Archive pour avril, 2014

IL PECCATO – (papa Francesco)

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IL PECCATO

La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia ». (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 420).

Autore: Marco La Deda

Tratto da: Credere del 09/06/2013

Nella storia dell’uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzitutto riconoscere il profondo legame dell’uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell’uomo e sulla storia.

NELL’ANTICO TESTAMENTO
Il peccato si presenta come offesa al Creatore e rottura dell’alleanza tra Dio e il popolo. Essendo un allontanamento dall’ordine divino, la sua prima conseguenza è la perdita della salvezza. Nell’Antico Testamento non c’è un vocabolo specifico che racchiuda lo stesso significato che attribuiamo oggi alla parola “peccato”. Molti passi parlano del peccato in termini di rottura dell’alleanza con Dio. La condizione iniziale dell’uomo è quella di essere santo e amico di Dio. Il peccato è invece rinnegamento di Dio e distruzione della personalità umana. L’uomo annienta in sé stesso l’immagine soprannaturale di Dio e ne offusca anche quella naturale. Poiché il peccato è visto soprattutto in riferimento alla persona del Dio santo e giusto, è comprensibile che, tra le varie specie di peccati, l’idolatria, la magia e la bestemmia siano considerati le più gravi.

MANCARE IL BERSAGLIO
La parola “peccato” deriva dal latino peccatum che significa “ceppo ai piedi” o “laccio che lega i piedi”. In greco è hamarthia, “mancare il bersaglio”, cioè credere in Gesù, ma essere privo della capacità di essere salvato.
Nell’Antico Testamento si usano termini che sintetizzano situazioni specifiche e sottolineano, con varie sfumature, l’idea della rottura della relazione con Dio.
La parola più usata è peša’, in cui è presente l’idea di torto recato all’altro oppure la violazione dell’altrui diritto.
La parola esprime anche ribellione contro un superiore e contro i precetti divini.
Il termine kaf’at alla lettera significa “sbagliare il bersaglio” o “mancare il fine”, ma anche l’infedeltà o rottura di un patto.
La parola ‘awon, “iniquità”, esprime il delitto e racchiude l’idea di una deviazione dalla retta via.

Il peccato originale
Con l’espressione “peccato originale” la teologia cattolica intende il peccato di Adamo trasmesso a tutta l’umanità eccetto a Maria, madre di Gesù. Sue conseguenze sono la privazione dello stato di amicizia con Dio e i doni eccezionali – fra i quali quello dell’immortalità – e una vita di miserie e pene. Il primo uomo si presenta come un’opera perfetta, pienamente cosciente della sua superiorità su tutti gli animali e del suo legame con il Dio creatore. In quanto “immagine di Dio”, è colui che può ascoltarne la parola ed entrare in comunione vitale di amore con lui. Il Creatore l’ha dotato di capacità e libertà di scegliere fra l’obbedienza e il rispetto al suo ordine divino da un lato, e la disobbedienza con le sue conseguenze dall’altro. «L’albero delle conoscenze del bene e del male» (Gen 2,17) rappresenta il confine fra ciò che è buono e ciò che è cattivo. Il primo peccato consiste nell’aver preteso di considerarsi autonomo rispetto al Creatore, decidendo da sé quello che è bene e quello che è male. La rivendicazione di una piena autonomia morale comporta il disconoscimento e la rottura di quel rapporto con Dio che egli stesso, di sua iniziativa, aveva instaurato con l’uomo. Dalla volontà umana di essere autonomi, erigendosi a rivali di Dio, deriva un disorientamento profondo nel rapporto con le autentiche sorgenti della vita, che si concretizza nelle realtà della morte e della sofferenza fisica e morale.

Le conseguenze per l’umanità
Il primo peccato è la causa fondamentale di tutti gli altri peccati, ed è fonte di conseguenze catastrofiche per l’umanità. Dopo il primo peccato l’umanità intraprende la strada della violenza, dell’omicidio, dell’invidia, dell’oppressione e del disordine sessuale. Il primo peccato provoca una frattura all’interno della prima coppia, Adamo ed Eva. Segue l’omicidio compiuto da Caino ai danni del fratello Abele; poi si instaura la legge della vendetta nella prassi di Lamec; dopo il diluvio la radice del male perdura e si manifesta in Cam, che disprezza suo padre; fino al tentativo di dare l’assalto al cielo con la costruzione della torre di Babele. Le depravazioni morali dell’umanità prima del diluvio sono la prova del limite che l’uomo può raggiungere a causa dello squilibrio scaturito dal primo peccato.
«Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi».
(1Giovanni 1,8)

NEL NUOVO TESTAMENTO
Nel Nuovo Testamento non si dà una riflessione autonoma né sistematica sul peccato. Esso viene compreso in relazione a Cristo, che ne è l’oppositore e l’antagonista.
La missione di Gesù è preparata nei Vangeli sinottici dall’annuncio di conversione e dal Battesimo per il perdono dei peccati del Battista. Gesù inizia la sua missione annunciando l’imminenza del Regno e richiedendo come corrispondente l’atteggiamento della conversione. Convertirsi significa aderire a lui, e al contempo implica distacco dall’agire peccaminoso. Gesù si presenta come colui che porta il perdono di Dio per i peccati e richiede la conversione degli stessi: è venuto a chiamare «i peccatori affinché si convertano» (Luca 5,32). Già nei Vangeli delle origini Gesù è presentato come colui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Matteo 1,21), che realizza «la remissione dei loro peccati» (Luca 1,77). Il Battista lo addita come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1,29).
Se vi è un peccato che non può essere rimesso, ciò non è dovuto al suo potere superiore a quello di Cristo, ma alla sua indole, che è rifiuto manifesto e totale di Cristo.
Anche alla morte di Gesù è attribuita una valenza salvifica, ossia di perdono. Paolo asserisce che «Cristo morì per i nostri peccati» (1Corinzi 15,3), ossia per la loro remissione. Nelle tradizioni dell’Ultima cena le parole «per voi» interpretano la morte di Cristo come una morte a vantaggio dei peccatori; Matteo (26,28) lo esplicita ancor più chiaramente, affermando che il sangue di Cristo è «versato per molti in remissione dei peccati».

LA SORGENTE DEL PERDONO
«È proprio nella Passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità. Tuttavia, proprio nell’ora delle tenebre e del Principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati».
(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1851)

Soltanto Dio perdona
Dio solo perdona i peccati. Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di sé stesso: «Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati» (Marco 2,10) ed esercita questo potere divino: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Marco 2,5; Luca 7,48). Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini, affinché lo esercitino nel suo nome.
Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività, il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue.
Ha tuttavia affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati al ministero apostolico. A questo è affidato il «ministero della riconciliazione» (2Corinzi 5,18). L’apostolo è inviato “nel nome di Cristo”, ed è Dio stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Corinzi 5,20).

Gesù e i peccatori
Proprio per manifestare il suo essere rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, Gesù si pone a fianco di individui emarginati dal sistema religioso del tempo e considerati “peccatori”. Il prender cibo di Gesù con loro è un dato caratteristico dei Vangeli sinottici. Esso suggella, per esempio, la vocazione del pubblicano Levi, contesto nel quale Gesù afferma di non essere venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Fa inoltre sì che Gesù sia riconosciuto loro “amico” (Matteo 11,19). Rende pertanto proprio i peccatori beneficiari privilegiati del Regno.
«Se si elimina Dio dall’orizzonte del mondo, non si può parlare di peccato. Come quando si nasconde il sole, spariscono le ombre; l’ombra appare solo se c’è il sole; così l’eclissi di Dio comporta necessariamente l’eclissi del peccato».
(Benedetto XVI)

Il rapporto con la malattia fisica
Altro tratto caratteristico del Regno inaugurato da Cristo è l’opera taumaturgica da lui compiuta. Se si tiene conto del legame, scontato al suo tempo, tra opera demoniaca e malattia fisica, si comprende perché tutte le guarigioni risultino come una vittoria sul maligno. E, data la connessione tra maligno e peccato, la liberazione dalla malattia fisica e la liberazione dal peccato si trovano in stretta relazione tra loro.
Gesù inaugura il Regno di Dio che sconfigge il regno di Satana, e ciò è percepibile sia nella guarigione da malattie sia nella liberazione dal peccato. A volte echeggia nel Nuovo Testamento la convinzione giudaica che la malattia sia segno del castigo divino per un agire sconveniente, ma ciò è solo episodicamente suggerito. È meglio considerare la guarigione fisica come un segno espressivo dell’opera di liberazione integrale della persona, realizzata da Gesù in quanto rappresentante definitivo di Dio e della sua regalità nella storia. Esemplare, al riguardo, l’episodio del paralitico calato dal tetto (Marco 2,1-12), ove la sua guarigione ha la funzione di conferma della prima parola rivoltagli da Gesù: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» (Marco 2,5).

Una grande varietà
La varietà dei peccati è grande. La Scrittura ne dà parecchi elenchi. La Lettera ai Galati (5,19-21) contrappone le opere della carne al frutto dello Spirito: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio».
I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, oppure secondo le virtù alle quali si oppongono, oppure secondo i comandamenti cui si oppongono. Si possono anche suddividere a seconda che riguardino Dio, il prossimo o sé stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, o ancora in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione.
«Il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato».
(1Giovanni 1,7)

Distinzione tra veniali e mortali
La distinzione tra peccato mortale e veniale, adombrata nella Scrittura, si è imposta nella tradizione della Chiesa. Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e totale consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. Il peccato mortale ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno.
Si commette un peccato veniale, quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, o quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza e senza totale consenso.
Il peccato veniale:
- indebolisce la carità;
- manifesta un affetto disordinato per dei beni creati:
- ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale;
- merita pene temporali.
Il peccato veniale deliberato e rimasto senza pentimento ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’Alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la grazia di Dio.

Come si genera il vizio
Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.
I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto. Sono chiamati “capitali” perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la gola, l’ira, l’accidia.

CONTRO L’AMORE VERO
«Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni».
(Catechismo della Chiesa Cattolica m. 1849)

I PECCATI CAPITALI CHE GENERANO I VIZI
Ø Superbia: il desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, di leggi e del rispetto altrio.
Ø Avarizia: la scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede.
Ø Lussuria: il desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fino a sé stesso.
Ø Invidia: la tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio.
Ø Gola, meglio conosciuta come ingordigia: l’abbandono e l’esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo.
Ø Ira: l’irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito.
Ø Accidia: il torpore malinconico, l’inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene.

«Perché la Croce? Perché Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l’amore di Dio».

(papa Francesco)

Publié dans:meditazioni, PAPA FRANCESCO |on 1 avril, 2014 |Pas de commentaires »

GLI OPERAI DI SAN PIETRO – (I SAMPIETRINI)

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2011/065q08a1.html

GLI OPERAI DI SAN PIETRO – (I SAMPIETRINI)

di NICOLA GORI

I « sanpietrini ». Un nome, una professione. Fuori Roma in molti si domanderanno chi sono: pochissimi, li conoscono. Ma nella Città eterna di loro si sente parlare sin dal Settecento. In Vaticano sono di casa. Falegnami, muratori, fabbri, stuccatori, verniciatori, idraulici, elettricisti, marmisti, decoratori, pontaroli, addetti alla sorveglianza: una piccola truppa di un’ottantina di operai specializzati che hanno il compito di mantenere intatto lo splendore della basilica Vaticana. Ecco, sono loro, i « sanpietrini », inseriti in quella realtà altrettanto famosa – almeno nei confini romani – che si chiama Fabbrica di San Pietro. Si occupano quotidianamente di tutto quanto è necessario per rendere agevole e perfettamente fruibile la visita di quanti, per devozione o per semplice curiosità turistica, si avvicinano alla tomba di Pietro. Abbiamo chiesto al vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro, di spiegarci l’attività dei sanpietrini e di condurci alla scoperta della Fabbrica.

Come mai è stato mantenuto il nome di « Fabbrica di San Pietro » nonostante siano passati più di cinquecento anni dalla posa della prima pietra della basilica?
È l’istituzione che storicamente si è occupata della ricostruzione prima, e della conservazione poi, della grande basilica di San Pietro. Le sue origini risalgono al 18 aprile del 1506, quando Giulio II Della Rovere pose la prima pietra per la riedificazione del « nuovo tempio Vaticano », nel luogo dell’attuale pilone di Santa Veronica, che all’epoca si trovava all’esterno dell’antica basilica, quella edificata dall’imperatore Costantino sulla sepoltura del principe degli apostoli. La nuova basilica – consacrata il 18 novembre 1626 – è il risultato di una lunga e complessa vicenda costruttiva, alimentata dai sentimenti di profonda devozione che in ogni epoca ispirarono l’opera dei successori dell’apostolo. Ancora oggi la Fabbrica di San Pietro continua a provvedere, autonomamente, alla conservazione e alla manutenzione del più grande tempio della cristianità.

Chi sono i sanpietrini?
In ogni angolo di San Pietro e dietro ogni opera d’arte si nasconde l’impegno di tutto il personale della Fabbrica e delle maestranze conosciute con il nome di sanpietrini: uomini che con il loro quotidiano lavoro rendono possibile la visita e, in un certo modo, la vita della Basilica, le cui straordinarie dimensioni – oltre 20.000 metri quadrati di superficie coperta – e l’incessante afflusso quotidiano di fedeli e visitatori provenienti da ogni parte del mondo, richiedono premurose attenzioni e costanti lavori di manutenzione di ogni tipo. A questo provvedono i sanpietrini. Non va inoltre dimenticata la loro azione di oculata custodia e attenta sorveglianza per il rispetto del luogo sacro e delle opere d’arte. In questo sono affiancati dagli ispettori della Fabbrica di San Pietro, dai volontari dell’Associazione dei Santi Pietro e Paolo e da giovani studenti ausiliari, chiamati saltuariamente a collaborare con il personale della Fabbrica al servizio d’ordine in basilica. Fanno capo all’Ufficio tecnico della Fabbrica. Un architetto – coadiuvato per i sopralluoghi, le verifiche e le relazioni tecniche da un geometra – si occupa tra l’altro di quanto attiene la sicurezza sul lavoro, secondo le normative vigenti in Vaticano. Vi è poi un soprastante, che, in collaborazione con l’architetto e il geometra, coordina e assiste concretamente le attività dei sanpietrini. Qualsiasi lavoro nella basilica – dalle opere di ordinaria manutenzione ai restauri affidati a personale esterno specializzato – viene seguito in ogni sua fase dai superiori della Fabbrica di San Pietro, che, in periodiche riunioni settimanali, valutano con il capo ufficio, il personale dell’Ufficio tecnico e il soprastante dei sanpietrini le problematiche dei lavori in corso d’opera e da eseguire. Di ogni lavoro un incaricato della Fabbrica provvede alla realizzazione della necessaria documentazione fotografica.

Quali sono le origini dei sanpietrini e chi fu il fondatore?
La formazione del gruppo dei sanpietrini risale agli inizi del Settecento, quando la Fabbrica si trovò a dover rispondere con sollecitudine alle esigenze pratiche di una basilica, che, oltre ai sempre più impegnativi lavori di manutenzione, si arricchiva di nuovi monumenti e decorazioni. Fu Nicola Zabaglia, manovale con innate capacità tecniche, a costituire, di fatto, l’elemento galvanizzante per la costituzione del gruppo dei sanpietrini. Zabaglia e gli altri manovali al servizio della Fabbrica diedero avvio a nuove sperimentazioni e realizzazioni: vennero allora ideati e costruiti arditi e ingegnosi ponteggi per lavorare celermente e in sicurezza. La straordinaria inventiva e le non comuni capacità organizzative di Nicola Zabaglia destarono l’ammirazione dei contemporanei e il ricordo dei posteri: le sue opere sono commentate e illustrate nel grande volume Castelli e Ponti di Maestro Niccola Zabaglia, edito a Roma nel 1743 e ristampato nel 1824. In tale contesto Zabaglia riuscì a scuotere gli altri manovali della Fabbrica, infondendo in loro l’orgoglio di lavorare in un luogo ineguagliabile e favorendo la costituzione di uno spirito di corpo. Segnale evidente di un desiderio di distinzione e di un chiaro sentimento di appartenenza, fu la richiesta nel 1757, da parte di tutti i manovali della Fabbrica, di ottenere una divisa che li differenziasse dai pellegrini e li facesse riconoscere come preposti alla cura della basilica. Ed è proprio in questo momento che le maestranze al servizio della Fabbrica di San Pietro, fino ad allora indicate con il termine generico di manuali, assunsero il titolo di sanpietrini. Il senso di appartenenza a una istituzione simile a una grande famiglia, che ha saputo tramandare alle nuove generazioni l’esperienza maturata in cinque secoli di continui lavori, si coglie in particolare nel fiero e commosso ricordo di alcuni sanpietrini, ora in pensione, che hanno partecipato all’illuminazione della basilica. Si calarono dai costoloni della cupola e dagli aggetti architettonici della facciata per posizionare prima e accendere poi, simultaneamente, migliaia di fiaccole mentre le campane di San Pietro suonavano a distesa.

Se dovesse citare una mansione particolarmente delicata che essi svolgono, su quale si soffermerebbe?
La cura della basilica è continua e comunque impegnativa. Ci sono locali, attrezzature, oper d’arte che richiedono una cura tutta particolare, apparecchiature, macchinari che richiedono interventi di precisione: per esempio, quelli che azionano il movimento delle campane e degli orologi. E poi ci sono le grandi celebrazioni da preparare, come la Pasqua, il Natale del Signore, la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Tra i lavori più impegnativi e appariscenti, condotti negli ultimi anni dai sanpietrini, si ricorda la collocazione delle grandi statue di santi fondatori di ordini religiosi sulle nicchie esterne della basilica. Infine, non di rado ci si imbatte in sanpietrini intenti alla preparazione degli altari – collocazione di artistici paliotti, trasporto e posizionamento dei candelieri – o a portare enormi e pregevoli tappeti per l’ornamento della Confessione, o a collocare più di cento candele di cera sul monumento del Bernini per la Cattedra di San Pietro nella ricorrenza liturgica del Natale Petri de cathedra, il 22 febbraio. Un altro compito affidato ai sanpietrini è la preparazione della basilica per le beatificazioni e le canonizzazioni: in occasione di queste cerimonie, i sanpietrini trasportano e collocano sulle logge della facciata gli arazzi con le immagini dei servi di Dio che saranno proclamati beati e santi di fronte alla moltitudine dei fedeli raccolta in Piazza San Pietro. E poi sono tra i primi a entrare nella basilica e tra gli ultimi a uscire. Provvedono infatti ad aprire le porte di San Pietro al mattino e a chiuderle la sera, dopo aver effettuato – in collaborazione con la Gendarmeria vaticana – un’accurata ispezione a cominciare dalla cupola fino alle Grotte Vaticane e alla necropoli.

La Basilica è un cantiere in continua attività. Quali sono attualmente le opere di restauro?
Nel linguaggio di ogni giorno per indicare un lavoro che sembra non avere mai termine si usa, soprattutto a Roma, l’espressione « Fabbrica di San Pietro ». Il confronto è certamente appropriato perché nella basilica Vaticana i lavori non finiscono mai a causa della vita stessa della basilica, delle straordinarie dimensioni dell’edificio e delle opere d’arte in esso presenti: statue, mosaici, stucchi, affreschi, dipinti su tela e su tavola, sculture in bronzo e marmoree, opere in legno, tessuti, documenti cartacei. Così ai lavori e alle opere di ordinaria e straordinaria manutenzione, si aggiunge la predisposizione di sofisticati sistemi di controllo e verifica ambientale, statica e microclimatica che richiedono l’intervento di diverse figure professionali, chiamate, di volta in volta, a collaborare con la Fabbrica di San Pietro. Similmente per le diverse opere di restauro ci si avvale del parere di qualificati consulenti e di personale esterno altamente specializzato e di comprovata esperienza. Così in questo periodo, sotto la direzione tecnica e scientifica della Fabbrica di San Pietro, una squadra di restauratori con specifiche competenze nel restauro di superfici lapidee, è impegnata nella delicata pulitura di un settore del prospetto esterno sud della basilica, oltre 4.000 metri quadri. Contemporaneamente altre persone, altamente specializzate in interventi conservativi in ambiente ipogeo, procedono con la paziente opera di restauro delle decorazioni pittoriche del mausoleo Phi nella necropoli romana, sotto il pavimento delle sacre Grotte, mentre, in basilica, altri validi restauratori intervengono sul celebre monumento funebre in bronzo di Innocenzo VIII. Vanno infine ricordati i restauri di singole opere d’arte custodite in vari locali della basilica Vaticana, opere che sempre più spesso vengono presentate in mostre internazionali alle quali la Fabbrica di San Pietro partecipa volentieri offrendo il necessario sostegno scientifico, al fine di condividere con un più vasto pubblico la fruizione di beni storici e artistici altrimenti difficilmente accessibili.

Sono possibili visite alla necropoli, alle grotte e alla cupola?
La Fabbrica di San Pietro provvede con un proprio Ufficio scavi e con il personale in esso impiegato, alla gestione e alla organizzazione di visite guidate nella necropoli romana esistente sotto il pavimento delle Grotte Vaticane, in corrispondenza della navata centrale della basilica. Sono più di 200 le persone che giornalmente accedono agli scavi vaticani, suddivise in gruppi di circa 12 visitatori, che, accompagnati da guide specializzate, risalgono l’antico sentiero del Colle Vaticano per giungere alla venerata sepoltura di San Pietro. La visita agli scavi si conclude nelle Grotte, dove ogni giorno, dall’anno 2005, transitano migliaia di fedeli per sostare in preghiera davanti alla tomba di Giovanni Paolo II. Il personale della Fabbrica di San Pietro provvede inoltre all’organizzazione delle visite alla cupola Vaticana, alla quale accedono ogni anno migliaia di persone.

Che ruolo svolge l’Archivio Storico Generale?
Si tratta di uno dei luoghi più importanti e suggestivi della Fabbrica di San Pietro. Custodisce la memoria storica della ricostruzione della nuova basilica Vaticana, dai primi anni del XVI secolo fino ai giorni nostri. Qui le firme del Sangallo, di Michelangelo, di Bernini, di Maderno, di Vanvitelli – solo per citare i nomi più illustri – si alternano a quelle di tutte quelle persone dimenticate dalla grande storia, ma che hanno dedicato la loro vita alla ricostruzione, decorazione e manutenzione del più grande tempio della cristianità. L’archivio è composto da circa 9.000 unità archivistiche distribuite in 100 armadi e dispone di vari strumenti di ricerca. Il personale si occupa dello studio, della catalogazione e conservazione dei preziosi documenti in esso custoditi. Svolge inoltre, per l’Ufficio tecnico e scientifico della medesima Fabbrica, le necessarie ricerche archivistiche preliminari a ogni intervento di restauro su monumenti e opere d’arte della basilica. Fornisce infine il necessario sostegno per le ricerche condotte da studiosi provenienti da ogni parte del mondo su diversi aspetti legati alla storia della basilica petriana.

Anche lo Studio del Mosaico Vaticano fa parte della Fabbrica?
È annesso alla Fabbrica di San Pietro e risale alla seconda metà del 1500, al tempo del pontificato di Gregorio XIII, che per primo diede il via alla decorazione musiva della basilica di San Pietro. L’origine e il carattere dello Studio derivarono dall’esigenza di provvedere appunto alla decorazione musiva del massimo tempio della cristianità e, successivamente, alla conservazione dei mosaici ivi realizzati. Configurato ufficialmente nel 1727, continua ancora oggi la cura dell’apparato iconografico e ornamentale della basilica Vaticana. Attualmente il suo compito non è solo quello di conservare e restaurare il patrimonio musivo della basilica, ma anche quello di creare immagini nuove destinate al servizio del Papa e ad abbellire chiese e altri luoghi. Una caratteristica dello Studio è anche quella di realizzare soggetti di diverso stile figurativo, dall’antichità al moderno, con la prevalenza dei soggetti religiosi che hanno segnato la tradizione cristiana. È presieduto dal delegato della medesima Fabbrica.

La Fabbrica comprende anche una parte amministrativa e altre attività?
La complessità e l’entità dei lavori a cui si è accennato, e la molteplicità delle attività connesse alla vita della basilica, richiedono un’attenta e non facile organizzazione amministrativa per la gestione finanziaria. Altrettanto fondamentale è il ruolo ricoperto dall’Ufficio del personale, che segue l’attività di un organico effettivo di circa centoventi persone. Va poi ricordata la funzione svolta dalla Fabbrica con un proprio incaricato a sostegno dell’attività di ricerca di numerosi studiosi italiani e stranieri, favorendo la realizzazione di materiali illustrativi per pubblicazioni scientifiche, per conferenze e convegni internazionali. Un impiegato della Fabbrica fornisce, in accordo e in collaborazione con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il sostegno per la realizzazione di documentari o filmati a tema storico e religioso. La Fabbrica da oltre vent’anni, cura inoltre la pubblicazione di un proprio notiziario mensile dal titolo La Basilica di S. Pietro, per portare, a quanti lo desiderano, l’eco delle attività svolte nella basilica, unitamente a notizie storiche e a riflessioni spirituali sulle diverse opere d’arte e fede in essa custodite. Per quanto riguarda l’aspetto liturgico e devozionale, l’Ufficio delle celebrazioni del Vicariato vaticano presso la Fabbrica coordina le richieste di celebrazioni e di preghiera nella basilica, curando l’accoglienza delle migliaia di fedeli che, sia singolarmente sia in gruppi guidati da vescovi diocesani, parroci e assistenti spirituali, giungono da ogni parte del mondo in devoto pellegrinaggio alla tomba del principe degli apostoli.

(L’Osservatore Romano 19 marzo 2011)

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