Archive pour le 19 septembre, 2014

I lavoratori della vigna, Matteo 20, 1-16

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Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

ISAIA 55,6-9 – (prima lettura di domenica, commento biblico)

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2055,6-9

ISAIA 55,6-9

6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. 7 L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona.
8 Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie — oracolo del Signore. 9 Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

COMMENTO
Isaia 55,6-9
La ricerca di Dio
Nella seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55), opera di un profeta anonimo chiamato Deuteroisaia, si preannunzia e si prepara il ritorno nella loro terra dei giudei esiliati in Babilonia (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Quest’ultimo capitolo si divide in tre parti: 1) il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5); 2) l’efficacia della parola di JHWH (vv. 6-11); 3) Rinnovamento di tutte le cose (vv. 12-13). Il testo liturgico riprende la prima metà della seconda parte di questo capitolo. Essa inizia con un’esortazione generale alla ricerca di Dio (v. 6), che diventa poi un invito alla conversione (v. 7), seguito da una motivazione di carattere teologico (vv. 8-9).
Il testo liturgico inizia con queste parole: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (v. 6). Il tema del «ricercare» (darash) Dio nasce dalla consuetudine diffusa in tutte le religioni di visitare il santuario di una divinità per poterla incontrare nella statua che la rappresenta e ottenere da essa doni e grazie. L’incontro con la statua era l’occasione di una forte esperienza religiosa. Anche in Israele il termine indicava originariamente la visita al santuario di JHWH per richiedere una responso per mezzo di un oracolo (cfr. Dt 17,9;). Il termine assume però altre connotazioni, quali l’essere fedeli a Dio (cfr. Os 10,12; Am 5,4.6; Is 9,12), pregarlo (cfr. Sal 69,23-24; 105,4), compiere la sua volontà (cfr. Is 31,1; Ger 10,21). In questo contesto l’invito a ricercare Dio è parallelo a quello di invocarlo e ha come motivazione il fatto che egli si fa trovare, è vicino. Rivolto agli esuli, questo invito ha lo scopo di renderli attenti alla presenza di Dio nella storia e disponibili lasciarsi coinvolgere nella sua azione, che sta per configurarsi in un intervento risolutivo a loro favore, la liberazione e il ritorno nella loro terra.
L’esigenza di cercare Dio comporta quindi un impegno preciso: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (v. 7). Il termine «empio» (rasha‘), in parallelismo con «uomo iniquo» (îsh awen) indica colui che non si preoccupa di compiere il volere di Dio nella sua vita quotidiana. In questo contesto indica quei giudei che si erano stabiliti nella terra d’esilio integrandosi nella società in cui si trovavano senza più pensare alla possibilità di un ritorno nella loro terra. L’empio e l’iniquo sono invitati ad abbandonare rispettivamente la loro via e i loro pensieri. Per la legge del parallelismo i due termini sono equivalenti; ma le «vie» sono piuttosto i comportamenti pratici, mentre «pensieri» indicano più direttamente i propositi e i progetti che ne sono la causa. Secondo la mentalità biblica pensieri e azione sono intimamente collegati: per trasformare la prassi è indispensabile mutare la mentalità, il cuore delle persone. Positivamente l’empio è invitato a «ritornare» (shûb) a Dio. Questo verbo indica la «conversione», che consiste in un cambiamento di rotta per ritornare sul proprio cammino e incontrare nuovamente JHWH. Per colui che è andato fuori strada non è facile convertirsi, soprattutto se sussiste l’immagine di un Dio vendicativo e crudele. Perciò il profeta sottolinea che JHWH è un Dio misericordioso e disponibile al perdono. Per colui che si è allontanato un gesto radicale di cambiamento è possibile solo se è sicuro di ottenere il perdono.
Per cogliere fino in fondo la misericordia infinita di Dio bisogna superare la tendenza spontanea a immaginare Dio con categorie umane. È questo il problema di ogni pratica religiosa. Il profeta lo affronta in questi termini: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (vv. 8-9). Anche Dio ha i suoi pensieri e le sue vie, ma sia gli uni che le altre sono totalmente diversi da quelli dell’uomo. I pensieri di Dio sono i suoi progetti in favore del cosmo e dell’uomo. Le sue vie sono i suoi interventi nella storia. Ciò che Dio pensa e per cui agisce è solo la salvezza del suo popolo e in prospettiva di tutta l’umanità. I pensieri e le vie di Dio non solo sono diversi, ma «sovrastano» quelli dell’uomo, sono più alti di essi come è più alto il cielo rispetto alla terra. I piani di Dio sono quindi sconosciuti all’uomo, e questo non solo perché Dio è un Dio misterioso (cfr Is 45,15), ma anche e soprattutto perché l’uomo è rivolto alle cose che gli interessano, mentre Dio cerca il vero bene di tutti. Dio progetta e dirige la storia in un modo superiore e sovrano. L’esilio e il ritorno lo rivelano a quelli che sanno comprendere.

Linee interpretative
In questo testo il Deuterosisaia presenta Dio da una parte come Colui che è immensamente superiore all’uomo, che ha pensieri e comportamenti diametralmente opposti ai suoi. D’altra parte però lo presenta anche come Colui che è vicino e si lascia trovare dall’uomo. In forza della sua trascendenza, Dio non può essere definito, perché inevitabilmente sarebbe ridotto a categorie umane. Di lui si può dire con più sicurezza quello che non è che non quello che è. Tutto quanto si dice di Lui non può essere che una metafora, un’analogia totalmente inadeguata al suo vero essere. Tuttavia questo Dio inaccessibile si fa vicino all’uomo e gli parla attraverso gli eventi della storia, interpretati dai suoi profeti. Costoro sono persone che hanno una percezione più diretta e immediata del divino così come si manifesta nel mondo e nella storia. La loro parola è luce e guida per tutto il popolo, specialmente nei momenti più cruciali, come è quello del ritorno dall’esilio. Coloro a cui si rivolgono devono ascoltarli: ciò non li esime però da una ricerca personale, senza della quale non potranno discernere i veri dai falsi profeti.
Nel contesto biblico la ricerca di Dio non consiste in una riflessione astratta circa la sua natura e i suoi attributi, ma piuttosto in una «conversione» vissuta, che si esplica nell’impegno quotidiano per vivere secondo i suoi comandamenti. Nella prospettiva profetica questi non coincidono con le numerose prescrizioni della legge mosaica, ma in quello che ne è il fondamento, il decalogo. L’empio non è colui che rifiuta a Dio gesti esterni di culto, ma colui che gli nega il vero sacrificio di lode. Per trovare Dio gli israeliti devono anzitutto instaurare rapporti autentici di giustizia e di solidarietà tra di loro. L’amore del prossimo, mediante il quale si ricostituisce l’unità del popolo, sta alla base di una vera conversione e rappresenta il primo effetto dell’intervento di Dio e la condizione indispensabile perché esso giunga a compimento.

21 SETTEMBRE 2014 | 25A DOMENICA A – LECTIO DIVINA : MT 20,1-16

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/25a-Domenica-A/03-25a-Domenica-A-2014-JB.htm

21 SETTEMBRE 2014 | 25A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : MT 20,1-16

Ordinariamente coloro che non credono in Dio, atei o agnostici, non trovano molta difficoltà a relazionarsi con Lui: semplicemente non lo fanno. È a noi che crediamo – curioso – ci risulta più penoso affermare l’esistenza di Dio e la sua bontà, non potendo negare la realtà del male ed il trionfo dell’ingiustizia. Credere in Dio non risulta facile al credente. Ma la cosa peggiore è che le difficoltà più comuni ce li creiamo noi stessi, o perché ci immaginiamo che Dio è come lo vogliamo o perché non ci impegniamo a non accettarlo come Lui è. Sarebbe più logico smettere di credere in Dio che continuare a crearci un Dio a nostra immagine e misura: più facile sarebbe che pensassimo che Dio non esista piuttosto di immaginarcelo come deve essere. L’avvertenza ce l’ha fatta Gesù nel vangelo; converrebbe prenderla sul serio.
1″ Il regno dei cieli somiglia ad un proprietario che all’alba uscì ad assumere braccianti per la sua vigna. 2Dopo essersi accordato con essi per un denaro a giornata, li mandò nella vigna.
3 Uscì un’altra volta verso le nove del mattino, ne vide ad altri che stavano nella piazza senza lavoro, 4e disse loro: « Andate anche voi nella mia vigna, e vi pagherò il dovuto. »
5 Essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno ed a metà pomeriggio e fece la stessa cosa. 6Uscì verso sera e ne trovò altri, oziosi, e disse loro: « Come è che state qui tutto il giorno senza lavorare? »
7 Gli risposero:
« Nessuno ci ha contrattati. » Egli disse loro: « Andate anche voi nella mia vigna. »
8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore:
« Chiama i braccianti e paga loro la giornata, incominciando dagli ultimi e finendo coi primi. »
9 Vennero quelli dall’imbrunire e ricevettero ciascuno un denaro.
10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più, ma anche essi ricevettero un denaro per ognuno. 11Allora si misero a protestare contro il padrone:
12″Questi ultimi hanno lavorato solo un’ora, e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso del giorno e l’afa. »
13 Egli replicò ad uno di essi:
« Amico, non ti faccio nessuna ingiustizia. Non ci siamo accordati per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Io voglio dare a quest’ultimo come a te.
15 Non sono libero di fare quello che voglio delle mie cose? 0 tu hai invidia perché io sono buono? »
16 Così, gli ultimi saranno i primi ed i primi gli ultimi. »
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Con questa parabola che ha i suoi discepoli come unici destinatari, Gesù chiude un’istruzione sulla sequela e la sua ricompensa (Mt 19,16-30). Pietro aveva domandato che cosa dovevano sperare coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo (Mt 19,27). Dopo avere promesso loro il centuplo di quello che avevano abbandonato e la vita eterna, Gesù concluse con una frase enigmatica, la stessa con la quale chiuderà dopo la parabola: i primi saranno ultimi, e gli ultimi i primi. Questa sorprendente affermazione è la chiave per trovare il senso della parabola.
Nell’immagine della vigna gli uditori di Gesù poterono riconoscere facilmente un’allusione al popolo di Dio (Is 5,1-7). Ma la parabola non tratta di una vigna, bensì del suo proprietario; egli è il protagonista assoluto del racconto. Al narratore non gli interessano le attenzioni che riceve la vigna, bensì l’impegno del suo padrone nel lavorarla: la vigna è il posto dove invia i suoi salariati. In realtà, la narrazione è un dialogo tra il padrone della vigna e gli operai che sono inviati da lui, nella cornice di una giornata di lavoro. Il comportamento del proprietario sembra, ma non è, logico: esce a tutte le ore cercando operai; finché ha la sua vigna da lavorare, non può permettere pigri seduti nelle piazze. Bisogna notare che solo coi primi operai, quelli che lavorarono dall’alba, il padrone strinse un accordo per la giornata. Che incominci a pagare gli ultimi e conceda loro lo stipendio dei primi potrebbe essere una rarità; si trasforma in evidente ‘ingiustizia’, quando tutti ricevono la stessa paga. Il padrone è ‘giusto’ coi primi e ‘buono’ con gli ultimi. Chi non lo capisce e non gli mancano buone ragioni per non comprenderlo è invidioso della generosità del padrone. La disuguaglianza nel trattamento dei suoi braccianti scopre che il signore della vigna paga non secondo lo sforzo ma bensì perché tutti hanno lavorato, poco o molto, nella sua vigna. Il Dio di Gesù non soddisfa chi spera di più perché ha lavorato di più. La sua libertà e la sua bontà si manifestano quando paga allo stesso modo chiunque sia stato inviato da lui a lavorare nella sua vigna. Non è il lavoro, dunque, bensì l’obbedienza alla missione quello che conta per lui. Per questo motivo, non c’è preferenza coi primi: gli ultimi operai avranno identico salario.
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Parlando ai suoi discepoli del regno di Dio, Gesù propose loro il sorprendente comportamento del proprietario di una vigna che invitò a lavorarla per un giorno chiunque trovò ozioso, e che pagò a tutti i braccianti di quel giorno lo stesso salario, senza considerare che non tutti avevano lavorato lo stesso tempo. La parabola dei braccianti spiega una delle leggi, tanto insolita come ‘ingiusta’, del comportamento di Dio. Come il proprietario che passa il giorno assumendo braccianti, Dio non smette di invitare perché si lavori nel suo regno finché dura il giorno. Non contratta nessuno promettendo il salario dovuto, perché è ovvio che lo pagherà. Ma è provocante che non tenga in conto la durezza del lavoro dei primi e la scarsità di sforzi degli ultimi: stima di più che abbiano risposto al suo invito che il lavo. Oltre ad ingiusta, la sua decisione è di cattivo gusto; e la protesta dei primi è più che logica.
Nell’atteggiamento inusuale del proprietario sta il messaggio della parabola: se Dio vuole essere buono con tutti, non valgono né privilegi né meriti alla sua presenza; che dia a tutti allo stesso modo non può essere giusto, ma è buono, precisamente perché glielo dà a chi meno lo merita. Davanti al Dio di Gesù chi si crede con dei diritti, si vedrà confuso, ‘picchiato.’ Dio non è giusto per essere buono con pochi: è buono con tutti, perché concede i suoi doni senza fare attenzione allo sforzo. Fare obiezioni al suo comportamento implicherebbe circoscrivere la sua bontà. Bisognerà accettare Dio come Egli vuole essere.
Potrebbe sembrarci bene che un atteggiamento tanto insolito sia solo un racconto, un’altra parabola di Gesù: nessuno di noi smette di vedere la tremenda ingiustizia che sarebbe il trattare allo stesso modo tutti i lavoratori. E, tuttavia, Gesù arrivò a paragonare l’estraneo comportamento del vignaiolo col regno di Dio, con la sovrana forma di regnare di Dio, col modo inappellabile di agire del Dio di Gesù. E, oggi, il vangelo ci fa notare che possiamo perdere Dio ed i doni della sua bontà se, come i braccianti della prima ora, facciamo obiezioni alla sua forma di esserlo con noi.
Nel proprietario che passa tutto il giorno assumendo operai per la sua vigna, dovremmo scoprire l’impegno del nostro Dio affinché nessuno rimanga pigro nel suo regno. Preoccupato affinché non ci siano disoccupati, esce continuamente, mentre dura il sole, a cercare nuovi operai. Ha tanto interesse perché si lavori nella sua proprietà che non si ferma finché il giorno continua a trascorrere ed il tempo per lavorare diminuisce: il non essere stato contrattato non è una scusa per non essere invitato a lavorare. Tutti coloro che incontrano il padrone della vigna trovano un posto di lavoro: se Dio ed il suo regno non occupano il nostro cuore, e le mani, se i suoi interessi non ci rendono operosi né ci preoccupano, non sarà perché ancora, e nonostante tanti anni di vita cristiana, Dio non è padrone del nostro cuore? Perché non si potrà dire che serve Dio colui il quale non si occupa delle cose di Dio né lascia che gli occupino il cuore: chi rimane pigro tutto il giorno non sarà mai operaio di Dio. Chi non fa niente per Dio, non può sognare di essere ricompensato. Solamente lavorando per Dio, e nel suo regno, potremo essere riconosciuti da lui come i suoi servi.
Se Dio e le sue cose non ci danno nessun lavoro, non sarà perché non abbiamo seguito ancora il suo invito a lavorare nella sua vigna? Perché, benché fuori, dovremmo pensare che al nostro Dio non gli importa tanto che abbiamo ritardato la nostra incorporazione al lavoro, quanto che continuiamo a rimanere molto pigri con il molto lavoro che c’è da fare. Nel regno di Dio l’importante non è avere incominciato a lavorare dall’inizio, bensì riuscire ad essere inviato al lavoro; e, come nella parabola, Dio invita a lavorare tutti quelli che vede pigri.
Le attenzioni di Dio li ottiene, come il lavoro ed il salario, chi è stato lì dove lo volle il suo signore e dal momento in cui fu invitato. Finché Dio ci trova oziosi e spensierati, non riusciremo ad accettare le sue attenzioni. E non perché Egli non ci vuole, o non abbia maggiore interesse per noi, bensì perché non stiamo lì dove egli ci vuole vedere, né facciamo quello che spera da noi: lavorare nella sua vigna, seguendo il suo invito, trasformerebbe ognuno di noi in oggetto delle sue preoccupazioni. Difficilmente potremo sentire che Dio si preoccupa di noi, se ci disinteressiamo di quello che gli preoccupa.
Ma non basta lavorare per Dio per ottenere un salario dovuto. Bisognerà accettare che Dio lo dia come Lui vuole, senza imporgli condizioni né immaginare comportamenti dovuti. Nella parabola è provocante che il signore paghi tutti i suoi operai un identico salario, quello che aveva stabilito coi primi, senza tenere conto del maggiore sforzo e della fatica maggiore di questi; stima di più che tutti abbiano risposto al suo invito che il tempo trascorso a lavorare. La sua decisione può sembrarci di cattivo gusto, oltre ad essere un’evidente ingiustizia. Sicuro che se fossimo stati tra i primi, anche noi avremmo protestato!.
Questo comportamento del Dio di Gesù non risulta facile da accettare: non è bene, almeno ci sembra, che chi lavorò meno riceva lo stesso salario di colui che lavorò di più. E, tuttavia, come il padrone della vigna, Dio non fa torto a chi lavorò tutto il sacro giorno dandogli il salario stipulato, ma preferisce essere buono anche con chi lavorò di meno. Per premiare chiunque lavori per Lui, nel suo regno, può non sembrare giusto, poiché non tutti lavorarono sopportando le stesse fatiche; ma, dando a tutti lo stesso salario, anche a coloro che arrivarono ultimi, si mostra incomparabilmente buono, molto di più di quello che noi avremmo potuto pensare e, certamente, migliore di quanto, gli uni e gli altri, ci meritiamo.
Per incredibile che ci sembri, una delle maggiori difficoltà che troviamo noi veri credenti per credere in Dio, è quello della sua bontà inaspettata. Precisamente perché è migliore di quello che pensiamo, smettiamo di pensare a Dio e non lavoriamo nel suo regno. Può sembrare impossibile, ma è così. Se non stima lo sforzo, per quale motivo tanta fatica? Se dà a tutti lo stesso salario, perché essere primi nel suo servizio? Davanti al Dio di Gesù chi si crede con dei diritti chi si appoggia sui propri meriti, ipotetici o reali, si vedrà confuso, e perfino ‘trattato male’. Dio che come il padrone della vigna dà il salario di una giornata intera a chi non ha lavorato tutta la giornata, non è buono perché è giusto con i pochi, quelli che lavorarono di più. Piuttosto, passa per ingiusto con alcuni per potere essere buono con tutti. Chi facesse obiezioni al comportamento di un Dio tanto buono starebbe rischiando di perderlo. I buoni credenti, sfortunatamente, siamo quelli che meno crediamo nella bontà senza misura, l’amore senza ragione, del nostro Dio. Per non sopportare che sia tanto buono con quelli che non lo sono stato con noi, corriamo il rischio di perdere Dio e la sua bontà per sempre.
Certo, ha i suoi vantaggi, evidentemente, avere un Dio così. Non sarà necessario essere della prima ora, sforzarsi di più, avere lavorato sempre, per il suo regno, per ricevere lo stesso salario di quanti lo fecero prima. Così Dio consola quanti, come noi, non ci siamo messi a lavorare sul serio ancora per Lui o ci mettemmo a farlo con ritardo. Decisivo non è quello che facciamo noi per Lui, quanto quello che Egli vuole fare per noi: incominciamo quanto prima a lavorare nel suo regno, e speriamo di ricevere quella ricompensa che non meriteremo mai del tutto.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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