Archive pour juin, 2014

L’EUCARISTIA FA LA CHIESA E GENERA LA CARITÀ

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SCHEDA QUINTA: CHI COSTRUISCE LA CHIESA?

L’EUCARISTIA FA LA CHIESA E GENERA LA CARITÀ

Se facessimo una inchiesta tra i giovani (e non giovani) su cosa è Eucaristia; cosa vuol dire; quando si realizza; se è lo stesso che la Messa; che importanza ha l’Eucaristia per la Chiesa, e perché; se si va (se tu ci vai ) a messa, perché sì o perchè no…: quali sarebbero presumibilmente le risposte? Ma tu stesso personalmente cosa risponderesti?
Di qui parte la nostra ricerca piuttosto impegnativa prendendo la direzione di marcia dataci da Benedetto XVI nella citata Esortazione Apostolica, Sacramentum Caritatis, ai nn. 14 -15.
* Eucaristia principio causale della Chiesa
14. Attraverso il Sacramento eucaristico Gesù coinvolge i fedeli nella sua stessa « ora »; in tal modo Egli ci mostra il legame che ha voluto tra sé e noi, tra la sua persona e la Chiesa. Infatti, Cristo stesso nel sacrificio della croce ha generato la Chiesa come sua sposa e suo corpo.(…). La Chiesa, in effetti, « vive dell’Eucaristia”(…) . C’è un influsso causale dell’Eucaristia alle origini stesse della Chiesa. L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo. Pertanto, nella suggestiva circolarità tra Eucaristia che edifica la Chiesa e Chiesa stessa che fa l’Eucaristia, la causalità primaria è quella espressa nella prima formula: la Chiesa può celebrare e adorare il mistero di Cristo presente nell’Eucaristia proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad essa nel sacrificio della Croce. La possibilità per la Chiesa di « fare » l’Eucaristia è tutta radicata nella donazione che Cristo le ha fatto di se stesso. Anche qui scopriamo un aspetto convincente della formula di san Giovanni: « Egli ci ha amati per primo » (1 Gv 4,19) (…). Egli è per l’eternità colui che ci ama per primo.
Sono affermazioni che toccano un nodo sostanziale della verifica cui il Papa invita tutta la sua diocesi di Roma: il nodo tra chiesa, eucaristia e carità. Ne abbiamo parlato nella scheda precedente, ora l’approfondiamo dal punto di vista dell’Eucaristia. Crediamo che su questo legame si richiede a tanti (ai più?) cristiani (giovani) di oggi, una vera e propria conversione.

Ma vediamo i punti toccati
- Dice il Papa nel documento citato che esiste una “suggestiva circolarità tra Eucaristia che edifica la Chiesa e la Chiesa stessa che fa l’Eucaristia”. L’abbiamo scelto nel titolo di queste schede. Però è la prima parte che fa da fondamento, la seconda è conseguenza bella e necessaria ( lo vediamo nella scheda successiva).
- Alla base sta il sacrificio di Cristo sulla croce il venerdì santo seguito dalla risurrezione (domenica di pasqua) che garantisce la validità del sacrificio stesso. La Pasqua si manifesta quale testimonianza dell’assoluto amore di Dio per noi e perciò è causa della nostra salvezza. Ma perché possa raggiungere ogni uomo, distante nel tempo e nello spazio, Gesù nell’Ultima Cena (il giovedì santo) istituisce il rito dell’Eucaristia o Messa per cui il sacrificio della croce realizzato una volta per sempre duemila anni fa, viene ricordato, anzi attualizzato in ogni tempo e in ogni luogo (è il senso di quel ‘fate questo in memoria di me’). Dunque dal sacrificio di Gesù risorto dai morti che ci raggiunge mediante l’Eucaristia, da questa catena di amore inaudito, nasce la Chiesa.
La Chiesa nasce ogni volta si può dire da questo infinito gesto di amore di Cristo con il suo carico di liberazione dal male, di vita nell’amore, di impegno missionario, di speranza oltre la morte. Ad ogni Messa la Chiesa si trova a ‘mangiare e bere’, nutrirsi di Gesù, a purificarsi, a ricevere perdono e prendere forza alla sorgente.
L’Eucaristia, dunque, è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa. La Messa non è tutto nella Chiesa, ma senza Messa la Chiesa non può esistere.
* La Chiesa è la comunione eucaristica con Gesù che si tramuta in comunione tra persone.
“L’antichità cristiana designava con le stesse parole Corpus Christi il Corpo nato dalla Vergine Maria, il Corpo eucaristico e il Corpo ecclesiale di Cristo. Questo dato ben presente nella tradizione ci aiuta ad accrescere in noi la consapevolezza dell’inseparabilità tra Cristo e la Chiesa. L’Eucaristia si mostra così alla radice della Chiesa come mistero di comunione” (Sacramentun caritatis, n. 15).
E’ quanto Benedetto XVI ha sottolineato con riferimenti concreti in particolare al Convegno di Roma
“La comunione e l’unità della Chiesa, che nascono dall’Eucaristia, sono una realtà di cui dobbiamo avere sempre maggiore consapevolezza, anche nel nostro ricevere la santa comunione, sempre più essere consapevoli che entriamo in unità con Cristo e così diventiamo noi, tra di noi, una cosa sola. Dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire e difendere questa unità da rivalità, da contese e gelosie che possono nascere nelle e tra le comunità ecclesiali. In particolare, vorrei chiedere ai movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano II, che anche all’interno della nostra Diocesi sono un dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il Signore, vorrei chiedere a questi movimenti, che ripeto sono un dono, di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale. Centro della vita della parrocchia, come ho detto, è l’Eucaristia, e particolarmente la Celebrazione domenicale. Se l’unità della Chiesa nasce dall’incontro con il Signore, non è secondario allora che l’adorazione e la celebrazione dell’Eucaristia siano molto curate, dando modo a chi vi partecipa di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo. Dato che la bellezza della liturgia «non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce» (Sacramentum caritatis n. 35), è importante che la Celebrazione eucaristica manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne di questa città il vero volto della Chiesa.
I riferimenti sono così concreti e pratici che non vi è bisogno di spiegazione
* Infine l’Eucaristia genera la carità
Lo afferma il Papa in Sacramentum Caritatis.
Eucaristia, pane spezzato per la vita del mondo (n. 88)
« Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo » (Gv 6,51). Con queste parole il Signore rivela il vero significato del dono della propria vita per tutti gli uomini. Egli esprime attraverso un sentimento profondamente umano l’intenzione salvifica di Dio per ogni uomo, affinché raggiunga la vita vera. Ogni Celebrazione eucaristica attualizza sacramentalmente il dono che Gesù ha fatto della propria vita sulla Croce per noi e per il mondo intero. Al tempo stesso, nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo”.

Notiamo
- Chi incontra Gesù entra nell’area della vita compresa radicalmente come dono.
- L’Eucaristia che della vita di Gesù è la ‘memoria vivente’, specie del suo ultimo supremo gesto di amore sulla croce, genera, come in Gesù, un dinamismo di amore intelligente, generoso, concreto verso ogni uomo, accolto quale nostro fratello perché sia per lui che per noi Cristo è morto (cfr 1Cor 8 ,16).
- Andare a Messa è imparare ad amare, è accogliere la sfida di amare secondo il cuore di Gesù.

Proponiamo il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù nell’ultima Cena . Si vorrà rimarcare l’intreccio di due mondi: quello di Gesù e quello dei discepoli, con in testa Pietro, è la Chiesa in germe. Gesù fa loro il dono di tutto se stesso (“mio corpo, mio sangue per voi”); i discepoli non capiscono, incespicano, tradiscono, fuggono, vorrebbero la spada, ma Gesù ‘il più grande’ fa capire che dall’eucarestia può venire solo un atteggiamento di servizio. E infatti in questa occasione Gesù lava i piedi dei discepoli invitandoli a imitarlo con l’amore reciproco, “come io ho amato voi” (cfr Giov 13,1-20).

Dal Vangelo secondo Luca 22, 14-32
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi». « Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele. Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

“L’Eucaristia è veramente compresa, capita, non semplicemente quando la si celebra, la si adora, la si riceve con le dovute disposizioni, ma soprattutto quando essa diviene la sorgente della nostra vita personale e il modello operativo che impronta di sé la vita comunitaria dei credenti … Significa vivere di attenzione di ascolto, di disponibilità , di valorizzazione dei doni degli altri , di perdono…Ricevendo il corpo e il sangue di Cristo, impariamo a guardare il mondo come lo vedeva Gesù dalla croce; a guardare il mondo, la storia, la comunità, la chiesa, i nostri problemi avendo capito qualcosa dell’infinta misericordia del Padre e per ciascuno di noi. E sentiremo allora il bisogno di spenderci anche noi per la salvezza dell’umanità, di fare dell’Eucaristia un ringraziamento di lode a Dio, donando nella quotidianità l’amore del Padre ai fratelli” (Card. C.M. Martini, Prendete il largo!, 113)

*Al cuore di questa scheda sta lo stretto legame tra Eucaristia e Chiesa. Ritieni di aver capito abbastanza questo rapporto? Non sarebbe meglio dialogare con l’animatore su quanto qui esposto?
* L’Eucaristia fa la Chiesa, dice il Papa. In che senso? Le tue eucaristie o messe domenicali ti fanno essere più Chiesa?
* Diceva S. Caterina: “Andare a Messa è esporsi a fuoco”. E’ una frase retorica o può essere vera?
* Ti sei dato una ragione circa l’obbligo alla Messa domenicale? Viene dagli uomini di Chiesa, o nasce dal valore che ci ha messo Dio?
* La carità che nasce dall’Eucaristia è una bontà generica o ha dei lineamenti specifici?

La preghiera del Padre Nostro è nel cuore dell’Eucaristia. Viene in conseguenza del dono che Gesù fa di sé con la consacrazione. Collega Dio, il Padre, e tutti noi come fratelli. Preghiamola insieme, invocazione per invocazione, lentamente, come fossimo a Messa.
Signore oggi abbiamo compreso, almeno in parte, che per essere tuoi discepoli occorre far parte della tua Chiesa, ma diventiamo tua Chiesa se facciamo Eucaristia. Perché lì, in quell’azione scopriamo che tu ci fai dono non solo di qualcosa, ma di te stesso, anzi di te stesso nel momento supremo in cui ci offri non una buona parola, o un gesto di amicizia, ma la tua stessa vita, la dai a noi quando eravamo e siamo ancora peccatori, così poco coraggiosi.
Signore aiutaci a cogliere e vivere il miracolo della Messa.

CORPUS DOMINI – LA FESTA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90912

CORPUS DOMINI

22 giugno (celebrazione mobile)

Con questa festa onoriamo e adoriamo il “Corpo del Signore”, spezzato e donato per la salvezza di tutti gli uomini, fatto cibo per sostenere la nostra “vita nello Spirito”. L’Eucaristia è la festa della fede, stimola e rafforza la fede. I nostri rapporti con Dio sono avvolti nel mistero: ci vuole un gran coraggio e una grande fede per dire: “Qui c’è il Signore!”.

Martirologio Romano: Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo: con il suo sacro nutrimento egli offre rimedio di immortalità e pegno di risurrezione.

La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell’Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa. Il suo vescovo approvò l’idea e la celebrazione dell’Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava amica Corporis Domini – e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata Giuliana di Retìne. Nel 1208 la beata Giuliana, priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un’estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra: da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo, che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento. Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l’ottava della Trinità. Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l’antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone. Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana. Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell’accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità. La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua). Così, l’11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla « Transiturus » che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucaristia. Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – il 19 Giugno – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città. Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa. Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all’Istituzione dell’Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l’attenzione si sposta sull’intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico. Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento. In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell’Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità.

La SS. Trinità

La SS. Trinità dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 16 juin, 2014 |Pas de commentaires »

“DIO È AMORE, E NULLA MAI CI SEPARERÀ DAL SUO AMORE”

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“DIO È AMORE, E NULLA MAI CI SEPARERÀ DAL SUO AMORE”

On 20/12/2013,

«Noi abbiamo creduto l’amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16).

I discepoli di Gesù credono nell’amore di Dio per noi, di cui siamo oggetto, ma anche nel suo amore in noi, che s’incarna in noi, dentro ciò che ci fà persone: Dio è l’amore in ogni amore.
Non ci sono due amori, uno del cielo e uno della terra, ma un solo grande amore, che è “il grande mistero” (Ef 5,32).
Dio è amore, tutto l’amore.
Una delle affermazioni più innovative di Benedetto XVI ci restituisce la rivelazione biblica di un Dio in cui non c’è solo agape (amore che si dona) ma anche eros (attrazione, passione, gelosia). Dalle Sacre Scritture emergono diverse sfumature di questo amore.
Amore di sposo – Il Cantico dei Cantici, i Profeti, Gesù stesso, offrono la chiave riassuntiva dell’intero arco della storia della salvezza nella metafora nuziale tra Dio e l’uomo. Da quando Dio ti mette in vita, ti invita alle nozze con lui. La Bibbia stessa si chiude con una visione nuziale: «La città scendeva dal cielo, bella come una sposa pronta per l’incontro d’amore… E lo Spirito e la sposa dicono “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”» (Ap 22, 17).
Il compimento finale è un abbraccio, l’unione con un Dio che cade sul mondo come un bacio.
Amore di innamorato – «Il Signore esulterà di gioia per te, si rallegrerà per te con grida di gioia» (Sof 3, 17). Il profeta Sofonia ha la visione di un Dio felice, che grida a me, a te, ad ogni creatura: “Tu mi fai felice”.
Mai Dio aveva gridato nella Bibbia. Aveva parlato, sussurrato, tuonato, era venuto in forma di angeli, con il Profeta Sofonia per amore Dio grida: “Tu mi fai felice”.
Dio ha messo la sua felicità nelle nostre mani, come fa ogni innamorato. Il profeta aggiunge «Ti rinnoverà con il suo amore»: l’amore è una forza che rende nuova la vita.
Amore amato- Una donna nella casa di Simone il fariseo, per tutti “la peccatrice”, per Gesù la donna che ha molto amato, con un vaso di profumo, prezioso perchè misto a lacrime: il suo cuore si racconta davanti a tutti con il linguaggio delle carezze. La casa si riempie di profumo e di gesti di tenerezza, gesti desiderati da Gesù («Tu Simone non mi hai dato il bacio»), compiuti da una donna senza parole che diventa profetessa. Peccatrice e profeta insieme rivelano quello che è il sogno di Dio: «L’amore io voglio!» (Os 6,6).
Gesù, il Dio che vuole l’amore, nell’ultima sera ripeterà il gesto della peccatrice innamorata, laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà. C’è qualcosa di grandioso in questo: Dio imita i gesti di una donna. Gesù fa suo il gesto di una peccatrice. Creatore e creatura, mendicanti d’amore, si incontrano. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; e Dio, a sua volta, ama con cuore di carne.
Amore amante – A Betlemme ha fine l’esodo di Dio in cerca dell’uomo, quando la sua passione di unirsi realizza l’Incarnazione, l’impensabile.
L’amore non ha protetto Dio, lo ha esposto consegnandolo alla precarietà della carne e perfino al rischio di essere rifiutato.
«Maria partorì il suo figlio, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia».
La madre avvolge e nutre il Bambino di latte, di sogni, di carezze.
Nel Bambino l’amante diventa l’amato, vivrà solo perchè una madre e un padre gli daranno il loro cuore; potrà essere felice, realizzato, solo perchè, a partire da loro, ha sperimentato l’amore.
Fasce e mangiatoia sono anche simboli che contengono un anticipo del vangelo totale. In molte icone orientali della natività il Bambino è deposto in una culla che ha foma di sarcofago, avvolto in fasce come un defunto nelle bende della sepoltura: il mistero del Natale apre già sul mistero della Pasqua, il legno della mangiatoia evoca il legno della croce.
Quel Bambino è già il Cristo nel suo destino di solidarietà assoluta con ogni carne: neppure il suo sangue ha tenuto per sè, neppure il suo respiro, neppure il suo corpo.
La passione di Dio di unirsi all’uomo giunge al culmine, e prosegue, ripresa da ogni Eucarestia: il luogo dove l’Amante si trasforma in un banchetto d’amore per l’amato, si fa pane, si lascia mangiare, diventa una stessa carne con l’amato.
Amore di mendicante – Tre domande Gesù rivolgerà a Pietro. Tre domande sempre uguali, ogni volta diverse: «Simone, mi ami più di tutti?». Gesù usa il verbo dell’amore grande, totale, divino (Agapas me?). Pietro risponde con il verbo umile dell’amicizia e dell’affetto: «Ti voglio bene» (Fileo se). Nella seconda domanda Gesù riduce le attese, cancella il confronto con gli altri: «Simone, mi ami?». Nella terza domanda succede qualcosa di straordinario. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, lo raggiunge là dov’è: «Simone mi vuoi bene?».
Dammi affetto se l’amore è troppo; amicizia, se l’amore ti mette paura. E mi basterà, perchè il tuo desiderio d’amore è già amore. Dio mendicante d’amore.
Amare significa dire tu non morirai. Dio è padre solo se ha figli vivi per sempre, se il loro legame è più forte della morte: «Nè vita nè morte, nè angeli nè demoni…, nulla mai ci separerà dall’amore di Dio» (Rm 8, 38-39).
Nulla, e sono convocate tutte le creature del cielo, della terra, degli inferi; mai, ed è convocata tutta la storia, i secoli e gli istanti: nulla mai ci separerà.
Il futuro è amore inseparato, il nome dell’uomo è “amato-per-sempre”.

(padre Ronchi Ermes )

CANTATE A DIO CON ARTE – CARD. RAVASI

http://www.cultura.va/content/cultura/it/dipartimenti/arte-e-fede/testi-e-documenti/ravasiart/cantate-a-dio-con-arte.html

CANTATE A DIO CON ARTE – CARD. RAVASI

PUBBLICATO COL TITOLO: ARRIVARE A DIO CON ARTE SU UNA SCALA DI NOTE SU IL MESSAGGERO, N. 241 (05/09/2011).

«Il canto è la scala di Giacobbe che gli angeli hanno dimenticato sulla terra». È famosa la visione notturna del patriarca biblico: «Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Genesi 28, 12). L’immagine è assunta da Elie Wiesel, il noto scrittore ebreo Nobel per la pace, per applicarla alla scala musicale in cui le note sono angeli di Dio. Ed effettivamente in tutte le grandi culture alla genesi della musica è connessa una teofania. Per la Bibbia la creazione avviene attraverso un evento sonoro: «In principio … Dio disse: Sia la luce!» (Genesi 1, 3). «In principio era la Parola», ripete l’inno del prologo del Vangelo di Giovanni (1, 1).
Anche nei Veda la divinità è un suono primordiale (Prajapati) che si sfrangia nella molteplicità delle creature, simili a note di un canto cosmico, mentre nel IV Inno omerico è Hermes che estrae dalla materia l’armonia insita, tendendo semplicemente le corde sul guscio di tartaruga nel quale s’era imbattuto. Anche la storia umana è svelata nel suo senso profondo attraverso un’epifania sonora divina, come si legge nel libro biblico del Deuteronomio, che così evoca l’evento del Sinai: «Dio vi parlò di mezzo al fuoco: suono di parole voi ascoltaste, immagine alcuna non vedeste, solo una voce» (4, 12). E l’approdo ultimo della storia è rappresentato dall’Apocalisse attraverso una palinodia per soli, coro e orchestra che pervade tutto quel libro sacro.
In questa luce la musica è strutturalmente un discorso trascendente, è una “teo-logia”, ossia un parlare di Dio, dove il genitivo è contemporaneamente soggettivo (è Dio stesso che si rivela attraverso di essa) e oggettivo (è con la musica che noi intuiamo Dio). Da un lato, quindi, con Edmond Jabès dobbiamo riconoscere che «dopo il silenzio, ciò che più si avvicina a esprimere l’ineffabile è la musica». D’altro lato, aveva ragione l’agnostico scrittore franco-rumeno Emile Cioran quando paradossalmente rimproverava i teologi di aver ignorato che la maggior prova dell’esistenza di Dio era nella musica di Bach: dopo aver ascoltato una sua cantata o una Passione o la Messa in Si minore, «Dio deve esistere».
Ed era proprio Bach, la cui biblioteca era sorprendentemente composta in forma quasi esclusiva di testi sacri e spirituali, a non esitare nell’affermare che «il finis della musica non dovrebbe mai essere altro che la gloria di Dio e la ricreazione della mente». Non per nulla egli spesso imponeva alle sue partiture la sigla SDG (Soli Deo Gloria) e talora via apponeva in finale l’altra sigla J.J. (Jesu Juva!), svelando non solo nei testi ma nella sua intenzione la matrice religiosa della sua opera. È, però, significativo che egli parlasse anche di “ricreazione della mente”.
Senza essere né descrittiva o informativa né parenetica o performativa in senso diretto, la musica ha una funzione trasfiguratrice dell’anima, della mente, del cuore umano. Curiosamente Lutero e Cervantes si incrociavano senza saperlo quando il primo nella sua Frau Musika scriveva che «non può esserci animo cattivo laddove cantano bene gli amici» e il secondo nel suo Don Chisciotte ribadiva che «dove c’è musica non può esserci nulla di cattivo». Eppure si ha anche la consapevolezza che nelle mani fragili e spesso colpevoli dell’uomo la potenza efficace della musica può essere sorgente di tragedia. Non si può dimenticare infatti l’aspetto “dionisiaco”, orgiastico e depressivo della musica, secondo una famosa linea interpretativa della tradizione classica.
La celebre Sonata a Kreutzer del racconto di Tolstoj ne è l’emblema drammatico: «Dicono che la musica abbia per effetto di elevare l’anima… sciocchezze! Non è vero. Agisce, agisce tremendamente … ma niente affatto nel senso di elevare l’anima: non la eleva né l’abbassa: l’esaspera». Ed è per questa via che si può assistere anche a una degenerazione della musica, non tanto nel senso della retorica del cosiddetto “rock satanico” quanto piuttosto nella devastazione dell’armonia facendola scadere nella bruttezza, nella banalità, nel rumore, nel cattivo gusto. Flaubert usava un’immagine vigorosa: «Noi spesso battiamo su una caldaia incrinata una musica da far ballare gli orsi e invece vorremmo commuovere le stelle!».
È un po’ ciò che accade talvolta nella liturgia, soprattutto in questi ultimi tempi. Ed è ingiusto accusare la riforma del Concilio Vaticano II perché nella Sacrosanctum Concilium (nn. 112-121) si offrivano indicazioni significative, a partire dall’asserto di base: «La musica è parte integrante della liturgia, esprime dolcemente la preghiera, favorisce l’unanimità; e il repertorio accumulato nei secoli costituisce un patrimonio di valore da conservare». Le direttrici concrete, poi, passavano attraverso capitoli che sarebbero tutti non solo da condividere ma da attuare in pienezza: la funzione delle scholae cantorum, la seria formazione musicale del clero e degli operatori pastorali, il ruolo del canto gregoriano, l’esaltazione dell’organo come strumento principe del culto cattolico (e anche protestante), il dialogo con la contemporaneità.
Quest’ultimo capitolo, che è decisivo, è stato purtroppo e spesso malamente e affrettatamente declinato; eppure è in sé necessario, come ha attestato la grande eredità della tradizione. Solo per fare un esempio, si pensi, infatti, all’innovazione impressionante (e forse allora anche scandalizzante) introdotta dalla polifonia rispetto alla purezza monodica del canto gregoriano. Ma questo avveniva ad alto livello con autori di grande originalità e preparazione, ed è ciò che è mancato ai nostri giorni. La musica contemporanea con la sua nuova grammatica deve incontrarsi col sacro, che ha canoni, testi e temi propri, per un incrocio che permetta una nuova fioritura.
Il percorso è, certo, arduo e lungo, sia a causa del divorzio che si è operato tra culto e musica di qualità, sia per la secolarizzazione e l’allontanamento radicale della società da ogni visione religiosa, sia per l’auto-reclusione della liturgia in forme scontate o superficialmente innovative oppur di mero ricalco del passato. L’impegno è, dunque, necessario e grave proprio per impedire quello che già nel VI secolo minacciava un originale scrittore cristiano come Cassiodoro che nelle sue Institutiones ammoniva: «Se continueremo a commettere ingiustizia, Dio ci lascerà senza la musica». Il desiderio sempre più diffuso di far rivivere il patrimonio tradizionale da una parte, e dall’altra i contatti sempre più frequenti e appassionati tra musicisti contemporanei e teologi o operatori pastorali fanno sperare che Dio non stia abbandonando l’umanità pur peccatrice. E la sua parola continua a ribadire con forza: «Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni; cantate a Dio con arte!» (Salmo 47, 7-8).

The Holy Kiss

 The Holy Kiss dans immagini sacre boykissjesus

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Publié dans:immagini sacre |on 14 juin, 2014 |Pas de commentaires »

BACIO, DA LONTANO DA CHI ? – (Cantico) – Enzo Bianchi

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/TEOLOGIA%20SIMBOLICA/bacioenzobianchi.htm

BACIO, DA LONTANO DA CHI ? (Cantico)

Enzo Bianchi

Il primo tema del Cantico è quello della genesi dell’amore: amore ancora sconosciuto ma invocato: « mi baci con i baci della sua bocca » o anche « Mi bacerà con i baci della sua bocca ». In queste parole che dominano l’inizio del canto e continuano a vibrare nei versi seguenti, vi è un desiderio, un impeto di passione, un grido istintivo: l’amata chiede dei baci: « Io chiedo, io supplico, io insisto, mi baci con i baci della bocca » (S.Bernardo, Sermone IX,2 sul Cantico). Questo grido è una preghiera a Dio che mandi finalmente il Messia: « Ti scongiuro – pare dire la sposa – perché finalmente tu lo mandi a me, sì che egli non mi parli più per mezzo dei suoi servi, angeli o profeti, ma venga proprio lui e mi baci con i baci della sua bocca, cioè infonda nella mia bocca le parole della sua bocca ed io lo ascolti parlare o lo veda insegnare – in che modo si compia la profezia di Isaia: Non un inviato né un angelo, ma il Signore stesso salva » (Origene, Commento al Cantico dei Cantici).
Ma c’è anche un atto di fede, una confessione, una certezza proclamata: l’amore è già una realtà presente e l’Amata è sicura che l’Amante la bacerà col bacio della sua bocca. Il trionfo finale dell’amore è così assicurato ed è frutto della fede: solo la fede infatti genera l’amore e l’amore è un atto di fede. In questo versetto c’è la chiave per capire la prima dinamica del Cantico: la genesi dell’ amore. Il tema del bacio che qui ricorre è un tema importante nella Scrittura e nella tradizione biblica. Il midrash dice che quando il Santo – benedetto egli sia – terminò di dialogare con l’anima di Mosè che si rifiutava di lasciare il servo di Dio, egli allora prese l’anima di Mosè « con un bacio della sua bocca ». Sicché « Mosè, servo del Signore, morì la nel paese di Moab sulla bocca del Signore ».
Mosè non era morto quando aveva visto Dio faccia a faccia (Es 33,11), ma muore quando Dio lo bacia. Il bacio è infatti il massimo della comunicazione, è il segno della massima comunione ed esprime un amore senza fine. La sposa del Cantico invoca i baci di Dio, dello sposo, del Messia, perché sa che essi possono farla rimanere per sempre con lui in un amore eterno: non confesserà forse che l’amore è più forte della morte, più inflessibile dello Sheol? (8,5-7): il bacio allora è l’introduzione all’ »al di là » e il mezzo per appartenere a Dio anche nella morte.
Certo il bacio è una metafora: con essa si esprime ciò che non è raccontabile, che non è spiegabile se non attraverso questa immagine; il bacio è contatto che sovente mostra una intimità più grande dell’unione sessuale e comunque è sempre il sacramento, il segno dell’amore più grande; è, secondo la tradizione ebraica il gesto di massima comunione.
Lo Zohar si domanda: « Perché mai Salomone ha voluto introdurre espressioni di amore tra il mondo di Dio e quello degli uomini e ha usato, iniziando la lode all’amore tra di loro, il termine « Mi baci! »? Invero si è già spiegato, e così è in realtà, che non esiste amore tra due che aderiscono l’un l’altro se non nel bacio ed il bacio si dà con la bocca, che è la sorgente del soffio e il luogo da cui esso esce. Quando si baciano l’un con l’altro i soffi aderiscono questi a quelli e diventano una sola cosa. Allora l’amore è uno! » (Zohar Terumà). Ancora Zalman Schneur, poeta ebreo russo, ben esprime questo peso del bacio nella tradizione ebraica: « Mia colomba, tu non sai come ci baciamo noi ebrei. Fino a che, petto contro petto, nessuno dei due sappia qual è il suo cuore né distingua il cuore dell’altro. Materia e corpo sono spariti. Non resta che un soffio e un’anima: non esistono più parole, solo esiste il parlare della pupilla degli occhi ».
Non dovrebbe essere difficile neanche per noi capire il valore altissimo di comunione che il bacio rappresenta. Certo non si può dare neppure all’amplesso sessuale un valore, se questo non è siglato e suggellato dal bacio: solo nel bacio si rende epifanico anche l’amplesso sessuale. Ne dà prova la prassi della prostituzione che campa del congiungimento genitale ma difficilmente lascia posto al bacio. Non a caso la peccatrice mostra il suo amore per Gesù baciandolo, a differenza di chi, come il fariseo, lo ha incontrato ma non lo ha baciato. « Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi » (Lc 7,45). Ugualmente Giuda con un bacio tradisce il Signore, lo consegna ai malfattori; ma il suo bacio d’inganno non genera amore, anzi lo porta a non credere più all’ amore, tanto è vero che pur pentito egli va ad impiccarsi, si ritira e rinuncia alla vita (Mt 27,3-10).
Atto di fede o atto di morte, il bacio è il sacramento della fede nell’amore. Per questo deve essere segno caratteristico dei cristiani: « Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo » (Rom 16,16); « Salutatevi l’un l’altro con bacio di carità » (1 Pt 5,14); e i cristiani si dovranno salutare con un bacio santo, en philémati haghìo.
E in Cristo il bacio diviene sacramento per tutta l’umanità, risposta al desiderio che tiene nel gemito tutte le genti: « Il bacio è segno dell’amore: il popolo dell’Alleanza non diede a Dio il bacio perché si rifiutò di amarlo attraverso l’amore dopo averlo servito nel timore. Per questo attraverso la voce della sposa sta scritto del Redentore nel Cantico dei cantici: « Mi baci con il bacio della sua bocca » (1,1) »… « I pagani, chiamati alla salvezza, non cessano di baciare le orme del Redentore perché sospirano continuamente d’amore per lui » (Gregorio Magno, Omelia XXXI,6).
Secondo la tradizione ebraica, « Dio ha parlato con noi faccia a faccia, come un uomo che bacia il proprio amico » (Targum Shir Ha-Shirim), ed è detto anche che « le parole della legge furono date attraverso un bacio » (Cantico Rabba).
La sposa in questo primo dialogo mostra il suo desiderio ma anche fa un atto di fede: « Io lo so: – pare dire – egli mi bacerà con i baci della sua bocca! »

The Holy Trinity

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Publié dans:immagini sacre |on 13 juin, 2014 |Pas de commentaires »

SANT’ANTONIO DA PADOVA – 13 GIUGNO

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SANT’ANTONIO DA PADOVA – 13 GIUGNO

Testo a Cura di Emanuel Raddi

MEMORIA LITURGICA: S.ANTONIO DI PADOVA SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA FESTA: 13 GIUGNO

Sacerdote e dottore della Chiesa,in portoghese Santo António de Lisboa, nato Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo (Lisbona 15 agosto 1195-Padova 13 giugno 1231) Santo portoghese della Chiesa Cattolica,prima Agostiniano,poi Francescano,Antonio di Padova vanta il processo di canonizzazione più breve della storia della Chiesa,canonizzato a soli undici mesi dalla morte il 30 maggio 1232 nel duomo di Spoleto da Papa Gregorio IX.Chiamato il Santo dei Miracoli e Taumaturgo,è forse il Santo più popolare della Chiesa Cattolica.

SIGNIFICATO DEL NOME: Antonio,nato prima o che fa fronte ai suoi avversari.(Dal Greco)

STORIA: Fernando nacque a Lisbona il 15 agosto 1195,a soli quindici anni è novizio nel monastero di S.Vincenzo a Lisbona,successivamente entra nell’ordine degli Agostiniani nel monastero di Coimbra.Dove studia con grande passione le scienze teologiche.(negli anni successivi proprio papa Gregorio IX per la sua dotta conoscenza lo proclamerà,”Arca del Testamento.) A 24 anni venne ordinato Sacerdote.Quando ormai la sua vita sembra essere destinata alla filosofia e alla teologia,Fernando decide di lasciare l’ordine Agostiniano.Essendo la sua vita religiosa molto intensa e severa,non sopportava i maneggi politici tra il re e i canonici. L’occasione si presenta quando a Coimbra nel 1220 arrivano i corpi di cinque frati francescani,martirizzati in marocco mentre predicavano il Vangelo,per ordine di Francesco di Assisi. Quell’esperienza segnò molto la vita di Fernando che immediatamente decise di entrare nell’ordine nuovissimo dei frati minori di Francesco.Entrando nell’ordine gli venne dato il nome di Antonio. Sul finire del 1220 Antonio si imbarcò alla volta del Marocco,deciso anch’esso a predicare il vangelo e cercare il martirio; ma una misteriosa tempesta lo fece naufragare sulle coste della Sicilia; capì che la strada verso il Marocco non era la Volontà di Dio; da lì in poi iniziò un ministero di predicazione in Italia ed in Francia,imbattendosi contro la tirannia dell’usura;piaga che schiacciava i poveri.
Nel 1221 si recò ad Assisi per il capitolo generale dell’ordine,dove vide di persona frate Francesco. Dotato di grande umiltà,non amava mettere in mostra la sua scienza teologica,ma l’occasione si presentò quando a Forlì nel 1222,fu scelto per tenere un sermone in occasione dell’ordinazione sacerdotale di alcuni frati francescani; Antonio sbalordì tutti nel modo in cui parlava,sapeva toccare i cuori in modo tutto nuovo. Antonio sempre con grande umiltà amava insegnare la teologia a quei frati che volevano diventare sacerdoti;tanto che un giorno Frate Francesco gli scrisse una lettera con queste parole.” A Fratello Antonio mio Vescovo,(mio vescovo,sottolinea la scienza teologica di Antonio) frate Francesco augura salute.Fa piacere che tu insegni la teologia “Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute. Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio,tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola. Sta sano”. La vita e la predicazione di Antonio fu sottolineata anche da numerosissimi miracoli che faceva in nome di Cristo,per convertire eretici e usurai,e per dare sollievo ai poveri. Un giorno venne invitato a cena a casa di un usuraio,Antonio accettò e approfittò dell’occasione per riportarlo sulla retta via. Mentre discutevano in casa dell’usuraio,ad Antonio gli fu servita una minestra. La minestra era avvelenata;nel cuor dell’usuraio quell’invito serviva per avere occasione di uccidere frate Antonio. Sotto ispirazione dello Spirito Santo,Antonio si accorse dell’inganno e ammonì severamente e con parole dure quell’uomo malvagio. L’usuraio sotto inganno di satana esclamò: ” Ti ho messo alla prova; non sta scritto che i servi di Dio pur se prenderanno una bevanda avvelenata non gli nuocerà?.” Antonio alzandosi in piedi disse: ” Non faccio questo con la presunzione di tentare Dio,ma solo per la tua salvezza”, e dopo aver tracciato sulla minestra il segno di Croce,la mangio tutta senza che nulla gli succedesse,tra l’incredulità dell’usuraio,che dopo aver visto ciò si convertì e cambiò vita. Un altro miracolo un giorno compì. Un giovane si andò a confessare da Frate Antonio,disse che in preda ad ira aveva colpito con un calcio sua madre. Antonio lo riprese con parole severissime;ma alla fine,visto il pentimento del giovane gli diede l’assoluzione. Il giovane però tornando a casa ripensava alle parole dure del Santo e in un raptus di pura follia prese un ascia e si tagliò il piede. La mamma del giovane corse da Antonio in lacrime e gli raccontò dell’accaduto,supplicandolo di aiutare suo figlio. Antonio preso da pietà andò a casa del giovane,e, dopo aver raccolto il piede da terra,tracciò un segno di croce e miracolosamente ce lo riattaccò;il piede tornò sano come prima.Tantissimi miracoli fece Antonio in tutte le terre di Italia oltre questi citati; da ricordare il miracolo della Mula,della predica ai pesci,della bambina risuscitata ecc. Negli ultimi mesi della sua vita,ossia la Quaresima del 1231,Antonio si fece costruire nei pressi di Camposanpiero (padova) una cella su un albero di noce,dove a sua detta,poteva stare più vicino al cielo,pregando in tranquillità e solitudine,ma la folla presto lo venne a sapere e ogni giorno si recava sotto quell’albero ad ascoltare la parola di Antonio,che nonostante le forze già lo stessero abbandonando,non negava loro. Ricordiamo anche che negli ultimi periodi della sua vita,scrisse i famosi SERMONI DOMENICALI,opera notevole,dove metteva in luce tutta la sua conoscenza delle sacre scritture. Il 13 giugno le condizioni di Antonio si aggravarono,chiese di essere portato a Padova,dove lì sarebbe voluto morire. Ma durante il tragitto le sue condizioni si aggravarono ulteriormente,e fu deciso di ricoverarlo nel convento dell’Arcella,dove morì la sera del 13 giugno 1231 a quasi 36 anni. Nel 1946 Papa Pio XII lo proclama Dottore della Chiesa.
RELIQUIE: Il corpo di S.Antonio è conservato a Padova,nella basilica a lui dedicato. Nella basilica,e precisamente nella cappella delle reliquie sono conservate numerose reliquie del Santo,tra cui:La sua santa lingua incorrotta,rinvenuta da S.Bonaventura durante la sua prima ricognizione nel 1263, il suo saio del 1231,l’apparato vocale,il suo mento,il la pietra guanciale,il cilicio che usava durante la quaresima e altri resti di ossa del suo corpo. Alcune importanti si trovano anche a Lisbona,sua città natale,nella basilica a lui dedicata.
CITTA’ SOTTO LA SUA PROTEZIONE: In italia e nel mondo moltissime città sono sotto il suo patronato; tra le più importanti Padova e Lisbona,ma il suo nome è arrivato anche in Brasile ed in ogni angolo della terra,dove sorgono numeosissime chiese a lui dedicate.
LEGAMI CON ALTRI SANTI: La figura di S.Antonio è da sempre legata a quella di S.Francesco,di cui ne seguì con grande amore esempio e virtù,in molti dipinti della Vergine Maria,si può notare che ai piedi del suo trono ci sono sempre raffigurati i Santi Francesco e Antonio.
PROTETTRICE CONTRO: S.Antonio concede ai suoi devoti tredici grazie al giorno. E’ invocato soprattutto per ritrovare le cose smarrite;per la purezza,contro le disgrazie e i giovani lo invocano per la volontà nello studio.
ICONOGRAFIA: La Raffigurazione classica di S.Antonio è quella che lo vede con il Bambin Gesù tra le braccia e con il giglio,simbolo della sua purezza. La tradizione vuole che Antonio mentre era in preghiera nell sua piccola cella,e immerso nella contemplazione più assoluta ebbe l’apparizione del Bambin Gesù,che gli si posò dolcemente tra le sue braccia.Un uomo disse di aver visto tutto ciò,spiando nel buco della serratura della cella. Altre due però sono le raffigurazioni riguardanti S.Antonio. La prima,che lo vede raffigurato con il giglio e la Sacra Bibbia,simbolo di dotta conoscenza delle sacre scritture e la seconda che lo vede raffigurato con in braccio il Bambin Gesù,mentre distribuisce il pane ai poveri.
DEVOZIONI PARTICOLARI E FESTE: S.ANTONIO è festeggiato in tutta la Chiesa Cattolica il 13 Giugno,ma in alcune città e paesi i festeggiamenti cominciano la sera della vigilia il 12 giugno. Nei 13 giorni precedenti la festa del santo,i suoi devoti e fedeli,si preparano con la famosa “tredicina a S.Antonio.” A partire dal 31 maggio ogni sera si partecipa alla S.Messa,con la recita della tredicina al Santo,chiedendo,protezione e grazie. Altre particolari forme di devozioni all’infuori della festa,sono: Novene in onore del Santo ogni qualvolta si desidera chiedere una grazia, ogni 13 del mese partecipazione alla S.Messa in suo onore con integrante supplica; scegliere un giorno della settimana,(di solito lunedì o martedì) e non mangiare carne in suo onore.
EVENTUALI CANTI E PREGHIERE: la preghiera più famosa recitata a S.Antonio è il famoso responsorio,quesa preghiera antichissima,è recitata per trovare le cose smarrite,per chiedere aiuto da pericoli dell’anima e del corpo e per ogni situazione,l’efficacia di questa preghiera l’ha resa la più famosa tra i suoi devoti. La sua versione Famosa è in latino,ma oggi per agevolare i devoti è detta anche in italiano. Ecco le due versioni:

Latino:
Si quaeris miracula
mors, error, calamitas,
demon, lepra fugiunt
aegri surgunt sani.

Cedunt mare, vincula
membra, resque perditas,
petunt et accipiunt
juvenes et cani.

Pereunt pericula,
cessat et necessitas,
narrent hi qui sentiunt,
dicant Paduani.

Cedunt mare, vincula, ect.
Gloria Padri et Filio et Spiritui Sancto.
Cedunt mare, vincula ecc.

ITALIANO:

Se miracoli tu brami,
fugge error, calamità,
lebbra, morte, spirti infami
e qualunque infermità.

Cede il mare e le catene
trova ognun ciò che smarrì
han conforto nelle pene
vecchi e giovani ogni dì.

I perigli avrai lontani,
la miseria sparirà;
ben lo sanno i Padovani,
preghi ognun e proverà!

Cede il mare e le catene…
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo
Cede il mare e le catene…

Publié dans:Santi |on 13 juin, 2014 |Pas de commentaires »

LA REGOLA DI FEDE – Sant’lreneo *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_j.htm

LA REGOLA DI FEDE

Sant’lreneo *

Sant’lreneo di Lione (seconda metà del Il secolo), originario dell’Asia Minore, è il primo grande teologo dell’età patristica. li suo pensiero, d’ispirazione profondamente biblica, è al tempo stesso semplice, vigoroso e profondo. Opposto al dualismo gnostico, tale pensiero si sintetizza in una visione d’unità: la ricapitolazione universale nel Cristo. Nella Testimonianza della predicazione apostolica di cui riportiamo qui un brano caratteristico, con pacato entusiasmo egli espone le verità fondamentali della fede cristiana.

Ecco la regola della nostra fede, le fondamenta del nostro edificio, ciò che dà fermezza al nostro comportamento.
Primo articolo della nostra fede: Dio Padre, increato, illimitato, invisibile; Dio uno, creatore dell’universo. Secondo articolo: il Verbo di Dio, Figlio di Dio, Gesù Cristo, nostro Signore; rivelato ai profeti conformemente al genere delle loro profezie ed al disegno del Padre; per sua mediazione, tutto è stato fatto; alla fine dei tempi, per riassumere in sé ogni cosa, s’è degnato di farsi uomo fra gli uomini, visibile, tangibile, per distruggere in tal modo la morte, fare apparire la vita ed operare la riconciliazione tra Dio e l’uomo. Infine, terzo articolo: lo Spirito Santo; tramite lo Spirito, i profeti hanno profetizzato, i nostri padri hanno appreso le cose di Dio ed i giusti sono stati guidati lungo la via della giustizia; alla fine dei tempi, è stato diffuso sugli uomini in modo nuovo, affinché su tutta la terra essi fossero rinnovati, per Dio.
Questa è la ragione per cui il battesimo della nostra nuova nascita è posto sotto il segno di questi tre articoli. Dio Padre ce l’accorda in vista della nuova nascita nel suo Figlio tramite lo Spirito Santo. Poiché coloro che portano in sé lo Spirito Santo sono condotti al Verbo che è il Figlio, ed il Figlio li conduce al Padre, ed il Padre ci concede l’incorruttibilità. Senza lo Spirito, è impossibile vedere il Verbo di Dio, e senza il Figlio non ci si può accostare al Padre. Poiché la conoscenza del Padre, è il Figlio, e la conoscenza del Figlio si fa tramite lo Spirito Santo, ed il Figlio dona lo Spirito in conformità al beneplacito del Padre.
Per lo Spirito, il Padre è chiamato l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore delle potestà. Così noi perveniamo alla conoscenza di Dio; noi sappiamo che Dio esiste, che è creatore del cielo e della terra e di tutte le cose, creatore degli angeli e degli uomini, Signore, per cui tutto ha avuto origine, da cui tutto procede, ricco di misericordia, di grazia, di compassione, di bontà, di giustizia.
E’ il Dio di tutti: degli Ebrei, dei pagani, dei credenti. Per i credenti è Padre: perché alla fine dei tempi, egli ha aperto il testamento della loro filiazione adottiva. Per gli Ebrei è Signore e legislatore: perché nei tempi intermedi, allorché gli uomini l’avevano dimenticato, abbandonato, e si erano a lui ribellati, Dio li sottomise alla Legge, onde insegnare loro che hanno un Signore che è loro creatore ed autore, che ha dato loro il soffio di vita e che essi sono tenuti ad adorare giorno e notte. Per i pagani Dio è creatore, autore, Signore supremo. E per tutti egli è sostentatore, re e giudice. Nessuno sfuggirà al suo giudizio, sia egli ebreo o pagano, sia egli peccatore credente o spirito angelico. E coloro che ora rifiutano di credere nella sua bontà, conosceranno la sua potenza nel giorno del giudizio, secondo la parola del santo Apostolo: Non vedi che la bontà di Dio ti spinge a penitenza? Or tu, con la tua durezza e col tuo cuore impenitente, accumuli sopra di te ira per il giorno dell’ira e della manifestazione del giudizio di Dio. Allora egli darà a ciascuno secondo le sue opere (Rom. 2, 4-6).
Tale è colui che, nella Legge, è chiamato Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe: Dio dei viventi. Di questo Dio, l’altezza e la grandezza superano ogni descrizione.

* Démonstration de la prédication apostolique, paragrafi da 6 a 8. Traduzione di Pierre Patrick Verbraken leggermente modificata, in Les Pères de l’Eglise, panorama patristique, Epi, Parigi 1970 pp. 31-33.

 

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