Archive pour août, 2014

Santa Monica e Sant’Agostino

Santa Monica e Sant'Agostino dans immagini sacre 640px-Sainte_Monique

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Publié dans:immagini sacre |on 26 août, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI ANGELUS – SANTA MONICA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090830_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS – SANTA MONICA

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo

Domenica, 30 agosto 2009

Cari fratelli e sorelle!

Tre giorni fa, il 27 agosto, abbiamo celebrato la memoria liturgica di santa Monica, madre di sant’Agostino, considerata modello e patrona delle madri cristiane. Di lei molte notizie ci vengono fornite dal figlio nel libro autobiografico Le confessioni, capolavoro tra i più letti di tutti i tempi. Qui apprendiamo che sant’Agostino bevve il nome di Gesù con il latte materno e fu educato dalla madre nella religione cristiana, i cui princìpi gli rimarranno impressi anche negli anni di sbandamento spirituale e morale. Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il Vescovo di Tagaste aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto”. In verità, sant’Agostino non solo si convertì, ma decise di abbracciare la vita monastica e, ritornato in Africa, fondò egli stesso una comunità di monaci. Commoventi ed edificanti sono gli ultimi colloqui spirituali tra lui e la madre nella quiete di una casa di Ostia, in attesa di imbarcarsi per l’Africa. Ormai santa Monica era diventata, per questo suo figlio, “più che madre, la sorgente del suo cristianesimo”. Il suo unico desiderio era stato per anni la conversione di Agostino, che ora vedeva orientato addirittura verso una vita di consacrazione al servizio di Dio. Poteva pertanto morire contenta, ed effettivamente si spense il 27 agosto del 387, a 56 anni, dopo aver chiesto ai figli di non darsi pena per la sua sepoltura, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Sant’Agostino ripeteva che sua madre lo aveva “generato due volte”.
La storia del cristianesimo è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Si pensi ai santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, entrambi appartenenti a famiglie di santi. Pensiamo, vicinissimi a noi, ai coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine del XIX secolo e la metà del 1900, beatificati dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’ottobre del 2001, in coincidenza con i vent’anni dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio. Questo documento, oltre ad illustrare il valore del matrimonio e i compiti della famiglia, sollecita gli sposi a un particolare impegno nel cammino di santità, che, attingendo grazia e forza dal Sacramento del matrimonio, li accompagna lungo tutta la loro esistenza (cfr n. 56). Quando i coniugi si dedicano generosamente all’educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d’amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell’amore sponsale di Cristo.
Cari fratelli e sorelle, in quest’Anno Sacerdotale, preghiamo perché, “per intercessione del Santo Curato d’Ars, le famiglie cristiane divengano piccole chiese, in cui tutte le vocazioni e tutti i carismi, donati dallo Spirito Santo, possano essere accolti e valorizzati” (dalla Preghiera per l’Anno Sacerdotale). Ci ottenga questa grazia la Santa Vergine, che ora insieme invochiamo.

 

27 AGOSTO: SANTA MONICA – MADRE DI TANTE LACRIME

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/07-Luglio/Santa_Monica.html

27 AGOSTO: SANTA MONICA (331-387)

MONICA: MADRE DI TANTE LACRIME

Molte mamme di oggi non vivono tempi facili.
Non è stato facile nemmeno per Monica, la santa che ricordiamo nel mese di agosto. Anche lei ha dovuto tribolare non poco per il figlio Agostino.
Con un figlio adolescente in casa è difficile dormire sempre sonni tranquilli. Questo perché alcuni comportamenti dei figli sono fonte di apprensione e di preoccupazioni, di angoscia e di lacrime.
Educare un figlio o una figlia adolescente nella civiltà contadina e pre-industriale riservava meno problemi di oggi. La nostra società post-moderna (e qualcuno aggiunge anche post-cristiana) si qualifica per la sua forte connotazione consumistica. E nel grande mare del consumismo i giovani nuotano molto bene, grazie al sostegno finanziario dei genitori, spesso acriticamente generosi. Con i soldi facili (talvolta troppo facili) a portata di mano e con una personalità ancora non strutturata in quanto a valori e forza di volontà, l’adolescente cade più facilmente vittima dell’uso e dell’abuso del fumo, dell’alcol e della droga, dei divertimenti aggressivi e pericolosi, dei comportamenti devianti sfocianti, talvolta, nella prostituzione e nell’Aids. E i primi a essere angosciati e distrutti da queste tragedie sono i genitori.
Alcune mamme versano lacrime per i figli persi perché vittime delle sette pseudo religiose, o schiavi dei giochi d’azzardo, o diventati succubi delle cattive compagnie che li porteranno alla devianza sociale e ai guai con la legge. Altre piangono per i figli in carcere per propria colpa o all’ospedale per malattie incurabili di cui non hanno colpa.
Aspettate il prossimo fine settimana con la cosiddetta “febbre del sabato sera”, e ci sarà qualche mamma che in ansia aspetterà il ritorno del figlio o della figlia dalla discoteca (lo “sballo” settimanale). Purtroppo qualcuna cambierà la propria ansia in lacrime e dolore: il figlio che aspetta non tornerà più perché è già entrato nelle statistiche delle “vittime del sabato sera”.
A tutte queste mamme in difficoltà Monica, madre anche lei, può essere di aiuto e di conforto, di speranza e di esempio. Il figlio Agostino riconobbe che grande merito della propria conversione era della madre, grazie alle sue continue preghiere e alle tante lacrime versate. Si riferiva a questo fatto quando, nelle famose Confessioni, scrisse: “Non è possibile che un figlio di tante lacrime perisca”. E le tante lacrime erano di Monica e quel figlio che non poteva perire era lui stesso, Agostino.

MONICA VINSE IL VINO E CONVERTÌ IL MARITO
Monica nacque a Tagaste nell’odierna Algeria del nord, nell’anno 331, da genitori cristiani, ma che non erano eccessivamente preoccupati di dare una seria educazione cristiana ai figli (come molti genitori oggi). Se nel caso di Agostino l’educatrice alla fede e alla vita cristiana di ogni giorno fu la madre Monica, per quest’ultima fu invece la nutrice di famiglia, che aveva già tenuto in braccio suo padre.
Questa donna era quindi parte della famiglia, ben voluta, di ottima condotta e saggezza. E possiamo immaginare anche un po’ anziana. Agostino fa un grande elogio di lei: “Era energica nel punire con santa severità quando era opportuno e ricca di saggezza nell’istruire”. La dottrina del permissivismo in educazione, seguita da non pochi genitori ed educatori di oggi, non faceva parte del bagaglio di questa nutrice: era severa ma con saggezza, correggeva ma con tatto, sapeva anche punire ma con giustizia. Nei migliori trattati di pedagogia non deve mancare un capitolo sui “castighi” e giustamente. Questo anche perché il peccato originale e le sue conseguenze sono una verità di fede, e non è stato ancora cancellato (o superato) dalla tecnologia moderna. Del resto di castighi ne parlava un super educatore come Don Bosco, che di ragazzi se ne intendeva. Dice Agostino che la nutrice di sua madre era saggia nell’istruire e coscienziosa quando doveva correggerla.
Monica non era nata santa, lo diventò con pazienza, con costanza ed umiltà. Nella sua vita non riscontriamo, come in altre sante, una partenza bruciante sulla strada della perfezione evangelica fin da fanciulla. Aveva i propri difetti e difficoltà che seppe superare. Un esempio: a Monica piaceva il vino. E non poco. L’aveva raccontato lei stessa, nella sua grande umiltà, al figlio Agostino. Questo è segno di santità: “Quando i genitori credendola sobria, le ordinavano secondo i costumi, di andare ad attingere vino, ella, prima di versare il vino nel fiasco… ne beveva un pochino”. Solo un po’, naturalmente. All’inizio. Ma bevi oggi, bevi domani, la debolezza era diventata un’abitudine negativa, una schiavitù (oggi si direbbe una dipendenza).
La nutrice, alla quale non sfuggiva nulla e che aveva intuito tutto, ebbe il coraggio di intervenire. Un giorno, bisticciando con la ragazza le rinfacciò quella debolezza chiamandola “ubriacona”. Qualche “padroncina” di oggi avrebbe minacciato rappresaglie feroci o addirittura il licenziamento per quella “vecchia domestica” che osava tanto e non si faceva gli affari suoi. Monica invece accettò la verità anche se le faceva male, riconobbe l’abitudine non lodevole, e se ne liberò. Anche questo è santità.

TANTE PREGHIERE E LACRIME PER IL FIGLIO AGOSTINO
Nel 353 Monica andò sposa ad un certo Patrizio, romano, dal quale avrà tre figli. Questi non era cristiano, aveva un carattere un po’ violento e non era nemmeno un buon esempio di fedeltà. Una donna meno forte e convinta nella fede cristiana avrebbe invocato subito la separazione o il divorzio. Monica no, voleva rimanere fedele al proprio matrimonio (“nella buona e nella cattiva sorte”) ma senza chiudere gli occhi sulle “malefatte” del suo compagno di vita.
E così la seconda battaglia che lei vinse, dopo il vino, fu quella del marito. Battaglia paziente, dolorosa, lunga, ma vittoriosa: riuscì infatti a guadagnare al Signore anche lui. Questi morirà nel 371, dopo essere diventato buon cristiano grazie alla preghiera incessante, alle lacrime e alla pazienza della moglie Monica. Scrisse Agostino: “Così non ebbe più da piangere quelle sue infedeltà che aveva dovuto tollerare quando egli non era ancora credente”. Anche questo è santità.
Ma la più grande sofferenza e nello stesso tempo la più grande gioia a Monica arriveranno dal figlio Agostino. Lei stessa l’aveva educato cristianamente, con la parola e con l’esempio, gli aveva messo nel cuore e sulle labbra fin da bambino il nome di Gesù, che nonostante tutte le peripezie filosofiche ed esistenziali, non dimenticherà mai.
Già qualche anno prima della morte del marito, quel figlio tanto intelligente le dava molte preoccupazioni. Sarà lei stessa che nel 371 lo manderà a Cartagine a proseguire gli studi. E sarà nello stesso anno che Agostino incomincerà la convivenza (come si vede era molto “moderno”) con una donna, dalla quale, l’anno dopo, avrà anche un figlio, Adeodato. Questa scelta fuori dal matrimonio fu per Monica un duro colpo: vedeva infatti il figlio allontanarsi dagli insegnamenti che gli aveva dato e anche dalle regole della propria fede cristiana (era nel frattempo passato all’eresia manichea). Per questi motivi, tornato a Tagaste lei, pur tra le lacrime, in un primo tempo non volle riaverlo in casa, finché confortata da un sogno, lo riammise presso di sé.

AGOSTINO CONVERTITO: MISSIONE COMPIUTA
Nel 375 Agostino si trasferì a Cartagine per insegnarvi eloquenza, mentre dopo l’incontro col vescovo manicheo Fausto, cominciava la sua crisi filosofica. Monica continuò sempre a invitarlo al ritorno alla vera fede, e non cesserà mai di pregare, tra le lacrime, per la conversione del figlio.
Questi invece, con uno stratagemma, riuscì a sfuggirle, imbarcandosi nottetempo per Roma (383), dove, dopo aver superato una lunga malattia, cominciò ad insegnare eloquenza e retorica. Finché ottenne un posto, tramite il prefetto di Roma Simmaco, a Milano.
Forse Agostino credeva che più andava verso nord, più la madre rimaneva… lontana. E si sbagliava di grosso. Monica non aveva ormai nessun interesse, nessuna preoccupazione, nessun obiettivo terreno che la sua conversione. E questo amore, anche se tra le lacrime, non si lasciava spaventare dalle distanze e dai disagi che comportavano i viaggi di allora. E così Monica, per amore del figlio prodigo, fuggito lontano, dopo aver viaggiato con il mare in tempesta, arrivò nell’anno 385 a Milano, accompagnata da Navigio, fratello di Agostino.
Qui la Mano Provvidenziale di Dio li aspettava entrambi con l’incontro con il vescovo della città, Ambrogio “un uomo di Dio”, e un “vescovo noto in tutto il mondo”. Tutti e due seguirono le sue omelie, tutte e due rimasero molto bene impressionati (anche se Agostino all’inizio badava più alla forma retorica che alla sostanza). Ambrogio predicava, Monica pregava (e faceva opere di carità), Agostino pensava, e passava di crisi in crisi e di filosofia in filosofia, dal manicheismo allo scetticismo, dai neo accademici e ai neoplatonici. La grazia di Dio intanto, per vie misteriose come sempre, lavorava su tutti.
La tanto sospirata conversione di Agostino arrivò alla fine del 386, e con il battesimo suo (e del figlio Adeodato) per mano del vescovo Ambrogio nella Pasqua del 387. Questo era il sigillo sul grande travaglio di Agostino nella sua ricerca della verità, e la fine delle tante preghiere e lacrime di Monica per lui. Missione compiuta. Non aveva altri obiettivi terreni. Il Paradiso, questa volta, non poteva più attendere.
Alcuni mesi dopo il battesimo infatti progettarono di tornare in patria. Arrivati ad Ostia tutti e due, madre e figlio convertito, ebbero la famosa estasi di cui si parla nelle Confessioni. Era un piccolo saggio (di Dio) e assaggio per loro di vita eterna, che cambiò la prospettiva di vita per entrambi. Così Agostino riferisce le ultime parole della madre: “C’era una cosa sola per la quale desideravo rimanere un poco su questa terra: vederti cristiano cattolico prima di morire. Dio me lo ha concesso abbondantemente, perché ti vedo divenuto suo servo che addirittura disprezza la felicità terrena. Che cosa dunque sto a fare qui?”. Infatti moriva poco dopo, sempre a Ostia, all’età di 56 anni, mentre Agostino ne aveva 33, e stava per cominciare la sua prodigiosa opera. Grazie alla perseveranza, alla pazienza, al coraggio, alle preghiere e alle “tante lacrime” di una grande donna e di una grande madre, Monica.
MARIO SCUDU, sdb

NULLA È LONTANO DA DIO
Pochi giorni dopo l’estasi di Ostia (piccolo assaggio della Patria definitiva o Paradiso) Monica colpita dalla febbre, si mise a letto, e si preparò all’incontro con Dio, che lei desiderava con tutte le forze. Non aveva nessuna preoccupazione né di morire né di essere lontano dalla sua terra, dove aveva preparato con cura la propria tomba accanto al marito. Fece solo una raccomandazione ai presenti: si ricordassero di lei nell’Eucarestia. Alla domanda se non aveva paura di lasciare il proprio corpo in terra straniera, così lontana dalla propria patria, lei rispose: “Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non ritrovi il luogo da cui risuscitarmi” (Dalle Confessioni 9).

MONICA E AGOSTINO IN ESTASI A OSTIA
Pochi giorni dopo l’estasi di Ostia (piccolo assaggio della Patria definitiva o Paradiso) Monica colpita dalla febbre, si mise a letto, e si preparò all’incontro con Dio, che lei desiderava con tutte le forze. Non aveva nessuna preoccupazione né di morire né di essere lontano dalla sua terra, dove aveva preparato con cura la propria tomba accanto al marito. Fece solo una raccomandazione ai presenti: si ricordassero di lei nell’Eucarestia. Alla domanda se non aveva paura di lasciare il proprio corpo in terra straniera, così lontana dalla propria patria, lei rispose: “Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non ritrovi il luogo da cui risuscitarmi” (Dalle Confessioni 9).
Pochi giorni prima che lei morisse… accadde, credo per misteriosa disposizione delle tue vie, che ci trovassimo lei ed io soli… C’era un grande silenzio… Parlavamo, fra noi, soavissimamente, dimentichi del passato e protesi verso l’avvenire. Ci domandavamo, davanti alla presenza della verità e cioè di te, o Signore, quale fosse mai quella vita eterna dei beati che “nessun occhio vide, nessun orecchio udì, che rimane inaccessibile alla mente umana”. Aprivamo avidamente il nostro cuore al fluire celeste della tua fonte, la fonte della vita, che è in te, per esserne un poco irrorati, per quanto era possibile alla nostra intelligenza, e poterci così formare un’idea di tanta sublimità.
Eravamo giunti alla conclusione che qualsiasi piacere dei sensi del corpo, anche nel maggior splendore fisico, non solo non deve essere paragonato alla felicità di quella vita, ma nemmeno nominato; ci rivolgemmo poi con maggior intensità d’affetto verso l’“Ente in sé”, ripercorrendo a poco a poco tutte le creature materiali fin su al cielo da cui il sole, la luna e le stelle mandano la loro luce sulla terra. E la nostra vista interiore si spinse più in alto, nella contemplazione, nell’esaltazione, nell’ammirazione delle tue opere; e arrivammo al pensiero umano, e passammo oltre, per raggiungere le regioni infinite della tua inesauribile fecondità, nelle quali nutri Israele con il cibo della verità, dove la vita è la sapienza che dà l’essere a tutte le cose presenti, passate e future: ed essa non ha successione, ma è come fu, come sarà, sempre. Anzi meglio, non esiste in lei un “fu”, un “sarà”, ma solo “è”, perché è eterna: il fu e il sarà non appartengono all’eternità. E mentre parlavamo e anelavamo ad essa la cogliemmo un poco con lo slancio del cuore e sospirando vi lasciammo unite le primizie dello spirito per ridiscendere al suono delle nostre labbra, dove la parola trova il suo inizio e la sua fine. Quale possibilità di confronto tra essa e il tuo Verbo, che permane in se stesso, e non invecchia e rinnova tutto? (Confessioni X). 

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 26 août, 2014 |Pas de commentaires »

Il Buon Pastore – Catacombe di Santa Priscilla

Il Buon Pastore - Catacombe di Santa Priscilla dans immagini sacre

http://arsartisticadventureofmankind.wordpress.com/2014/07/07/early-western-christian-art-during-the-iiird-ivth-and-vth-centuries-the-painting-of-the-catacombs/

Publié dans:immagini sacre |on 25 août, 2014 |Pas de commentaires »

“SENZA LA DOMENICA NON POSSIAMO VIVERE”

http://www.primeroscristianos.com/it/index.php/speciali/item/1189-la-celebrazione-dell-eucaristia-nella-chiesa-primitiva/1189-la-celebrazione-dell-eucaristia-nella-chiesa-primitiva

“SENZA LA DOMENICA NON POSSIAMO VIVERE”

Così vivevano l’Eucaristia i primi cristiani

Testimonianza degli Apologisti e dei Padri della Chiesa

San Giustino (165d.C.)
San Giustino spiega come veniva celebrata l’Eucaristia nei primi tempi
Si leggono le memorie degli Apostoli e gli scritti dei Profeti. Quando il lettore ha terminato, quello che presiede prende la parola per incitare ed esortare all’imitazione di cose tanto belle. Dopodiché ci alziamo e preghiamo per noi… e per tutti gli altri ovunque siano, affinché siamo trovati giusti nella nostra vita e nelle nostre azioni e siamo fedeli ai comandamenti, per raggiungere la salvazione eterna.
Dunque si porta a chi presiede il pane ed una coppa con vino ed acqua mescolati. Chi presiede li prende ed innalza lodi e gloria al Padre dell’universo, nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e ringrazia lungamente per averci giudicati degni di questi doni. Quando chi presiede ha concluso l’azione di grazia ed il popolo ha risposto “amen”, quelli che fra noi si chiamano diaconi distribuiscono a tutti i presenti il pane ed il vino “eucaristizzati”.
“A nessuno è lecito partecipare all’Eucaristia, se non crede vere le cose che predichiamo e non si è purificato in quel bagno che dà la remissione dei peccati e la rigenerazione, e non vive come Cristo ci insegnò. Poiché non mangiamo questi alimenti come se fossero pane comune o una bevanda ordinaria, ma proprio come Cristo, nostro salvatore, si fece carne e sangue a causa della nostra salvazione, allo stesso modo abbiamo imparato che il cibo su cui fu recitata l’azione di grazia, che contiene le parole di Gesù e con cui si alimenta e trasforma il nostro sangue e la nostra carne, è precisamente la carne ed il sangue di quello stesso Gesù che si incarnò.
Gli apostoli, in effetti, nel loro trattati chiamati Vangeli, ci raccontano che così fu loro ordinato, quando Gesù, prendendo il pane e rendendo grazie disse “Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo”. E dopo, prendendo allo stesso modo nelle sue mani il calice, rese grazie e disse “Questo è il mio sangue”, dandolo poi a loro solamente. Da allora continuiamo a ricordarci gli uni gli altri queste cose. E quelli fra noi che hanno molti beni accorriamo in aiuto di altri che non ne hanno, e rimaniamo così uniti. E ogni volta che presentiamo le nostre offerte lodiamo il Creatore di tutto per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo e dello Spirito Santo”. (San Giustino, Lettera ad Antonino Pio, Imperatore, anno 155)

San Cirillo di Alessandria (444 d.C.)
Padre della Chiesa, il quale dedicò la sua vita a mostrare che Gesù è vero Dio e vero uomo, davanti alle eresie del suo tempo. Nel Commento al Vangelo di San Giovanni dice:
“Il corpo di Cristo vivifica quelli che ne partecipano: allontana la morte facendosi presente in noi, soggetti a questa, e caccia la corruzione, perché contiene in sé la virtualità necessaria per annullarla totalmente”. (San Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di S. Giovanni, 5).
San Cirillo impiega la similitudine con la cera per spiegare l’unione del nostro corpo con Cristo nell’Eucaristia
“Così, come quando uno unisce due pezzi di cera e li fonde attraverso il fuoco, e dai due si forma una cosa sola, così anche, grazia alla partecipazione nel Corpo di Cristo e nel suo prezioso Sangue, Lui si unisce a noi e noi a Lui” (San Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di S. Giovanni, 10).

Sant’Ambrogio di Milano
Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (nato a Treviri verso l’anno 340 e deceduto a Milano nel 397), introdusse in occidente la lettura meditata delle Scritture, per far sì che penetri nel cuore, una pratica oggi conosciuta come “lectio divina”.
[Nella Comunione] “il Corpo di Cristo non ci è offerto come premio, bensì come comunicazione della grazia e della vita celestiale” (Sant’Ambrogio, in Catena Aurea, vol.VI, p.447).

Sant’Agostino
“Nessuno dà da mangiare ai convitati la propria persona; ma questo è ciò che fa Cristo il Signore: Egli stesso è allo stesso tempo anfitrione, cibo e bevanda”

Altre testimonianze
Plinio
Plinio non tardò nell’applicare la proibizione delle eterìe in un caso particolare che si presentò nell’autunno del 112. La Bitinia era piena di cristiani. “È una moltitudine di tutte le età e condizioni, sparsa in ogni città, nei villaggi e nei campi”, scrive all’imperatore.
Continua dicendo di aver ricevuto denunce da parte dei fabbricanti di amuleti religiosi, disturbati dai Cristiani che predicavano l’inutilità di tali “gingilli”. Aveva istituito una specie di inchiesta per conoscere bene i fatti, ed aveva scoperto che quelli che avevano “l’abitudine di riunirsi in un giorno fissato, prima del sorgere del sole, di cantare un inno a Cristo come a un dio, di impegnarsi con giuramento a non commettere crimini, a non perpetrare né ladrocini né saccheggi né adulteri, a rispettare la parola data. Loro hanno anche l’abitudine di riunirsi per mangiare il loro cibo che, nonostante i pettegolezzi, non è altro che cibo ordinario ed innocuo”. I cristiani non avevano smesso di riunirsi nemmeno dopo l’editto del governatore che riconfermava l’interdizione delle eterìe.

Curato d’Ars
“Più beati dei santi dell’Antico Testamento, non solo possediamo Dio nella grandezza della sua immensità, in virtù della quale si trova in ogni cosa, ma addirittura lo abbiamo con noi, come nel seno di Maria per nove mesi, come sulla croce. Più fortunati perfino dei primi cristiani, che facevano cinquanta o sessanta leghe di cammino per sperimentare della gioia di vederlo; noi lo possediamo in ogni parrocchia, qualsiasi di queste può godere a piacimento di una compagnia tanto dolce. Oh, popolo felice!” (Curato d’Ars, Sermone sul Corpus Christi).

Benedetto XVI
“Senza la domenica non possiamo vivere: è ciò che professavano i primi cristiani, anche a costo della vita, e noi siamo chiamati a ripetere lo stesso quest’oggi” (Bemedetto XVI, Angelus 22 maggio 2005).

San Josemaría Escrivá
Perseveravano tutti nella dottrina degli Apostoli, nella comunicazione della frazione del pane, nelle preghiere. Così ci descrivono le Scritture la condotta dei primi cristiani: congregati dalla fede degli Apostoli in una perfetta unità, partecipando all’Eucaristia, unanimi nella preghiera. Fede, Pane, Parola.
Gesù, nell’Eucaristia, è indumento sicuro della sua presenza nelle nostre anime; del suo potere, che sostiene il mondo; delle sue promesse di salvazione, che aiuteranno affinché la famiglia umana, quando arrivi la fine dei tempi, abiti perpetuamente nella casa del Cielo, intorno a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo: Trinità Beatissima, Dio Unico. È tutta la nostra fede che si pone in azione quando crediamo in Gesù, nella sua presenza reale sotto le casualità del pane e del vino (È Cristo che passa, n. 153):

Catechismo della Chiesa
“Frazione del pane perché questo rito, proprio del banchetto ebraico, fu utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capofamiglia (cf Mt 14,19; 15,36; Mc 8,6.19), soprattutto nell’Ultima Cena (cf Mt 26,26; 1 Co 11,24). In questo gesto i discepoli lo riconosceranno dopo la Resurrezione (Lc 24,13-35), e con questa espressione i primi cristiani nominarono le proprie assemblee eucaristiche (cf At 2,42.46; 20,7.11). Con questo si vuole significare che tutti coloro che mangiano di questo unico pane, spezzato, che è Cristo, entrano in comunione con Lui e formano con Lui un solo corpo (cf 1 Co 10,16-17).

Tratto da:
Orar con los primeros critstianos
Gabriel Larrauri (Ed. Planeta)

LA SOLITUDINE – BIBLICA (DA PIÙ LIBRI)

http://camcris.altervista.org/es_solitudine.html

LA SOLITUDINE – BIBLICA (DA PIÙ LIBRI)

Gesù disse: « Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me » (Giovanni 16:32).
Gesù amava gli uomini e andava loro incontro, ma è stato incompreso e rigettato. Parecchi versetti parlano della sua solitudine: « Ognuno se ne andò in casa sua. Gesù andò al monte degli Ulivi » (Giovanni 7:53; 8:1). « Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Luca 9:58). Il suo popolo non l’ha riconosciuto come il Messia promesso (Giovanni 1:10). Persino i suoi discepoli l’hanno compreso poco.
In questa solitudine, Gesù viveva presso Dio suo Padre. Ha potuto dire: « Il Padre… non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono » (Giovanni 8:29). Eppure, a causa dei nostri peccati che aveva preso su di sé per salvarci, è stato necessario che fosse abbandonato da Dio durante le tre ore d’oscurità totale sulla croce. Ma è rimasto perfetto nel suo amore.
Per questo, se ci capita di trovarci nella solitudine e nel lutto, possiamo andare al Signore Gesù. Si è già trovato in tali circostanze e simpatizza con noi, perché è vivente e ci ama. Sono molti a farne l’esperienza. Quando era in prigione, l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: « Tutti mi hanno abbandonato… Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte » (2 Timoteo 4:16,17). Confidando in Lui, puoi conoscere Dio come Padre (Giovanni 20:17). Un Padre che ci ama e che non ci abbandonerà mai.

« Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto » (Salmo 25:16).
Gesù stesso dice in Matteo: « Io sono con voi tutti i giorni ».
Dio è sensibile verso chi si sente solo, ho potuto sperimentarlo personalmente. Infatti, in un momento particolare Egli mi è stato tanto vicino, ed è stata l’unica persona che mi ha dato la forza, e che tuttora mi sta accanto invogliandomi ad andare avanti.
Mi rendo conto di essere graziata, poiché ho Gesù per amico ed Egli ha voluto che lo diventassi. Sono dispiaciuta per coloro che non conoscono il Signore, in questi momenti comprendo quanto sia importante la presenza di Dio nella mia vita.
È deludente affermare che una delle tante conseguenze di questo stato, vale a dire la solitudine, sia dovuta proprio alla totale indifferenza delle persone che hai accanto. Come ti senti in questo momento?
Forse ti trovi in una condizione di solitudine, allora voglio dirti che c’è Qualcuno interessato alla tua vita. Quel Qualcuno è una persona che io stesso ho incontrato e mi ha dato tanta gioia: Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ed ora so di non essere più sola. Gesù mi è accanto ogni giorno, Egli è il tutto della mia vita.

« Come un uomo consolato da sua madre, così io consolerò voi » (Isaia 66:13).

Il più breve versetto della Bibbia è questo: « Gesù pianse » (Giovanni 11:35).

Gesù, il figlio di Dio, colui mediante il quale è stato fatto il mondo, e che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza (Ebr. 1:1-3), ha pianto sulla terra. Era « uomo di dolore, famigliare col patire » (Isaia 53:3). Ha pianto sulla città colpevole, Gerusalemme, che stava per respingerlo e metterlo a morte col supplizio della croce. E come abbiamo letto prima, ha pianto con le due sorelle del lutto (Giovanni 11) che avevano perso il loro fratello Lazzaro. Eppure, di lì a poco, lo avrebbe resuscitato.
Voi che forse siete stanchi e affaticati, avete provato le compassioni del Signore Gesù? Lui, il Figlio eterno di Dio, è venuto nel mondo per dare soccorso e consolazione a coloro che incontrano l’afflizione, la sofferenza, il lutto. Egli è « un aiuto sempre pronto nelle distrette » (Salmo 46:1).
Se lo conoscete come vostro Signore e vostro Amico, non piangerete mai come coloro che non hanno speranza.
Le vostre lacrime, vuole asciugarle, poiché Egli stesso ha sofferto i più grandi dolori, quando è andato alla morte della croce, per salvarci. Nel vostro dispiacere, o anche nella vostra disperazione, andate ai suoi piedi, inginocchiatevi davanti a Lui e invocateLo.
Egli riempirà il vostro cuore di pace e di consolazione. Ponete in Lui la vostra fiducia, Egli è accanto a voi.
Egli vi ama del più tenero amore.

 

Publié dans:meditazioni, meditazioni bibliche |on 25 août, 2014 |Pas de commentaires »

Murillo, San Pietro

Murillo, San Pietro dans immagini sacre 640px-San_Pedro_en_l%C3%A1grimas_-_Murillo

http://en.wikipedia.org/wiki/Saint_Peter

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COMMENTO A ROMANI 11,33-36

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BRANO BIBLICO SCELTO : ROMANI 11,33-36

33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
34 « Infatti, chi mai ha potuto conoscereil pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35 O chi gli ha dato qualcosa per primo, si che abbia a riceverne il contraccambio? ». 36 Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

COMMENTO
Romani 11,33-36

Inno alla sapienza di Dio
Nella terza parte della lettera ai Romani (cc. 9-11) Paolo ha dato la sua spiegazione, ispirata alle Scritture, del mistero di Israele, concludendo che alla fine anche tutto il popolo eletto sarà salvato. Al termine di questa riflessione Paolo eleva un inno di lode a Dio, che è riportato nel testo liturgico. Il brano si apre con la lode (v. 33), prosegue con due citazioni bibliche (vv. 34-35) e termina con una ulteriore esaltazione di Dio (v. 36).
La lode iniziale è espressa da Paolo con due esclamazioni ispirate dalla riflessione sul mistero di Dio a cui ha appena accennato (cfr. v. 25): «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (v. 33). Con la prima di queste due esclamazioni egli esalta la grandezza di Dio come creatore. La profondità riguarda tre aspetti: la sua «ricchezza» (ploutos), che consiste nelle risorse inesauribili della sua potenza, la sua «sapienza» (sophia), che è l’attributo manifestato da Dio nella creazione, la sua «scienza» (gnôsis) che è la conoscenza intima e diretta che Dio ha di tutte le realtà create. Ma è possibile che si Paolo attribuisca a Dio una ricchezza che è tanto più profonda in quanto ha come oggetto la sapienza e la conoscenza. Con la seconda esclamazione Paolo esalta Dio come colui che conduce gli esseri umani alla salvezza: i suoi «giudizi» (krimata, decisioni) sono insondabili e le sue «vie» (hodoi), cioè le sue scelte, sono inaccessibili: l’uomo può vedere solo gli effetti delle decisioni divine, ma le sue scelte profonde sono al di fuori della sua portata.
Per motivare il carattere trascendente e misterioso di Dio Paolo si pone poi tre domande che formula con le parole stesse della Scrittura. Per le prime due egli utilizza letteralmente, secondo la traduzione dei LXX, un passo del Secondo Isaia in cui si dice: «Chi ha conosciuto (ebr.: diretto) il pensiero (ebr.: Spirito) del Signore e chi mai è stato suo consigliere (per istruirlo)?» (Is 40,13; cfr. Ger 23,18) (v. 34). Questo testo si riferisce al decreto con cui il re persiano Ciro ha decretato il ritorno nella loro terra dei giudei esuli in Babilonia: questa svolta era umanamente inconcepibile, ma ciò che l’uomo non poteva neppure immaginare, e tanto meno suggerire, Dio lo ha compiuto di sua spontanea iniziativa. È significativa nella traduzione greca la sostituzione dello «Spirito» di JHWH con il suo «pensiero» (noun), che esprime più direttamente la sua attività decisionale.
Per la terza domanda Paolo si serve invece di un difficile testo ricavato dal libro di Giobbe (Gb 41,3). Letteralmente nel TM si dice: «Chi mi ha fatto un anticipo ch’io debba rimborsare? Tutto ciò che c’è sotto il cielo mi appartiene». Nel contesto, in cui si parla della forza del Leviatan, questa frase non ha senso. Nei LXX perciò il testo viene così tradotto: «Non temi perché è stata fatta una preparazione da me? Poiché chi c’è che mi resista?». La CEI, accogliendo una lettura diversa del testo, traduce: «Chi mai lo ha assalito e si è salvato? Nessuno sotto tutto il cielo». Abbandonando la traduzione greca da lui comunemente utilizzata, Paolo si rifà chiaramente al TM, traducendolo in questo modo: «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (v. 35). Anche qui si attende una risposta negativa: nessuno può pensare neppure lontanamente di aver dato qualcosa a Dio e pretendere così che Dio sia debitore nei suoi confronti. Dio è totalmente al di sopra e al di fuori della portata di ogni sua creatura. Un passo dell’Apocalisse di Baruc esprime un pensiero analogo a quello delle tre domande poste da Paolo: «Ma chi, Signore, mio Signore, comprenderà il tuo giudizio? O chi investigherà la profondità della tua via? O chi calcolerà la gravità del tuo sentiero? O chi potrà calcolare la tua incomprensibile intelligenza? O chi mai tra i nati (di donna) troverà il principio o il compimento della tua sapienza?» (2Bar 14,8-9).
Alle tre domande fa seguito una piccola professione di fede in forma innica (dossologia) in cui si dice: «Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose » (v. 36a). In queste parole riecheggia un testo attribuito a Marco Aurelio, il quale, rivolgendosi alla Natura esclama: «Tutte le cose sono da te, in te e per te (ek sy panta, en soi panta, eis se panta)». Questa formula ha un chiaro significato panteistico. Ma Paolo, pur utilizzandola, si ispira alla teologia biblica della creazione. Anzitutto Dio è presentato come il principio supremo dal quale tutte le cose hanno origine (ex autou); egli è anche la causa strumentale, cioè colui per mezzo del quale (di’autou) tutte le cose sono state fatte (creazione); infine egli è la meta verso cui gli esseri umani devono orientarsi (eis auton) per trovare il significato della loro vita (salvezza). Questa dossologia si avvicina al genere dell’«elogio della Sapienza», nel quale si afferma che per mezzo della Sapienza tutte le cose vengono da Dio e a lui ritornano (cfr. Pr 8,22-36; Sir 24,1-22; Sap. 7,22-30); nel NT questo genere letterario è utilizzato a volte in chiave cristologica (cfr. 1Cor 8,6; Gv 1,1-14; Col 1,15-20). Qui invece Dio campeggia sovrano sia nel campo sia della creazione che della salvezza. La dossologia termina con la formula «A lui la gloria nei secoli. Amen» (v. 36b) con la quale a Dio solo viene attribuita la lode da parte di tutte le creature.

Linee interpretative
Il mistero di Israele offre a Paolo lo spunto per mettere a fuoco il mistero di Dio, così come era sentito e vissuto nella religione israelitica. Proprio per la sua santità e trascendenza Dio non solo non può essere visto dalle sue creature, ma neppure può essere rappresentato con immagini o invocato con il suo nome. Dio resta il totalmente altro, che nessuno può conoscere o definire. Di lui l’uomo può parlare solo per analogia, cioè facendo ricorso a un linguaggio fortemente metaforico e simbolico, subito negando però che le immagini usate possano dire qualcosa di oggettivo riguardo a Dio. Perciò nessuno può pretendere di ottenere qualcosa da lui o chiamarlo in causa se non l’ottiene. Nonostante ciò Dio è la causa da cui ha avuto origine il genere umano e il fine a cui ciascuno deve tendere se vuole dare un senso alla propria vita e ottenere così la salvezza. Questo modo di pensare mette Dio al di fuori e al di sopra di ogni meschina strumentalizzazione. Di fronte a lui l’uomo non può che inchinarsi, riconoscendo in lui il proprio limite, e al tempo stesso la possibilità di superare se stesso e di proiettarsi verso l’infinito.
Questo Dio misterioso e nascosto non è però del tutto irraggiungibile, in quanto egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Quindi è proprio e solo nell’altro essere umano che l’uomo può trovare la vera immagine di Dio. Ciò avviene quando l’individuo si rende contro che l’altro rappresenta il limite invalicabile dei propri desideri e dei propri egoismi. Il riconoscimento dell’alterità e della trascendenza di ogni essere umano sta alla base della possibilità di stabilire con tutti rapporti di solidarietà e di amore. È qui che trova la sua fonte e la sua ragione di essere il precetto che impone di amare il prossimo come se stessi: se uno non scopre fino in fondo l’alterità dell’altro vi potrà essere forse nei suoi confronti un atteggiamento di pietà, ma non di amore. Non per nulla nella religione israelitica si afferma il principio, sfociato poi nel cristianesimo, secondo cui l’amore verso Dio non può attuarsi se non mediante l’amore per i propri simili.

24 AGOSTO 2014 – 21A DOMENICA – LECTIO DIVINA : MT 16,13-20

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24 AGOSTO 2014 | 21A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA :MT 16,13-20

Il vangelo ci ha appena ricordato uno dei momenti più importanti di tutto il ministero pubblico di Gesù che, contemporaneamente, costituì un vissuto incancellabile per quanti lo seguivano più da vicino. Dopo un periodo sufficiente di convivenza coi suoi discepoli che l’avevano accompagnato mentre predicava il Regno di Dio ed avevano presenziato ai portenti che faceva, Gesù si allontana dalla gente e rimane da solo coi suoi seguaci più vicini. Lontano da quanto possa distrarli, Gesù si interessa di sapere quello che dice la gente di Lui e che loro stessi pensano. Non è semplice curiosità quella che spinse Gesù a fare una simile domanda, ma la sua intenzione era di obbligare i suoi a che prendessero partito per lui e pubblicamente proclamassero chi era per loro e che cosa si aspettavano da lui seguendolo. Chiunque vuole essere discepolo di Gesù finisce sempre per sentirsi obbligato di definirsi definendolo: a Gesù non basta che lo si segua da vicino, è necessario che lo si conosca in realtà e che lo si proclami senza complessi.
In quel tempo, 13giunto nella regione di Cesarea di Filipo, Gesù domandò ai suoi discepoli:
« Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo? »
14 Essi risposero: « Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti. »
15 Egli domandò loro: « E voi, chi dite che io sia? »
16 Simon Pietro prese la parola e disse: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo. »
17 Gesù gli rispose: « Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
18 E io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
19 A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli. »
20 E comandò ai discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Conosciuto già un certo fallimento nella sua missione personale (Mt 13,53-58; 15,1-9; 16,1-4) Gesù si concentra sui suoi seguaci. Per riuscire in una maggiore intimità, lascia la Galilea e le moltitudini. Durante il tragitto verso Cesarea di Filippo, Gesù provoca i suoi discepoli affinché si dichiarino. Il testo è la cronaca di una conversazione iniziata e sostenuta da Gesù con le sue domande. Non cammina con chiunque: vuole sapere quello che dice la gente di lui, e così prepara la vera questione: chi è egli per loro?
Nella loro risposta i discepoli rispondono su quello che si dice di Gesù; nonostante la pluralità di personaggi con i quali viene paragonato, il popolo lo vede come profeta. Curiosamente, Gesù non reagisce davanti a quello che ascolta; non sembra interessargli molto la confusione regnante tra la gente, perché rinnova la domanda diretta ai suoi interlocutori. Dietro tanta convivenza ed ascolto, dietro tanti portenti visti e tanto insegnamento specifico, chi è per essi Gesù? L’interesse di Gesù per l’opinione dei suoi discepoli lo incuriosisce: non gli basta avere con essi una vita di intimità condivisa, è arrivato il momento della confessione pubblica; il compagno di strada si deve fare pubblico testimone.
E Pietro confessa quello che il Padre gli ha messo nel cuore: definendo Gesù per quello che significa per Dio, il suo Messia e suo Figlio, fa suo il punto di vista di Dio, accetta la sua opzione. Benedicendolo, Gesù riconosce che la sua fede non è merito suo ma grazia concessa da Dio. Pietro non conosce Gesù perché ha convissuto con lui, bensì perché Dio glielo ha concesso rivelandogli la sua identità. E Gesù riconosce che questo uomo, beato perché premiato, può essere pietra e base di un nuovo popolo credente: non smetterà di essere debole per ciò, ma merita la fiducia, perché si è dichiarato per Gesù, vedendolo alla luce di Dio e non alla misura dei suoi desideri o sentimenti. Il potere nel cielo, l’autorità sulla terra, l’ottiene chi accetta che Gesù è Dio, e come Dio desidera: la fede è ben motivata quando si vede tutto, Gesù compreso, secondo Dio. Solo una fede che viene concessa può essere base e fondamento pietra angolare della fede comunitaria.

2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Prima di chiedere la loro opinione personale, Gesù vuole sapere dai suoi discepoli che cosa è quello che la gente sta dicendo su di lui. Non sappiamo che cosa portò Gesù ad informarsi sulle dicerie che la sua missione aveva svegliato tra il popolo. Il fatto è che volle conoscerlo dalla bocca dei suoi prossimi. In questo modo, li obbligava ad interessarsi di quanto, sul maestro, pensava il popolo. Il discepolo di Gesù che vuole vivere tutta la vita vicino a lui, non deve disinteressarsi di quanto il mondo pensi sul suo Maestro: vivere occupati nella sequela non ci dispensa di preoccuparci di quello che Gesù significa per gli altri.
Prova del nostro interesse per Gesù è l’interesse che mostriamo nel sapere se la gente condivide il nostro entusiasmo per lui. Difficilmente dimostreremmo che le nostre convinzioni e la nostra fede sono sentite e sincere, se non ci preoccupa che il mondo non si informi su Gesù, né ci faccia male che non sia conosciuto quanto basta o non è amato tanto quanto lo facciamo noi. Rimanere contenti perché, vivendo oggi in una società interessata sempre meno per il nostro Signore, riusciamo, e non è poco, a conservare intatta la nostra fede in Lui, non è sufficiente; avrebbe poco valore per noi il Gesù che seguiamo, se non ci preoccupasse che sono meno i suoi discepoli o che pochi l’apprezzano come noi.
Con la sua domanda, in realtà, Gesù preparava ancora i suoi discepoli per una sfida più decisiva. Non interessava molto a Gesù quello che pensassero i suoi contemporanei di lui; cercava, piuttosto, di preparare i suoi seguaci davanti alla questione decisiva: chi era egli per loro? L’interesse di Gesù per l’opinione dei suoi è autentico e la risposta improrogabile: devono proclamare pubblicamente quello che in gran segreto tante volte hanno pensato. Finalmente devono arrischiarsi a dire quello che tante volte hanno sentito in privato. Gesù non si accontenta che loro abbiano seguito e condiviso il suo lavoro e la sua intimità. La sequela di Gesù non è mai tema privato che compete solo alla coscienza del discepolo e che accade nella più stretta intimità: senza professione pubblica, senza dire ad alta voce quello che sa il cuore, nessun discepolo supera la prova. Il compagno di Gesù deve farsi suo testimone; l’intimo di Cristo, il suo predicatore.
Non basta, dunque, alimentare buoni sentimenti senza opere che li manifestino. Bisogna dire quello che si pensa e pubblicare quello che si vive; non sono le intenzioni buone quelle che fanno il buon discepolo, bensì la sua vita fatta messaggio. Gesù non sopporta nelle sue compagnia persone che non si definiscono che non optano per lui che non sanno chi è o non osano farlo in pubblico. Egli stesso continua oggi a sfidare tutti quelli che desiderano essere suoi discepoli; egli è colui che vuole sapere da noi stessi la nostra opinione. Se ancora non abbiamo sentito quella domanda di Gesù, se non ce l’ha fatta ancora, è probabile che non ci abbia considerati ancora come i suoi seguaci più vicini: in realtà, la fece solo a chi lo seguiva da vicino e dagli inizi.
Dovremmo augurarci di sentire oggi di nuovo la domanda di Gesù: se non ci siamo visti mai obbligati a prendere posizione davanti a lui, chissà è perché non siamo stati sufficientemente vicini a lui affinché potesse dirigerci la sua parola. Recuperiamo il tempo perduto; basterebbe che ci sentiamo interpellati da Gesù. Chi è egli realmente per noi? Cosa significa, in concreto, nel quotidiano, nelle nostre vite? Dipenderà da quello che gli rispondiamo pubblicamente, davanti agli altri e, specialmente, alla sua presenza, affinché, come a Pietro, ci consideri degni di lui e beati perché il Padre si degna di rivelarci i suoi segreti.
Confessare Gesù non è semplicemente dire l’opinione che ci siamo fatti di lui e neanche confessare la fede che riceviamo dai nostri genitori; accettandolo come Cristo e Figlio di Dio, Pietro non proclamò quello che sentiva per Gesù, ma quello che Dio voleva. Pietro non espresse il suo pensiero personale, disse quello che Dio gli aveva messo nel suo cuore. Credere in Cristo Gesù suppone, dunque, fare nostro il punto di vista di Dio, vedere Gesù come Dio stesso lo vede, sentire per lui quello che Dio sente, contemplarlo alla sua luce ed amarlo come Dio vuole. Non è legittimo che ci immaginiamo Gesù alla misura dei nostri desideri ed in conformità alla nostra necessità; non sarebbe quello il Gesù autentico, il vero figlio di Dio: confessare Cristo è accettarlo come Dio lo volle. Un Gesù modellato secondo le nostre preferenze non starebbe all’altezza delle preferenze divine: Gesù, il Messia, il Figlio di Dio, è sempre molto meglio di quanto noi avremmo potuto desiderare. Ma, per sperimentarlo, bisogna accettarlo realmente è, come Dio ce lo diede.
Solo i discepoli che, come Pietro a Cesarea, vedono e proclamano Gesù come Dio lo ha rivelato a loro, saranno chiamati ad essere pietra e fondamento della fede per gli altri. Il credente ha assicurato il potere nel cielo e gode di autorità sulla terra, ogni volta che fonda la sua esistenza in Cristo Gesù, il Figlio di Dio. Nel suo interesse per conoscere la nostra opinione su di lui, Gesù si interessa di sapere se l’abbiamo accettato come Dio ce lo ha mostrato, come suo Figlio e nostro Cristo. Se oggi trovasse tra noi un credente così, lo proclamerebbe beato e gli confiderebbe di nuovo la missione di essere pietra e base della fede degli altri. Siamo chiamati a proclamare senza complessi la nostra fede; non è il mondo che ce lo chiede, ma il nostro stesso Signore. E tutti siamo così chiamati ad essere, come Pietro, roccia della fede e pilastro della fedeltà dei nostri fratelli.
Sentiamoci spinti da Gesù a dirgli che cosa rappresenta per noi. Beato chi, tra di noi lo confessa come Dio lo vede: niente si dovrà invidiare a Pietro! La sua ‘missione’, essere fondamento ed appoggio della fedeltà degli altri, sta a portata di quanti riescono a proclamare la loro fede in Gesù, Messia e Figlio di Dio. È la nostra opportunità, perché non approfittarne?

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

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SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA dans immagini sacre e testo icona-Madonna-grecaPArt

MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

Si dice sia stata scritta direttamente dall’Evangelista Luca, ma di certo l’Icona della Madonna della Passione è una delle immagini più venerate dell’isola di Creta, da dove, a partire dal XIV secolo, si irradiò in tutta Europa. Il modello nel XV secolo divenne molto popolare in tutto l’oriente, come nel Veneto e nel meridione d’Italia; celebre è l’Icona della “Madonna del Perpetuo Soccorso”, oppure la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla.
Una nota leggenda popolare vuole che il 5 agosto di un non definito anno un contadino calabrese fosse uscito per pascolare le pecore nei pressi della spiaggia di Capo Rizzuto e qui trovasse sulla spiaggia, trasporta dalle onde del mare, una Icona sacra raffigurante la Madonna con in braccio il bambino.
« …Un bel mattino di agosto, 5 di quel mese, colà dove l’onda azzurrognola dell’Ionio lambisce le rive di Capo Rizzuto, venne veduto ad un contadino, lì per avventura traentesi alla pastura degli armenti, ondeggiar lieve lieve sulla mobile superficie dell’onda una tavola, coronata dalle iridi della luce nascente, e avvicinarsi secondo che le aure quella spingevan verso il lido, e quasi dall’onda riverente su quello deporsi. Quella tavola miracolosa rivelava le sembianze di Maria Vergine, avente fra le braccia il Divin Pargoletto » (Salvatore Cristofaro di San Marco Argentano: In onore di Maria Vergine madre di Dio, che si venera in Isola come protettrice sotto il titolo di Madonna Greca. Edizione 3°, Catanzaro, 1896 ).
L’Icona che, vuoi per tradizione, vuoi per analogia alle altre più note, si suppose provenire dalla Grecia fu presto una copiosa sorgente di miracoli; fu detta “Madonna Greca” ed attirò grandi masse di pellegrini. Ad essa furono dedicati due momenti di festa religiosa: il lunedì successivo alla prima domenica di Maggio, con un pellegrinaggio da Isola a Capo Rizzuto, in ricordo di quello guidato da San Luca di Melicuccà, primo vescovo di Isola, allorchè tutta la popolazione si mosse per invocare la fine di una lunga siccità; il 5 Agosto, giorno del ritrovamento dell’icona, quando questa viene portata in processione sul mare da una folta schiera di piccole imbarcazioni.
Oggi la sacra Icona è custodita all’interno di una splendida cappella del Duomo di Capo Rizzuto, che fu sede vescovile di iniziale rito greco fino al 1818, anno in cui fu soppressa e accorpata all’allora Diocesi di Crotone.
Per cercare di formulare delle ipotesi sull’anno d’arrivo dell’Icona in Calabria, occorre considerare che, come lo storico locale padre Ughelli sottolinea, la cittadina di Isola di Capo Rizzuto sia situata in “una pianura fertile e boscosa a 4 miglia dal mare” parecchio esposta al rischio di incursioni piratesche, “in 80 anni è stata devastata due volte dai Turchi: la prima volta da Barbarossa e quindi da Dragut, rais dei pirati; infatti, non era circondata dalle mura, ma abitata nei villaggi”. Anche se la prima citazione della città di Isola la troviamo al secolo nono nell’elenco delle sedi vescovili di rito greco e subalterni a Costantinopoli, è poco probabile che l’Icona sia sopravvissuta alle devastazioni del Barbarossa prima, dei saraceni poi.
Come poteva un’icona di questo pregio e di questa fama rimanere malgrado tutto nella cattedrale benedettina di Capo Rizzuto? D’altro canto padre Ferdinando Ughelli evidenzia come al suo tempo “nella città di Isola non c’è nessuna chiesa parrocchiale oltre alla Cattedrale e né c’è qualche Oratorio per l’esiguità del territorio all’interno delle mura. Così la cura delle anime dell’intera città è gestita dai Canonici e c’è un convento dei Terziari Francescani, fondato dallo stesso Caracciolo. ».
Nel XV secolo a seguito delle continue vittorie turche, con la conquista di Creta e dei territori albanesi, è molto probabile che un gruppo di profughi con il loro prezioso tesoro abbiano lasciato la patria per cadere poi nelle mani di una qualche unità saracena nello specchio di mare antistante le coste calabre. Intorno al 1482, a seguito della vittoria dei turchi musulmani sulla terra d’Albania, diversi gruppi di profughi lasciarono la loro patria per dirigersi in Sicilia, ove una nutrita colonia di albanesi si era già insediata nella Piana degli Albanesi, vicino Palermo. Il periodo migliore per intraprendere la navigazione nel mediterraneo era sempre e comunque quello estivo. Data la sua enorme somiglianza (differisce solo per la presenza degli angeli) con la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla (CT), forse l’Icona si trovava su uno di questi convogli. Risulta così fortemente suffragata l’ipotesi dell’appartenenza dell’Icona alla scuola cretese.
D’altro canto una delle prime notizie storiche che riguarda l’esistenza del quadro della Beata Vergine ad Nives (l’Icona fu rinvenuta il 5 agosto, data della storica nevicata romana), detta la « Cona greca », risale alla visita pastorale, fatta alla diocesi d’Isola, verso la fine del 1594 dal decano Nicolao Tiriolo da Catanzaro, vicario generale del vescovo Annibale Caracciolo, uno dei Prelati più zelanti e munifici verso la diocesi d’Isola. Da questa visita pastorale si apprende che la Cappella della “Cona greca” godeva di un “Beneficio”consistente “ in cinque ducati ” . Ricopriva la carica di procuratore della Cona Greca Don Desiderio De Onofrio, tesoriere della cattedrale d’Isola, che ebbe tale incarico direttamente dal vescovo Annibale Caracciolo, per amministrare anche i beni della Cappella della Cona Greca, come si legge dagli atti della stessa visita pastorale. Poteva rimanere tanto tempo nascosta un’Icona miracolosa di così grande pregio?

Lettura dell’Icona
L’Icona appartiene al modulo delle “Madonne della Passione”, di cui uno dei più antichi prototipi è un affresco presso il monastero di Arakos a Cipro. Verso la fine del XIV secolo questa tipologia divenne molto popolare nell’Isola di Creta e da lì si diffuse in tutto il mondo ortodosso. L’Icona della “Madonna Greca” propone la Madonna col Bambino, affiancato da due angeli, l’arcangelo Gabriele a destra e l’arcangelo Michele a sinistra entrambi posti su delle nuvolette, a mani giunte in atto di adorazione. Le mani del Bambino si aggrappano alla mano della Madre, mentre Ella con la destra indica il Salvatore del mondo. L’Icona è fortemente somigliante alla più nota “Maria Santissima del Perpetuo Soccorso”, alla quale, fatta eccezione del particolare degli strumenti della passione in mano agli angeli e a qualche differenza, spesso soltanto cromatica, si avvicina moltissimo. Fatta eccezione per l’assenza degli angeli, l’Icona risulta la gemella della « Mater Elemosinae » di Biancavilla, datate fra il XIV ed il XV secolo.

Madonna Greca | Capo Rizzuto | Calabria
Santa Maria dell’Elemosina (Biancavilla) – Madonna Greca (Capo Rizzuto)

D’altro canto la tecnica con pittura a tempera d’uovo usata per “scrivere” questa Icona avvalora ulteriormente l’ipotesi di datazione dell’Immagine fra il XIV ed il XV secolo.
L’anonimo iconografo ha voluto apportare una significativa semplificazione al modulo base, che vede gli attrezzi della passione in mano agli angeli: qui essi hanno una funzione “consolatoria”, ciò non di meno egli non ha rinunciato alla rappresentazione dell’angoscia del Cristo, che, meditando la sua futura Passione, si aggrappa alla Madre e perde, per il movimento brusco, un sandalo. Nell’icona la parte inferiore raffigurante i piedi del Bambino è purtroppo andata persa, ma risulta assai probabile, per l’assonanza a tutti gli altri modelli, che il bambino fosse privo di un sandalo. Nell’Icona viene evidenziato anche il trionfo di Cristo sulla sofferenza e sulla morte, come si evince dal fondo dorato (simbolo della Risurrezione) e dalla realtà luminosa senza tempo del Regno dei Cieli.
La mano della Madonna, che si incontra con quelle del Bambino, è il punto centrale dell’Icona, in cui si può scorgere da un lato la realtà dell’incarnazione, dall’altro l’immenso gesto di tenerezza, attraverso il quale Gesù consola Maria e quindi la Chiesa tutta. Tutto ciò, come di consueto nella tradizione bizantina, è raffigurato nella parte basse dell’Icona solitamente demandata alla rappresentazione delle cose terrene; la parte alta, gli angeli ed il fondo oro esprimono la Luce della Gloria di Dio. La mano destra di Maria accoglie quelle del Figlio, sottolineando così l’umanità di Cristo e nel contempo lo indica.
I volti di Maria e di Gesù, mentre i loro occhi fissano benignamente il fedele, si incontrano in un momento di immensa intimità, contatto però che non produce ombre, anzi un colpo di luce, irradiato dal Figlio, brilla sotto l’occhio sinistro della Madre e continua fino alle labbra, ove raggiunge la massima intensità, volendo enfatizzare le parole di Maria “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).
Il collo gonfio di Gesù ne simboleggia la pienezza dello spirito « Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri. »(Is. 61,1).
La particolare raffigurazione degli organi di senso (occhi senza luccichìo, naso sottile e lungo, narici piccole, bocca sempre chiusa), esprimono in modo molto evidente lo stato di apatheia di Maria, il distacco da ogni eccitazione, tipico di coloro che ormai vivono nell’assoluta perfezione. « Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne, né sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in sé; e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero di Dio » (San Basilio il Grande). Ed ancora di più: « Siate in pace con la vostra anima e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che sono in cielo; perché una sola è l’entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere » (S. Isacco di Siria, VII sec.).
L’armonia con cui viene rappresentata Maria la colloca nella perfezione del mondo spirituale. Secondo la teoria dei tre cerchi di Panovsky, per la rappresentazione dei volti, l’iconografo si è servito, come di consueto, del modulo che corrisponde alla lunghezza del naso; in questo modo la testa è inscritta in due cerchi, mentre il nimbo è determinato da un terzo. Nella visione frontale il centro dei cerchi è situato alla radice del naso, tra i due occhi, questa parte del naso è situata a sua volta al centro della testa, sede della sapienza. Nella nostra Icona, ove il volto della Vergine è rappresentato a tre quarti, il centro è spostato sul margine dell’occhio destro, rispettando sempre perfettamente il modulo del naso. L’Asse del naso forma con gli occhi un angolo retto, perché il volto non è concepito in profondità, ma in planimetria. Il mento e la fronte restano alla distanza di un modulo, in questo modo le misure verticali, segno della gloria di Dio restano fisse, “eternamente immutabili” mentre quelle orizzontali sono delle semplici frazioni. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” (Mc. 13,31). Questo tipo di rappresentazione permette ai volti di aprirsi verso lo spettatore, mentre la curva delle loro teste diviene ancora più espressiva e come gravida di intelligenza (E. Sedler, L’Icona immagine dell’invisibile). La grande maturità raggiunta nell’astrazione delle forme, strutturate in modo tale da riflettere non l’apparenza (la corporeità di Maria e di Gesù), ma la loro essenza: il loro nucleo spirituale, la loro verità eterna è tipica del periodo medievale. L’esigenza del rispetto dei canoni delle proporzioni, secondo il manuale d’iconografia cristiana, ha due significati specifici: solamente colui che ha il cuore puro entrerà nel Regno dei Cieli; è nella carne che il cristiano impegna il combattimento più duro, ma anche il più glorioso.
Sul nimbo di Maria sono presenti tracce di una ricca decorazione a racemi, realizzata a pastiglia in oro, tecnica tipica del XIV secolo, elemento che contribuisce anch’esso alla datazione dell’opera nel periodo stimato. Le vesti coprono il corpo di Maria in modo estremamente razionale, ma senza esprimere alcuna materialità volumetrica. Nelle icone Mariane il vero e il bene si offrono alla contemplazione e dalla loro simbiosi scaturisce il bello. La materia reale e concreta perde drasticamente profondità fino ad addivenire ad una proiezione della natura, lasciando completamente il suo posto alla luce spirituale, all’essenza più intima delle cose, quella che tocca l’animo di chi contempla, edificando. In questa Icona tutto concorre alla celebrazione della Bellezza, al punto da divenire espressione tangibile ed immediata dell’immensa fiducia nella potente intercessione della Madonna, d’altro canto Lei stessa rispose, quando interrogata: « Sono così bella perché amo così tanto. »

Publié dans:immagini sacre e testo |on 20 août, 2014 |Pas de commentaires »
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