Archive pour le 6 juin, 2014

Pentecoste

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VENI, CREATOR SPIRITUS. – INNO DI PENTECOSTE

VENI, CREATOR SPIRITUS. – INNO DI PENTECOSTE

Veni, Creator Spiritus.
Veni, creator Spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pecora.
Qui diceris Paraclitus,
donum Dei altissimi,
fons vivus, ignis, caritas
et spiritalis unctio.
Tu semptiformis munere,
dextrae Dei tu digitus,
tu rite promissum Patris
sermone ditans guttura.
Accende lumen sensibus,
infunde amorem cordibus,
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.
Hostem repellas longius
pacemque dones protinus;
ductore sic te praevio
vitemus omne noxium.
Per te sciamus da Patrem,
noscamus atque Filium,
te utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Amen.
————————————-
Vieni Santo Spirito
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni padre dei poveri,
vieni datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
sana ciò ch’è sviato.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Amen.

 

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DI PENTECOSTE – 2008 ANNO A – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080511_pentecoste_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE – 2008 ANNO A

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 11 maggio 2008

Cari fratelli e sorelle,

il racconto dell’evento di Pentecoste, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, san Luca lo pone al secondo capitolo degli Atti degli Apostoli. Il capitolo è introdotto dall’espressione: « Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo » (At 2,1). Sono parole che fanno riferimento al quadro precedente, nel quale Luca ha descritto la piccola compagnia dei discepoli, che si radunava assiduamente a Gerusalemme dopo l’Ascensione al cielo di Gesù (cfr At 1,12-14). E’ una descrizione ricca di dettagli: il luogo « dove abitavano » – il Cenacolo – è un ambiente « al piano superiore »; gli undici Apostoli vengono elencati per nome, e i primi tre sono Pietro, Giovanni e Giacomo, le « colonne » della comunità; insieme con loro vengono menzionate « alcune donne », « Maria, la madre di Gesù » e i « fratelli di lui », ormai integrati in questa nuova famiglia, basata non più su vincoli di sangue ma sulla fede in Cristo.
A questo « nuovo Israele » allude chiaramente il numero totale delle persone che era di « circa centoventi », multiplo del « dodici » del Collegio apostolico. Il gruppo costituisce un’autentica « qahal », un’ »assemblea » secondo il modello della prima Alleanza, la comunità convocata per ascoltare la voce del Signore e camminare nelle sue vie. Il Libro degli Atti sottolinea che « tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera » (1,14). E’ dunque la preghiera la principale attività della Chiesa nascente, mediante la quale essa riceve la sua unità dal Signore e si lascia guidare dalla sua volontà, come dimostra anche la scelta di gettare la sorte per eleggere colui che prenderà il posto di Giuda (cfr At 2,25).
Questa comunità si trovava riunita nella stessa sede, il Cenacolo, al mattino della festa ebraica di Pentecoste, festa dell’Alleanza, in cui si faceva memoria dell’evento del Sinai, quando Dio, mediante Mosè, aveva proposto ad Israele di diventare sua proprietà tra tutti i popoli, per essere segno della sua santità (cfr Es 19). Secondo il Libro dell’Esodo, quell’antico patto fu accompagnato da una terrificante manifestazione di potenza da parte del Signore: « Il monte Sinai – vi si legge – era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto » (Es 19,18). Gli elementi del vento e del fuoco li ritroviamo nella Pentecoste del Nuovo Testamento, ma senza risonanze di paura. In particolare, il fuoco prende forma di lingue che si posano su ciascuno dei discepoli, i quali « furono tutti pieni di Spirito Santo » e per effetto di tale effusione « cominciarono a parlare in altre lingue » (At 2,4). Si tratta di un vero e proprio « battesimo » di fuoco della comunità, una sorta di nuova creazione. A Pentecoste la Chiesa viene costituita non da una volontà umana, ma dalla forza dello Spirito di Dio. E subito appare come questo Spirito dia vita ad una comunità che è al tempo stesso una e universale, superando così la maledizione di Babele (cfr Gn 11,7-9). Solo infatti lo Spirito Santo, che crea unità nell’amore e nella reciproca accettazione delle diversità, può liberare l’umanità dalla costante tentazione di una volontà di potenza terrena che vuole tutto dominare e uniformare.
« Societas Spiritus », società dello Spirito: così sant’Agostino chiama la Chiesa in un suo sermone (71, 19, 32: PL 38, 462). Ma già prima di lui sant’Ireneo aveva formulato una verità che mi piace qui ricordare: « Dov’è la Chiesa, là c’è lo Spirito di Dio, e dov’è lo Spirito di Dio, là c’è la Chiesa ed ogni grazia, e lo Spirito è la verità; allontanarsi dalla Chiesa è rifiutare lo Spirito » e perciò « escludersi dalla vita » (Adv. Haer. III, 24, 1). A partire dall’evento di Pentecoste si manifesta pienamente questo connubio tra lo Spirito di Cristo e il mistico Corpo di Lui, cioè la Chiesa. Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell’azione dello Spirito Santo, vale a dire sull’intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell’armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell’evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un’idea fondamentale, che cioè all’atto stesso della sua nascita la Chiesa è già « cattolica », universale. Essa parla fin dall’inizio tutte le lingue, perché il Vangelo che le è affidato è destinato a tutti i popoli, secondo la volontà e il mandato di Cristo risorto (cfr Mt 28,19). La Chiesa che nasce a Pentecoste non è anzitutto una Comunità particolare – la Chiesa di Gerusalemme – ma la Chiesa universale, che parla le lingue di tutti i popoli. Da essa nasceranno poi altre Comunità in ogni parte del mondo, Chiese particolari che sono tutte e sempre attuazioni della sola ed unica Chiesa di Cristo. La Chiesa cattolica non è pertanto una federazione di Chiese, ma un’unica realtà: la priorità ontologica spetta alla Chiesa universale. Una comunità che non fosse in questo senso cattolica non sarebbe nemmeno Chiesa.
A questo riguardo occorre aggiungere un altro aspetto: quello della visione teologica degli Atti degli Apostoli circa il cammino della Chiesa da Gerusalemme a Roma. Tra i popoli rappresentati a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste, Luca cita anche gli « stranieri di Roma » (At 2,10). In quel momento Roma era ancora lontana, « straniera » per la Chiesa nascente: essa era simbolo del mondo pagano in generale. Ma la forza dello Spirito Santo guiderà i passi dei testimoni « fino agli estremi confini della terra » (At 1,8), fino a Roma. Il libro degli Atti degli Apostoli termina proprio quando san Paolo, attraverso un disegno provvidenziale, giunge alla capitale dell’impero e vi annuncia il Vangelo (cfr At 28,30-31). Così il cammino della Parola di Dio, iniziato a Gerusalemme, giunge alla sua meta, perché Roma rappresenta il mondo intero ed incarna perciò l’idea lucana della cattolicità. Si è realizzata la Chiesa universale, la Chiesa cattolica, che è il proseguimento del popolo dell’elezione e ne fa propria la storia e la missione.
A questo punto, e per concludere, il Vangelo di Giovanni ci offre una parola, che si accorda molto bene con il mistero della Chiesa creata dallo Spirito. La parola uscita per due volte dalla bocca di Gesù risorto quando apparve in mezzo ai discepoli nel Cenacolo, la sera di Pasqua: « Shalom – pace a voi! » (Gv 20, 19.21). L’espressione « shalom » non è un semplice saluto; è molto di più: è il dono della pace promessa (cfr Gv 14,27) e conquistata da Gesù a prezzo del suo sangue, è il frutto della sua vittoria nella lotta contro lo spirito del male. E’ dunque una pace « non come la dà il mondo », ma come solo Dio può darla.
In questa festa dello Spirito e della Chiesa vogliamo rendere grazie a Dio per aver donato al suo popolo, scelto e formato in mezzo a tutte le genti, il bene inestimabile della pace, della sua pace! Al tempo stesso, rinnoviamo la presa di coscienza della responsabilità che a questo dono è connessa: responsabilità della Chiesa di essere costituzionalmente segno e strumento della pace di Dio per tutti i popoli. Ho cercato di farmi tramite di questo messaggio recandomi recentemente alla sede dell’O.N.U. per rivolgere la mia parola ai rappresentanti dei popoli. Ma non è solo a questi eventi « al vertice » che si deve pensare. La Chiesa realizza il suo servizio alla pace di Cristo soprattutto nell’ordinaria presenza e azione in mezzo agli uomini, con la predicazione del Vangelo e con i segni di amore e di misericordia che la accompagnano (cfr Mc 16,20).
Fra questi segni va naturalmente sottolineato principalmente il Sacramento della Riconciliazione, che Cristo risorto istituì nello stesso momento in cui fece dono ai discepoli della sua pace e del suo Spirito. Come abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, Gesù alitò sugli apostoli e disse: « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi » (Gv 20,21-23). Quanto importante e purtroppo non sufficientemente compreso è il dono della Riconciliazione, che pacifica i cuori! La pace di Cristo si diffonde solo tramite cuori rinnovati di uomini e donne riconciliati e fatti servi della giustizia, pronti a diffondere nel mondo la pace con la sola forza della verità, senza scendere a compromessi con la mentalità del mondo, perché il mondo non può dare la pace di Cristo: ecco come la Chiesa può essere fermento di quella riconciliazione che viene da Dio. Può esserlo solo se resta docile allo Spirito e rende testimonianza al Vangelo, solo se porta la Croce come e con Gesù. Proprio questo testimoniano i santi e le sante di ogni tempo!
Alla luce di questa Parola di vita, cari fratelli e sorelle, diventi ancora più fervida e intensa la preghiera, che quest’oggi eleviamo a Dio in spirituale unione con la Vergine Maria. La Vergine dell’ascolto, la Madre della Chiesa ottenga per le nostre comunità e per tutti i cristiani una rinnovata effusione dello Spirito Santo Paraclito. « Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae – Manda il tuo Spirito, tutto sarà ricreato e rinnoverai la faccia della terra ». Amen!

8 GIIUGNO : PENTECOSTE – OMELIA/LECTIO DIVINA : GV 20, 19-23

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/4-Pasqua-A-2014/Omelie/08-Domenica-Pentecoste-A/03-8a-Domenica-Pentecoste-A-2014-JB.htm

8 GIUGNO 2014 | 8A DOMENICA DI PASQUA: PENTECOSTE A | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : GV 20, 19-23

A differenza di Luca (Atti 2,1-41), Giovanni situa la venuta dello Spirito lo stesso giorno della risurrezione di Gesù: l’uomo nuovo, restituito alla vita senza fine e senza peccato, dà la missione e la possibilità ai suoi discepoli di essere uomini nuovi e fare nuova l’umanità, dando loro il suo Spirito. I discepoli ricevono l’alito del Risuscitato ed il mandato di perdonare nel suo nome e col suo potere. Come in quel primo giorno, sapere che Gesù è risuscitato significa sapersi capaci di perdonare, perché si conta sullo Spirito di Gesù. Chi crede nella risurrezione, ha il perdono da offrire e lo Spirito di Gesù come compagno: vivere per il perdono è vivere della resurrezione di Gesù, è vivere ubbidendo al suo mandato e col suo stesso Spirito.

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
« Pace a voi ».
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: « Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi ».
20 Detto questo, soffiò e disse loro:
« Ricevete lo Spirito Santo,
a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati;
a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati ».
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il racconto, parco in dettagli, è una cronaca della nascita della chiesa. Segue lo schema narrativo tipico dei racconti delle apparizioni: presenza inaspettata di Gesù risuscitato, riconoscimento da parte dei discepoli, missione al mondo
Il fatto, data la sua importanza, è notoriamente datato (20,19: essendo sera, quel giorno, primo della settimana) e localizzato (in una casa) a Gerusalemme.
Non si nomina nessun discepolo né si dice quanti erano. Si menzionano solo la paura che li attanagliava e la loro reclusione. Volendosi trovare coi suoi, il Risuscitato è capace di superare gli ostacoli: la casa sbarrata ed alcuni discepoli rinchiusi per la paura; si fa presente ai suoi ogni volta che vuole, superando limiti di spazio. L’assenza di Gesù ha riempito di angoscia l’esistenza dei suoi seguaci; la comunità si sente minacciata. Così è meglio ricalcata che l’iniziativa dell’apparizione è tutta del Risuscitato (20,19) che, mettendosi in mezzo ad essi, incoraggia quelli che non osavano uscire per strada e dichiararsi pubblicamente credenti. Può percepirsi, inoltre, una lieve intenzione apologetica: alcuni uomini atterriti non sarebbero usciti coraggiosi predicatori se non avessero avuto un incontro reale con il Signore Gesù.
La presenza inaspettata di Gesù in mezzo ad essi fa loro sperimentare il godimento promesso (16,20-22; 17,13). Mostra mani e fianco (19,34), identificandosi come il crocifisso; il riconoscimento è immediato (Lc 24,41-47). Identificato, concede loro, due volte, la pace: il saluto (20,19.21) non è mero desiderio di sicurezza ma dono reale e viatico per una missione (17,18; 4,38; 13,20). Primo frutto dell’incontro è la pace recuperata ed un’allegria sconosciuta. Il secondo, la missione. L’Inviato di Dio, restituito alla vita e rivolto al Padre, incarica i suoi della sua propria missione e fa di loro i suoi inviati (20,21: come a me…, anche io). Niente dice sul destino, né sul contenuto, dell’apostolato cristiano, si afferma solo che il Padre è il fondamento e Cristo la sua mediazione. Dio è l’origine della missione apostolica, Cristo ed i suoi inviati, gli anelli di congiunzione.
L’incarico è un atto di investitura ed una prova di fiducia. Questo passaggio di compiti da Cristo ai cristiani fa di questi, uomini nuovi: la missione li ricrea. Gli inviati ricevono lo stesso alito vitale di Gesù (20,22). La concessione dello Spirito è, dunque, legata all’imposizione della missione (20,23). Ed il racconto ricorda la creazione del primo uomo, quando Dio ispirò il suo alito al fango (Gn 2,7; Sap 15,11). Questa concessione dello Spirito è conseguente alla glorificazione di Gesù (7,39), al suo ritorno al Padre (15,26; 16,7): Gesù stesso inaugura il tempo dello Spirito; e lo vincola al perdono universale ed incondizionato dei peccati (20,23). Secondo Giovanni è la comunità cristiana l’unico posto nel mondo dove non ha oramai futuro il peccato dell’uomo, perché la sua missione, il suo compito esclusivo ed escludente, è il perdono senza restrizioni: perdonare/ritenere suppone una potestà senza eccezione: chi viene perdonato dalla comunità, è perdonato da Dio.
Nelle mani dei credenti che hanno visto il loro Signore rimane ora la sua missione: aprire gli uomini all’amore ed abilitarli per la missione; più che autorità e potere, questo è un nuovo servizio, una responsabilità, quello che li trasforma in uomini nuovi. Finché è assente il loro Signore, la comunità continua quella missione.
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
L’irruzione dello Spirito di Gesù sui suoi discepoli segna la nascita al mondo della chiesa. Quando Gesù lasciò i suoi discepoli sulla terra, promise loro il suo Spirito; giorni dopo, quando glielo inviò, i suoi discepoli si sentirono inviati al mondo; in quel giorno nacque la chiesa, con lo Spirito di Gesù come patrimonio e col mondo da evangelizzare come compito. Da quel giorno lo Spirito ha accompagnato ed assistito, guidato e fortificato la vita dei seguaci di Gesù: appartenere alla comunità cristiana implica essere eredi della missione di Gesù ed avere in eredità il suo Spirito. Sapersi di Cristo si è sapersi inviati per Cristo al mondo come suoi testimoni e sapere che egli ci ha lasciato in possesso il suo Spirito.
È nostro lo stesso Spirito che incoraggiò Gesù durante la sua vita, che lo portò a predicare il vangelo per la Galilea, che lo fece forte davanti la tentazione e lo faceva sentire figlio di Dio. Questa è l’eredità di Gesù che possiamo possedere già oggi, tutto quanto abbiamo di lui è oggi alla nostra portata e a nostra disposizione. E tuttavia, continua ad esserci deficit di Dio nel nostro mondo; continuiamo a seguirlo ma sentiamo più l’assenza che la sua presenza.
I discepoli di Gesù viviamo come deficitarii del suo Spirito dimenticando che abbiamo tutto un mondo, ed il nostro cuore, da cristianizzare. Ce l’ha ricordato il vangelo: imbruniva già quando Gesù Resuscitato si presenta ai discepoli morti di paura; il vederlo li solleva dalla loro tristezza e li riempie di pace, ma l’allegria di averlo dura poco. Infonde loro un alito nuovo ed impone una nuova missione: « ricevete lo Spirito Santo; a chi perdonerete i peccati, saranno perdonati. » Avranno con sé lo Spirito di Gesù, se hanno il mondo come luogo di fraternità.
Chi è nato il giorno di Pentecoste non si accontenta di non fare male, neanche di restituirlo, benché ciò sia abbastanza. Né gli basta fare il bene che può, purché non gli costi molto: il testimone di Gesù deve dare al mondo il suo Spirito ed il suo perdono. Dargli meno supporrebbe rubargli quello che ha ricevuto. A chi non si sa inviato ad offrire pace e perdono, non gli è stato inviato lo Spirito. Chi non crede che il perdono delle offese sia possibile, neanche crede nello Spirito di Gesù che lo fa possibile. Se non assumiamo il mandato di Gesù perché è un ordine dare il perdono a chi abbia bisogno di lui, non abbiamo ricevuto il suo Spirito né siamo i suoi inviati in questo mondo. Chi non perdona non ha lo Spirito di Cristo, non può essere un buon cristiano, benché sia un uomo buono. E’ per mancanza di uomini con lo Spirito di Gesù, impegnati per la pace tra gli uomini, è per scarsità di credenti che perdonino, che oggi il mondo è privo di Dio e scarso di pace vera.
Ci lamentiamo della pace che ci danno gli altri, perché è scarsa o troppo fragile; diamo loro il perdono che Dio ci concede e la nostra pace rimarrà al sicuro. Il cristiano sta oggi perdendo la sua vocazione di pacificatore, lasciando il compito che Cristo gli comandò di portare a chi non condivide la sua fede né ha la capacità, lo Spirito di Gesù; e così perde il suo Dio e perde il suo mondo. Altri avranno il potere, la tecnica, le risorse; noi abbiamo la forza di Dio ed anche il suo mandato. Cosa sperare di più?
Ritorniamo alla nostra comunità, al posto di lavoro, a noi stessi, coll’impegno di favorire la pace e di seminare perdono, di irrobustire la concordia ed iniziare la fraternità là dove stiamo. Avvicinare la pace ed il perdono agli altri significa avvicinare a Dio. È la migliore testimonianza che possiamo dar loro; e possiamo dargliela noi, non perché siamo migliori, ma bensì perché possediamo lo Spirito di Gesù ed il suo mandato.
Come cristiani, non lo dimentichiamo, nasceremo il giorno in cui, come discepoli di Gesù, supereremo le nostre paure, vediamo il Risuscitato e recuperiamo l’allegria di vivere ed il mondo come missione. In un solo giorno, e senza Gesù al loro fianco ma pieni del suo Spirito, i discepoli fecero più che durante gli anni di convivenza con Gesù per le strade della Palestina. Quelle sono le nostre origini; se vogliamo rinascere oggi come cristiani, sappiamoci inviati al mondo e viviamo dello Spirito che ci è stato inviato. Sarà lo Spirito di Gesù quello che, come nella prima pentecoste, ci invierà a parlare agli uomini nella loro propria lingua, direttamente al cuore; cominciamo da quelli che ci sono più vicino, cominciamo – perché no? – da noi stessi, facendo la pace con noi, coi nostri desideri intimi e con le nostre intime miserie. Vivere in pace con noi stessi è il modo più efficace di rendere possibile la pace a quanti convivono con noi.
Riconciliati nel nostro intimo, facciamo la pace nel seno delle nostre famiglie. Dove andare, se non lì dove sono i nostri per offrir loro la pace ed il perdono che abbiamo sperimentato? A chi dobbiamo più perdono se non a quelli che condividono vita e sogni, allegrie e fallimenti con noi? Come possiamo pensare di pacificare gli sconosciuti, se non siamo riusciti a farlo con gli intimi? Lì dove arriva il nostro perdono, lì arriverà anche lo Spirito di Gesù e diventerà presente la chiesa. Trasformiamo le nostre famiglie ed i nostri amici nella prima meta del nostro sforzo pacificatore: porteremo lì lo Spirito di Gesù e ci faremo suoi discepoli, nello stesso tempo che umanizziamo la nostra vita familiare.
I discepoli di Gesù, se sanno che vive, vivono per portare il suo Spirito ed il perdono agli uomini; credere, invece, che perdonare è impossibile, pensare perfino che nessuno può esigerlo, significherebbe pensare che Gesù non è risuscitato o ancora peggio, cercare di seppellirlo di nuovo. Per perdonarci morì ed affinché perdonassimo è risuscitato. Tutto quello che facciamo per creare pace intorno a noi e fare possibile il perdono ci trasformerà nei discepoli che il Risuscitato vuole: chi osa perdonare il suo prossimo, vede il suo Signore e possiede il suo Spirito; non c’è un’altra spiegazione possibile.
Offrire il perdono a chi ha bisogno di lui è stato sempre una forma di essere cristiano; farlo, oggi di nuovo, ci restituirebbe la certezza di essere chiesa di Cristo. Non lasciamo che nessuno ci tolga la missione che Cristo raccomandò ai suoi. Non permettiamo che ci rubino lo Spirito che ci diede per portarla a termine: recuperiamo il compito per il quale nascemmo al mondo come comunità, torneremo a sentire la sua presenza vicino a noi. Avremo il suo Spirito nei nostri cuori, se il perdono del prossimo occupa le nostre mani. Cosa sperare di più? O non crediamo che Cristo è resuscitato e ci ha concesso già il suo Spirito dandoci l’ordine di perdonare il mondo?

3 – PREGARE : Prega il testo e desidera la volontà di Dio: cosa dico a Dio?
Non so bene perché, ma mi sento molto simile ai primi tuoi discepoli che ti sapevano vivo ed erano morti di paura. Rinchiuso nelle mie paure, non riesco a proclamarti risuscitato.
Vieni, Signore, a tirarmi fuori dalla mia reclusione e dammi la tua pace e la sicurezza che hai vinto il mondo.
Dammi il tuo Spirito, riempimi di Lui, prima di darmi la missione di perdonare il mondo che temo tanto. Senza il tuo Spirito, non riuscirò ad essere l’uomo della pace, il tuo inviato per il perdono universale. Voglio dare testimonianza della tua nuova vita, vivendo la mia perdonando.
Ma ho bisogno di te, ho bisogno del tuo alito, ho bisogno del tuo Spirito. Se continui a pensare a me per perdonare, inviami quanto prima il tuo Spirito.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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