Archive pour le 25 septembre, 2014

Gesù e i bambini

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ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

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ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

Il biblista Don Luciano Sole propone alcune considerazioni sul seguente brano di Marco, dove Gesù parla del regno di Dio. Mettiamoci in atteggiamento di profonda risonanza nel cuore.

Dal Vangelo secondo Marco
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva,imponendo le mani su di loro.
(Mc10,13-16 )

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Vediamo che cosa voglia dire Gesù con questa frase : » chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
Innanzitutto cosa è il regno di Dio? Quando noi sentiamo parlare del regno di Dio pensiamo subito al Paradiso; certo il regno di Dio è anche ciò che noi possiamo immaginare del paradiso, ma il regno di Dio, è Dio stesso che si manifesta in tutta la sua onnipotenza, il suo amore, la sua salvezza, il suo perdono. Questo è il regno di Dio, poi certo, in pienezza, sarà il paradiso. Quindi è il presentarsi di Dio che richiede da parte dell’uomo un’accoglienza di Dio, di Dio che ti ama, di Dio che ti parla, di Dio che ti salva, di Dio che ti viene incontro. Questo regno di Dio si manifesta poi nella persona di Gesù Cristo in tutta la sua verità, in tutto il suo amore in quell’Ostia consacrata che non è altro che Gesù che si offre. Questo è il regno di Dio!
Qui Egli dice, prima ancora di entrare in questo regno, di accoglierlo, e per accoglierlo bisogna avere il cuore libero, aperto, disponibile, non indurito. Perché si tratta di un dono meraviglioso che il Signore ci offre nel regno, pertanto ogni altra cosa passa in secondo piano rispetto a questo dono meraviglioso che il Signore ci fa del suo amore e della sua grazia.
Gesù poi parla di appartenenza: a chi è come loro appartiene il regno di Dio », cioè una volta che si accoglie l’amore sconfinato di Dio, questo amore ti appartiene, ne diventi il proprietario, diventi colui che custodisce il regno, lo fa proprio perché gli appartiene, gli è stato dato. Pertanto Dio, con il suo infinito amore, mandando Gesù, ti si offre e ne diventi veramente il proprietario.
Però qui Gesù specifica quale deve essere il comportamento dell’uomo « come i bambini », parla ai grandi e dice “come i bambini” parla agli adulti che cacciavano i bambini, magari erano anche gli apostoli che li sgridavano, mentre Gesù li richiama e dice agli adulti di stare attenti e di imitare i bambini. A volte uno pensa “i bambini sono innocenti” , ma non è vero i bambini sono anche cattivi, dispettosi, non sono educati. Non è che Gesù vuole mettere in evidenza l’aspetto dell’innocenza , vuole invece mettere in evidenza un altro aspetto del bambino ossia quello, egli è che nella vita non ha ancora realizzato niente, non ha un curriculum, non ha meriti, non ha prodotto qualche cosa di importante a tal punto di meritare il regno di Dio. Anche colui che diventerà un grande musicista o un grande poeta o scienziato, quando è bambino è uguale a ogni altro, non ha ancora realizzato nulla nella vita, pertanto ha bisogno di tutti, e accogliendo il regno deve accoglierlo nella sua profonda piccolezza.
Questo è il primo atteggiamento, poi c’è l’atteggiamento profondo che tocca l’animo del bambino il quale ha bisogno di tutti, prima dei genitori, dei maestri, di tutori, ossia è in mano ad altri, cioè da solo non può sopravvivere.
Così deve essere l’atteggiamento del cristiano, del piccolo, che ha continuamente bisogno del sostegno degli altri, soprattutto del sostegno di Dio; e questo è proprio l’atteggiamento che Gesù vuol mettere in evidenza. Per questo prende i bambini, li accarezza, li benedice, perché sono esposti ad ogni realtà, anche negativa, ed hanno bisogno di essere protetti, assistiti. Pertanto colui che è come questo bambino, che ha questi atteggiamenti, può accogliere veramente il regno.
Poi c’è una frase stranissima perché Gesù dice: a chi è come un bambino appartiene il regno. Ora se il Regno è pensato come un grande tesoro, come si fa a darlo in mano ad un bambino?! Sembra strano, il più povero, il meno indicato, diventa il più ricco, ha il regno di Dio a sua disposizione . E allora ogni giorno attinge: attinge all’amore di Dio, alla verità di Dio, al Suo sostegno. Certo Dio si serve della Madonna, degli angeli, dei santi, si serve di tutto ciò che comporta il manifestarsi del regno per cui dopo di che non bisogna avere il cuore indurito. Gesù parla del cuor indurito…che cos’è il cuore? Non è solo la sede degli affetti, è anche la sede della mente, del pensiero, delle decisioni, delle volontà. Il cuore non deve essere sclerotico, duro, come una pietra, ottuso, indurito, al punto che non si lascia muovere da Dio, dal suo amore. Il bambino non ha il cuore indurito, è più facile che sia l’adulto ad avere un cuore indurito, non più duttile, difficile da modellare. Dio vuole modellare il nostro cuore per renderlo santo.

DON LUCIANO SOLE

GESÙ TRA LA BELLEZZA E IL DOLORE – di Joseph Ratzinger

http://www.jesus1.it/Pages/it_gesu_riflessioni.aspx?arg=110&rec=586

GESÙ TRA LA BELLEZZA E IL DOLORE

di Joseph Ratzinger (La Repubblica, 10 marzo 2004)

Ogni anno, nella liturgia delle ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che s’incontra nei vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, una accanto all’altra, rincorrono due antifone – una per il tempo di Quaresima, l’altra per la settimana Santa – che introducono il salmo 44, offrendone però una chiave interpretativa del tutto contrapposta.
E’ il salmo che descrive le nozze del re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia ». La Chiesa, ovviamente, legge questo salmo come espressione poetica/profetica del rapporto sponsale di Cristo con la sua Chiesa. Riconoscere Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra significa l’intima bellezza della sua parola, significa la gloria del suo annuncio.
Non è dunque la bellezza esteriore del Redentore a essere glorificata: ciò che si manifesta in lui è invece la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, l’eros (la « sacra Passione ») che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama. Ma il lunedì della Settimana santa la Chiesa cambia l’antifona, invitandoci a leggere il medesimo salmo alla luce di Isaia 53,2: « Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore ».
Come si conciliano le due visioni? Il « più bello » tra i figli degli uomini è tanto misero d’aspetto che nemmeno lo si vuole vedere. Pilato lo mostra alla folla: Ecce homo! Cerca di suscitare un po’ di pietà verso quell’essere maltrattato e percosso orami privo di ogni esteriore bellezza. Riferendosi al contenuto dei due testi citati, Agostino parla di « due trombe » che suonano in contrasto tra loro, eppure i loro suoni provengono da un medesimo soffio, dal medesimo Spirito. Nel paradosso egli vede contrapposizione, ma non contraddizione. Unico è infatti lo Spirito che suscita la Scrittura, traendone però differenti note e ponendoci proprio in questo modo di fronte alla perfezione della Bellezza e della Verità in sé.
Chi crede in Dio, nel Dio che proprio nelle sembianze alterate del Crocifisso si manifestato come amore « sino alla fine » (Gv 13,1), sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente apprende anche che la bellezza della verità include offesa, dolore e persino l’oscuro mistero della morte. Bellezza e verità possono rinvenirsi soltanto nell’accettazione del dolore, e non nel suo rifiuto.
Di recente, da molte parti è stato detto che dopo Auschwitz non sarebbe più possibile fare poesia né tanto meno parlare di un Dio di bontà. Dove si era nascosto Dio quando funzionavano i forni crematori? Una simile contestazione – per la quale del resto di davano motivi sufficienti, assai prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia – significa, in ogni caso, che un concetto assolutamente armonioso del bello non è sufficiente, non essendo in grado di reggere il confronto con la gravità della messa in discussione di Dio, della Verità, della Bellezza. Né può bastare il socratico dio Apollo, considerato da Platone il garante dell’imperturbabile bellezza « veramente divina ».
Non resta dunque che tornare alle « due trombe » della Bibbia da cui avevamo preso le mosse, cioè al paradosso di Cristo, del quale si può dire « Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo … », ma anche « Non ha bellezza né apparenza…un volto sfigurato dal dolore ». Nella passione di Cristo, l’estetica greca – ammirevole per il suo presunto contatto con il divino, che tuttavia rimane indicibile – non viene recuperata, ma è del tutto superata. L’esperienza del bello riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la « Bellezza in sé » si è lasciato percuotere sul volto, coprire di sputi, incoronare di spine: la sacra Sindone di Torino ci racconta tutto in maniera toccante. Ma proprio in quel volto sfigurato appare l’autentica, estrema Bellezza dell’Amore che ama « sino alla fine », mostrandosi così più forte di ogni menzogna e violenza. Soltanto chi sa cogliere questa bellezza comprende che proprio la verità, e non la menzogna, è l’estrema « affermazione » del mondo. E’ semplicemente un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come « unica verità », quasi che al di fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra.
Soltanto l’icona del Crocifisso è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente. Ma ad un condizione: che assieme a Lui ci lasciamo ferire, fidandoci di quell’Amore che non esita a svestirsi della bellezza esteriore, per annunciare proprio in questo modo la Verità della Bellezza.
La menzogna conosce anche un altro stratagemma: la bellezza ingannevole e falsa, quella bellezza che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessi, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere. E’ di questo genere di bellezza che parla la Genesi: Eva vide che il frutto dell’albero era « buono da mangiare e seducente per gli occhi… » (Gn 3,6). La bellezza, così come la donna la sperimenta, risveglia in lei il desiderio del possesso, la fa ripiegare su sé stessa.
Con notevole frequenza amo citare Dostoevskij:  » La bellezza ti salverà ». Ma il più delle volte si dimentica che il grande autore russo pensa alla bellezza redentivi di Cristo. Occorre imparare a « vedere » Cristo. Non basta conoscerlo semplicemente a parole; bisogna lasciarsi colpire dal dardo della sua bellezza paradossale: così avviene la vera conoscenza, attraverso l’incontro personale con la Bellezza della verità che salva.

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