Archive pour le 22 septembre, 2014

San Matteo (sito interessante)

San Matteo (sito interessante) dans immagini sacre 16-07

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IN ATTESA DELL’ ULTIMO AMEN

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IN ATTESA DELL’ ULTIMO AMEN

17 agosto 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

Samuel Beckett, in Aspettando Godot, narra la storia di due mendicanti in attesa di un certo Godot dal quale sperano una serena e definitiva sistemazione. Quanto a Godot, però, non sanno né chi sia né il luogo né la data dell’appuntamento. I due consumano il tempo aspettando. Improvvisamente arriva un ragazzo con un messaggio in cui Godot annuncia il suo arrivo per l’indomani. Il giorno dopo arriva lo stesso messaggio: domani verrà. È un domani, però, senza luogo, senza giorno e senza ora. E così i mendicanti aspettano quell’incontro che mai avverrà.
Ogni attesa esige sempre l’incontro dell’atteso che viene:

Oracolo sul Silenzio.
Da Seir mi si grida:
”Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?”.
La sentinella risponde:
“Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
ravvedetevi, venite!” (Is 21,11-12).

Siamo ai tempi di Isaia alla fine del secolo VIII a.C.. Gli abitanti della regione di Edom, alleati dei Filistei e sconfitti da Sargon, subiscono a loro volta il giogo assiro e perciò interrogano il profeta circa la fine di quel drammatico periodo di sofferenza. Alla domanda, espressa metaforicamente, Isaia risponde in maniera piuttosto enigmatica. In quell’enigma c’è la risposta che apre il cuore alla speranza: il mattino si farà ancora aspettare perché la notte non è ancora terminata. La speranza verrà e dissiperà la tenebra dell’angoscioso disagio.
Qualcuno dice che Samuel Beckett va piangendo da tempo la morte di Dio, vale a dire, la morte della parola. Godot, che i misteriosi viandanti aspettano sotto un albero spoglio e stecchito, in un’ora e in un luogo senza storia, parlando con un non-senso, invoca ancora la parola. La parola, quando è pensata e comunicata, porta sempre a quella luce che è dentro l’uomo.
Ci sono parole per progettare e parole per commerciare, parole per costruire e parole per intuire, parole per esaltare e parole per distruggere, parole per lodare e parole per imprecare, parole per cantare e parole per filosofare, parole che conducono all’arcano incantesimo e parole che servono come espansione sonora.
Amo l’energia redentrice della parola appassionata che trascina, cattura e coinvolge in quel processo di abbraccio estatico che aiuta a scoprire l’uomo che pensa, spera e ama. La parola è la dote tipica dell’uomo che lo distingue dalle altre creature. La parola è dono divino offerto all’uomo per “dare il nome” alle creature e ai sentimenti. La parola, che cerca il senso della vita, accende l’amore tra gli uomini.
La parola muore quando si spegne l’uomo, perché muore il pensiero e si spegne l’uomo interiore. Qual è la parola più appassionata che dona speranza di vita ed energia d’amore alle nostre parole? Quella parola “invocata e attesa” non è il flatus vocis del vuoto mutismo, della vana attesa o della mancata promessa. La parola “invocata e attesa” è una Persona: il Logos Fos!

Una voce…! Il mio Diletto!
Eccolo viene saltando sui monti,
balzando sulle colline…
Parla il mio amato e mi dice:
“Alzati, mia amata,
mia bella e vieni!
Ecco, l’inverno è passato,
la pioggia è cessata…
I fiori rispuntano sulla terra…
Il fico emette le sue gemme,
le viti in fiore esalano profumo.
Alzati, mia amata, mia bella e vieni!
O mia colomba che ti annidi nelle fenditure della roccia
e negli anfratti dei dirupi,
fammi vedere il tuo viso,
fammi sentire la tua voce
perché la tua voce è soave
e il tuo viso affascinante” (Ct 2,8-14).

Cristo, l’invocato e l’atteso dalla sua diletta Chiesa-Sposa, è lo Sposo amato che viene e rimane, arriva e canta la bellezza della Sposa. E la Sposa risponde col canto di bellezza dello Sposo.
Se l’attesa è impazienza d’incontro, l’incontro è amore che ammira e si dona. Chi smette d’attendere e d’ammirare cessa d’amare. Il Logos Fos è ansia di luce che muove ogni cuore umano verso una vita più piena, un amore più grande, una libertà più autentica e vera.
Dov’è il Verbo-Luce atteso, sperato, venuto? Dov’è il Cristo veniente, vivente e presente? Egli è presente nelle Sante Scritture, nella Divina Eucaristia, nella Chiesa, suo Corpo e sua Sposa! Quella Chiesa che crede in Lui con amore appassionato e che coltiva sogni di pace e di concordia, di bellezza e di verità. Quella Chiesa che cerca, con cuore umile e assetato d’amore, le ragioni della speranza sui sentieri del Logos Agape. E cerca sapendo che Egli è sempre presente in tutte quelle realtà viventi di cui il Verbo è il cuore, l’anima e l’ardore più intenso. È presente nei cuori che cercano l’incontro che avverrà, in Lui e con Lui, Pellegrino senza frontiere, nei cieli nuovi e nella terra nuova della celeste Gerusalemme (cf. SC 7).
Profondamente coinvolta nell’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, Maria non può non partecipare allo stesso modo alla sua risurrezione. Maria Assunta in cielo è il simbolo più alto e più vero dell’accoglienza e del traguardo della redenzione umana. Lei, che viene chiamata, con un’espressione molto significativa, «l’icona escatologica della Chiesa», ci assicura che il credente non attende invano qualcuno che non verrà mai. L’Assunzione della Vergine, che sorge dalla risurrezione di Cristo, la fa apparire come primizia e immagine della Chiesa (cf 1Cor 15,20-26). Presso il trono della Gloria c’è l’umiltà regale di Maria. Non attendiamo invano Colui che è venuto e ci ha promesso che verrà quando saremo sciolti dal tempo e dai suoi confini nell’evento della morte. Mentre attendiamo, Egli continua a restare con noi nel Mistero della sua Presenza sacramentale. Gesù non è né il lontano né l’assente, ma il “Presente” in un “oggi” che non ha tramonto.
C’è una domanda che, di eco in eco, si è ripetuta attraverso i secoli e che si continua a ripetere: Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro? (Mt 11,3). E si vedono cristiani smarriti e senza speranza che hanno perduto la fiducia nel Cristo e nel cristianesimo. Forse perché un certo tipo di cristianesimo ha smarrito Cristo, facendo di Cristo un evanescente fantasma? E Giovanni, nel deserto della storia, continua a gridare: In mezzo a voi sta Uno che voi non conoscete; e finché non lo si incontra, non lo si conosce e non lo si riconosce, non si avrà mai la gioia piena dell’incontro d’amore con Lui. La felice sublimità che nasce dal rapporto cor ad cor con il Verbo Incarnato è libertà di armonie raggiunte, serenità di bufere domate, quiete di torturanti enigmi risolti. L’evangelista Giovanni ha sentito nascere dentro di sé la vera gioia quando ha fatto esperienza ineffabile e personale di essere amico dello Sposo: Sposo è colui che ha la sposa, ma l’amico dello Sposo sta lì e l’ascolta, trasalisce di gioia alla voce dello sposo: ora questa mia gioia si è compiuta (Gv 3,29). La gioia dell’incontro riposa nel mare placido e sconfinato della fiducia in Colui che è venuto e che attendiamo con cuore trepido per partecipare al Banchetto di Nozze dell’Agnello.
Cristo morto e risorto è la nostra salvezza! Ha condiviso il suo trionfo con la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, simboleggiato dalla Donna vestita di sole dell’Apocalisse. Essa è la Sposa di Dio: partorisce nel dolore perché il popolo è peccatore, ma partorisce il Messia. Contro il popolo e il Messia si erge il drago, Satana. Cristo si sottrae al suo potere con la gloriosa risurrezione. La Chiesa, rifugiata nel deserto, affida la sua sorte soltanto a Dio, ed è sicura così che, alla fine, il suo Signore trionferà. La Vergine Madre è l’immagine vivente del popolo di Dio. Come esso, ha vissuto la prova della fede, il silenzio del deserto, la contraddizione della croce; ora è anche l’immagine gloriosa del futuro promesso ai figli di Dio.
Per san Paolo, il grande cantore della più incantevole Parusia, l’incontro ultimo sarà anche l’epilogo supremo di tutta la creazione, la quale, in ansiosa attesa, anela alla manifestazione gloriosa dei figli di Dio (cf Rm 8,19). L’attesa e il ritorno finale di Gesù esploderanno nel fremito di gioia che avvolgerà e travolgerà cielo e terra, Creatore e creature. L’attesa, che ebbe inizio nel Fiat creatore, s’immergerà nell’oceano dell’Amore glorificato, e i figli di Dio, in concorde polifonia, risponderanno col canto dell’ultima antifona della Santa Scrittura: Amen, Vieni, Signore Gesù! (Ap 22,20).

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BENEDETTO XVI : SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060830_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 agosto 2006

SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.
Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano … non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo – “poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.

 

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