Archive pour le 12 septembre, 2014

Exaltation de la Sainte-Croix, Les Très Riches Heures du duc de Berry (Musée Condé, Chantilly)

Exaltation de la Sainte-Croix, Les Très Riches Heures du duc de Berry (Musée Condé, Chantilly) dans immagini sacre 640px-Folio_193r_-_The_Exaltation_of_the_Cross

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GIOVANNI PAOLO II : CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO (2003)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20031119_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 novembre 2003

CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO

Primi Vespri della Domenica 1a settimana (Lettura: Fil 2,6-9)

1. La Liturgia dei Vespri comprende, oltre ai Salmi, anche alcuni Cantici biblici. Quello or ora proclamato è sicuramente uno dei più significativi e di forte densità teologica. Si tratta di un inno incastonato nel capitolo secondo della Lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi, la città greca che fu la prima tappa dell’annunzio missionario dell’Apostolo in Europa. Il Cantico è ritenuto espressione della liturgia cristiana delle origini ed è una gioia per la nostra generazione potersi associare, a distanza di due millenni, alla preghiera della Chiesa apostolica.
Il Cantico rivela una duplice traiettoria verticale, un movimento prima discensionale e poi ascensionale. Da un lato c’è, infatti, la discesa umiliante del Figlio di Dio quando, nell’Incarnazione, diventa uomo per amore degli uomini. Egli piomba nella kenosis, cioè nello «svuotamento» della sua gloria divina, spinto fino alla morte sulla croce, il supplizio degli schiavi che ne ha fatto l’ultimo degli uomini, rendendolo vero fratello dell’umanità sofferente, peccatrice e reietta.
2. Dall’altro lato, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua quando Cristo viene ristabilito dal Padre nello splendore della divinità ed è celebrato Signore da tutto il cosmo e da tutti gli uomini ormai redenti. Siamo di fronte a una grandiosa rilettura del mistero di Cristo, soprattutto di quello pasquale. San Paolo, oltre a proclamare la risurrezione (cfr 1Cor 15,3-5), ricorre anche alla definizione della Pasqua di Cristo come «esaltazione», «innalzamento», «glorificazione».
Dunque, dall’orizzonte luminoso della trascendenza divina il Figlio di Dio ha varcato l’infinita distanza che intercorre tra Creatore e creatura. Egli non si è aggrappato come ad una preda al suo «essere uguale a Dio», che gli compete per natura e non per usurpazione: non ha voluto conservare gelosamente questa prerogativa come un tesoro né usarla a proprio vantaggio. Anzi, Cristo «svuotò», «umiliò» se stesso e apparve povero, debole, destinato alla morte infamante della crocifissione. Proprio da questa estrema umiliazione parte il grande movimento ascensionale descritto nella seconda parte dell’inno paolino (cfr Fil 2,9-11).
3. Dio ora «esalta» suo Figlio conferendogli un «nome» glorioso, che, nel linguaggio biblico, indica la persona stessa e la sua dignità. Orbene, questo «nome» è Kyrios, «Signore», il nome sacro del Dio biblico, ora applicato a Cristo risorto. Esso pone in atteggiamento di adorazione l’universo descritto secondo la tripartizione di cielo, terra e inferi.
Il Cristo glorioso appare, così, nel finale dell’inno, come il Pantokrator, cioè il Signore onnipotente che troneggia trionfale nelle absidi delle basiliche paleocristiane e bizantine. Egli reca ancora i segni della passione, cioè della sua vera umanità, ma si rivela ora nello splendore della divinità. Vicino a noi nella sofferenza e nella morte, Cristo ora ci attrae a sé nella gloria, benedicendoci e facendoci partecipi della sua eternità.
4. Concludiamo la nostra riflessione sull’inno paolino affidandoci alle parole di sant’Ambrogio, che spesso riprende l’immagine di Cristo che «spogliò se stesso», umiliandosi e come annullandosi (exinanivit semetipsum) nell’incarnazione e nell’offerta di se stesso sulla croce.
In particolare, nel Commento al Salmo CXVIII il Vescovo di Milano così si esprime: «Cristo, appeso all’albero della croce… fu punto dalla lancia e ne uscirono sangue e acqua più dolci d’ogni unguento, vittima gradita a Dio, spandendo per tutto il mondo il profumo della santificazione… Allora Gesù, trafitto, sparse il profumo del perdono dei peccati e della redenzione. Infatti, diventato uomo da Verbo che era, era stato ben limitato ed è diventato povero, pur essendo ricco, per arricchirci con la sua miseria (cfr 2Cor 8,9); era potente, e si è mostrato come un miserabile, tanto che Erode lo disprezzava e lo derideva; sapeva scuotere la terra, eppure restava attaccato a quell’albero; chiudeva il cielo in una morsa di tenebre, metteva in croce il mondo, eppure era stato messo in croce; reclinava il capo, eppure ne usciva il Verbo; era stato annullato, eppure riempiva ogni cosa. È disceso Dio, è salito uomo; il Verbo è diventato carne perché la carne potesse rivendicare a sé il trono del Verbo alla destra di Dio; era tutto una piaga, eppure ne fluiva unguento, appariva ignobile, eppure lo si riconosceva Dio» (III,8, Saemo IX, Milano-Roma 1987, pp. 131.133).

 

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – TESTI ED OMELIA

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-A/nuove_omelie_html/esaltazione_croce.html

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – TESTI ED OMELIA

I Lettura (Nm 21,4-9)
Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”.
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo.
Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Salmo (77)

Rit. Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi. Rit.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore. Rit.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza. Rit.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore. Rit.

II Lettura (Fil 2,6-11)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
”Gesù Cristo è Signore!”,
a gloria di Dio Padre.

Rit. Alleluia, alleluia.
Noi ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo,
perché con la tua croce hai redento il mondo.
Rit. Alleluia.

Vangelo (Gv 3,13-17)
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
“Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Omelia

Nel deserto il popolo pensò di avere un piano migliore di quello comunicatogli da Dio per mezzo di Mosè, anzi pensò che quanto diceva Mosè era profondamente errato e lo dimostrava la precarietà delle condizioni del cammino. Meglio la certezza dell’Egitto; e così decisero di ritornare, pronti a sottomettersi al faraone. Il risultato fu che ben presto si trovarono in una zona dove abbondavano le aspidi, serpenti velenossimi. Fu così chiaro che abbandonando la guida di Mosè, vero interlocutore con Dio, erano finiti nelle braccia della morte. Da qui il pentimento e la richiesta di aiuto.
Vogliamo domandarci: per gli Israeliti cosa significava immediatamente quel serpente di bronzo sull’asta?
La curiosità può essere soddisfatta se si pensa che l’imponente copricapo del faraone aveva sul fronte l’immagine di un aspide, l’ureo. L’ureo era il segno dell’abilità di governo del faraone, del suo sapere e quindi della sua capacità di dare prosperità al suo regno. Il popolo colpito dai morsi velenosi dei serpenti capì; guardare al serpente di bronzo innalzato su di un asta era far riconfluire in Dio ogni speranza. Il serpente acquistava nel deserto la simbologia della sapienza e della potenza di Dio.
Soddisfatta la domanda, si deve considerare che il punto a cui guarda Gesù è l’innalzamento del serpente di bronzo sull’asta e non il serpente di bronzo, la cui portata simbolica che aveva nel deserto non è messa in primo piano. Gesù si riferisce all’essere elevato da terra, indicando come anche lui sarà posto in alto, sulla croce; e gli uomini che vorranno essere liberati dai veleni del peccato dovranno guardare a lui, come già nel deserto per essere liberati dal morso dei serpenti gli Israeliti dovettero guardare al serpente di bronzo.
Gesù sarà innalzato da terra e gli uomini vedranno la sapienza e la potenza di Dio. L’ora della croce non è un’ora di sconfitta, ma un’ora di vittoria. Gesù sulla croce esprime una sapienza nuova, del tutto inedita, che è quella di far sì che con l’amore il dolore diventi crisma di gloria. Gesù, che nel Giordano ha visto su di lui scendere lo Spirito Santo, ha avuto come olio consacratorio il dolore. Lo Spirito Santo, con le sue vampe d’amore, l’ha condotto sulla croce così che il Cristo avesse la completezza della consacrazione a re universale. Gesù ha parlato chiaramente di questa sua consacrazione per mezzo del crisma dolore (Gv 17,19): “Per loro consacro me stesso”.
Gesù innalzato sulla croce esprime una potenza nuova, mai vista, che abbatte l’inferno e libera gli uomini; è la potenza dell’amore al Padre e agli uomini. Dolore e amore formano un binomio unitario sulla croce. L’amore accetta il dolore, e il dolore rende puro l’amore.
A questo punto possiamo considerare le parole di Gesù: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo”. In Gesù c’è una discesa e un’ascesa. Discesa, per l’Incarnazione. Salita al cielo perché l’anima di Gesù vedeva l’Essenza divina. La salita al cielo del Figlio dell’uomo era accompagnata dall’amore incandescente del Padre. A questo amore Gesù ha sempre corrisposto con l’obbedienza che è vertice d’amore. Ma proprio sulla croce Gesù imparò l’obbedienza. Non che prima non avesse obbedienza, ma tutta la sublime portata dell’obbedienza Gesù la imparò sulla croce (Cf. Eb 5,8). Obbedienza mentre il Cielo taceva su di lui, anzi lo respingeva spingendolo a gridare il vertice di dolore che è il silenzio del Padre (Mt 27,46): “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. L’anima di Gesù vedeva il Padre, ma vedeva il Padre che non operava moto su di lui, morente sulla croce. La beatitudine del cielo non consiste solo nel vedere Dio, ma anche nel vedere come egli sia infinitamente comunicatore d’amore verso di noi. Sappiamo infatti che egli in cielo ci servirà eternamente comunicandoci il suo amore (Lc 12,37): “Si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli”.
L’anima di Gesù vedeva il Padre, poiché aveva la visione intuitiva di lui, ma vedeva pure l’assenza della sua comunicazione d’amore: nessuna dolcezza gli veniva dal Padre, che trattava il figlio da peccato (2Cor 6,21). Questo non è visione beatifica, ma tormento nei tormenti. La gloria celeste non sta solo nell’accesso alla visione di Dio, ma nell’essere glorificati in eterno da Dio mediante il suo incessante amore.
Ci si domanda: “E’ possibile vedere Dio e non avere la sua comunicazione d’amore?”. Dico che è possibile vedere Dio e nello stesso tempo vedere che Dio fa il contrario, cioè si rifiuta: è quello che visse Gesù. Mi si dirà: “Ma il Padre non ama il Figlio?”. Rispondo che infinitamente lo ama, ma poiché il Figlio si era addossato le nostre colpe, il Padre lo trattò con rigore affinché il nostro peccato venisse espiato con un amore che vincesse il giusto sdegno del Padre per i nostri peccati.
Il Figlio dell’uomo, Verbo incarnatosi nel grembo Immacolato di Maria, fu sempre perfetto davanti agli uomini e anche davanti al Padre ma doveva, attraverso la morte di croce (Cf. Eb 2,10), diventare superperfetto.
L’essere elevato da terra sulla croce fu per il Cristo il momento vertice della crescita, in quanto uomo, del suo amore al Padre e agli uomini. Gesù sulla croce salì a vertici immisurabili d’amore, e ciò determinò la sua glorificazione nella risurrezione. Colui che, disceso dal cielo, era salito al cielo, vi doveva poi salire nella pienezza gloriosa della risurrezione (Cf. Rm 1,4). La glorificazione attraverso la croce. La glorificazione data dal Padre
Il sacrificio di Cristo fu il sacrificio di colui che, onnipotente, volle avere solo la potenza dell’amore. In nessun momento della sua vita Gesù si avvalse della sua uguaglianza con Dio, dell’essere Dio (Cf. Fil 2,6).
Di fronte all’Odio che lo tentava non lo fulminò con la sua potenza di Dio, ma lo vinse con l’obbedienza alla parola del Padre. Se avesse scacciato Satana con la sua potenza di Dio, non avrebbe ottenuto altro che dare spunto a Satana per inoculare il menzognero veleno satanico di considerare Dio un Dio altero, che offeso non sa altro che schiacciare, volle invece vincerlo. Satana si sentì stritolato quando l’Amore crocifisso emise lo spirito: aveva vinto l’Amore e lui l’Odio aveva perso.
Gesù rimase il Figlio dell’uomo sino alla fine, mite, umile e misericordioso senza limiti. Di fronte agli offensori, ai torturatori, non ha reagito maledicendo (1Pt 2,23). I suoi schernitori gli domandavano di scendere dalla croce dando così un segno della sua potenza. Non lo fece, pur potendolo fare. Non maledisse, non odiò. Amò. Così guardare a lui nel suo supremo atto d’amore è salvezza per noi, è liberarsi dal morso di Satana che iniettò il suo veleno nel genere umano, e continua a iniettarlo sempre più quando un uomo aderisce a lui.
L’esaltazione della croce è dunque esaltare il mezzo col quale Cristo ha vinto, ha espiato i nostri peccati, ha liberato i nostri cuori dal male. L’esaltazione della croce è riconoscere la potenza del crisma del dolore, che consacra l’anima a Dio in un incendio d’amore che parte dalle profondità dell’essere.
L’esaltazione della croce è riconoscere la sua fecondità apostolica.
La croce è dolore, ma è anche riposo. L’orgoglio all’anima ferita dal dolore offre un giaciglio per riposare, giaciglio che si chiama rancore, risentimento; ma l’anima che ama la croce e la esalta preferisce riposare sul duro tavolo della croce, perché solo così trova la pace. La pace che nasce dall’amore.
Viva la croce, dunque. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù

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