FIUMI D’ACQUA VIVA SGORGHERANNO DAL SUO SENO

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FIUMI D’ACQUA VIVA SGORGHERANNO DAL SUO SENO

Se vi è in noi il desiderio di affidare allo Spirito Santo l’azione di rinnovare la nostra vita spirituale, non possiamo non approfondire, in verità, la conoscenza, della terza persona della Santissima Trinità. Rimanere nell’ignoranza riguardo alla Persona dello Spirito Santo, non soltanto ci limita in un vero e ortodosso cammino spirituale, ma ci impedisce, ancora di più, di vivere una fede viva, efficace ed evangelizzatrice:
non basta invocarlo, piuttosto dobbiamo permettergli di agire nella nostra vita, lasciarci guidare da Lui:

« Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, (come dice la scrittura) fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37).

Spesso si corre il rischio di spiritualizzare o distorcere a nostro uso e consumo l’azione dello Spirito Santo, come del resto avviene anche per la figura del Padre e di suo figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è colui che spezza e corregge la visione di Dio nel nostro cuore e nella nostra mente. E’ lo Spirito Santo che rende continua e viva nella Chiesa la vita di Gesù e rende viva nel credente la coscienza che Gesù è il figlio di Dio ed è il Signore.
Lo Spirito Santo è quel collirio che ci dà la capacità di correggere e vedere con esattezza Dio: « Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera » (Gv 16,13).Non possiamo testimoniare che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l’azione dello Spirito come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: « Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo ». A questo punto poniamoci alcune domande: « Riusciamo ad essere testimoni di Cristo nei vari ambiti dove siamo chiamati a svolgere i nostri servizi? Meglio ancora: i bambini, gli adolescenti, i giovani, le famiglie, le persone insomma alle quali siamo chiamati ad essere un punto di riferimento nelle varie realtà della nostra parrocchia, quando ci vedono, vedono in noi solo una persona oppure un testimone di Gesù, vedono soltanto se abbiamo i capelli neri, biondi, castani, come siamo vestiti, oppure vedono in noi delle persone talmente innamorate di Dio al punto da voler assomigliare in tutto al Figlio?
Traspare dalla nostra vita, dai nostri modi di fare, di parlare, di essere che non abbiamo scelto un’ideologia o aderito a delle nozioni, ma ad una persona: Gesù!
Osservandoci, sono colti dal desiderio e dalla nostalgia di conoscere il Signore e di innamorarsi di Lui?
Guardandoci nasce in loro il desiderio che nasceva nel cuore di coloro che incontravano i discepoli del Messia al punto che li supplicavano dicendo: « Vogliamo venire con voi! » Siamo innamorati pazzamente di Cristo? Siamo suoi testimoni credibili? Vi leggo un brano preso dalla « Esortazione apostolica di Sua Santità Paolo VI » al punto 41 dal titolo « La testimonianza della vita »: « … per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio… , è il primo mezzo di evangelizzazione. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, – dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici – o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (67). È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità. »
Capiamo, quindi, quanto sia importante, specialmente in questi tempi, essere veri con noi stessi per essere veri con Dio, Lui sa già che non siamo perfetti, che non siamo infallibili, che non siamo senza peccato e che mai lo saremo su questa terra; ma sa anche cosa siamo in grado di fare: Dio ci conosce meglio di noi stessi e sa benissimo che può fidarsi di noi, credere in noi, contare su di noi.
Dio conta su di te e sa anche che non lo deluderai perché sei il suo « figlio prediletto »! Ognuno di noi è il suo « figlio prediletto »! La nostra testimonianza di vita nel servizio che svolgiamo non è quindi un optional, ma è l’essenza del nostro servire, è ciò che lo caratterizza completamente, è come diceva Paolo VI « … il primo mezzo di evangelizzazione ». A questo punto dobbiamo ricordarci che non possiamo testimoniare, dicevamo poco fa, che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l’azione dello Spirito e ricordavamo cosa dice San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: « Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo ».
A tutti è capitato di osservare qualche volta la scena di un’auto in panne con dentro l’autista e dietro una o due persone che spingono faticosamente, cercando inutilmente di imprimere all’auto la velocità necessaria per partire. Ci si ferma, si asciuga il sudore, e ci si rimette a spingere… Poi improvvisamente, un rumore, il motore si mette in moto, l’auto va, e quelli che spingevano si rialzano con un sospiro di sollievo. È un’immagine di ciò che avviene nella vita cristiana. Si va avanti a forza di spinte, con fatica, senza grandi progressi. E pensare che abbiamo a disposizione un motore potentissimo (« la potenza dall’alto »!) che aspetta solo di essere messo in moto.
La festa di Pentecoste dovrebbe aiutarci a scoprire questo motore e come si fa a metterlo in azione.
Il segreto per sperimentare quella che Giovanni XXIII chiamava « una nuova Pentecoste » si chiama preghiera. È lì che scocca la « scintilla » che accende il motore! Gesù ha promesso che il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono (Lc 11, 13). Chiedere, dunque!
La liturgia di Pentecoste ci offre espressioni magnifiche, con la centenaria sequenza, per farlo: « Vieni, Santo Spirito…Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. Vieni , Santo Spirito! »
Prima di scoprire chi è questo motore e come si fa a metterlo in azione, diventa importante chiedersi: chi sono io e quanto valgo? Ragioniamo ovviamente in termini spirituali e non carnali. C’è stato un evento straordinario nella nostra vita che ci definisce come niente e mai potrà farlo; qual è questo evento? Se ben pensaimo arriviamo alla conclusione inevitabile che questo evento irripetibile ed unico, potente ed umile c’è: è Il battesimo!
Cosa ho ricevuto nel battesimo? Cosa sono diventato grazie al battesimo? Che doni mi sono stati affidati nel battesimo? Abbiamo mai utilizzato i doni che il Signore ci ha messo nelle mani il giorno del battesimo? Viviamo da battezzati? Siamo pienamente consapevoli di ciò che abbiamo ricevuto nel nostro spirito, di ciò che siamo diventati e delle nostre immense potenzialità in quanto « figli di Dio »? Oppure dobbiamo parlare di un « sacramento legato », cioè di un sacramento nel quale il suo frutto rimane vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia?
Questo succede perché i sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia o collaborazione, tra l’onnipotenza divina (la grazia dello Spirito Santo) e la libertà umana, perché come dice S. Agostino: « Chi ti ha creato senza il tuo concorso, non ti salva senza la tua collaborazione ». Ancora meglio, il frutto del sacramento dipende tutto dalla grazia divina; solo che essa non agisce senza il consenso e l’apporto della creatura. Dio si comporta come lo sposo che non impone il suo amore per forza, ma che attende il « sì » libero della sposa.
Nel sacramento del battesimo vi sono due protagonisti: il primo è rappresentato da tutto ciò che è opera della grazia divina e dalla volontà del Cristo, il secondo è rappresentato dalla libertà dell’uomo, dalle sue disposizioni. Il primo protagonista opera sempre, è immancabile nel sacramento, mentre il secondo dipende dalla volontà e dall’apporto dell’uomo. La parte che Dio compie sempre riguarda: la remissione dei peccati, il dono delle virtù teologali (fede, speranza e carità) e il dono meraviglioso che fa all’uomo facendolo diventare figlio di Dio; tutto questo avviene grazie all’efficace azione dello Spirito Santo.
Vi racconto un’altra storia: all’inizio del secolo una famiglia del sud Italia emigra negli Stati Uniti.
Non avendo abbastanza denaro per pagarsi i pasti al ristorante, portano con sé il vitto per il viaggio: pane e formaggio. Col passare dei giorni e delle settimane il pane diventa raffermo e il formaggio ammuffito; il figlio a un certo punto non ne può più e non fa che piangere. I genitori tirano fuori allora i pochi spiccioli rimasti e glieli danno perché si goda un bel pasto al ristorante. Il figlio va, mangia e torna dai genitori tutto in lacrime. « Come, abbiamo speso tutto per pagarti un bel pranzo e tu ancora piangi? » « Piango perché ho scoperto che un pranzo al giorno al ristorante era compreso nel prezzo, e noi abbiamo mangiato tutto il tempo pane e formaggio! ».
Molti cristiani fanno la traversata della vita a « pane e formaggio », senza gioia, senza entusiasmo, quando potrebbero, spiritualmente parlando, godere ogni giorno di ogni « ben di Dio ».
Il battesimo è veramente quel sacramento che ci farebbe vivere ogni giorno con ogni « ben di Dio » a nostra completa disposizione, è quel « tutto compreso » del quale però non abbiamo ancora preso piena consapevolezza.
Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco-dono ancora sigillato: siamo ricchi perché lo possediamo, ma non sappiamo ancora di possederlo e cosa possediamo; parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire: « Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora rivelato » (1Gv 3,2). Ecco perché diciamo che, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento « legato »!
Questa è la parte del primo protagonista, è la parte di Dio. Ma in cosa consiste la parte del secondo protagonista, dell’uomo? Consiste nella fede! « Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,16): accanto al battesimo c’è dunque la fede dell’uomo. « A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome » (Gv 1,12).
Il battesimo è una perla perché esso è il frutto del sangue di Cristo.
Ecco che si realizza quel brano del vangelo che abbiamo già ascoltato: « Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37).
Ci viene richiesta la Fede, quella con la « F » maiuscola!
Quella fatta di preghiera e opere, di abbandono e carità instancabile. Quella fatta di perdono ricevuto e di perdono donato. Nel nome e nella grazia di Cristo. Ecco il motivo per il quale siamo qui riuniti nel pomeriggio della solennità di Pentecoste, siamo qui per chiedere al Padre per mezzo di Gesù una « nuova e consapevole effusione » di Spirito Santo su ognuno di noi affinché possiamo far rivivere il nostro battesimo. Non un qualcosa in più ma, piuttosto, un dono che accenda tutto l’immenso tesoro a noi già donato.
E’ giusto spiegare questa « nuova effusione » in riferimento al battesimo, è altrettanto vero che essa fa rivivere anche la prima comunione, la cresima, l’ordinazione sacerdotale o episcopale, la professione religiosa, il matrimonio. In sintesi tutte le grazie e i carismi ricevuti nella nostra vita vengono rivitalizzati e rinnovati. Se vogliamo usare un’immagine, permettiamo allo Spirito Santo di levarvi la polvere che vi si è posata sopra e che non permetteva a queste grazie, a questi doni, a questi sacramenti di splendere in tutta la loro bellezza e lucentezza. E’ davvero la grazia di una nuova Pentecoste.
La definizione che più si avvicina alla realtà è che l’effusione è un evento spirituale. Un evento nel senso che qualcosa avviene, che lascia il segno, che crea una novità in una vita; ma un evento spirituale: spirituale perché avviene nello spirito, cioè nell’interiorità dell’uomo e gli altri possono benissimo non accorgersi di nulla; spirituale, soprattutto perché esso è opera dello Spirito Santo.
Ma una cosa è certa: questa sera scenderà ancora una volta su ognuno di noi, come nel giorno di Pentecoste di duemila anni fa quando Maria e gli apostoli erano riuniti nel cenacolo in preghiera, come lo siamo noi adesso. E come loro, anche noi usciremo da questa Chiesa diversi, da come ne siamo entrati, sicuramente rinnovati interiormente grazie a quello Spirito Santo che abita in noi dal giorno del nostro battesimo e che fa di noi « tempio santo dello Spirito di Dio »!
Lasciamoci fare da Dio; poniamo in Lui e nel Suo agire ogni fiducia.
Vorrei concludere questo intervento con un bel testo dell’apostolo Paolo, del quale stiamo celebrando il giubileo, che parla proprio della riviviscenza, cioè del far rivivere il dono di Dio. Ascoltiamolo come un invito rivolto a ciascuno di noi: « Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza » (2 Tm 1,6-7).

Amen!
Alleluja!

A. Ridolfi

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