, cammelli, cane, pavone) e i servitori. Vi è spesso la presenza di un paesaggio di sfondo, magari arricchito da piccole scene di vita, o un prato con fiori ed erbe.

Foto Catacombe Priscilla
Matteo e Luca, evangelisti dell’infanzia di Gesù, propongono il racconto della nascita come compimento delle profezie veterotestamentarie, anche se con notevoli differenze narrative, e ne sottolineano la dimensione cosmica con il racconto della visita dei pastori, del coro degli angeli e della visita dei Magi. La mancanza di particolari narrativi nei vangeli porta a ricercare ulteriori dettagli in altri testi, quali il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo Tommaso, i Vangeli arabo e armeno dell’Infanzia, la Legenda Aurea e le Meditazioni dello Pseudo Bonaventura.
Tra il V e il VI sec. i testi apocrifi, infatti, ebbero una grande influenza nella formazione del ciclo della natività, tanto da finire con l’essere recepiti dagli stessi Padri della Chiesa, come dimostrano i passi di Ambrogio e Prudenzio; ma a partire dal XIV sec. sono sostituiti dalle Rivelazioni di santa Brigida. La nascita è accompagnata da altri episodi dell’infanzia di Gesù, come la mano inaridita della levatrice incredula e il bagno del Bambino, raffigurati alla metà del VI sec. nelle catacombe di San Valentino e subito dopo nella chiesa di Santa Maria di Castelseprio (foto sotto).

Foto Pdart.
La più antica raffigurazione che allude alla natività è del III sec. e si trova nelle catacombe di Priscilla; qui la Vergine è seduta con il Bambino in braccio mentre il profeta che le è accanto indica la stella, in riferimento al profeta Balaam: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24,17). Nelle catacombe di S. Sebastiano a Roma troviamo già una raffigurazione di Gesù Bambino posto in una cassa di legno e adorato da due animali, ma non vi è nessun’altra presenza, per cui non può essere considerata una vera e propria natività, quanto un riferimento a Isaia.
Il bue e l’asino, infatti, pur non essendo menzionati né da Luca, né da Matteo, sono sempre rappresentati nelle scene della natività, facendo riferimento ai testi apocrifi e a un trattato scritto da Origene intorno al 220, in cui l’autore rimanda alla profezia di Isaia 1,3: «Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». Origene ricollega questo brano alla nascita di Cristo, perché interpreta il bue, animale ritenuto puro, come simbolo degli ebrei e l’asino, ritenuto impuro, come simbolo dei pagani: solo questi ultimi sapranno riconoscere la greppia del loro padrone.
Sul coperchio di alcuni sarcofagi del IV sec. l’immagine essenziale di Gesù con i due animali può essere affiancata da uno o due pastori con la corta tunica romana legata in vita, il capo scoperto e il bastone curvo in cima, o anche da un profeta con un rotolo di pergamena. Maria, seduta su una pietra in disparte, appare solo se la scena è unita a quella dell’adorazione dei Magi e così pure la stella. Dal V sec. il profeta, e spesso anche il pastore, scompaiono per lasciare posto a Giuseppe seduto su un sasso dal lato opposto a Maria; è con il VI sec. che Maria diventa il secondo punto focale della composizione.
La vera e propria rappresentazione della natività compare molto tardi nell’arte cristiana: è il concilio di Efeso del 431 che, proclamando la divina maternità di Maria, dà inizio alla rappresentazione di questo tema. Fondamentale per il suo sviluppo è stata anche l’istituzione della festa del Natale il 25 dicembre, menzionata per la prima volta nella redazione della Depositio martyrum del 335, separandola dall’Epifania, e la costruzione nel 435, per volere di papa Sisto III, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma, di una cappella contenente le assicelle della mangiatoia e per questo detta « Sancta Maria ad Praesepe ». In seguito la rappresentazione di Greccio (1223) ne portò ovunque la diffusione.
In genere l’arte paleocristiana raffigura questo tema con tipi già esistenti nella tradizione greco-romana: Maria è adagiata su un fianco, con la testa velata e avvolta con un manto; Gesù è un putto fasciato deposto sulla mangiatoia sopra alla madre, su cui si affacciano il bue e l’asino adoranti; Giuseppe, un vecchio con una lunga barba e un’ampia toga raccolta su un braccio, siede da un lato, mentre dall’altro l’angelo in forma di vittoria alata appare ai pastori e in basso si trovano due levatrici che fanno il bagno a Gesù. Tra gli esempi più antichi e più interessanti, ci sono le ampolle di Monza del VII sec., in cui si vede la Vergine col Bambino al centro, mentre a destra e a sinistra sono raffigurati l’annuncio ai pastori e l’adorazione dei Magi.
Nelle icone bizantine, importanti per gli sviluppi delle immagini occidentali, il tema è rappresentato secondo uno schema fisso: nell’icona della natività di Andrei Rublev (XV sec.), ad esempio, la scena è dominata dalla montagna che si apre in una grotta, simbolo degli inferi. Maria è il roveto ardente che ha partorito Cristo, fasciato come un morto e deposto nella culla-sepolcro. L’asino e il bue rappresentano giudei e pagani; gli angeli (due che guardano verso il cielo e il terzo chino verso i pastori) la presenza della Trinità. Giuseppe viene tentato dal demone-pastore e le due levatrici rappresentano l’umanità incredula, su cui attenta vigila Maria. A sinistra i Magi che portano i doni al Bambino sono il segno che Cristo si è incarnato anche per gli stranieri e prefigurano le donne che portano aromi al sepolcro.
Nell’arte bizantina quindi la nascita di Cristo viene illustrata combinando le diverse scene della natività, dell’annuncio ai pastori e della venuta dei Magi, che in Occidente saranno oggetto di rappresentazioni distinte; Maria non appare più seduta su un trono come nelle raffigurazioni paleocristiane, ma distesa su un letto.
Fin dalle sue origini la natività presenta alcune componenti fisse: la fasciatura del Bambino, la mangiatoia, il bue e l’asino che, per il loro intrinseco valore simbolico, riceveranno una notevole attenzione, sia iconografica che letteraria. Già il vangelo di Luca intuisce numerose rispondenze tra l’episodio della natività e quello della deposizione di Cristo, individuando nelle fasce il simbolo della sepoltura. Una conferma di tale lettura si vede sia nella forte somiglianza iconografica esistente tra l’immagine del Bambino fasciato e quella consueta di Lazzaro avvolto nelle bende, sia nella particolarità di alcune scene della natività, dove la mangiatoia diviene simile a un vero e proprio sepolcro.
La mangiatoia, menzionata da Luca stesso come segno per riconoscere il Bambino, viene sostituita spesso con un tavolo, una cassa o una cesta di vimini. L’origine di quest’ultima è forse riconducibile al racconto del ritrovamento di Mosè in una cesta sulle acque, mentre nella variante del tavolo, solitamente coperto da un drappo, probabilmente è da vedere un altare, come a Chartres o a Klosterneuburg, secondo quanto suggeriscono alcuni passi di Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo e Ambrogio, che definiscono la mangiatoia «un altare simbolico» e Cristo come il «pane vivente». Una lampada sospesa al soffitto e delle tende semiaperte accentuano a Chartres la somiglianza fra la mangiatoia e un altare: Gesù è offerto all’adorazione dei fedeli come su un’ara; è già il Redentore, futura vittima di espiazione dei peccati dell’umanità.
Nel XII e XIII sec. i racconti della nascita di Cristo si arricchiscono poco a poco di dettagli. Senza dubbio ciò è una conseguenza delle pie leggende e degli allestimenti degli spettacoli natalizi che facevano parte della liturgia. Nella maggior parte dei casi Maria è raffigurata sdraiata, come nell’arte bizantina; raramente i cuscini bassi sui quali riposa sono sostituiti da un letto, come si vede nel bassorilievo del 1240 che faceva parte del coro della cattedrale di Chartres. Un dettaglio interessante di questa raffigurazione è dato dalla tenda che compare dietro l’immagine: probabilmente queste tende erano usate nel dramma liturgico per separare lo spazio della rappresentazione dagli arredi sacri. Questo bassorilievo presenta anche un’eccezione riguardo al legame affettivo tra Maria e il Bambino: nelle raffigurazioni precedenti è raro trovare indizi di quella che potremmo chiamare « tenerezza materna », ma a partire dal XII sec. questo aspetto ricevette, specialmente nel Nord Europa, una certa attenzione, dovuta al contributo dei primi mistici come Bernardo di Chiaravalle.

Foto Censi.
Un tema a sé stante, che ha conosciuto una complessa evoluzione iconografica, è l’adorazione dei Magi. La tradizione dice che le loro reliquie furono portate a Sant’Eustorgio, Milano (vedi l’altare, foto sopra), rubate dal Barbarossa nel 1164 e portate a Colonia, dove sono molto venerate. Le prime rappresentazioni sono molto semplici e vogliono sottolineare il carattere simbolico del viaggio dei Magi verso il Bambino; infatti comprendono solo la Madonna con il Bambino e i Magi. Gesù è un bambino di circa due anni, in piedi, vestito con una corta tunica, in atto di benedire o stendere le mani verso i presenti; a destra si pone la Madonna e talvolta c’è anche Giuseppe come nell’Ara di Ratchis di Cividale del Friuli (foto a sinistra). Nei primi secoli i Magi sono imberbi e hanno tutti e tre la stessa andatura veloce; sono vestiti con una corta tunica, un mantello ondeggiante, i pantaloni aderenti e il berretto frigio, come a Ravenna (foto sotto). Recano le offerte su un semplice piatto e le mani sono coperte da un lembo del mantello, segno di purezza e di rispetto secondo il cerimoniale imperiale romano. Al XV sec. si fa risalire la tendenza a fissare il colore degli abiti, avendo ogni colore un significato simbolico, ma molti altri sono gli elementi simbolici nel racconto dei Magi.
Fra essi la stella è sicuramente il principale e appare fin dal III secolo. La stella può avere la forma di un fiore, un rosone o un cerchio luminoso, ma può essere sostituita dalla testa di un cherubino o da un angelo in volo; a volte è il Bambino stesso a guidare i Magi o la mano divina. Il vangelo di Matteo non precisa quanti siano i Magi e il numero tre è fissato da Leone Magno nel V sec.: è il numero divino per eccellenza ed è scelto in funzione dei doni, che hanno un significato simbolico, così come illustrato già alla fine del II secolo da sant’Ireneo. Fin dal IV secolo è rappresentato un Magio inginocchiato, ma è solo alla fine del XIII secolo che si diffonde tale raffigurazione e diventa classica l’immagine del primo Magio inginocchiato, a capo scoperto in atto di deporre simbolicamente la corona ai piedi del Bambino, e del secondo che indica la stella al terzo. A partire da questo momento si parla di « Adorazione dei Magi » (cf M. Soranzo, « Siamo venuti per adorarlo » in VP 12/04, pp. 26-31).

Foto Censi.
Una delle innovazioni più importanti è la comparsa del Re nero in un’opera di Mantegna del 1464 (foto sotto), con riferimento ai Padri della Chiesa che vedevano nei tre Re i discendenti dei tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet; dal XV sec. in poi diventano, quindi, immagine dei tre continenti allora conosciuti: Melchiorre rappresenta l’Europa, Baldassarre l’Asia e Gaspare l’Africa. Intanto dall’XI sec. i Magi appaiono nell’iconografia come Re per la lettura di alcuni testi biblici menzionati dai Padri; Tertulliano è il primo a chiamarli « Re » accostando al testo di Matteo il Salmo 72: «I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte; i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni».

Foto Directmedia.
Dal XII sec. si precisa lo scenario dietro i personaggi: ma all’inizio c’è la roccia o la grotta, simbolo del legame tra cielo e terra che, pur restando in alcune rappresentazioni fino al Medioevo, viene generalmente sostituita da una specie di architettura, sia una tettoia o un portico, come nei dipinti gotici, o una struttura in legno incassata nella montagna come quella di Giotto agli Scrovegni o un semplice spiovente in stato di abbandono con grossi buchi nellapaglia che lo ricopre, come si può vedere fino al XV secolo. Gli artisti fecero a volte della mangiatoia una piccola costruzione simile a una versione ridotta della Chiesa della natività di Betlemme: una pianta a tre navate con una cappella ottagonale in corrispondenza dell’abside. La costruzione diviene poi sempre più complessa e talvolta un pavone, simbolo di immortalità, è appollaiato sul tetto (come nel quadro del Beato Angelico e Filippo Lippi, foto a destra). Le rovine o le ali di muro sbrecciate compaiono nei quadri alla fine del XV sec. (come in quello della cerchia di Bosch, foto a sinistra) e varie sono le interpretazioni: secondo i Padri della Chiesa le rovine sono il simbolo del vecchio mondo che crolla all’avvento di quello nuovo, segnato dalla nascita di Cristo.
Dal XVIII secolo si perde il calore devozionale per lasciare spazio al sentimentalismo. Con l’800 poi l’attenzione si sposta sulla fedeltà ambientale e sulla veridicità dei costumi più che sull’accentuazione del valore religioso.

Micaela Soranzo

Publié dans:ICONE (SULLE), immagini sacre |on 10 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

IO, PROTESTANTE CONVINTO DAL GESÙ DI PAPA BENEDETTO

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IO, PROTESTANTE CONVINTO DAL GESÙ DI PAPA BENEDETTO

Il nuovo libro del Papa Gesù di Nazaret non è un dono solo per i credenti. È un dono per tutte le persone in cerca della verità. Papa Benedetto è la voce cristiana più ascoltata in tutto il mondo. In questo libro non parla di un tema qualsiasi, bensì del centro della fede cristiana. Si tratta della figura di Gesù di Nazaret.
Il nuovo libro del Papa Gesù di Nazaret non è un dono solo per i credenti. È un dono per tutte le persone in cerca della verità. Papa Benedetto è la voce cristiana più ascoltata in tutto il mondo. In questo libro non parla di un tema qualsiasi, bensì del centro della fede cristiana. Si tratta della figura di Gesù di Nazaret.
E precisamente di due episodi nella sua vita in cui si decide se Gesù Cristo abbia un significato irrinunciabile anche per il XXI secolo. Al centro di questo secondo volume di Papa Benedetto sulla raffigurazione di Gesù vi sono la Croce e la Risurrezione. Nel libro del Papa su Gesù non si tratta, come lui stesso sottolinea, di una pubblicazione teologica. Questo libro non è stato preparato insieme a commissioni teologiche, il Papa qui presenta la sua personale descrizione di Gesù. In questo modo si è imbarcato senz’altro in un’impresa rischiosa.
Presentando il primo volume, il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn ha coniato un paragone: come l’apostolo Paolo ad Atene, il Papa ha osato andare all’agorà, sulla piazza del mercato delle opinioni contrastanti. Un’obiezione alla storicità delle parole dell’Ultima cena è che esse sarebbero impensabili in un contesto ebraico. Uno dei punti di forza del libro del Papa è la dimostrazione che proprio le affermazioni del Nuovo Testamento sulla morte di Gesù come espiazione del peccato dell’uomo diventano comprensibili solo con l’aiuto dell’Antico Testamento e della sua traduzione in ebraico antico. Anche qui si esprime una grande stima per l’ebraismo da parte del Papa, che a diritto ha trovato un’eco molto positiva nella stampa internazionale.
Fa parte di quei fenomeni difficili da comprendere il fatto che certi esegeti rilevino in modo particolare la devozione ebraica di Gesù, ma che al tempo stesso gli vogliano togliere quasi tutti i riferimenti alla Sacra Scrittura d’Israele. Ma questi riferimenti non si limitano a citazioni dirette. Le parole di Gesù sono intessute di allusioni all’Antico Testamento. Se le si volesse eliminare tutte, non rimarrebbe molto. Gesù ha vissuto nella Sacra Scrittura d’Israele, come tra l’altro anche il Papa. Non tutte le scoperte sui riferimenti all’Antico Testamento ha potuto desumerle dalla letteratura esegetica. Alcune cose derivano evidentemente da una meditazione sulle Sacre Scritture condotta durante tutta la vita.
Con il racconto evangelico della tentazione e della preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, Papa Benedetto chiarisce perché molte visioni non sono all’altezza di Gesù. Il Getsemani mostra Gesù, soprattutto nella raffigurazione del Vangelo di Luca (22,44) e della Lettera agli Ebrei (5,7-8), in tutta la sua vulnerabile e impaurita umanità. Tuttavia, il Padre celeste si aspetta da lui che beva «il calice» (Mc 14,36), che qui significa nel linguaggio dell’Antico Testamento l’ira distruttiva di Dio (Is 51,17). Ciò indica che Gesù deve essere più di un semplice uomo. Assolutamente di proposito l’evangelista Marco ha trasmesso proprio qui l’intima invocazione «Abbà, padre» nella sua forma semitica, così come si udì dalla bocca di Gesù. «Solo se Gesù è risorto, è accaduto veramente qualcosa di nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo.
Allora lui diventa il criterio su cui noi possiamo fare affidamento. Perché Dio si è mostrato davvero. Per questo nella nostra ricerca della figura di Gesù la Risurrezione è il punto decisivo. La risposta alla domanda se Gesù ‘era’ solamente oppure ‘è’ dipende dalla Risurrezione. Nel rispondere sì o no non si tratta di un singolo evento di fianco ad altri, bensì della figura di Gesù in quanto tale» (p. 202; pp. 212-3).
In questo ineludibile «aut aut» il Papa ha l’apostolo Paolo al suo fianco, che nella prima Lettera alla comunità di cristiani di Corinto scriveva: «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo». (1Cor 15,14-15). «Solo un avvenimento vero di qualità radicalmente nuova poteva rendere possibile la predica apostolica, non spiegabile con speculazioni o esperienze interiori mistiche. Essa vive nella sua audacia e novità dell’impeto di un accadimento che nessuno aveva inventato e che faceva saltare ogni immaginazione».

Publié dans:Papa Benedetto XVI, STUDI |on 10 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Madonna and Child with Saint Anne

 Madonna and Child with Saint Anne dans immagini sacre 640px-Ignoto_del_XV_secolo_Santa_Anna_Metterza_Boccioleto_Alpe_Seccio

http://en.wikipedia.org/wiki/Virgin_and_Child_with_Saint_Anne

Publié dans:immagini sacre |on 9 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

STORIA DI MARIA – 3) LA PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO

http://www.imary.it/storia_maria/presentazione_maria.asp

STORIA DI MARIA – 3) LA PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO

Gli anni dell’infanzia di Maria Santissima furono silenziosi, come la sua umiltà. Nulla ci dice la Sacra Scrittura. I cristiani, tuttavia, desideravano conoscere con maggiori dettagli la vita di Maria; e poiché i vangeli mantengono il silenzio fino al momento dell’Annunciazione, la pietà popolare, ispirandosi ad alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, elaborò ben presto alcuni racconti semplici, che poi saranno ripresi dall’arte, dalla poesia e dalla spiritualità cristiana.
Uno di questi episodi, forse il più significativo, è la Presentazione della Madonna al tempio. Maria è offerta a Dio dai suoi genitori, Gioacchino e Anna, nel Tempio di Gerusalemme. Come l’altra Anna, madre del profeta Samuele, che offrì suo figlio per il servizio di Dio a Silo, nella casa del Signore, dove si manifestava la sua gloria (cfr. 1 Sam 1, 21-28); nello stesso modo, anni dopo, Maria e Giuseppe avrebbero portato Gesù neonato al Tempio per presentarlo al Signore (cfr. Lc 2, 22-38).
A rigore, non esiste una storia di quegli anni della Madonna, salvo quello che la tradizione ci ha trasmesso. Il primo testo scritto che riferisce questo episodio – dal quale discendono le numerose testimonianze della tradizione successiva – è il Protovangelo di Giacomo, uno scritto apocrifo del II secolo. Apocrifo significa che non fa parte del canone dei libri ispirati da Dio; ma questo non esclude che alcuni di questi racconti contengano qualche elemento di verità. Infatti, privato di particolari probabilmente leggendari, la Chiesa ha incluso questo episodio nella liturgia: dapprima a Gerusalemme, dove nell’anno 543 fu dedicata la basilica di Santa Maria Nuova in ricordo della Presentazione; poi, nel XIV secolo la festa passò in occidente, dove la sua memoria liturgica fu fissata il 21 novembre.
Maria nel Tempio. Tutta la sua bellezza e la sua grazia – era ricolma di bellezza nell’anima e nel corpo – erano per il Signore. È questo il contenuto teologico della festa della Presentazione della Madonna. E in questo senso la liturgia applica a Lei alcune frasi dei libri sacri: Ho officiato nella tenda santa davanti a Lui, e così mi sono stabilita in Sion. Nella città amata mi ha fatto abitare; in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità (Sir 24, 10-12).
Come accadde a Gesù dopo la sua presentazione al Tempio, anche Maria continuerà a vivere con Gioacchino e Anna una vita normale. Dove Ella stava – soggetta ai genitori, crescendo sino a divenire donna -, là stava la piena di grazia (Lc 1, 28), con il cuore predisposto a un servizio completo a Dio e a tutti gli uomini per amore di Dio.
La Madonna maturava davanti a Dio e davanti agli uomini. Nessuno notò nulla di straordinario nel suo comportamento, anche se, indubbiamente, si faceva notare da quanti le stavano attorno, perché la santità attrae sempre; ancor più nel caso della Tutta Santa. Era una ragazza sorridente, che lavorava, sempre unita a Dio; accanto a Lei tutti si sentivano a loro agio. Ella, nei momenti dedicati alla preghiera, poiché conosceva bene la Sacra Scrittura, avrà ripassato ripetutamente le profezie che annunciavano l’avvento del Salvatore. Le avrà fatte proprie, oggetto della sua riflessione, argomento delle sue conversazioni. Questa ricchezza interiore sarebbe traboccata poi nel Magnificat, il meraviglioso inno che pronunciò dopo aver udito il saluto della cugina Elisabetta.
Tutto nella Vergine Maria era orientato verso la Santissima Umanità di Cristo, il vero Tempio di Dio. La festa della sua Presentazione è l’espressione dell’appartenenza esclusiva della Madonna a Dio, la completa dedicazione della sua anima e del suo corpo al mistero della salvezza, che è il mistero dell’avvicinamento del Creatore alla creatura.
Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell’Ermon. Sono cresciuta come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura; sono cresciuta come un platano (Sir 24, 13-14). Santa Maria ha fatto sì che intorno a Lei fiorisse l’amore di Dio. Lo fece senza essere notata, perché le sue opere erano cose di tutti i giorni, cose piccole piene d’amore.

P. Loarte

Publié dans:Maria Vergine |on 9 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

SUL MISTERO DELLA CONOSCENZA

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SUL MISTERO DELLA CONOSCENZA

dell’archimandrita Justin Popovic

L’uomo è sempre stato affascinato dai principi fondamentali – la vita, la morte, l’origine del mondo – e le sue scoperte in altri campi della conoscenza gli hanno dato fiducia a supporre che un giorno anche questi misteri cederanno alla forza del suo intelletto. Tanto orgoglio della mente, tuttavia, non può che portare lontano dalla verità, che, secondo la dottrina Ortodossa, è lo scopo e il fondamento di ogni vera conoscenza. Come è acquisita tale conoscenza? Presentiamo qui parte di un saggio più esteso* del celebre teologo Serbo di beata memoria, l’Archimandrita Justin Popovic (†1979), in cui egli distilla gli scritti di Sant’Isacco il Siro sulla teologia ortodossa della conoscenza. In sintesi, spiega perché la comprensione dell’uomo è diventata buia a causa del peccato, a causa dell’unione con il male, è diventata incapace di vera conoscenza. L’uomo può giungere a questa conoscenza solo quando la sua anima (la sede della comprensione), è guarita. Ciò è reso possibile mediante le virtù, e la virtù principale in questo processo di riparazione è la fede. “Attraverso la fede, la mente, che in precedenza era dispersa tra le passioni, è concentrata, liberata dalla sensualità, e dotata di pace e d’umiltà di pensiero… È con l’ascesi della fede che l’uomo vince l’egoismo, passa oltre i limiti di sé, ed entra in una nuova realtà trascendente che trascende anche la soggettività”. In sezioni distinte, padre Justin discute la preghiera, l’umiltà, l’amore e la grazia, tutte le necessarie compagne della fede, prima di guidare il lettore nel “Mistero della conoscenza”.
Secondo l’insegnamento di sant’Isacco il Siro, ci sono due tipi di conoscenza: quella che precede la fede e quella che nasce dalla fede. La prima è la conoscenza naturale e coinvolge il discernimento del bene e del male. L’ultima è la conoscenza spirituale, ed è “la percezione dei misteri”, “la percezione di ciò che è nascosto”, “la contemplazione dell’invisibile”.
Ci sono anche due tipi di fede: la prima passa attraverso l’ascolto e viene confermata e dimostrata dalla seconda, “la fede della contemplazione”, “la fede che si basa su ciò che è stato visto”. Al fine di acquisire la conoscenza spirituale, un uomo deve prima essere liberato dalla conoscenza naturale. Questa è l’opera della fede. È attraverso l’ascesi della fede che finalmente viene all’uomo questo “potere sconosciuto” che lo rende capace di conoscenza spirituale. Se un uomo si lascia catturare nella rete della conoscenza naturale, è più difficile per lui, liberarsi da essa più che scrollarsi di dosso catene di ferro, e la sua vita è vissuta “sul filo di una spada”.
Quando un uomo comincia a seguire il cammino della fede, egli deve mettere da parte una volta per tutte i suoi vecchi metodi di conoscenza, perché la fede ha i propri metodi. Allora la conoscenza naturale cessa e la conoscenza spirituale prende il suo posto. La conoscenza naturale è contraria alla fede, a ciò che è in rapporto alla fede, e a tutto ciò che viene dalla fede, è “la distruzione delle leggi della conoscenza”, anche se non spirituale, ma della conoscenza naturale.
La caratteristica principale della conoscenza naturale è il suo approccio mediante verifica e sperimentazione. Questo è di per sé “un segno di incertezza circa la verità”. La fede, al contrario, segue una via pura e semplice del pensiero che è lontana da ogni artificio e verifica metodica. Questi due percorsi conducono in direzioni opposte. La casa della fede è “pensieri ingenui e semplicità di cuore”, per essa si dice, “glorificare Dio nella semplicità del cuore” (cfr. Col. 3,22), e: Se non vi convertite e non diventate come bambini, voi non potrete entrare nel Regno dei cieli (Mt 18,3). La conoscenza naturale si contrappone sia alla semplicità di cuore che alla semplicità di pensiero. Questa conoscenza funziona solo entro i limiti della natura, “ma la fede ha il suo cammino al di là della natura”.
Quanto più l’uomo si dedica alle vie della conoscenza naturale, tanto più egli è preso dalla paura e tanto meno può liberarsi da essa. Ma se si segue la fede, egli viene immediatamente liberato e “come un figlio di Dio, ha il potere di disporre liberamente di tutte le cose”. “L’uomo che ama questa fede agisce come Dio nell’uso di tutte le cose create”, perché alla fede è attribuito il potere di “essere come Dio, nel fare una nuova creazione”. Così sta scritto: “Tu lo desideri, e tutte le cose sono presentate davanti a te” (cfr. Gb 23,13). La fede può spesso “produrre tutte le cose dal nulla”, mentre la conoscenza non può fare nulla “senza l’aiuto della materia”. La conoscenza non ha alcun potere sulla natura, ma la fede ha tale potere. Armati di fede, uomini sono entrati nel fuoco e hanno spento le fiamme, senza essere toccati da esse. Altri hanno camminato sulle acque come sulla terraferma. Tutte queste cose sono “al di là della natura”; vanno contro le modalità di conoscenza naturale e rivelano la vanità di tali modalità. La fede “si muove incirca al di sopra della natura”. Le vie della conoscenza naturale hanno regolato il mondo per più di 5000 anni, e l’uomo non è riuscito a “sollevare lo sguardo dalla terra e capire la potenza del suo Creatore” fino a quando “la nostra fede sorse e ci liberò dalle ombre delle opere di questo mondo” e da una mente frammentata. Chi ha fede “non mancherà di nulla”, e, quando non ha niente, “possiede tutte le cose della fede”, come è scritto: Qualunque cosa voi chiederete con la preghiera, credendo, le riceverete (Mt 21,22), e anche, Il Signore è vicino; non siate in ansia per nulla (Fil 4,6).
Le leggi naturali non esistono per la fede. Sant’Isacco sottolinea ciò molto intensamente: Tutto è possibile a chi crede (Mc 9,23), perché con Dio nulla è impossibile… Andare al di là dei limiti della natura ed entrare nel regno del soprannaturale è considerato contro natura, come qualcosa di irrazionale e impossibile… Tuttavia, questa conoscenza naturale, secondo sant’Isacco, non è colpevole. Non è da respingere. È solo che la fede è superiore a quello che essa è. Questa conoscenza deve essere condannata soltanto finché, attraverso i vari mezzi che utilizza, essa si rivolta contro la fede. Ma quando questa conoscenza “si unisce con la fede, diventando una con lei, rivestendosi nei suoi ardenti pensieri”, quando “acquisisce le ali dell’impassibilità”, allora, utilizzando mezzi diversi da quelli naturali, sale dalla terra “nel regno del suo Creatore”, nel soprannaturale. Questa conoscenza è allora completata dalla fede e riceve il potere di “salire agli eccelsi”, percepire chi è al di là di ogni percezione e di “vedere la luminosità che è incomprensibile per la mente e la conoscenza degli esseri creati”. La conoscenza è il livello da cui l’uomo si innalza ai vertici della fede. Quando raggiunge queste vette, non ha più bisogno di essa – perché è scritto: noi conosciamo in parte, ma quando ciò che è perfetto è venuto, allora ciò che è solo in parte deve essere abolito (I Cor. 13,9-10). La fede ci rivela ora la verità della perfezione, come se fosse davanti ai nostri occhi. È con la fede che noi impariamo ciò che è oltre la nostra comprensione, impariamo dalla fede e non dalla investigazione e dal potere della conoscenza.
Ci sono tre modi in cui la conoscenza spirituale, sale e scende, e con cui si muove e cambia. Questi sono il corpo, l’anima e lo spirito… Al suo livello più basso, la conoscenza, “segue i desideri della carne”, relativi a sé, con la ricchezza, la vanagloria, l’abbigliamento, il riposo del corpo, e la ricerca della sapienza razionale. Questa conoscenza inventa le arti e le scienze e tutto ciò che adorna il corpo in questo mondo visibile. Ma in tutto questo, tale conoscenza è contraria alla fede. È nota come “mera conoscenza, perché è priva di ogni pensiero del divino e, con il suo carattere materiale, porta alla mente una debolezza irrazionale, perché in essa la mente è sopraffatta dal corpo e la sua preoccupazione è tutta per le cose di questo mondo”. È gonfia e piena di orgoglio, poiché per ogni opera buona fa riferimento a se stessa e non a Dio. Ciò che l’Apostolo ha detto, la conoscenza gonfia (I Cor 8,1), è stato detto ovviamente di questa conoscenza, che non è collegata con la fede e la speranza in Dio, e non della vera conoscenza.
La fede presenta un nuovo modo di pensare, attraverso il quale viene effettuato il lavoro di conoscenza nell’uomo credente. Questo nuovo modo di pensare è l’umiltà… È con l’umiltà che l’intelletto è guarito e fatto completo… L’uomo umile è la fonte dei misteri della nuova età.
La vera, spirituale conoscenza, collegata con l’umiltà, porta alla perfezione l’anima di coloro che la hanno acquisita, come si vede in Mosè, Davide, Isaia, Pietro, Paolo, e tutti coloro che, entro i limiti della natura umana, sono stati stimati degni di questa conoscenza perfetta. Con loro, la conoscenza è sempre immersa nel considerare le cose sconosciute a questo mondo, nelle rivelazioni divine e nella contemplazione delle cose eccelse e spirituali e degli ineffabili misteri. Ai loro occhi, le loro anime sono polvere e cenere. La conoscenza che viene dalla carne è criticata dai cristiani, che la vedono in contrapposizione non solo alla fede, ma ad ogni atto di virtù.
Non è difficile vedere che in questo primo e più basso grado di conoscenza di cui parla sant’Isacco è inclusa la quasi totalità della filosofia europea, dal realismo ingenuo all’idealismo – e tutta la scienza dall’atomismo di Democrito alla relatività di Einstein.
Dal primo e più basso grado della conoscenza, l’uomo si muove verso il secondo, quando si comincia, sia nell’anima che nel corpo la pratica delle virtù: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, la lettura della Sacra Scrittura, la lotta con le passioni, e così via. Ogni opera buona, ogni disposizione bella dell’anima in questo secondo grado di conoscenza, è iniziato ed eseguito dal Santo Spirito, attraverso il lavoro di questa conoscenza particolare. Al cuore sono mostrate le vie che conducono alla fede, anche se questa conoscenza rimane “corporea e composita”.
Il terzo grado della conoscenza è quello della perfezione. “Quando la conoscenza si innalza al di sopra della terra e della cura delle cose terrene e comincia ad esaminare il suo interno ed i propri pensieri nascosti, disprezzando ciò da cui il male delle passioni sgorga e sorge fino a seguire la via della fede nella sollecitudine affinché ‘venga’ l’innalzamento…”.
È molto difficile, e spesso impossibile, esprimere a parole il mistero e la natura della conoscenza. Nel regno del pensiero umano, non esiste una definizione pronta che può spiegarla completamente. Sant’Isacco offre, dunque, diverse definizioni di conoscenza. Egli è continuamente esercitato in questa materia, e il problema sta come un punto interrogativo che brucia davanti agli occhi di questo santo asceta. Il santo presenta risposte dalla sua ricca e beata esperienza, realizzata attraverso una lunga e dura ascesi. Ma la più profonda, e, a mio parere la più esauriente risposta che l’uomo può dare a questa domanda è quella data da sant’Isacco sotto forma di un dialogo:
Domanda: Cos’è la conoscenza?
Risposta: La percezione della vita eterna.
Domanda: E che cosa è la vita eterna?
Risposta: Percepire tutte le cose in Dio. Perché l’amore viene attraverso la comprensione, e la conoscenza di Dio è sovrana su tutti i desideri. Al cuore che riceve questa conoscenza ogni delizia che esiste sulla terra è superflua, perché non c’è nulla che possa confrontare con il piacere della conoscenza di Dio.
La conoscenza è quindi la vittoria sulla morte, il collegamento di questa vita con la vita immortale e l’unione dell’uomo con Dio. L’atto stesso di conoscenza tocca l’immortale, perché è dalla conoscenza che l’uomo passa oltre i limiti del soggettivo ed entra nel regno del trans-soggettivo. E quando l’oggetto trans-soggettivo è Dio, il mistero della conoscenza diventa il mistero dei misteri e l’enigma degli enigmi. Tale conoscenza è un ordito mistico tessuto sul telaio dell’anima dall’uomo che si è unito a Dio.
Per l’umana conoscenza, il problema più importante è quello della verità. La conoscenza reca in sé un richiamo irresistibile verso l’infinito mistero, e questa fame di verità che è istintiva alla conoscenza umana non è mai soddisfatta finché l’eterna ed assoluta Verità stessa non diventa la sostanza della conoscenza umana fino a quando la conoscenza, nella sua auto-percezione, non acquisisce la percezione di Dio, e nella sua conoscenza di sé stessa giunge alla conoscenza di Dio. Ma questo è dato all’uomo solo da Cristo, il Dio-Uomo, egli che è la sola incarnazione e personificazione della verità eterna nel mondo della realtà umana. Quando un uomo ha ricevuto il Dio-Uomo in se stesso, come l’anima della sua anima e la vita della sua vita, allora quell’uomo è costantemente riempito con la conoscenza della verità eterna…
È l’uomo che restaura e trasforma i suoi organi di conoscenza attraverso la pratica delle virtù che giunge alla percezione e alla conoscenza della verità. Per lui la fede e la conoscenza, e tutto ciò che va con loro, sono un tutto indivisibile e organico. Esse adempiono e sono adempiute dall’una all’altra, e ciascuna conferma e sostiene l’altra. “La luce della mente partorisce la fede”, dice sant’Isacco, “e la fede dà alla luce la consolazione della speranza, mentre la speranza fortifica il cuore. La fede è l’illuminazione della comprensione. La fede, che bagna la comprensione nella luce, libera l’uomo dall’orgoglio e dal dubbio, ed è conosciuta come ‘la conoscenza e la manifestazione della verità’”.
La santa conoscenza viene da una vita santa, ma l’orgoglio scurisce quella santa conoscenza. La luce della verità, aumenta e diminuisce in base al modo di vivere dell’uomo. Tentazioni terribili si abbattono su coloro che cercano di vivere una vita spirituale. L’asceta della fede deve quindi passare attraverso grandi sofferenze e disgrazie, al fine di venire a conoscenza della verità.
Una mente turbata e pensieri caotici sono il frutto di una vita disordinata, e questi oscurano l’anima. Quando le passioni sono guidate dall’anima con l’aiuto delle virtù, quando “la cortina delle passioni è tirata indietro dagli occhi della mente”, allora l’intelletto può percepire la gloria dell’altro mondo. L’anima si sviluppa per mezzo delle virtù, la mente è confermata nella verità e diventa incrollabile, “cinta per incontrare e uccidere ogni passione”. La libertà dalle passioni è determinata dalla crocifissione sia dell’intelletto che della carne. Questo rende un uomo capace di contemplare Dio. L’intelletto è crocifisso quando i pensieri impuri sono spinti fuori di esso, e il corpo, quando le passioni sono sradicate. “Un corpo che è dato del tutto al piacere non può essere la dimora della conoscenza di Dio”.
La vera conoscenza “la rivelazione dei misteri” è raggiunta per mezzo della virtù, e questa è “la conoscenza che salva”.

Tradotto per Tradizione Cristiana da E. M. ottobre 2009

Publié dans:meditazioni, Ortodossia |on 9 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Nascita della Vergine, Notre-Dame Cathedral, Paris

Nascita della Vergine, Notre-Dame Cathedral, Paris dans immagini sacre birth_v

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Publié dans:immagini sacre |on 8 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

NATIVITÀ DI MARIA COMMENTI DAI PADRI ORIENTALI E DAI PADRI OCCIDENTALI

http://digilander.libero.it/mariaoggi/natmaria.htm

NATIVITÀ DI MARIA COMMENTI DAI PADRI ORIENTALI E DAI PADRI OCCIDENTALI

Commenti teologici-spirituali alla festa

DAI PADRI ORIENTALI
La nascita di Maria è l’inizio della nostra divinizzazione.
Oggi il grande seno della verginità viene svelato, e la Chiesa è cinta nuzialmente con l’inviolabile perla della vera incorruttibilità. Oggi la genuina nobiltà degli uomini riceve di nuovo il dono della prima divinizzazione e ritorna a se stessa; la natura generata, rimanendo unita alla Madre del Bello, riceve come impronta ottima e divinissima quel fulgore di bellezza che l’ignobiltà della malizia aveva oscurato; l’impronta diventa propriamente nuova chiamata; la nuova chiamata diventa divinizzazione, e questa a sua volta assimilazione all’antica condizione. Oggi la sterile è scoperta come madre al di là di ogni speranza, e a sua volta la Madre di un Figlio senza padre, derivando da lombi infecondi, rende sante le generazioni della natura. Oggi è stata colorata la splendente tintura della porpora divina, e la miseranda natura degli uomini si è rivestita della dignità regale. Oggi il rampollo davidico è germogliato secondo le profezie (cf. Is 11, 1), esso che è detto verga sempre verdeggiante di Aronne (cf. Nm 17, 23; Eb 9, 4) e ha fatto fiorire per noi la verga della potenza, il Cristo.
Oggi da Giuda e da Davide proviene una vergine fanciulla, che delinea il volto del regno e del sacerdozio di colui che fu sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek <e non> di Aronne (cf. Eb 5ss.). Oggi la grazia, avendo imbiancato il mistico efod del divino sacerdozio (cf. Es 28, 6ss.; 29, 5), lo ha tessuto figurativamente con il seme discendente da Levi: e Dio arrossò la porpora divina con il sangue discendente da Davide. Insomma, per dirla in breve: oggi comincia la rigenerazione della nostra natura; e il mondo invecchiato, ricevendo una formazione divinissima, accoglie gli inizi di una seconda creazione da parte di Dio. Infatti, dopo che la prima formazione dell’uomo fu operata con la terra pura e incontaminata, invece la natura cancellò 1a sua dignità congenita: e si spogliò della grazia, mediante quella caduta della disobbedienza per la quale noi fummo scacciati dal luogo della vita. La natura scambiò il godimento del paradiso con la vita caduca – a guisa di un’eredità paterna giunta fino a noi -, e da essa nacque la morte e la conseguente rovina della stirpe: e quindi, poiché tutti avevano preferito il luogo di quaggiù a quello di lassù, ogni speranza di salvezza fu tolta e la natura aveva bisogno dell’aiuto supremo. Per la guarigione della malattia non valeva nessuna legge, né naturale né scritta, nessuna parola ardente e conciliatrice di profeti, nessuno che potesse rialzare la natura umana, nessun mezzo con cui essa fosse ricondotta alla primitiva nobiltà, né presto né facilmente. Ma a questo punto Dio, supremo artefice di tutte le cose, ritenne opportuno presentare – per così dire – con una nuova compiutezza un mondo di recente formazione e del tutto armonico, arrestando l’epidemia del peccato che da lungo tempo era scoppiata e da cui era venuta la morte: e così, anche, gli piacque di mostrare a noi una vita in qualche modo nuova, libera e realmente incrollabile, a noi cioè che siamo stati rigenerati dal battesimo della figliolanza divina (cf. Rm 8, 16ss). (Andrea di Creta, Testi Mariani, vol. 2, ed. Cittanuova)

DAI PADRI OCCIDENTALI: SERMONE SULLA NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA
La nascita dalla Vergine Maria rientra nel provvidenziale piano divino della salvezza
l. La Natività della beatissima e intemerata Madre di Dio, fratelli carissimi, giustamente reca agli uomini una straordinaria e particolare gioia, perché essa costituisce l’esordio di tutta la storia della salvezza umana. Infatti l’onnipotente Iddio, come, prima di divenire uomo, con l’ineffabile sguardo della sua provvidenza aveva previsto che l’uomo sarebbe perito per mezzo della diabolica macchinazione, così nel profondo della sua immensa pietà aveva progettato prima dei secoli il piano della redenzione dell’uomo.
E nell’imperscrutabile disegno della sua sapienza Dio stabilì non solo il modo e l’ordine della redenzione, ma predefinì anche il tempo preciso della sua attuazione. Ora, come era impossibile che il genere umano potesse essere redento senza che il Figlio di Dio nascesse dalla Vergine, così era altrettanto indispensabile che la Vergine nascesse, affinché da lei il Verbo assumesse la carne.
La Vergine ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo. In Maria la Chiesa diventa sposa di Cristo
2. Occorreva cioè prima edificare la casa nella quale il Re del cielo sarebbe disceso e avrebbe accettato di essere ospitato. Di questa casa Salomone dice: «La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne» (Prov 9, 1). Infatti questa casa verginale è sostenuta da sette colonne, perché la venerabile Madre di Dio ha ricevuto i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio (Is 11, 2). E certamente la Sapienza, che si estende da un confine all’altro con forza e governa con eccellente bontà ogni cosa (Sap 8, 1), l’ha costruita così affinché ella fosse degna di accoglierla e di generarla dalle viscere della sua intemerata carne.
Per prima era necessario edificare la stanza nuziale, affinché fosse idonea a ricevere lo Sposo che veniva per sposare la santa Chiesa. A lui infatti Davide, esultante nello spirito, intona un epitalamio, dicendo: «Il Signore esce come sposo dalla stanza nuziale» (Sal 18, 5).
Giustamente allora oggi il mondo intero esulta di una gioia che si è riversata dovunque; giustamente tutta quanta la Chiesa, poiché nasce la madre del suo sposo, alterna le lodi e per la gioia intona un canto. Esultiamo, dunque carissimi, in questo giorno nel quale, mentre veneriamo la nascita della Vergine, celebriamo anche l’inizio di tutte le festività del Nuovo Testamento. (S. Pier Damiani, Testi Mariani, vol 3, ed. Cittanuova).

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA – 8 SETTEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21450

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA – 8 SETTEMBRE

Questa celebrazione, che ricalca sul Cristo le prerogative della Madre, è stata introdotta dal papa Sergio I (sec VII) nel solco della tradizione orientale. La natività della Vergine è strettamente legata alla venuta del Messia, come promessa, preparazione e frutto della salvezza. Aurora che precede il sole di giustizia, Maria preannunzia a tutto il mondo la gioia del Salvatore. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Festa della Natività della Beata Vergine Maria, nata dalla discendenza di Abramo, della tribù di Giuda, della stirpe del re Davide, dalla quale è nato il Figlio di Dio fatto uomo per opera dello Spirito Santo per liberare gli uomini dall’antica schiavitù del peccato.

Nella data odierna le chiese d’Oriente e d’Occidente celebrano la nascita di Maria, la madre del Signore. La fonte prima che racconta l’evento è il cosiddetto Protovangelo di Giacomo secondo il quale Maria nacque a Gerusalemme nella casa di Gioacchino ed Anna. Qui nel IV secolo venne edificata la basilica di sant’Anna e nel giorno della sua dedicazione veniva celebrata la natività della Madre di Dio. La festa si estese poi a Costantinopoli e fu introdotta in occidente da Sergio I, un papa di origine siriana. «Quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati»: Dante sembra quasi parafrasare il versetto di san Paolo quando definisce Maria «termine fisso d’eterno consiglio».
Dall’eternità, Il Padre opera per la preparazione della Tuttasanta, di Colei che doveva divenire la madre del Figlio suo, il tempio dello Spirito Santo. La geneaologia di Gesù proposta dal Vangelo di Matteo culmina nell’espressione «Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo». Con Maria, dunque, è venuta l’ora del Davide definitivo, della instaurazione piena del regno di Dio. Con la sua nascita inoltre prende forma il grembo offerto dall’umanità a Dio perché si compia l’incarnazione del Verbo nella storia degli uomini. Maria bambina infine è anche immagine dell’umanità nuova, quella da cui il Figlio suo toglierà il cuore di pietra per donarle un cuore di carne che accolga in docilità i precetti di Dio.
Onorando la natività della Madre di Dio si va al vero significato e il fine di questo evento che è l’incarnazione del Verbo. Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio ». E’ questo del resto il motivo per cui di Maria soltanto (oltre che di S. Giovanni Battista e naturalmente di Cristo) non si festeggia unicamente la  » nascita al cielo « , come avviene per gli altri santi, ma anche la venuta in questo mondo. In realtà, il meraviglioso di questa nascita non è in ciò che narrano con dovizia di particolari e con ingenuità gli apocrifi, ma piuttosto nel significativo passo innanzi che Dio fa nell’attuazione del suo eterno disegno d’amore. Per questo la festa odierna è stata celebrata con lodi magnifiche da molti santi Padri, che hanno attinto alla loro conoscenza della Bibbia e alla loro sensibilità e ardore poetico. Leggiamo qualche espressione del secondo Sermone sulla Natività di Maria di S. Pier Damiani: “Dio onnipotente, prima che l’uomo cadesse, previde la sua caduta e decise, prima dei secoli, l’umana redenzione. Decise dunque di incarnarsi in Maria”.
« Oggi è il giorno in cui Dio comincia a mettere in pratica il suo piano eterno, poiché era necessario che si costruisse la casa, prima che il Re scendesse ad abitarla. Casa bella, poiché, se la Sapienza si costruì una casa con sette colonne lavorate, questo palazzo di Maria poggia sui sette doni dello Spirito Santo. Salomone celebrò in modo solennissimo l’inaugurazione di un tempio di pietra. Come celebreremo la nascita di Maria, tempio del Verbo incarnato? In quel giorno la gloria di Dio scese sul tempio di Gerusalemme sotto forma di nube, che lo oscurò. Il Signore che fa brillare il sole nei cieli, per la sua dimora tra noi ha scelto l’oscurità (1 Re 8,10-12), disse Salomone nella sua orazione a Dio. Questo nuovo tempio si vedrà riempito dallo stesso Dio, che viene per essere la luce delle genti.
« Alle tenebre del gentilesimo e alla mancanza di fede dei Giudei, rappresentate dal tempio di Salomone, succede il giorno luminoso nel tempio di Maria. E’ giusto, dunque, cantare questo giorno e Colei che nasce in esso ».

Publié dans:feste di Maria |on 8 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

GiovannI Paolo II e Madre Teresa di Calcutta

 GiovannI Paolo II e Madre Teresa di Calcutta dans immagini sacre madre_teresa_papa

http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=35285

Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA GIOVANNI PAOLO II E MADRE TERESA DI CALCUTTA (M. 5 SETTEMBRE)

http://www.moscati.com/Ital3/SA_GPaolo2_MTC.html

PAPA GIOVANNI PAOLO II E MADRE TERESA DI CALCUTTA (M. 5 SETTEMBRE)

Esempi di vera missione apostolica

Sonia Andreoli

L’Immagine di Cristo sofferente
Il Papa Giovanni Paolo II ha lasciato un « segno » nella storia, non solo in chi crede in Dio, o in chi è cattolico convinto, ma anche in chi l’ha apprezzato come uomo « coerente » con le sue idee e la sua scelta di fede. Il suo lungo pontificato ha dato testimonianza del suo reale voler seguire Cristo in tutto, e questo si evidenzia anche nel precedente corso della sua esistenza, di cui si è tanto parlato grazie ai media.
Il particolare che ha indotto molti a riflettere è come sia stato apprezzato anche dai non credenti o dagli appartenenti ad altre religioni: chiunque l’abbia anche solo guardato non poteva non percepire in lui una particolare « luce » che traspariva non solo dal suo sguardo, ma da ogni suo gesto.
Ognuno di noi ha in sè una « scintilla divina », ma figure come Giovanni Paolo II – o come Madre Teresa di Calcutta – si sono resi talmente strumenti di Dio da far sì che quella « scintilla » divenisse sempre più grande, visibile, feconda. Questo ha permesso, e ancora permette a noi che consideriamo la loro vita, di comprendere e si può dire « toccare con mano » che il Signore ha un « grande progetto » per ognuno di noi. Dio attende e desidera solo che liberamente gli apriamo la porta del nostro cuore…
Se impariamo a considerare i santi, o chi si sforza di tendere alla santità tramite una vita vissuta nell’amore di Dio e nel servizio del prossimo, non come « esseri speciali » o dotati di qualche « potere straordinario », ma come nostri fratelli, che hanno la stessa nostra natura, non ci daremmo comode « attenuanti » quando non riusciamo a seguire il loro esempio.
Si tende sempre a voler evitare la sofferenza, a leggerla come una condanna, e spesso ci si accosta alla preghiera, e si chiede l’intercessione dei santi, solo per esserne « risparmiati ». Chi di noi può considerarsi immune dal pensiero di domandare a Dio che ci risparmi i mali fisici…?! In quanto creature umane siamo limitate e fragili, ma proprio per questo è necessario nutrire – con la grazia di Dio – una salda Fede, che ci consenta, dopo aver detto come Gesù nel Getsemani di « allontanare da noi il calice amaro », di ricordare come anche allora Gesù si affidò nelle mani del Padre, accettando la dolorissima passione e la ignominosa morte…
Quando si è indotti erroneamente a pensare: « Sì, ma Lui era il Figlio di Dio… noi siamo invece dei semplici esseri umani… », è il momento di ricordare che Gesù, avendo anche la natura umana oltre quella divina, ha sofferto pene indicibili come accadrebbe per ognuno di noi nella stessa situazione, con la differenza che l’ha patito per amor nostro ed offrendosi a subire quel martirio per la nostra salvezza…
I miracoli che più « colpiscono » l’opinione pubblica sono le guarigioni miracolose. Queste ovviamente rivestono un ruolo importante, però sono « segni » di un orizzonte più vasto che solo lo Spirito Santo ci permette di scorgere… Tornando a considerare la figura di Papa Giovanni Paolo II, possiamo pensare: se la Vergine Maria ha deviato il proiettile che avrebbe dovuto indurlo alla morte fisica, non avrebbe anche potuto evitargli le innumerevoli altre patologie che l’hanno condotto a lasciare questa dimensione terrena dopo tanto patire…? Sicuramente sì…
Ma evidentemente non era quella la missione che il Signore aveva affidato a questo grande Papa: Giovanni Paolo II doveva rappresentare sulla terra anche l’immagine del volto di Cristo sofferente… Come evitare di notare la sofferenza del non poter riuscire a parlare nei suoi « ultimi tempi » trascorsi qui tra noi? Era stato sempre un uomo molto attivo, ma alla fine si è trovato costretto all’invalidità… Ma la « luce » che sempre lo aveva accompagnato non appariva certo « spenta », anzi: dal suo sguardo traspariva un grande amore, quello stesso amore che non era altro che il « riflesso » della sua consacrazione a Cristo e del sul « affidamento » a Maria Santissima, espresso dal suo « motto »: « Totus tuus ».
E’ dal vero amore verso Dio che deriva quella forza « positiva » che spinge ad amare gli altri, anche quando ci sembrano tanto diversi da noi. Molti hanno apprezzato il perdono che ha concesso a colui che lo poteva uccidere, ma non ci si dovrebbe sorprendere: come si può seguire Cristo senza applicare nella propria vita i suoi insegnamenti…? E’ lo stesso criterio che si dovrebbe applicare nella preghiera: è facile lodare Dio quando tutto « scorre » secondo i nostri voleri, anzi, forse, in questo caso ci si dimentica anche di ringraziarlo; invece è più semplice – e frequente! – « addossargli » la colpa dei nostri malcontenti, non comprendendo che non sempre i nostri « disegni » corrispondono ai Suoi e che spesso quello che può sembrare un male alla fine non lo è ma si rivela anzi una grazia.
Quanti di noi hanno attestato di essere « grati » di aver avuto alcune malattie perchè li hanno resi meno « ciechi »…? Talvolta proprio quello che in apparenza potrebbe sembrare un « lungo calvario » porta con sè una gran luce… Papa Giovanni Paolo II non si è tirato indietro dinanzi all’accettazione del suo « calvario personale », dandoci così una grande testimonianza di come si debba servire il Signore in tutte le circostanze e corrispondere sempre al suo amore, ricordando che su questa terra siamo solo di passaggio e che tutte le nostre sofferenze, se offerte a Lui, contribuiranno a farci « conquistare » il vero premio… la vera Vita dove non ci sarà più posto nè per il dolore nè per le malattie.
Questa dovrebbe essere la meta di ogni cristiano, e dovrebbe esserci d’aiuto per non sentirci sconfortati nei periodi « bui », ricordando che il Signore non ci abbandona mai, né è sordo alle nostre richieste di aiuto. Anzi, siamo noi che, talvolta, non comprendiamo fino a che punto ci ama e, presi dalle « faccende quotidiane » non ascoltiamo la Sua voce.
Servire il Signore, farsi suoi strumenti attivi, vedere la propria vita come una vera « missione », non è certo esclusiva di pochi, non è riservato solo a chi fa parte di ordini religiosi… Questa chiamata è infatti valida per tutti, e quando si incontra Cristo nella propria vita non si può evitare di seguirlo…

Madre Teresa di Calcutta: una vita spesa per il prossimo
Cosa accomuna la figura del Papa Giovanni Paolo II con la « piccola » grande Madre Teresa di Calcutta…? Entrambi hanno tratto la loro forza dalla Fede, dalla contemplazione meditativa di Dio, seguita dal dedicare la loro esistenza al bene del prossimo,e per « prossimo » hanno inteso prorio tutti: Madre Teresa, coadiuvata dalle sue consorelle, non domandava ai suoi « pazienti », cioè ai tanti malati che curava amorevolmente, quale fosse il loro « credo », ma si dedicava a tutti amorevolmente solo perchè erano creature di Dio.
Anche S.Francesco ebbe inizialmente delle reticenze dinanzi al lebbroso… Abbiamo sempre la nostra parte « umana » che reclama i suoi diritti, che è sensibile ai « cattivi odori », soggetta ad avere simpatie ed antipatie… Ma sentendoci forti nella nostra « debolezza », come dice S.Paolo, e cioè traendo la nostra forza solo da Colui che ce la può donare, si possono superare tanti limiti umani…
Ci fu chi criticò Madre Teresa quando seppe che aveva incontrato la Principessa Diana, ma lei, con il solito suo umorismo, rispose di non aver visto la « principessa » Diana, bensì, l’infelice Diana… Ecco un altro dono dello Spirito Santo: questo poter « leggere » nei cuori e vedere « al di là dei comuni occhi di carne », per poter regalare amore a chi si sente triste e sta facendo un cammino privo della luce divina.
Chi avrebbe potuto immaginare che una donna tanto profonda ed altruista provasse « aridità » spirituale e sentisse Dio come lontano da lei…? Eppure i suoi scritti ci confermano che era così, però nonostante questo ha continuato per anni ad amare e servire il Signore, non diminuendo le ore trascorse in contemplazione ed in preghiera.
Si racconta che – per attestare l’importanza che dava all’adorazione del Santissimo – quando accompagnò all’uscio un sacerdote che aveva detto, durante una catechesi fatta a lei ed alle sue consorelle, che non era « indispensabile » inginocchiarsi dinanzi al Santissimo, ma poteva bastare un semplice inchino, Madre Teresa gli disse come non fosse « indispensabile » che lui ritornasse da loro…
Le suore dell’ordine di Madre Teresa fanno sempre « coesistere » il loro apostolato con una vita contemplativa molto intensa, dando testimonianza di come non ci si possa « scusare » di pregare poco dietro la banale attenuante della mancanza di tempo: è ben noto come queste religiose impieghino il tempo prodigandosi nell’assistenza ai bisognosi, eppure non dimenticano mai Chi deve avere la supremazia su tutto: il Signore…!

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II, S - BEATI |on 5 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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