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Il sogno di Giacobbe

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Publié dans:immagini sacre |on 31 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

IL SOGNO DI GIACOBBE (GENESI 28, 10-22)

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IL SOGNO DI GIACOBBE (GENESI 28, 10-22)

(Rav Luciano Meir Caro)

Una delle forme di interpretazione ebraica del testo biblico, in particolare dei libri del Pentateuco, si rifà a un principio fondamentale, per il quale si afferma che i racconti che riguardano i nostri progenitori (Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc.), non vanno considerati da un punto di vista storico, perché non è importante come siano andate realmente le cose, se siano accadute in un modo o in un altro; ciò che è importante e di cui bisogna tener conto è che questi fatti sono un segno, un segnale – simàn – per i figli, cioè per noi. Quello che viene descritto a riguardo dei grandi personaggi biblici, non è altro che il nucleo di quello che capiterà a noi in seguito; in queste storie è contenuto tutto lo sviluppo successivo della storia degli ebrei e della storia dell’uomo.
Perciò è importante tener conto di come il testo sacro descrive le cose, per domandarci come ci saremmo comportati noi in circostanze simili a quelle di cui stiamo leggendo.
Una seconda osservazione che tengo a fare è questa. La vicenda che riguarda Giacobbe e di cui ci vogliamo occupare, si trova nel libro della Genesi, il primo dei cinque libri del Pentateuco. Bereshìt o Genesi racconta la creazione del mondo, poi la storia dei patriarchi, fino a concludersi con il racconto della discesa della famiglia di Giacobbe in Egitto. Una delle tante caratteristiche proprie della Genesi è quella di raccontare tantissimi sogni, tanto da essere stato, poi, definito « il libro dei sogni ». Ci sono più di una decina di sognatori che fanno tantissimi sogni, ma che poi scompaiono, dalla fine della Genesi in poi. E’ difficilissimo trovare persone che sognano, anche perché i sogni spesso sono sì considerati come un messaggio di Dio all’uomo, ma ancora più spesso sono considerati come qualcosa di vago, di vacuo, non definibile, cioè qualcosa di cui non si debba tener conto.
Come si può spiegare questo fenomeno? Prima i sogni sono un messaggio preciso di Dio all’uomo e poi pare che questo messaggio si diluisca nel tempo. Qualcuno dice che il libro della Genesi ci presenta una situazione in cui non esisteva ancora una normativa data da Dio al popolo ebraico e, attraverso il popolo ebraico, veicolata agli altri popoli. E’ solo dal libro dell’Esodo che compare la normativa. Questo quasi a sottolineare che la nostra vera vita, quella reale, è quella sotto l’imperio della Legge. Vedete voi se vale la pena accettare o meno questa spiegazione.
Dopo queste due premesse, passiamo a trattare di Giacobbe. Sapete che ha avuto dei contrasti forti col fratello Esaù a proposito della primogenitura, sapete degli imbrogli, organizzati dalla madre Rebecca. Anche il contrasto tra Esaù e Giacobbe sta ad indicare tutti i contrasti tra fratelli che ancora oggi caratterizzano la nostra vita.
In seguito al contrasto con Esaù, la madre manda Giacobbe un po’ lontano da casa, presso il fratello di lei, Labano, in Mesopotamia; il testo le fa dire: « alcuni giorni », ma sappiamo che poi diventano più di 20 anni.
Giacobbe scappa di casa, va in una terra lontana e ignota; pensiamo al disagio che deve aver comportato per lui tutto questo, abituato com’era alla vita di casa, agli agi, alle coccole della mamma, dato che lui era il preferito, perché più tranquillo, meno selvatico rispetto al fratello Esaù.
Esce, così, da Beèr-Shéva e si dirige verso Carràn. Si ferma a pernottare in un posto, dove prende una delle pietre che trovò là e se la pose come guanciale e dormì. Per la prima volta dorme in aperta campagna, lui, abituato alla sua casa. Dice il testo: « E giacque in quel posto ». Sembra pleonastico questo particolare. Come mai il testo, di solito molto conciso, qui si ferma su dei particolari ovvi e inutili? Certo che prende una pietra da quel luogo; se l’era forse portata da casa?
I nostri maestri pongono delle domande, danno delle interpretazioni, a mo’ di provocazione, per aiutarci a tirarci fuori dall’indifferenza. Dicono che l’espressione: « E giacque in quel posto » vuole significare che, in seguito, Giacobbe non è più riuscito a dormire; ha dormito lì e poi non ha più dormito!
Attenzione, il concetto è questo: Dio punisce noi uomini con la stessa moneta con cui noi abbiamo peccato. Giacobbe aveva frodato il padre e il fratello e aveva vissuto una vita di lusso; ora inizia per lui una vita disagiata e complicata. Non è vero che il testo dica questo, ma immaginiamo che cosa sia successo nell’animo e nella vita di Giacobbe, che, nel corso degli anni, subisce delle punizioni per quello che ha fatto, perché Dio non perdona. Non perdona nel senso che ci fa capire dove abbiamo sbagliato, usando gli stessi strumenti che noi prima avevamo usato per il male.
Ma andiamo avanti. Giacobbe, in quella notte passata all’aperto, fa un sogno. Dice il testo:
« Ed ecco una scala era piantata verso terra e la sua cima giungeva fino al cielo ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano in questa ». Traduco così, ma non sono sicuro che sia la traduzione giusta. Notate che la parola « ecco » ricorre molto spesso, un po’ a rendere il carattere non consequenziale dei sogni, che sono molto spesso a flash, a spezzoni. Ecco, succede una cosa, poi ne succede un’altra all’improvviso, quasi come se fossero dei quadri di un film.
« Ed ecco l’Eterno era piantato, diritto su di lui e gli disse: Io sono l’Eterno, Dio di Abramo tuo padre, Dio di Isacco; la terra nella quale tu giaci la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra: ti spanderai a occidente e a oriente, a nord e a sud e saranno benedette in te tutte le famiglie della terra e nella tua discendenza. E io sono con te, ti custodirò in tutto dove andrai, ti custodirò, ti farò tornare a questa terra, poiché non ti abbandonerò, fino a quando non avrò fatto tutto quello che ti ho detto ». Poi prosegue: « Giacobbe si svegliò dal suo sonno e disse: Veramente c’è l’Eterno in questo posto e io non lo sapevo ».
Notate che ci sono delle parole che ritornano più spesso; qui, per es. la parola « posto », « luogo ». Nell’ebraico posteriore questo termine rimane a significare « luogo », ma diventa anche uno dei nomi di Dio. Il perché non lo so. Forse Dio che ricopre ogni luogo. Non lo so!
Torno al testo: « Temette e disse: Quanto è temibile questo posto! Questa non è altro che la casa di Dio e questa è la porta del cielo. Giacobbe si alzò al mattino, prese la pietra che aveva posto al suo capezzale, la mise come monumento e ci versò dell’olio sopra e dette il nome a quel posto Bet-El. però il nome della città, primitivamente, si chiamava Luz ».
Impariamo, qui, che siamo in una città, mentre forse ci sembrava di essere in aperta campagna. Ancora il testo: « Giacobbe fece un voto dicendo: Se Dio sarà con me e mi custodirà in questa strada che sto percorrendo e mi darà cibo da mangiare e abiti da indossare e tornerò in pace alla casa di mio padre e Dio sarà per me quale Dio, questa pietra che ho posto come monumento, sarà una casa di Dio e tutto quello che mi darai, io te ne verserò una decima ».
Vi invito a leggere, a riprendere questo capitolo 28 della Genesi. Anche perché ci sono delle incongruenze di ogni genere. Per es. possiamo chiederci chi sono questi angeli che vanno e vengono o cosa significa questa scala. Poi Dio si presenta personalmente e fa delle promesse molto precise, che incoraggiano Giacobbe in questa nuova fase della sua vita. E cosa fa Giacobbe? Fa un voto a Dio, condizionando una sua promessa a Dio al comportamento di Dio. Dice: « Se veramente sarà così… se Dio mi custodirà… ». Ha dei dubbi, mentre Dio gli aveva fatto delle promesse gratuite.
Dopo questo Giacobbe parte e compie un viaggio di 500 km, ma su questo la Bibbia non ci dice niente.
Ogni passo va capito, e per cercare di capirlo bene, dovremmo cercare di identificarci con un regista che deve filmare il racconto che leggo. Insomma, cercare di mettersi nei panni dei personaggi.
Un altro particolare: il nome della città. Giacobbe la chiama Bet-El, che vuol dire « casa di Dio », ma prima si chiamava Luz. Cosa c’è di così interessante in questo? Dovrei aprire un lungo capitolo sull’argomento. Però Luz è un nome che ritorna nella storia biblica e poi nella mitologia biblica, la quale dice che in questa città non morì mai nessuno, non esisteva la morte. Pensate cosa vuole insegnarci questa mitologia, che non è supportata da niente.
Quella città, che poi diventa « casa di Dio », era una città dove non esisteva la morte. Ma si racconta che a un certo punto la gente che vi abitava si stancava e quindi usciva dalla città per morire.
Se continuate a leggere la storia di Giacobbe, incontrerete lo zio, più imbroglione di lui; Giacobbe lavora come un dannato, ma viene continuamente preso in giro dal suocero, visto che nel frattempo aveva sposato le due figlie di Labano. Allora a un certo punto cosa fa? Propone di dividere le pecore e lui si sceglie gli animali maculati, mentre quelli a tinta unica sono di Labano. L’indomani Labano porta tutto il gregge alla tosatura, di modo che non si riconoscevano più i differenti colori. Giacobbe viene nuovamente fregato, ma trova la soluzione. Siccome si era accorto che se in certe stagioni dell’anno, quando gli animali andavano in calore, metteva negli abbeveratoi dei rami con la corteccia intagliata, quindi a colori diversi, le pecore poi partorivano animali col pelo maculato. In questo modo Giacobbe si rifà dell’inganno
del suocero. Leggetevi puro tutta la storia; quello che è interessante è che i rami intagliati appartenevano a una pianta chiamata « luz ». Non sappiamo cosa sia, forse mandorlo.
In ogni caso questo nome « luz » richiama la città dove non c’era la morte ed è collegata a questa specie di manipolazione genetica, se vogliamo chiamarla così, collegata col rinnovarsi della vita. C’è tutto un intreccio.
L’ebraismo post-biblico sostiene, poi, che « luz » è una piccolissima parte del nostro corpo, un minuscolo ossicino, presumibilmente situata nella spina dorsale, che ha questa funzione: alla nostra morte, il corpo va in decomposizione e si fonde col terreno circostante. Tutto il nostro corpo torna terra; tutto tranne questo minuscolo ossicino, che sarà il nucleo della resurrezione dei morti. Attorno a questo piccolo seme rinascerà il nostro corpo, chissà quando. Per noi è proibita la cremazione, che significa un suicidio definitivo, perché andrebbe bruciato anche il piccolo luz che abbiamo nella spina dorsale; l’unica cosa che lo può distruggere, infatti, è il fuoco.
Giacobbe ha detto, al suo risveglio: « Questo luogo è terribile, è la porta del cielo ».
Un’altra cosa. Bet-El è il nome di una città, in Israele, che ha avuto nella storia successiva, delle notevoli implicazioni. Pare che fosse sede di un culto simile alla dottrina ebraica, ma differente. Era una città che si era messa in contrapposizione a Gerusalemme.
Questi sono tutti elementi, che facciamo fatica a capire e a mettere insieme, ma non possiamo ignorarli, non tenerli in considerazione.
Ma arriviamo alla scala. Che significato ha? Sono state proposte interpretazioni di vario genere. Qualcuno dice che è il simbolo dell’altare del santuario di Gerusalemme. L’altare serviva per i sacrifici ed era posto in posizione elevata. Gli angeli che salgono e scendono, allora, sono i sacerdoti che celebrano il culto.
Apro una piccola parentesi. Il testo biblico prevede che il culto a Dio sia reso attraverso il sacrificio. Una cosa che a noi, oggi, non dice più niente e lascia alquanto perplessi. Ci viene da chiederci cosa possa interessare a Dio che noi gli offriamo degli animali uccisi.
A noi sembra più logico onorare Dio in altro modo. Ma questa scala di Giacobbe sembra suggerirci un modo diverso di rendere culto a Dio, in quanto è prefigurazione del culto che si sarebbe reso a Dio nel futuro.
Un’altra interpretazione può essere quella che fa riferimento alla ghematrià, cioè quel sistema che lega ogni lettera dell’alfabeto ebraico a un corrispettivo numerico. Secondo la ghematrià la parola « scala » viene scissa nelle varie lettere che la compongono e si calcola la somma del valore numerico di ogni lettera. La parola « scala » – sullàm – ha un valore numerico che corrisponde esattamente a quello della parola Sinài, il monte di Dio. Quindi la scala vista da Giacobbe, con questi esseri che vi salgono e scendono, potrebbe essere una prefigurazione del monte Sinài. In fondo questo monte non è un collegamento tra cielo e terra? E non ci sono, anche lì, al Sinài, delle persone che salgono e scendono? Vi ricordate la descrizione della teofania sul Sinài? Non vediamo forse Mosè che sale e scende più volte con le tavole della Torah?
Qualcuno mette in relazione la parola sullàm con pesel, compiendo una metatesi. Pesel vuol dire « statua ». Vi ricordate il sogno di Nabucodonor, nel libro di Daniele? Il re aveva sognato una grande statua con la testa che arrivava fino al cielo. Vedete? La scala può essere intesa in senso positivo, cioè il collegamento costante tra la terra e il cielo, ma anche un collegamento deformato, quando qualcuno pensa di essere lui stesso la scala e di potersi portare in alto, ma prima o poi crolla certamente.
La parola sullàm corrisponde anche ad altre due parole: oni, cioè povertà e mamòn che vuol dire ricchezza. Cosa potrebbe voler dire, questo? La scala significa la storia degli individui: c’è chi si arricchisce e chi si impoverisce. Ma nessuno deve pensare che la sua condizione sia stabile, perché si sale e si scende. E’ la situazione dell’essere umano.
Anche per Giacobbe è così. Fino a poco prima era in una situazione molto positiva, in casa sua e oggi tutto è cambiato per lui. Non bisogna prendersela: la vita è una scala!
Qualcuno si chiede chi sono questi angeli che salgono e scendono. Il termine qui usato per dire « angelo », malàch, indica un tale che, consapevolmente o inconsapevolmente, sta compiendo una missione per conto di Dio.
Non vi sembra strano che il testo dica che questi esseri salgono e scendono? Se sono mandati da Dio, se sono celestiali, come possono prima salire e poi scendere?
La prefigurazione potrebbe essere quella di Giacobbe come rappresentante del popolo ebraico successivo o di qualunque altro popolo. Ci sono delle potenze che salgono e scendono; potremmo dire, in termini attuali, l’Unione Sovietica, gli Stai Uniti, il Vaticano, il rabbinato, che so io, tutto quello che volete. L’impressione è che salgono, ma sono degli strumenti nelle mani di Dio. Oggi salgono, ma domani scendono. Non bisogna spaventarsi. In fondo è lo stesso messaggio dei profeti nei riguardi dei grandi imperi che sorgevano e sembravano invincibili: prima o poi viene il momento della discesa per tutti.
Qualcuno aggiunge, a questo proposito, che Giacobbe non sale e non scende, quasi a sottolineare che i discendenti di Giacobbe fanno parte di un popolo, di un’etnia che è al di fuori dai parametri della storia. Questo può essere dimostrato dalla storia stessa. Il popolo ebraico avrebbe dovuto sparire dalla faccia della terra da almeno 2000 anni, per una serie di situazioni, di assimilazioni, discriminazioni. E invece siamo ancora qua. Qualcuno dice che è quasi come se Israele fosse condannato a non scomparire mai. Ma questo conferma la tesi che ogni popolo, ogni individuo è strumento nelle mani di Dio.
Un’ultima interpretazione, che desidero farvi conoscere, perché ci riflettiate sopra. I malachìm, questi messaggeri di Dio, sono visti da qualcuno come delle presenze invisibili che ci accompagnano. Ogni essere umano è accompagnato. Ci sono delle situazioni in cui ci sentiamo spinti a fare o non fare qualcosa che non dipende da noi, che si discosta dal nostro modo usuale di agire, che non risponde al nostro carattere; come se, appunto, ci fossero delle presenze, al di fuori di noi, che ci suggeriscono dei comportamenti, in negativo o in positivo, che esulano dal nostro modo usuale di regolarci. Ci si può credere o no. I maestri dicono così. La situazione di Giacobbe è quella di un uomo che sta uscendo dalla terra che Dio gli ha promesso e sta andando all’estero. Questi esseri che salgono e scendono, chi sono? Stanno tornando verso Dio gli angeli che hanno accompagnato Giacobbe finché era nella sua terra e stanno scendendo quelli che devono accompagnarlo all’estero. I problemi dell’ebreo o dell’uomo nella propria terra sono diversi dai problemi che nascono in una terra diversa. Per questo Giacobbe ha bisogno di un altro tipo di protezione, adesso che sta entrando in una terra diversa; come se i malachìm che l’hanno accompagnato fino allora non sono più qualificati. E tutto questo è supportato dal fatto che quando Giacobbe torna a casa sua, dopo 20 anni, si dice, qualche capitolo più avanti, che gli si fecero incontro gli angeli di Dio. Tornano quelli di prima. E Giacobbe dice: « Questa è una stazione divina ». Come se fosse una stazione di confine in cui Dio provvede alle sue necessità. Dice « machanàim », usando una parola al duale, come a dire « le due stazioni », cioè è una stazione di partenza e di arrivo allo stesso tempo. E qui Dio provvede a offrirgli l’aiuto più consono.
Io non voglio lasciarmi trascinare e non voglio trascinare voi, però queste cose sono coinvolgenti. La cosa essenziale è che si legga il testo direttamente.

LA PREGHIERA, PEGNO DELLA SALUTE SPIRITUALE (PAVEL EVDOKIMOV)

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LA PREGHIERA, PEGNO DELLA SALUTE SPIRITUALE (PAVEL EVDOKIMOV)

sabato 28 settembre 2013

“Pregate incessantemente”, insiste san Paolo, poiché la preghiera è la sorgente e la forma più intima della nostra vita spirituale. La vita di preghiera, la sua densità, la sua profondità, il suo ritmo, misurano la nostra salute spirituale e li rivelano a noi stessi. È in uno spirito raccolto e tranquillo che sta la vera preghiera e che l’essere viene misteriosamente visitato. “L’amico dello Sposo sta là e lo ascolta”; la condizione essenziale dello stato di preghiera è precisamente “di stare là”, ascoltare la presenza di Cristo.
All’inizio, la preghiera è agitata; l’uomo versa l’intero contenuto del suo essere psichico; ma nella preghiera, la chiacchiera dissipa. Ma, “basta tenere le mani levate”, dice san Marco [il Monaco]. La preghiera domenicale è breve*. Un eremita la cominciava al tramonto del sole, e la terminava dicendo “amen” ai primi raggi del sole che sorgeva. Non si tratta di discorsi; gli spirituali si accontentavano di pronunciare il nome di Gesù ma, in questo nome, contemplavano il Regno.
Una grave deformazione trasforma la preghiera nella ripetizione meccanica di formule. Ma, secondo i maestri, non basta avere la preghiera, le regole, l’abitudine; occorre diventare preghiera, essere la preghiera incarnata: fare della propria vita una liturgia, pregare con le cose più quotidiane, vivere la comunione incessante. Gli spirituali citano la storia di un artigiano conciatore che parla delle tre forme della preghiera: la richiesta, l’offerta e la lode, e mostra come essi diventano lo stato di preghiera e possono santificare tutti i momenti del tempo, anche per colui che non ne dispone. La mattina, avendo fretta, quest’uomo molto semplice presentava tutti gli abitanti di Alessandria dinanzi al volto di Dio dicendo: “Abbi pietà di noi, peccatori”. Di giorno, durante il suo lavoro, il suo cuore non cessava di sentire che tutta la sua opera era come un sacrificio: “A te, Signore”; e la sera, in piena gioia di trovarsi ancora sano e in vita, il suo cuore poteva soltanto dire: “Gloria a te”. È la concezione orante della vita stessa dove il lavoro più modesto di un operaio o di una casalinga e la creazione di un genio sono compiuti allo stesso modo dell’offerta dinanzi al volto di Dio, come un compito affidato dal Padre.
Secondo la Bibbia, il nome di Dio è una forma ed un luogo della sua presenza. La “preghiera di Gesù” o la “preghiera del cuore” libera i suoi spazi e vi attira Gesù con l’invocazione incessante: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Questa preghiera del pubblicano dell’Evangelo contiene tutto il messaggio biblico: la Signoria di Gesù, la sua filiazione divina, dunque la confessione della Trinità, l’abisso della caduta che invoca l’abisso della misericordia divina. Questa preghiera risuona incessantemente in fondo al cuore, prende il ritmo della respirazione, attaccata al soffio, anche durante il sonno: “Dormo, ma il mio spirito veglia” (Cantico dei cantici 5, 2). Gesù attirato nel cuore, è la liturgia interiorizzata ed il Regno nel cuore alleviato. Il nome riempie l’uomo come suo tempio, lo trasmuta in luogo della presenza divina.
L’invocazione del nome di Gesù è alla portata di qualsiasi uomo ed in tutte le circostanze della sua vita. Pone il nome come un sigillo divino su qualsiasi cosa. San Giovanni Crisostomo dice: “La tua casa sia una Chiesa; ammira il tuo Maestro; che i bambini si uniscano a te in una preghiera comune”. Questa preghiera porterà dinanzi al Padre 1e preoccupazioni e le sofferenze di tutti gli uomini, le loro tristezze e le loro gioie. Ogni istante il nostro tempo si rinfresca a questo contatto di fuoco degli spiriti in preghiera.
Nelle case dei fedeli, si vede sempre l’icona messa in alto, e nel punto dominante della preghiera, ella guida lo sguardo verso l’Altissimo e l’unico necessario. La contemplazione orante attraversa, per così dire, l’icona e si ferma soltanto al contenuto vivo e presente che traduce. Di un’abitazione neutra, fa “una Chiesa domestica”, della vita di un fedele, una liturgia interiorizzata e continuata. L’ospite, entrando, si inchina dinanzi all’icona, raccoglie lo sguardo di Dio ed in seguito saluta il padrone della casa. Si comincia col rendere onore a Dio e gli onori resi agli uomini vengono in seguito. Essendo punto di focalizzazione, mai una decorazione, l’icona centra tutto l’interiore sull’irradiazione dell’oltre che regna sovrano. La piccola lampada davanti all’icona riflette il movimento dello spirito; essere un fuoco sempre in preghiera ed in presenza dell’invisibile. È la dimensione liturgica della vita spirituale.
La preghiera liturgica
La preghiera liturgica introduce di primo acchito nella coscienza collegiale, secondo il senso della parola leitourgia, che significa l’opera comune. Insegna la vera relazione tra me e gli altri, ci aiuta a staccarci da noi stessi e a fare nostra la preghiera dell’umanità. Per essa, il destino di ciascuno ci diventa presente. Il pronome liturgico non è mai al singolare.
La liturgia filtra ogni tendenza troppo soggettiva, emozionale e momentanea; piena di un’emozione sana e di una vita emozionale potente, offre la sua forma completata, resa perfetta da lunghi secoli e generazioni che hanno pregato nello stesso modo. Sento la voce di Giovanni Crisostomo, di Basilio, di Simeone e di tanti altri; hanno lasciato traccia del loro spirito adorante e mi associo alla loro preghiera. Questa pone la misura e la regola, ma sollecita anche la preghiera spontanea, personale, dove il cuore canta e parla liberamente al suo Signore.
Occorre attendere il momento d’ispirazione, a rischio di non trovarlo mai? La preghiera comporta sempre un aspetto di sforzo. “Quando l’uomo si mette a pregare, gli ostacoli cercano di impedirlo…; l’orazione esige una lotta, un combattimento”, dicono i maestri. Origene nota sulla preghiera che l’ascesa di una montagna alta è faticosa. I maestri consigliano di fare “come se” l’ispirazione non facesse difetto, ed il miracolo della grazia s’opera.
Ma ancora, “perché pregare? Dio non sa ciò che ci occorre?”. Dio ascolta la nostra preghiera; la rettifica e ne fa un elemento che si aggiunge alla sua decisione. L’insistenza della vedova dell’Evangelo strappa una risposta ed esprime la potenza della fede [cfr. Luca 18, 1-8]. Forse l’inferno dipende anche dalla violenza dei santi, dalla fiamma della loro preghiera e che la salvezza di tutti, Dio la attende anche dalla nostra preghiera…
Non abbiamo tempo sufficiente per pregare? Ne abbiamo, molto più di quanto pensiamo. Quanti momenti di pigrizia e di distrazione possono diventare momenti di preghiera? Si può offrire anche la preoccupazione, se apre un dialogo con Dio. Si può offrire anche la stanchezza che impedisce di pregare ed anche l’incapacità di pregare. “Il ricordo di Dio, un sospiro, senza avere formulato una sola parola, è già preghiera”, dice san Barsanufio. Lo starets Amvrosij consiglia: “Tutti i giorni, leggete un capitolo degli Evangeli, e quando l’angoscia vi prende, leggete nuovamente fino a che se ne vada; se ritorna, leggete nuovamente l’Evangelo”. È il passaggio dalla “parola scritta alla parola sostanziale” (Nicodemo l’Aghiorita) e questo passaggio è decisivo per la vita spirituale. La parola misteriosamente spezzata si consuma eucaristicamente, dicono i Padri.
Pavel Evdokimov

(tratto da: Paul Evdokimov, La nouveauté de l’Esprit. Études de spiritualité, Bellefontaine, 1977).

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 31 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

Mosè e il Roveto Ardente

Mosè e il Roveto Ardente dans immagini sacre moses-at-the-burning-bush

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Publié dans:immagini sacre |on 30 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA

http://christusveritas.altervista.org/sant_ignazio_loyola.htm

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA

Ignazio è nato a Loyola, nella Guipuzcoa (Paesi Baschi) nel 1491, da una famiglia di piccola nobiltà. Ha frequentato la corte e ha partecipato a campagne militari. Nel 1521, costretto a stare a letto per una ferita riportata nella difesa di Pamplona, ha trascorso il tempo leggendo una vita di Cristo e le vite dei santi.
Queste letture lo animarono e emerse il desiderio di seguire le orme di Gesù. Iniziò un lungo periodo di pellegrinaggio esteriore e interiore. L’itinerario del « pellegrino » – così si definisce Ignazio stesso nel raccontare la sua vita – ebbe come prima tappa il paese di Manresa, vicino Barcellona. Qui ha vissuto un’intensa esperienza spirituale che si è prolungata lungo tutto l’arco della sua vita.
Il libro degli Esercizi Spirituali è il condensato di questa esperienza del santo. Il cammino, sempre improntato a quello di un pellegrino, lo portò a Gerusalemme, dove gli fu proibito di stabilizzarsi, come avrebbe voluto, per cui dovette tornare in Europa. Arrivato a Barcellona, si dedicò agli studi per poter aiutare meglio gli altri. A Parigi, dove si era recato per approfondire e concludere la formazione filosofico – teologica, pose le prime basi per la fondazione della Compagnia di Gesù.
Qui infatti si costituì attorno a lui un gruppetto di una decina di studenti, che Ignazio stesso ha denominato « amici nel Signore ». Questi « amici » (tra cui incontriamo Francesco Saverio, futuro santo e patrono delle Missioni) erano di diverse nazionalità e erano animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri. Ignazio fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1537 e nello stesso anno si recò a Roma. Lungo questo ultimo tratto di cammino verso la meta Ignazio ebbe un nuovo incontro forte con il Signore a La Storta, vicino Roma. E proprio a Roma quel gruppetto che si era formato a Parigi ora si mette a disposizione del Papa per essere inviato in missione ovunque: diventa la comunità che fonda la Compagnia di Gesù.
Questa venne approvata dal Papa Paolo III nel 1540. Ignazio nel 1541 fu eletto primo Generale dei gesuiti. Con ogni genere di attività apostolica contribuì grandemente alla restaurazione cattolica nel secolo XVI e all’inizio di una nuova attività missionaria della Chiesa. Fino al 1556, anno della sua morte, ha governato i gesuiti componendo le costituzioni dell’Ordine, scrivendo circa 6000 lettere e interessandosi di diverse dimensioni della società: dai governanti alle povere donne di strada, dal difendere e propagare la fede nello scacchiere nel mondo allora conosciuto alle questioni riguardanti singole persone. Ignazio fu in sintonia con il detto: « non farsi costringere dal massimo e tuttavia farsi contenere dal minimo: questo è divino » . Fu dichiarato santo da Gregrorio XV nel 1622.

Cronologia della vita di Ignazio
1491
Nascita di Ignazio Lopez di Loyola ad Azpeitia nella casa-torre della famiglia. È l’ultimo di 13 figli di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona.
1506
Ignazio, orfano di padre e di madre, è ad Arévalo, paggio del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico, Juan Velazquez de Cuellar. Qui riceve un’educazione cavalleresca.
1515
Ignazio è accusato di «enormi delitti», commessi ad Azpeitia durante il carnevale. Si ignora come terminò il processo.
1517
Dopo la morte di Juan Velazquez de Cuellar, Ignazio si reca presso il castello di Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra: vi rimarrà fino all’età di 26 anni.
1521
Durante l’assedio della fortezza di Pamplona da parte dei Francesi, Ignazio rimane gravemente ferito alle gambe da una palla di cannone e viene ricondotto a Loyola. Alla vigilia della festa di San Pietro, verso il quale aveva una speciale devozione, comincia lentamente a migliorare. Durante la convalescenza, non trovando in casa i racconti cavallereschi da lui preferiti, legge la Vita di Cristo di Ludolfo il Certosino e la Leggenda aurea (vite di santi) di Giacomo da Varazze. Nell’autunno ebbe luogo la conversione di Ignazio. Desidera seguire l’esempio dei grandi santi, in particolare Francesco d’Assisi e san Domenico, e mettersi al servizio di Cristo con una fedeltà cavalleresca maggiore di quella prestata ai signori della terra.
1522
Ignazio si reca prima a Aranzazu (santuario vicino a Loyola) e poi a Montserrat (poco distante da Barcellona), presso l’abbazia benedettina, dove fa la confessione generale della sua vita. Alla vigilia della festa dell’Annunciazione, trascorre tutta la notte in preghiera in una singolare «veglia d’armi». Quindi depone le suoi abiti cavallereschi e, vestito da pellegrino, parte per Manresa, dove conduce per più di un anno una vita di preghiera e penitenza. Ignazio comincia a scrivere gli Esercizi Spirituali. Presso il fiume Cardoner «riceve una grande illuminazione», da cui esce profondamente trasformato.
1523
Ignazio arriva a Barcellona, da dove vorrebbe imbarcarsi per Gerusalemme. Si imbarca invece per Gaeta e da qui si dirige verso Roma, dove arriva la domenica delle Palme. Incontra il papa Adriano VI, che benedice il suo prossimo pellegrinaggio nei luoghi santi. Da Venezia parte per la Terra Santa. Visita Gerusalemme, il Santo Sepolcro, Betania, Betlemme, il Giordano, il Monte degli olivi, e vorrebbe fermarsi in quei luoghi, ma deve rinunciare al suo progetto perché il superiore dei Francescani glielo proibisce.
1524
Rientra a Venezia, va a Genova e da qui si imbarca per Barcellona, dove comincia, a trentatré anni, a studiare la grammatica latina.
1526
Studente di filosofia e teologia ad Alcalá. Altri compagni si aggiungono a lui: Calixte de Sa, Juan de Arteaga, Lope de Cáceres e un giovane francese, Jean de Raynald. Ignazio e i suoi quattro compagni sono inquisiti dal Vicario generale della città. Ignazio, dopo aver tentato di trasferirsi presso l’università di Salamanca, decide di trasferirsi a Parigi.
1528
Nella capitale francese Ignazio rimase fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia. Riunisce attorno a sé alcuni giovani maestri: Pietro Favre, Francesco Xavier, Laínez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, con i quali nella cappella di Montmartre, il 15 agosto 1534, fa voto di vivere in castità e in povertà e di recarsi a Gerusalemme; se poi per qualsiasi ragione quel pellegrinaggio non si fosse realizzato essi si sarebbero rimessi alla decisione del Papa perché fosse lui a fissare il luogo dove esercitare il loro servizio sacerdotale.
1537
Ignazio si trasferisce in Italia: prima a Bologna e poi a Venezia, dove è ordinato sacerdote. Insieme a Favre e Laínez si avvicina a Roma, rinunciando definitivamente a tornare in Terra Santa. A 14 chilometri a nord della città ha una straordinaria esperienza mistica («visione di La Storta»), che lo conferma nell’idea che portasse il nome di Gesù a quella «Compagnia» o un gruppo di apostoli, che attraverso di loro il Signore Gesùstava facendo nascere.
1538
Ignazio e i suoi compagni si offrono al Papa, secondo il voto di Montmartre. Il papa Paolo III accetta la loro offerta e come prima missione indica loro la catechesi di tutti i bambini delle scuole di Roma. Ignazio celebra la sua prima messa la notte di Natale nella cappella della natività della basilica di Santa Maria Maggiore.
1539
Paolo III approva a voce la formula dei nuovo Istituto.
1540
Il 27 settembre Paolo III approva la Compagnia di Gesù con il decreto «Regimini Militantis Ecclesiae»
1541
Ignazio è eletto all’unanimità, l’8 aprile, Preposito generale della Compagnia. Chiede una nuova elezione, preceduta da tre giorni di preghiera. Il 13 aprile viene confermata l’elezione di Ignazio, che dopo sei giorni accetta. Il 22 aprile Ignazio e i suoi sei compagni vanno in pellegrinaggio alle sette chiese di Roma, e fanno la professione religiosa nella basilica di S. Paolo fuori le Mura.
1544
Ignazio lavora alla redazione delle Costituzioni
1546
Documento «Exponi nobis» di Paolo III, che consente a Ignazio di ammettere nell’Ordine dei coadiutori.
1548
Paolo III approva il testo degli Esercizi Spirituali. Ignazio, pur ammalato, continua a occuparsi delle Costituzioni.
1549
Ignazio per la prima volta parla del progetto di fondare il Collegio Romano. La malattia gli impedisce anche di scrivere e di occuparsi dei catecumeni di Roma
1550
Il 21 giugno: decreto: «Exposcit debitum» di papa Giulio III, che conferma la Compagnia di Gesù. Ignazio completa la stesura delle Costituzioni.
1551
Ignazio tenta invano di dare le dimissioni da Preposito generale. Inaugurazione del Collegio Romano, per il quale redige le prime «Regole».
1552
Ignazio si oppone decisamente alla fusione della Compagnia di Gesù con altre congregazioni religiose già esistenti.
1553
Dietro la pressione dei suoi compagni inzia a dettare le sue meomorie, comunemente designate come Autobiografia.
1556
Si aggravano le condizioni di salute di Ignazio, che si ritira prima in una casa sull’Aventino, poi rientra nella casa situata vicino alla cappella di Santa Maria della Strada (incorporata nell’attuale chiesa del Gesù di Roma), dove muore il 31 luglio.
1609
Paolo V proclama Ignazio beato.
1622
In una solenne celebrazione nella basilica di San Pietro, Gregorio XV proclama santo Ignazio di Loyola.

Publié dans:Santi |on 30 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

MOSÈ E IL ROVETO ARDENTE – CARLO MARIA MARTINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_moses2.htm

MOSÈ E IL ROVETO ARDENTE – CARLO MARIA MARTINI

I testi sui quali ci fermeremo in questa meditazione sono: At. 7,30-31 e Es. 3,1-10. Altri testi da tener presenti sono: Es. 6,2-13 e 6,28-7,7, più due accenni neotestamentari: Gv. 11,28; Mt. 9,35-10,1. Suggerisco pure il salmo 18, il salmo dell’iniziativa divina.
Chiediamo al Signore di metterci in umiltà e in verità di fronte alla scena del roveto ardente, anche se non ne tratteggeremo in questa meditazione che qualche aspetto del tutto particolare. Vi propongo di procedere secondo tre punti semplicissimi, di intonazione ignaziana: 1) che cosa fa Mosè? 2) che cosa ascolta Mosè? 3) che cosa intende Mosè?

1. Che cosa fa Mosè?
La meraviglia di Mosè
Teniamo davanti parallelamente At. 7,30.31 e Es. 3, 1-3. La prima cosa che fa Mosè è meravigliarsi. Mosè, stando là nel deserto, mentre pascola il gregge del suocero, vede un po’ lontano un roveto che brucia e gli sembra che continui a bruciare senza consumarsi; nel suo discorso (cfr. At. 7, 31), Stefano così commenta la scena: «Mosè si meravigliò» (o de Moyses idon ethaumasen). Questo mi piace molto: Mosè, che ha 80 anni, è capace di meravigliarsi di qualche cosa, di interessarsi a qualcosa di nuovo. Immaginiamoci quella grande pianura dell’Oreb, a 1700 metri di altitudine, sovrastata da grandi montagne, con terrazze successive di sabbia e di roccia: su una di queste terrazze c’è il nostro roveto. Pensiamo un istante che cosa avrebbe potuto fare Mosè. Avrebbe potuto dire: «C’è del fuoco; è pericoloso per il gregge se il fuoco si allarga; andiamo via, portiamo le pecore lontano ». Oppure avrebbe potuto dire: « C’è qualcosa di soprannaturale; è meglio non farsi prendere in trappola; partiamo e lasciamo che i più giovani, quelli che hanno più entusiasmo, se ne interessino: io ho già avuto le mie esperienze e mi basta ».
Invece «Mosè si meravigliò », cioè si fece prendere da quella capacità, che è propria del bambino, di interessarsi a qualcosa di nuovo, di pensare che c’è ancora del nuovo. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un particolare aggiunto al racconto. Io vi vedo piuttosto una profonda riflessione psicologica di Stefano, il quale ha intuito che Mosè, essendo stato 40 anni nel deserto, macerato dall’insuccesso e progressivamente purificato in virtù di quella situazione di vigilanza e di attesa su cui già abbiamo meditato, era ormai maturo per una nuova infanzia, maturo per ricevere la novità di Dio. Mosè avrà pensato così: «Io sono un pover’uomo fallito, ma Dio può fare qualcosa di nuovo ».
Dunque Mosè si meravigliò e poi – continua il l1acconto degli Atti – invece di non badarci ed andarsene, proserkomenou de autou… katanoesai, « si avvicinò per vedere », come di solito le versioni traducono. Ma katanoesai dice molto di più che « vedere »; indica infatti il nous, la mente. Quando in Lc. 12, 24 Gesù dice: katanoesate tous korakos, «guardate i corvi», non vuol dire semplicemente «vedete », bensì guardate, considerate, riflettete, cercate di comprendere, ecc. Qui si vede la libertà di spirito raggiunta da Mosè attraverso la purificazione. Se fosse stato un uomo amareggiato e rassegnato, si sarebbe limitato a concludere: «Una cosa strana, ma non mi riguarda ». E invece no: vuol capire, vuol vedere di che si tratta. Ecco un uomo vivo, anche se vecchio.

La curiosità di Mosè
Passiamo adesso al libro dell’Esodo e leggiamo: « Mosè disse tra sé: ‘ Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo, perché il roveto non brucia ‘ » (Es. 3, 3). Il testo greco ha: ti oli?, « come mai? ». Mosè è un uomo che lascia emergere le domande in se stesso; non è più l’uomo che ha già tutto sistemato e catalogato, che ha capito tutto; è un uomo ancora capace di porsi delle domande che esigono un’attenta risposta. Il testo nella traduzione della CEI dice: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo ». La versione non mi sembra molto buona. La Bible de Jérusalem, nell’edizione francese, dice: «Je vais faire un détour », che corrisponde meglio al verbo ebraico sur, che significa « fare una diversione, un giro lungo» e che dà l’idea di un’esplicita volontà: voglio rendermi conto. Mi sembra che si possa supporre una situazione di questo tipo: nel deserto vi sono differenti pianori, uno sull’altro, e spesso bisogna fare un lungo giro per salire al pianoro superiore; Mosè si trova in un pianoro più basso con le sue pecore, vede su un pianoro più alto il roveto e dice: «Andrò su, farò il giro, voglio vedere di che si tratta ». Il che significa lasciare il gregge, forse anche in pericolo, salire sotto il sole, ecc.
Nelle parole «voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo », dunque, scorgiamo l’animo di Mosè; è come se Mosè dicesse: «lo sono un pover’uomo, un fallito, però Dio può fare delle cose nuove, ed io voglio interessarmene, voglio capire, voglio comprendere, voglio sapere il perché ». Notate che qui ritorna la grande domanda che Mosè si era fatta per 40 anni: «Ma perché Dio ha permesso quello scacco? Perché, se ama il suo popolo, non si è servito di me per salvarlo? Perché non ha colto l’occasione che io gli davo? ». Questo « perché », che Mosè ha coltivato, raffinato e purificato, ecco che emerge di nuovo di fronte a quella imprevista visione. Ma l’uomo Mosè è andato assumendo ormai le caratteristiche dell’uomo profondo, maturo, purificato e aperto al nuovo.
Partendo dall’episodio di Mosè, si potrebbe riflettere molto sull’atteggiamento dell’uomo di fronte al mistero di Dio. Quest’uomo potrebbe dire: «Non mi interessa ». Ma può anche dire: «Voglio vedere, voglio rendermi conto, voglio sapere »; in questo caso si tratta di quel primo movimento dell’animo umano, di quella volontà incondizionata di conoscere e di capire, che, come si dice giustamente, sta all’origine di tutto ciò che c’è di umano nel mondo. Se nel mondo c’è qualcosa al di là dell’animalesco, al di là del puro mangiare, bere e riprodursi; se c’è qualcosa di umano; se, come dice Paolo nella lettera ai Filippesi, ci sono affetti, rapporti di amicizia e di comprensione (cfr. Filip. 2, 1 s.), tutto nasce da questa semplicissima affermazione: «Voglio capire ». La stessa civiltà umana si costruisce a partire da questo fondamento.
Mosè, quindi, è l’uomo ricondotto alla radice prima della sua umanità e posto davanti al mistero di Dio. In lui si manifesta quell’incondizionato desiderio di sapere, che sta all’origine di tutto ciò che è umano. .Mosè vuol sapere e per questo fa ancora uno sforzo: abbandona la comodità della pianura, in cui siede all’ombra della sua tenda, e comincia la salita faticosa della montagna; lascia anche le pecore, pur di arrivare fin là e sapere. Questo « sapere» in Mosè è qualcosa che gli cuoce dentro, è una passione che non si è addormentata, ma che anzi la purificazione ha reso più semplice, più libera. Mosè non va sulla montagna alla ricerca di un nuovo successo personale; ci va perché vuole sapere come stanno le cose, vuole mettersi di fronte alla verità così com’è.

Osservazioni dalla letteratura rabbinica
Ci sono due testi rabbinici che si potrebbero citare. Il primo è una pagina in cui si parla dell’aggadà pasquale, ossia l’ordine secondo cui si celebra la Pasqua ebraica. Alcuni ragazzi ascoltano il racconto della. notte di Pasqua. Uno di essi ha sonno; un altro invece dice: «Ma che cosa interessa a me questa storia dell’Egitto? » Un altro ancora fa domande e chiede: «Perché celebriamo questa festa e che cosa significa questa festa per noi? » È questo l’atteggiamento di Mosè, che si pone quella domanda fondamentale: ti oti?, « come mai? ».
L’altro testo rabbinico, molto bello, è di Rabbi Akiba, vissuto poco dopo Gesù e morto verso il 135, martirizzato dai Romani (si tratta di una personalità chiave per lo sviluppo del giudaismo dopo Gesù). Do qui una sintesi della sua storia. Rabbi Akiba era poverissimo; per quarant’anni condusse una vita di stenti: poi, a quarant’anni, si trovò una volta di fronte ad una fontana che mandava acqua e vide che la pietra sotto la fontana era scavata; allora chiese: «Chi ha scavato questa pietra? ». Gli risposero: «È l’acqua che cade ogni giorno. Non ricordi le parole di Giob. 14,19, secondo cui le acque scavano anche la pietra? ». Allora Rabbi Akiba pensò: «Se dunque l’acqua che è così tenera scava la pietra che è così dura, non avverrà forse che le parole della Torah, che sono dure come pietra, potranno scavare il mio cuore che è molle di carne? ». Fu così che a quarant’anni incominciò a studiare la Torah. Andò con il figlio da un maestro e lo pregò: «Maestro, insegnami la Torah ». Allora egli prese il lembo di una tavoletta, il figlio ne prese un’altra e il maestro scrisse: Alef, e Rabbi Akiba ripoté: Alef. Poi il maestro scrisse la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ed egli imparò. E così imparò il Levitico, e poi tutta la Torah. Quando ebbe imparato tutta la Torah, venne di fronte a Rabbi Eliezer e Rabbi Joshuà, e ,disse: «Maestri miei, rivelatemi il senso della Mishna – cioè degli scritti che conservano la tradizione orale di commento alla Torah -»; e i maestri cominciarono a spiegare la Mishna e gli lessero una alakà – cioè un brano con una regola morale che spiegava una parte del Pentateuco -. Quando Rabbi Akiba ebbe ascoltato questa alakà, se ne andò fuori a passeggiare, pensando tra sé: «Questa Alef perché è stata scritta? Questa Bet perché è stata scritta? Questa cosa perché è stata detta? ». Tornò indietro e lo domandò ai suoi maestri, ed essi non seppero rispondere.
Notate come in questa storiella troviamo un parallelo alla scena di Gesù tra i dottori. Gesù probabilmente faceva domande semplicissime e proprio per questo riduceva al silenzio i grandi maestri. Gesù, come poi Rabbi Akiba, aveva il coraggio di porre le domande essenziali, quelle che non si fanno mai, perché sembrano troppo ovvie, ma dalle quali nasce tutto il resto.

2. Che cosa ascolta Mosè?
Ed eccoci al secondo punto della nostra meditazione.
Qui, siccome il testo degli Atti è riassuntivo, passo a Es. 3, 4-6. Dice il testo: «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: ‘ Mosè, Mosè ‘ ». Mosè ascolta il suo nome. Immaginate lo shock di paura e insieme di stupore di Mosè, quando si sente chiamare nel deserto, in un luogo dove non c’è anima viva. Mosè si accorge che c’è qualcuno che sa il suo nome, qualcuno che si interessa di lui; egli si credeva un reietto, un fallito, un abbandonato: eppure qualcuno grida il suo nome in mezzo ai deserto. Si tratta di un’esperienza violenta, che forse abbiamo fatto anche noi quando trovandoci in un luogo – per esempio una grande città – in cui credevamo di essere del tutto ignorati, d’improvviso ci siamo sentiti chiamare da qualcuno per nome. Ora Mosè si sente .chiamato per nome due volte: «Mosè, Mosè ».
Che cosa vuol dire questa doppia chiamata? A me viene in mente questa riflessione. Nella Bibbia è abbastanza raro che una persona sia chiamata due volte. Vi ricordo alcuni casi. Il primo testo in Gen. 22, 1 (« Abramo, Abramo ») riguarda il momento culminante della vita di Abramo, quando questi è chiamato a sacrificare il figlio: è il momento in cui tutto il cammino fatto fino allora dev’essere provato, per vedere se è un cammino sincero; ecco allora la doppia menzione del nome: «Abramo, Abramo ». Un altro passo che vi ricordo è 1 Sam. 3, 10; Samuele viene chiamato nella notte: «Samuele, Samuele ». Anche qui siamo di fronte ad una svolta della storia di Israele: finito il periodo confuso dei Giudici, sta per aprirsi il periodo della monarchia, che comporterà un nuovo avvicinarsi di Dio al suo popolo. Un altro passo è Lc. 22, 31:
« Simone, Simone, ecco che Satana ti ha chiesto per vagliarti come il grano». Anche qui abbiamo a che fare con un momento culminante della vita di Pietro. Ancora un altro passo che mi sembra importante è Lc. 10, 41: «Marta, Marta ». Anche qui, sebbene l’episodio sia in sé assai semplice – un episodio da cucina -, tuttavia esso è per Luca molto importante, perché fa da pendant all’episodio del Samaritano (cfr. Lc. 10, 25-37). Maria rappresenta l’ascolto della parola; Marta invece è la persona che, piena di buona volontà, si dedica alle opere di carità, come il Mosè della prima maniera, e vi si è buttata talmente dentro da stravolgere tutti i significati delle cose. Questo passo è veramente importante in quanto fa vedere come Marta, presa dall’assillo di far bene, di far benissimo, di fare un gran pranzo per Gesù, ad un cerco punto ha rovesciato tutti i ‘valori: mentre Gesù è venuto in casa come Maestro, è Marta che diventa la maestra e vorrebbe insegnare a Gesù ciò che deve dire e ciò che deve fare, rovesciando così completamente il senso del Vangelo. In fondo, questo è lo scacco del Mosè della prima maniera, che credeva di avere lui tutta in mano la situazione e di poter insegnare a Dio come si doveva fare. Mosè non conosceva certo il passo di Marta, né quello di Simone, ma conosceva la tradizione su Abramo, e quindi poteva rendersi conto del significato di quella doppia chiamata.

È Dio che prende l’iniziativa
Mi sembra che i fatti ricordati siano tutti fatti decisivi. Anche Mosè sente che è giunto un momento decisivo per la sua vita: è il momento in cui deve essere veramente disponibile, senza fare gli errori della prima volta; perciò è pieno di paura: «Cosa mi sta per capitare? ». E qui Mosè ascolta qualcosa che forse non si aspettava. Lui che si era lanciato con tanto ardore per vedere il roveto ardente, avrebbe avuto piacere di sentirsi dire: «Grazie che sei venuto, che non ti sei lasciato vincere dall’amarezza »; e invece ascolta quella voce che gli dice: «Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove tu stai è una terra santa ». Qui ritornano alla mente le parole di Gesù alla Maddalena: «Non toccarmi, non trattenermi» (Gv. 20,17). La Maddalena si avvicina a Gesù con amore, ma sempre incapsulandolo nella sua visuale precedente. E invece doveva cambiare il proprio atteggiamento.
In effetti quando l’uomo si lascia trascinare dal desiderio di ricerca, crede di possedere già le cose che cerca, e le possiede in qualche maniera attraverso la sua conoscenza; è così che finisce con l’inserire i fenomeni religiosi che vive, e quindi anche l’attività divina, nel proprio quadro mentale. Questo è un processo inevitabile. Noi infatti non possiamo capire le cose, se non partendo da un quadro mentale che già possediamo e riportandole ad esso. Mosè, con tutto il suo ardore, cercava di fare la stessa cosa: di vedere, cioè, quel fenomeno del roveto ardente come inquadrato nella sua visuale di Dio, della storia e della presenza di Dio nella storia. E allora Dio gli dice: «Mosè, cosi non va; levati i sandali, perché non si viene a me per incapsularmi nelle proprie idee; non sei tu che devi integrare me nella tua sintesi personale, ma sono io che voglio integrare te nel mio progetto ».
Questo è il significato del levarsi i sandali e di quell’avvicinarsi titubante, come quando si cammina sulle pietre senza scarpe, incerti; è l’incertezza dell’uomo che si chiede: «E adesso che cosa mi capiterà? ». Il fatto è che nella disponibilità al mistero di Dio non si può entrare marciando trionfalmente. Ancora oggi i musulmani, entrando nella moschea, hanno il costume di togliersi le scarpe, come chi si presenta davanti a Dio in punta di piedi, in silenzio, non imponendo a Dio il proprio passo, ma lasciandosi assorbire, integrare dal passo di Dio.
Mosè, dunque, ascolta: «Non avvicinarti, togliti prima i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa ». Immaginate lo sconvolgimento di Mosè nel sentire queste parole. E. questa una terra santa? Questo deserto maledetto, luogo di sciacalli, di desolazione, di aridità, dove soltanto i banditi amano venire, dove la gente per bene non abita? Questo deserto dove mi credevo abbandonato, miserabile, fallito: questa è una terra santa? È questa la presenza di Dio? È questo il luogo dove Dio si rivela?

3. Che cosa intende Mosè?
A questo punto Mosè capisce che cos’è l’iniziativa divina: non è lui che cerca Dio, e quindi deve andare, per trovarlo, in luoghi purificati e santi; è Dio che cerca Mosè e lo cerca là dov’è. E il luogo dove si trova Mosè, qualunque esso sia, fosse anche un luogo miserabile, abbandonato, senza risorse, maledetto – potete leggere nella Bibbia vari passi in cui si parla della desolazione che caratterizza il deserto, luogo dove abitano gli sciacalli, i serpenti e gli scorpioni -, quello è la terra santa, lì è la presenza di Dio, lì la gloria di Dio si manifesta.
Vorrei che ci fermassimo un momento a contemplare come Mosè ha vissuto il proprio cambiamento di orizzonte, la sua vera conversione, il suo nuovo modo di conoscere Dio. Finora Dio era per Mosè uno per il quale bisognava fare molto: bisognava fare la rivoluzione, sacrificare la propria posizione di privilegio, lanciarsi verso i fratelli, spendersi per loro, per poi essere ancora scornato e buttato via. Adesso finalmente Mosè comincia a capire; Dio è diverso: finora l’ha conosciuto come uno che ti sfrutta per un po’ di tempo e poi ti abbandona, un padrone più esigente degli altri, … più del faraone; adesso comincia a capire che è un Dio di misericordia e di amore, che si occupa di lui, ultimo tra i falliti e dimenticato dal suo popolo.
Per comprendere qualcosa di questa intuizione di Mosè, vi cito Gv. 11, 28, dove Maria di Betania piange il fratello e lo piange talmente che è rimasta in casa; per lei tutto è finito; è, sì, una donna di fede e crede che suo fratello risorgerà, ma umanamente è disperata, nessuna parola può confortarla, tutta la gioia della vita in famiglia è ormai finita. Eppure, il racconto prosegue: «Marta se ne andò a chiamare di nascosto Maria sua sorella, dicendo: ‘Il Maestro è qui e ti chiama ‘ ». Pensiamo alla sorpresa di Maria, la quale si credeva abbandonata, disperata, senza conforto e invece le viene detto che lì vicino, accanto alla tomba della sua disperazione, c’è il Maestro che la chiama per nome, che ha una parola per lei. Ecco cosa significa capire l’iniziativa divina nella propria vita.
Poi Mosè continua ad ascoltare altre parole: «Disse ancora Dio: ‘Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ‘ » (Es. 3, 6). Notate come sono interessanti queste altre parole, che servono a bilanciare di nuovo l’animo sgomento di,Mosè. Mosè ha capito che non aveva capito niente di Dio; in ogni caso, pensava che quello fosse un Dio nuovo, diverso. Ma ecco che Dio gli dice: «Sono il Dio dei tuoi padri; se tu mi avessi capito, ti saresti accorto che sono lo stesso Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; anche con essi ho agito così ». Il Signore è stato un Dio che si occupa di chi è abbandonato, di chi si sente disperato e fallito. Ed è bello questo parlare rassicurante, perché un uomo che, come Mosè, sa di avere sbagliato tutto, rischia di perdere la memoria; ma proprio allora il Signore gli richiama per intero p passato, che deve essere ricordato e ripensato, affinché appaia chiaramente che esso è stato il. luogo dell’iniziativa di Dio.
Non dimentichiamo mai che il nostro Dio è lo stesso Dio di tutte quelle persone che ci hanno educato alla fede, il Dio dei nostri genitori che ci hanno insegnato a pregare, il Dio dei nostri formatori e di tutti coloro che ci hanno preceduto nella via del Vangelo. Per quanto possiamo aver sempre ristretto a nostro uso e consumo questo nostro Dio, c’è un momento in cui siamo finalmente chiamati, davanti al roveto ardente, a capirlo veramente quale egli è.

Il Dio della misericordia
Seguitiamo ancora con i vv. 7ss., per capire com’è veramente questo Dio: «Il Signore disse: ‘ Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso dove scorre latte e miele. .. Ora il grido degli Israeliti è arrivato fino a me ed io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano ». Notate qui com’è attenta la dizione, tutta in prima persona: «Ho visto, ho sentito, conosco, sono sceso, ecc. …» E notate pure l’implicito rimprovero per Mosè: «Tu, Mosè, credevi di essere un uomo molo to colto e molto versato nella conoscenza dell ‘uomo; credevi di capire i tuoi fratelli, la loro miseria; credevi di essere tu a prendere l’iniziativa di capirli, e di supplicare poi me affinché anch’io li capissi; eppure sono io che li capisco per primo, sono io che capisco tutte queste cose, sono io che vedo e che sento. Tu, Mosè, credevi di essere il primo ad aver scoperto la bellezza della libertà, desideroso come eri di farla gustare, e non ci sei riuscito; ma tutto questo veniva da me. Tu non hai mai pensato che questa era l’opera mia, e invece ti sei buttato a corpo morto, pensando che l’opera fosse tutta tua, che tutto dipendesse da te. Adesso ti accorgi che io vedo, io sento…; anzi, se c’è in te qualche compassione per il popolo, questa deriva da me; se c’è in te qualche senso di libertà, sono io che te lo do; se c’è in te qualche curiosità, essa è mia ».
Notiamo un ultimo aspetto che emerge dalla lettura patristica di queste parole, alla luce del Nuovo Testamento. «Sono sceso» dice il Signore (v. 8): è Gesù che è sceso per poter dire: «Ho veduto, ho sentito la miseria del mio popolo, la conosco da vicino e il suo grido è alle mie orecchie».
A questo punto cosa succede? Dio dice: «Ora va’ » (v. 10). Vedete come agisce l’educazione divina! Una volta che Mosè si è purificato dalla possessività della propria presunzione di salvare gli Israeliti, una volta che si è reso sensibile alla realtà vera delle cose, ecco che Iddio lo rimanda, come se niente fosse, come se mai avesse fallito. Dio gli ridà la piena fiducia: «Io ti mando dal faraone ». Mosè si sente ripreso completamente in mano da Dio e rimandato non per un’opera sua, ma per l’opera di Dio.

Mosè viene assunto per l’opera di Dio
Per capire meglio tutto questo, vi ricordo un altro testo bellissimo, su cui varrebbe la pena di meditare a lungo. Si tratta del passo che ci descrive la compassione pastorale di Gesù in Mt. 9, 35-10, 1. Esso si trova alla chiusura della prima parte del Vangelo secondo Matteo, che ci ha presentato Gesù, come Mosè, potente in parole e in opere: Gesù potente in parole (capp. 5-7: il Discorso della montagna), Gesù potente in opere (capp. 8-9: i dieci miracoli). Leggiamolo e fermiamoci su qualche spunto di riflessione: «Gesù andava attorno per tutte le città e villaggi, insegnando e curando ogni malattia e infermità». Ciò significa che Gesù, disceso in mezzo alla gente, è potente in opere e in parole. « Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: . . .» E qui ci saremmo aspettati che Gesù dicesse ai discepoli: « Andate! »; e invece dice: «Pregate! », «Pregate, dunque, il padrone della messe che mandi operai nella sua messe ». È molto importante questa battuta di attesa. Gesù vuol dire: «Non pensate di buttarvi nell’opera come se fosse vostra; l’opera è del padrone, del Padre. Non presumete di buttarvici dentro come il Mosè della prima maniera; ma lasciatevi inviare da Dio ». « Pregate. . . che mandi operai» non significa: «Signore, manda altri », ma: « Facci degni di essere mandati, così che possiamo andare verso quest’opera non in quanto è quella che piace a me e che io mi sono programmato, ma in quanto è l’opera che Dio mi dà ». E difatti subito dopo il testo dice: «Chiamati a sé i dodici apostoli diede loro il potere di cacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità ». Poi continuando cita i nomi dei dodici apostoli e dice: «Strada facendo predicate che il Regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt. 10, 7s). Gesù dice: «L’opera mia, la mia compassione apostolica, la trasmetto a voi; vi trasmetto, cioè, la mia capacità di capire la gente; ora con questa capacità andate, predicate il Regno, curate i malati, e tutto fate gratuitamente ».
È evidente il parallelismo con la storia di Mosè. Anche Mosè, infatti, sarà assunto per l’opera di Dio soltanto dopo essere stato purificato e rinnovato nell’intimo, cos1 da lasciarsi educare alla compassione missionaria.

Santa Marta

Santa Marta dans immagini sacre saint-martha-03
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Publié dans:immagini sacre |on 29 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

SANTA MARTA DI BETANIA – 29 LUGLIO

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23750

SANTA MARTA DI BETANIA

29 LUGLIO

sec. I

Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare. I primi a dedicare una celebrazione liturgica a S. Marta furono i francescani, nel 1262. (Avvenire)

Patronato: Casalinghe, Domestiche, Albergatori, Osti, Cuochi, Cognate
Etimologia: Marta = palma, dall’aramaico o variante di Maria
Emblema: Chiavi, Mestolo, Scopa, Drago

Martirologio Romano: Memoria di santa Marta, che a Betania vicino a Gerusalemme accolse nella sua casa il Signore Gesù e, alla morte del fratello, professò: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania, un villaggio a circa tre chilometri da Gerusalemme. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite compare per la prima volta Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. Non ci stupisce quindi il rimprovero che Marta muove a Maria: « Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ».
L’amabile risposta di Gesù può suonare come rimprovero alla fattiva massaia: « Marta, Marta, tu t’inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta ». Ma rimprovero non è, commenta S. Agostino: « Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te ». Ciononostante Maria, considerata il modello evangelico delle anime contemplative già da S. Basilio e S. Gregorio Magno, non sembra che figuri nel calendario liturgico: la santità di questa dolce figura di donna è fuori discussione, poiché le è stata confermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Marta soltanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calendario universale, quasi a ripagarla delle sollecite attenzioni verso la persona del Salvatore e per proporla alle donne cristiane come modello di operosità.
L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente « signora ». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare. La lezione impartitale dal Maestro non riguardava, evidentemente, la sua encomiabile laboriosità, ma l’eccesso di affanno per le cose materiali a scapito della vita interiore. Sugli anni successivi della santa non abbiamo alcuna notizia storicamente accertabile, pur abbondando i racconti leggendari. I primi a dedicare una celebrazione liturgica a S. Marta furono i francescani, nel 1262, il 29 luglio, cioè otto giorni dopo la festa di S. Maria Maddalena, impropriamente identificata con sua sorella Maria.

Autore: Piero Bargellini

Publié dans:Santi |on 29 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

LA RIVOLUZIONE DELLE BEATITUDINI – JOSEPH RATZINGER – BENEDETTO XVI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_benedetto_gesu1.htm

LA RIVOLUZIONE DELLE BEATITUDINI

NEL PRIMO LIBRO DEL PAPA LO SCANDALO DEI «COMANDAMENTI NUOVI» PROPOSTI DA GESÙ.

JOSEPH RATZINGER – BENEDETTO XVI

Da lunedì sarà in libreria «Gesù di Nazaret», la prima opera «firmata» Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. In Italia viene pubblicato da Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana. Sono già 22 le edizioni in altri Paesi. Il volume è stato presentato ieri in Vaticano dal cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, dal pastore protestante Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di Teologia di Roma, e da Massimo Cacciari, ordinario di Estetica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Non è un atto del Magistero, spiega l’autore nella premessa, «ma unicamente l’espressione della mia ricerca personale del volto di Cristo». Ai lettori chiede «quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione». In questa pagina pubblichiamo alcuni estratti del capitolo dedicato alle Beatitudini.

(« Avvenire », 14/4/’07)

Le Beatitudini vengono non di rado presentate come l’antitesi neotestamentaria al Decalogo, come, per così dire, l’etica più elevata dei cristiani nei confronti dei comandamenti dell’Antico Testamento. Questa interpretazione fraintende completamente il senso delle parole di Gesù. Gesù ha sempre dato per scontata la validità del Decalogo (cfr., per es., Mc 10,19; Lc 16,17); il Discorso della montagna riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce (cfr. Mt 5,21-48); ciò si opporrebbe diametralmente al principio fondamentale premesso a questo discorso sul Decalogo: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla Legge neppure un « iota » o un segno, senza che tutto sia compiuto » (Mt 5,17s). Intanto è sufficiente notare che Gesù non pensa di abolire il Decalogo, al contrario: lo rafforza.
Ma allora che cosa sono le Beatitudini? Anzitutto, esse si inseriscono in una lunga tradizione di messaggi veterotestamentari, quali troviamo, per esempio, nel Salmo 1 e nel testo parallelo di Geremia 17,7s: « Benedetto l’uomo che confida nel Signore… ». Sono parole di promessa, che nello stesso tempo contribuiscono al discernimento degli spiriti e diventano così parole guida.
La cornice data da Luca al Discorso della montagna chiarisce la destinazione particolare delle Beatitudini di Gesù: « Alzati gli occhi verso i suoi discepoli… ». Le singole affermazioni delle Beatitudini nascono dallo sguardo verso i discepoli; descrivono per così dire lo stato effettivo dei discepoli di Gesù: sono poveri, affamati, piangenti, odiati e perseguitati (cfr. Lc 6,20ss).
Sono da intendere come qualificazioni pratiche, ma anche teologiche, dei discepoli – di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati la sua famiglia.
Tuttavia la situazione empirica di minaccia incombente in cui Gesù vede i suoi si fa promessa, quando lo sguardo su di essa si illumina a partire dal Padre. Riferite alla comunità dei discepoli di Gesù, le Beatitudini rappresentano dei paradossi: i criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti, e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze. Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura, il « rovesciamento dei valori ». Sono promesse escatologiche; questa espressione tuttavia non deve essere intesa nel senso che la gioia che annunciano sia spostata in un futuro infinitamente lontano o esclusivamente nell’aldilà.
Se l’uomo comincia a guardare e a vivere a partire da Dio, se cammina in compagnia di Gesù, allora vive secondo nuovi criteri e allora un po’ di « éschaton », di ciò che deve venire, è già presente adesso. A partire da Gesù entra gioia nella tribolazione. (…) Ma ora si pone la questione fondamentale: è giusta la direzione che ci indica il Signore nelle Beatitudini e nei moniti a esse contrapposti? È davvero male essere ricchi, sazi, ridere, essere apprezzati? Per la sua rabbiosa critica del cristianesimo Friedrich Nietzsche ha fatto leva proprio su questo punto. Non sarebbe la dottrina cristiana che si dovrebbe criticare: sarebbe la morale del cristianesimo che bisognerebbe attaccare come « crimine capitale contro la vita ». E con « morale del cristianesimo » egli intende esattamente la direzione che ci indica il Discorso della montagna.
« Quale è stato fino ad oggi sulla terra il più grande peccato? Non forse la parola di colui che disse: ‘Guai a coloro che ridono!’? ». E contro le promesse di Cristo dice: noi non vogliamo assolutamente il regno dei cieli. « Siamo diventati uomini – vogliamo il regno della terra ».
La visione del Discorso della montagna appare come una religione del risentimento, come l’invidia dei codardi e degli incapaci, che non sono all’altezza della vita e allora vogliono vendicarsi esaltando il loro fallimento e oltraggiando i forti, coloro che hanno successo, che sono fortunati. All’ampia prospettiva di Gesù viene contrapposta un’angusta concentrazione sulle realtà di quaggiù: la volontà di sfruttare adesso il mondo e tutte le offerte della vita, di cercare il cielo quaggiù e in tutto ciò non farsi inibire da nessun tipo di scrupolo.
Molto di tutto questo è passato nella coscienza moderna e determina in gran parte il modo in cui oggi si percepisce la vita. Così il Discorso della montagna pone la questione dell’opzione fondamentale del cristianesimo e, da figli del nostro tempo, avvertiamo la resistenza interiore contro quest’opzione – anche se non siamo insensibili di fronte all’elogio dei miti, dei misericordiosi, degli operatori di pace, degli uomini sinceri.
Dopo le esperienze dei regimi totalitari, dopo il modo brutale con cui essi hanno calpestato gli uomini, schernito, asservito, picchiato i deboli, comprendiamo pure di nuovo coloro che hanno fame e sete di giustizia; riscopriamo l’anima degli afflitti e il loro diritto a essere consolati. Di fronte all’abuso del potere economico, di fronte alla crudeltà del capitalismo che degrada l’uomo a merce, abbiamo cominciato a vedere più chiaramente i pericoli della ricchezza e comprendiamo in modo nuovo che cosa Gesù intendeva nel metterci in guardia dalla ricchezza, dal dio Mammona che distrugge l’uomo prendendo alla gola con la sua mano spietata gran parte del mondo. Sì, le Beatitudini si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, alla nostra fame e sete di vita. Esigono « conversione » – un’inversione di marcia interiore rispetto alla direzione che prenderemmo spontaneamente. Ma questa conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, la nostra esistenza si dispone nel modo giusto.
Il mondo greco, la cui gioia di vivere si rivela in modo meraviglioso nell’epopea omerica, era tuttavia profondamente consapevole del fatto che il vero peccato dell’uomo, la sua minaccia più intima è la « hy´ bris »: l’autosufficienza presuntuosa, in cui l’uomo eleva se stesso a divinità, vuole essere lui stesso il suo dio, per essere completamente padrone della propria vita e sfruttare fino in fondo tutto ciò che essa ha da offrire.
Questa consapevolezza che la vera minaccia per l’uomo consiste nell’autosufficienza ostentata, a prima vista così convincente, viene sviluppata nel Discorso della montagna in tutta la sua profondità a partire dalla figura di Cristo.
Abbiamo visto che il Discorso della montagna è una cristologia nascosta. Dietro di essa c’è la figura di Cristo, di quell’uomo che è Dio, ma che proprio per questo discende, si spoglia, fino alla morte sulla croce. I santi, da Paolo a Francesco d’Assisi fino a madre Teresa, hanno vissuto questa opzione mostrandoci così la giusta immagine dell’uomo e della sua felicità. In una parola: la vera « morale » del cristianesimo è l’amore. E questo, ovviamente, si oppone all’egoismo – è un esodo da se stessi, ma è proprio in questo modo che l’uomo trova se stesso. Nei confronti dell’allettante splendore dell’uomo di Nietzsche, questa via, a prima vista, sembra misera, addirittura improponibile. Ma è il vero « sentiero di alta montagna » della vita; solo sulla via dell’amore, i cui percorsi sono descritti nel Discorso della montagna, si dischiude la ricchezza della vita, la grandezza della vocazione dell’uomo.

Publié dans:Papa Benedetto/ Joseph Ratzinger |on 29 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

Angels Serving in the Divine Liturgy, detail 3

Angels Serving in the Divine Liturgy, detail 3 dans immagini sacre DIVINE_LITURGY_DETAIL_03-web

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Publié dans:immagini sacre |on 28 juillet, 2014 |Pas de commentaires »
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