Archive pour le 24 juin, 2014

What Does the Bible Say about Dance?

What Does the Bible Say about Dance? dans immagini sacre

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IL «GRIGIO», IL CANE CHE VEGLIAVA SU DON BOSCO

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IL «GRIGIO», IL CANE CHE VEGLIAVA SU DON BOSCO

Per quanti insulti e minacce dovesse subire, e per quanto terribili fossero le insidie cui andava soggetto, don Bosco non portò mai armi né mai adoperò la sua forza per respingere gli assalti.
Chi lo vegliava in ogni pericoloso incontro fu sempre la Provvidenza, la quale si servì anche del « Grigio ».
Chi era il « Grigio »? Un cane portentoso, alto più di un metro, che più volte salvò don Bosco in circostanze veramente strane.
Una sera del 1852 don Bosco tornava a casa solo, quando, giungendo da piazza Emanuele Filiberto al Rondò, sente qualcuno corrergli dietro. Si volta di botto, e veduto a pochi passi un tale armato di un nodoso ran­dello, si mette anche lui a correre, nella speranza di poter arrivare a casa prima di essere raggiunto.
Era ormai in fondo alla via che mette all’Oratorio, quando scorge, sul crocicchio di quella con la via Cottolengo, parecchi altri che stanno per prenderlo in mezzo.
Visto il pericolo, pensa di liberarsi prima da colui che lo insegue e, fermandosi d’improvviso, gli punta in petto i gomiti con tanta destrezza, che il misero rimbalza a terra gridando: – Sono morto! sono morto!!!
Il buon esito di quella ginnastica lo salva da uno, ma gli altri, coi bastoni, sono lì li per circondarlo.
In quell’istante, eccoti lì il « Grigio » provvidenziale che, saltando di qua e di là a fianco di don Bosco, manda latrati ed urli formidabili, e si agita con tanta furia, che quei ribaldi, temendo di essere fatti a brani, pregano don Bosco di ammansirlo e tenerlo presso di sé, mentre l’uno dopo l’altro si eclissano, lasciando che il prete faccia la sua strada.
Don Bosco, scortato dal « Grigio » che lo festeggia, giunse tranquillamente a casa.

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Sul finir del dicembre 1854, in una notte scura e nebbiosa, ritornava dal centro della città, e discendeva dalla Consolata alla Casa del Cottolengo. A un certo punto s’accorse che due uomini lo precedevano a poca distanza, e acceleravano o rallentavano il passo secondo che lo accelerava o lo rallentava lui.
Non c’era più dubbio: erano male intenzionati. Il Santo pensò di tornare indietro per mettersi in salvo in qualche casa vicina; ma non ebbe più il tempo. Voltatisi improvvisamente, essi gli furono addosso, e gli gettarono un mantello sulla faccia.
Don Bosco, abbassandosi con rapidità, liberò per un istante il capo e prese a dibattersi chiedendo aiuto; ma gli assalitori, avvolgendolo ancor più, gli turarono la bocca con un fazzoletto.
Proprio in quel momento, ecco comparire il « Gri­gio » che, ruggendo come un leone, si slancia con le zampe su quei due, sbattendoli di qua e di là nel fango.
Poi fermo, accanto a don Bosco, ringhia e fissa quei due con aria di trionfo e di sfida.
Quei poveretti, luridi di fango e tremanti di spavento, si alzano alla meglio e gridano:
- Don Bosco, per carità, ci liberi da questo cane! Chiediamo scusa e perdono!

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Un’altra volta ancora il « Grigio », invece d’accompagnarlo a casa, gli impedì di varcare la soglia.
Era notte. Don Bosco doveva uscire per una commissione. Mamma Margherita cercava di dissuaderlo; ma egli, esortatala a non temere, prende il cappello, e si avvia accompagnato da alcuni dei suoi giovani.
Giunti al cancello, trovano il « Grigio » sdraiato.
- Oh! il « Grigio »! – esclamò don Bosco. – Tanto meglio! Saremo in buona compagnia. Alzati, dunque, e vieni con noi.
Ma il « Grigio », invece di obbedire, manda un cupo ringhio e resta al suo posto.
Qualcuno dei giovani lo tocca col piede per farlo alzare, ma esso risponde con un ringhio più forte e cupo. Mamma Margherita che era accorsa, volgendosi a don Bosco, gli dice: – Se non vuoi ascoltare me, ascolta almeno il cane… non uscire!
Il Santo, per contentare la madre, rientra in casa. E subito sopraggiunge un vicino, tutto ansante e trafelato, a raccomandargli di non uscire di casa, perché quattro individui armati si aggirano nei dintorni, decisi a fargli la pelle. Così era difatti, come si seppe poi da altre persone degne di fede.

 

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NELL’ORTO DEI PROFETI di padre Pietro Kaswalder ofm

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NELL’ORTO DEI PROFETI

di padre Pietro Kaswalder ofm | settembre-ottobre 2009

Il mondo agricolo-pastorale con i suoi ritmi, i suoi simboli, i suoi termini è molto presente nella cultura biblica dell’Antico Testamento. A cominciare dai nomi di molte città che sono presi dal mondo della natura: pistacchio (Beten, Gs 19,25 e Betonim, Gs 13,26); casa della vigna (Beyt Haccherem, Ger 6,1); casa del pane (Beyt Lehem, Rut 1,19); albicocca (Tappuah, Gs 12,17); città delle palme (Iyr Hattemarim, Gdc 1,16); melograno (Rimmon, Gs 15,32); pressoio del melograno (Gath Rimmon, Gs 19,45); Monte Oliveto (Har Hazzetim, Zac 14,4); YHWH semina (Jizreel, Gs 18,19), palma (Tamar, Ez 47,19); vigna di Dio (Carmel, Gs 15,55).
Dopo decenni di studi si conoscono i metodi usati dai contadini nell’antichità, e si comprendono più correttamente i termini usati in relazione a piante, semi, frutti, verdure, e all’arte dell’agricoltura in generale. Tra i documenti scoperti dagli scavi si trova il famoso Calendario di Ghezer, una iscrizione trovata un secolo fa dall’archeologo Robert Armstrong Stewart Macalister. Il calendario viene datato al X secolo a.C., e quindi è contemporaneo alla storia dell’Antico Testamento. La lettura del testo è sorprendente, perché elenca la successione dei lavori del campo, seguendo le 12 fasi della luna nell’arco di un anno solare: «Due lune di raccolta di olive; due lune di semina dei cereali; due lune di semina ritardata dei legumi e ortaggi; una luna di zappatura delle erbe (per il fieno); una luna di mietitura dell’orzo; una luna di mietitura del frumento e di misurazione (del grano); due lune di raccolta dell’uva; una luna di raccolta dei frutti dell’estate». Il nome luna usato nell’iscrizione di Ghezer, è la misura del tempo precedente al termine mese, introdotto in Israele dopo l’VIII secolo a.C.
La Bibbia nei campi. Gli autori sacri erano stati preceduti dalle descrizioni della terra del Canaan fatte dai popoli vicini. Il generale Uni scrive al faraone Pepi I (2315 a.C.) che nel Canaan ci sono fichi e viti. Per l’egiziano Sinhue (1900 a.C.) nel Canaan si trova più vino che acqua; e aggiunge che è un paese pieno di miele, olivi, frumento e orzo. Dopo la conquista di Megiddo (1465 a.C.), Tutmosi III ha portato in Egitto il bottino, tra cui è elencato il frutto dei campi della Valle di Esdrelon e gli armenti grandi e piccoli. In altre campagne militari il faraone ha raccolto i frutti della terra, la fienagione, l’incenso e il vino mielato e alcuni esemplari della flora e della fauna del Canaan per i giardini reali.
La letteratura biblica è piena di immagini prese dall’agricoltura. Le usano gli autori della storia sacra, i teologi dell’Alleanza, e anche i profeti. Così la descrizione idilliaca della Terra Promessa in Dt 8,7-9: «Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile, paese di torrenti, di fonti, e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, paese di olivi, di olio e di miele. In Dt 26,9 leggiamo il «piccolo credo» che era recitato alla consegna delle primizie dei campi: «Ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, una terra dove scorre latte e miele».
Una significativa immagine di Israele, la vigna del Signore, viene modulato su varie tonalità dai Profeti e dai Salmi per indicare l’eredità di Dio (Ger 2,21; Ez 17,3-10; Os 10,1). Il piccolo poema di Is 5,1-8 canta l’amore del Signore per Israele, la sua vigna, fatta uscire dall’Egitto (Sal 80,9). Il profeta Geremia usa l’immagine del mandorlo in fiore per descrivere la sua vocazione (Ger 1,11). Il profeta Amos si vanta di essere un pastore e un raccoglitore di sicomori (Am 7,14). Il giudizio divino prende spunto dai lavori agricoli: «Non così gli empi, ma come pula che il vento disperde» (Sal 1,4). Il messianismo e l’escatologia dell’Antico Testamento usano pure immagini agricole: «Forgeranno le loro spade in vomeri, e le loro lance in falci» (Is 2,4; Mic 4,4.13; Zac 3,10).
La Bibbia è ricca di riferimenti al lavoro dell’agricoltore, o di immagini rubate ai campi per esprimere un concetto sapienziale o una immagine teologica. In altre parole, la terra è fonte di vita, ma anche di ispirazione: vedi Sansone e il miele (Gdc 14,14-18); Iotam e gli alberi della foresta (Gdc 9,8-15); Ezechiele e la favola dell’aquila (Ez 17,3-10), che usano allegorie campestri per trasmettere un messaggio. Anche l’arte e l’architettura dell’antico Israele devono molto alla natura dei campi, come ad esempio il motivo del melograno riproposto in mille forme (pendenti, gioielli, monete, sigilli); e la timorah cioè il capitello a forma di palma da dattero per gli edifici.
Vita contadina e morale. Il vocabolario dell’Antico Testamento è ricco di termini legati al calendario delle stagioni, perchè ognuna ha il suo lavoro agricolo appropriato, come arare, seminare, falciare, mietere, trebbiare, raccogliere, vendemmiare. Le coltivazioni conosciute ai tempi biblici sono moltissime. Anzitutto i cereali, e cioè orzo, frumento e miglio dai quali era prodotto il pane. Poi i legumi, e cioè la fava e la lenticchia. Poi le spezie tra cui il cumino (Is 28,25), il coriandolo (Es 16,31; Num 11,7), il lino e il sesamo (Is 28,25?). Alcune specie non sono menzionate nell’Antico Testamento, ma di esse è stata trovata abbondante traccia negli scavi archeologici. Tra questi i ceci (forse in Is 30,24), i piselli e il fieno greco. Combinando i dati dell’Antico Testamento con le scoperte archeologiche risulta che grano e orzo, fave e lenticchie erano i frutti più coltivati, mentre le spezie avevano un’attenzione minore. Un frutto molto citato nell’Antico Testamento è tappuah, che di solito viene tradotto con mela. Ma è meglio identificare questo frutto con l’albicocca o mishmish visto che la mela non era conosciuta nell’antico Israele. Questo frutto è celebrato per il suo sapore e il suo profumo, vedi Prov 25,11; Cant 2,3.5; 7,9; 8,5; Gioele 1,12, ecc.
Alcuni spunti di vita sociale quali la difesa del povero, dello straniero, dell’orfano e dello schiavo, sono raccolti in un codice morale basato sul lavoro dei campi. Il povero può sfamarsi con i resti della mietitura e della vendemmia, e fruire del raccolto del settimo anno e del giubileo, cf. Es 23,11; Lev 19,9-10; 23,22; 25,6; Deut 24,19-21; 26,12 ecc. E la legge del riposo sabbatico vale anche per i campi, non solo per gli uomini: «Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai il prodotto, ma nel settimo anno non la sfrutterai e la lascerai incolta: ne mangeranno gli indigenti del tuo popolo. Così farai per la tua vigna e per il tuo oliveto (Es 23,11).
Giovanni non magiava locuste. Stranamente il carrubo, pianta molto diffusa ancora oggi nelle terre bibliche, non viene mai menzionato nell’Antico Testamento. Tranne che in Qoe 12,5 dove viene proposto di leggere carruba e non locusta, come troviamo nella versione greca dei Settanta. Questa nota riguarda la lettura corretta di Mc 1,6 e Mt 3,4 cioè i testi dove troviamo Giovanni Battista che dimora nel deserto. Forse è meglio correggere con «Giovanni si cibava di carrube», lasciando la versione tradizionale di locuste.
Sembra strano pure il fatto che l’Antico Testamento conosca poche verdure. Gli orti coltivati sono menzionati in alcuni casi, cfr Nabot di Jizreel che aveva una vigna, ma il re Ahab la voleva trasformare in orto di verdure (1 Re 21,2). Queste verdure sono probabilmente il cocomero, il melone, il porro, la cipolla e l’aglio. La serie delle verdure è menzionata in Num 11,5, un testo nel quale è detto che gli israeliti rimpiangono le «cipolle d’Egitto».
Malattie ed erbacce. Infine una nota dolente e cioè le malattie che colpiscono le piante e i frutti. La siccità e la carestia portavano alla distruzione completa dei raccolti. Altri disastri naturali sono gli insetti nocivi, ad esempio le locuste e le cavallette (1 Re 8,37); i vermi e le larve che divorano le piante, il frumento e le vigne (Giona 4,7); i topi e altri roditori (1 Sam 6,5); i pipistrelli che mangiano i grappoli d’uva (Is 2,20). In assenza delle cure con anticrittogamici scoperti solo in epoca moderna, le malattie che potevano colpire i campi e i frutti della terra erano numerose. Il carbonchio o ruggine delle piante (Dt 28,22; 1 Re 8,37; Am 4,9) e la muffa (Gen 41,6), che si pensavano causati dal vento orientale o scirocco. L’orzo può essere soffocato da erbacce puzzolenti (Giob 31,40), come l’uva può essere selvatica e quindi immangiabile (Is 5,2.4).
Ma il nemico più insistente dei campi e delle vigne erano le erbacce, molte delle quali non sono ancora state identificate dai botanici moderni, ma che sembrano essere delle erbe spinose come rovi, spine, cardi, pruni, ortiche…
Quelle più comuni rilevate ancora oggi nei campi sono la Caephalaria syriaca, il Galium tricorne, la Scorpirius subvillosa, il Lolium temulentum, la Capparis spinosa e l’Echium judaeum.

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