Archive pour avril, 2014

v DOMENICA DI QUARESIMA: PER RISUSCITARE IN CIELO BISOGNA PRIMA MORIRE IN TERRA

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6 APRILE 2014 | 5A DOMENICA A – QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

PER RISUSCITARE IN CIELO BISOGNA PRIMA MORIRE IN TERRA

- Farò entrare il mio Spirito e rivivrete (Ez 37, 12-14). Israele è in esilio in Babilonia. Dio si è impegnato a riportarlo in patria. E l’ha fatto.
- Lo Spirito di Dio darà la vita anche ai vostri corpi mortali (Romani 8, 8 -11). Nella cosiddetta morte muore solo il corpo, non l’anima nostra. Esso verrà ricuperato, come successe temporaneamente a Lazzaro.
- Chi crede in me, anche se muore, vivrà – disse Gesù.
E lo dice oggi per noi. Non facciamo di una morte, anche se dolorosa, una tragedia senza scampo.
Tutto finito quando si muore? No, neppure per il corpo.
In realtà tutto inizia con la morte per coloro che muoiono in cielo, nelle braccia di Dio.
Giovanni oggi ci presenta il segno più eclatante della messianicità di Gesù. Non guarisce una semplice cecità, non scaccia demoni, non guarisce dei lebbrosi, che pur essendo in pessime condizioni, sono vivi. Per le malattie oggi la scienza fa… miracoli. Ma per la morte non c’è nessun rimedio. Anche l’uomo Gesù piange un grande amico, insieme a Marta, Maria e tanta brava gente. Dio li ha abbandonati?

- Signore, se tu fossi stato qui!… disse Marta a Gesù.
Per tutti Lazzaro era morto. Per Gesù era morto solo il suo corpo. Lazzaro in realtà dormiva. Bastava svegliarlo. Rimettere insieme corpo ed anima per Gesù era possibile. E lo fece:- Lazzaro, vieni fuori!…

+ Israele, vieni fuori dall’esilio in Babilonia!
+ Cristiani, venite fuori dalle opere del male!
+ Fratello, io ti sciolgo (ti assolvo) dalla corda del peccato e della morte. E’ il compito più bello e più importante della Chiesa, prolungamento dell’opera di Gesù Cristo Messia Salvatore.

Ascoltiamo troppo le chiacchiere della maggioranza sulla morte. Sono rare le persone che la pensano come la Chiesa: nella morte fisica, la persona in realtà – se ha avuto fede in Cristo – inizia la vita divina. Nasce al cielo si dice sovente dei santi, per i quali si festeggia la seconda nascita appunto nel giorno della morte.
Per il mondo, alla domanda – e dopo?, la risposta è – il nulla. Per chi ha avuto fede in Cristo il dopo si chiama Dio.
L’anima è il germe misterioso che c’è dentro la buccia di un seme. Se la buccia non marcisce, il seme non germoglia. Che marcisca allora, purchè spunti il germoglio e da esso la spiga e dalla spiga il grano e dal grano il pane e dal pane la vita; per l’uomo! E dallo stesso pane il Corpo di Cristo, nuovo germe di risurrezione per coloro che credono in Cristo e nell’Eucaristia.
Attenzione: il processo vita-morte-vita non è nelle nostre mani. Non è programmabile da noi, nonostante I’eutanasia. E’ intervento diretto su ogni persona operato da Cristo, perché si manifesti in noi l’amore potente del Padre, con l’energia che proviene da Cristo: lo Spirito.
Muore Lazzaro e c’è tanto pianto. Poi la risurrezione temporanea, in attesa della definitiva.
Muore Gesù di Nazaret; un gruppuscolo di fedeli lo piange, ma sommessamente, compostamente. C’e di mezzo una profezia:

- Il terzo giorno risorgerò!
Gli altri, la maggioranza, aveva dimenticato la profezia. E poi con una morte tanto tragica, come poteva tornare in vita un corpo cosi martoriato? Logico, no?
La logica di Dio è ben altra, per suo Figlio e per noi.
Non stiamo ad analizzare sul come. E’ certa la nostra ricomposizione con il nostro essere corporeo, la famosa buccia del seme; è certa la crescita del germe fino alla produzione di fiori e frutti. E’ certa la divinizzazione o spiritualizzazione del nostro essere una volta ricomposto.
Paolo però chiarifica per i Romani e per noi una verità indiscutibile:
Seguire l’istinto egoistico conduce alla morte, SEGUIRE LO SPIRITO conduce alla vita e alla pace.
… Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti ABITA IN VOI, voi morirete, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e lo Spirito vi dà vita, come la diede al corpo morto di Gesù nel sepolcro.
La morte diventa così un bivio obbligatorio:
+ chi è vissuto nello Spirito imboccherà la via del cielo.
+ chi ha voluto vivere senza Spirito inesorabilmente imboccherà la via del cosiddetto inferno. Vivere senza Dio è tragico inferno, peggio del cieco senza luce!
Il cristiano si preoccupa di vivere con estrema attenzione ogni istante di vita di qua, in vista della vita di là!

Padre Tiziano SOFIA sdb

A. del Sarto, Il sacrificio di Isacco

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http://www.settemuse.it/pittori_scultori_italiani/andrea_del_sarto.htm

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RISCOPRIRE IL SENSO DEL SACRIFICIO – Messaggio per la quaresima 2012 – Vescovo di Padova

http://www.diocesipadova.it/diocesi_di_padova/news___in_evidenza/00005483_Riscoprire_il_senso_del_sacrificio.html

RISCOPRIRE IL SENSO DEL SACRIFICIO

Messaggio per la quaresima 2012

Antonio Mattiazzo
Vescovo di Padova

Con il mercoledì delle Ceneri, il 22 febbraio, entriamo nel Tempo della Quaresima, il cui scopo è un ripensamento della nostra vita per prepararci a celebrare degnamente la Pasqua. È fortemente avvertito il bisogno di un cambiamento. Nella luce della fede si comprende che Dio stesso ci offre la grazia di un rinnovamento profondo e salutare della nostra vita.
In questo tempo di grave crisi economica sono risuonati frequentemente appelli ed esortazioni ad affrontare dei sacrifici, come necessari per una ripresa. In antecedenza, nell’era del benessere e del consumismo, si poteva ascoltare chi lamentava: “Si è perso il senso del sacrificio”. È un tema che vale la pena di meditare in questo tempo di Quaresima.
La parola ‘sacrificio’ è tipica del linguaggio religioso. Ma che cosa significa esattamente in tale contesto? E come si rapporta alla sfera profana?
Generalmente si pensa di saperlo, interpretando ‘sacrificio’ come equivalente di ‘rinuncia-privazione’ di qualche bene, di qualcosa che piace. Ma è proprio così?
Con questa riflessione vorrei dare una risposta a queste domande al fine di trovare il senso genuino di sacrificio, le sue motivazioni ideali e le sue applicazioni.
1. La parola sacrificio vuol dire letteralmente ‘sacrum facere’, rendere sacro qualcosa o qualcuno, offrendolo alla divinità. È da osservare che l’idea e la pratica del sacrificio si incontra nelle varie religioni, nell’Induismo, nel Buddismo Zen, nell’Islam e nelle cosiddette religioni naturali, seppure con accentuazioni e sfumature diverse. Si può dire che il sacrificio fa parte della storia dell’umanità, a cominciare da Caino e Abele (cfr. Gen 4,3-4), tanto che, secondo alcuni studiosi, le società sono fondate sul sacrificio. Da rilevare, inoltre, che i riti sacrificali rivestivano un carattere istituzionale-pubblico. I cristiani che rifiutavano di sacrificare agli dei, nell’Impero romano, erano condannati a morte.
Il sacrificio viene inteso, solitamente, come “immolazione di una vittima”, e questo ha a che vedere con la vita e con la morte. Lo scopo del sacrificio è, essenzialmente, la comunicazione con il Sacro, con la Divinità per adorarla e ottenere i suoi benefici.

2. Nell’Antico Testamento il sacrificio, collegato con il sacerdozio e il tempio, assume una notevole importanza, ed è regolato da una legislazione del culto sacrificale contenuta, specialmente, nei libri del Levitico e Numeri. I sacrifici sono di tipo diverso. L’“olocausto” si ha quando la vittima è bruciata totalmente, per cui tutto è offerto a Dio. Il sacrificio di “comunione” è l’offerta di lode, di devozione, di compimento di un voto a Dio. Vi è, poi, il sacrificio di “espiazione” per i peccati.
È da notare che, agli inizi dell’umanità, secondo la Bibbia, vigeva un regime vegetariano e il sacrificio consisteva in un’offerta di vegetali. Il passaggio ai sacrifici cruenti di animali viene interpretato dal fatto che l’umanità post-diluviana non era guarita dalla violenza, per cui l’abbattimento di animali le viene consentito, ma con la proibizione di consumo del sangue.
La Bibbia conosce la pratica dei sacrifici umani (cfr. Sal 106,37s.), ma essa è severamente proibita come pratica idolatrica. È questo il senso del “sacrificio di Abramo” (cfr. Gen 22,1-13): al posto del figlio Isacco, in obbedienza a Dio, egli sacrifica un ariete.
Dio, per mezzo di Mosè, prescrive al popolo di Israele:
«Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini di quelle nazioni. Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la sua figlia» (Dt 18,9s.).
Importanza tutta particolare è il sacrificio pasquale dell’agnello immolato, per mezzo del quale il popolo di Israele è stato liberato dalla schiavitù, ha fatto l’alleanza con Dio ed è entrato nella Terra promessa. In questo sacrificio c’è l’unione del rito cruento (agnello immolato) e dell’offerta vegetale (pane e vino). Esso è un ‘memoriale’ da essere celebrato ogni anno.
Nello stesso tempo, i Profeti hanno elaborato una interpretazione personalizzata e spirituale del sacrificio mettendo in luce quello che doveva essere il suo valore profondo di obbedienza a Dio e di amore al prossimo. Samuele dice a Saul:
«Il Signoregradisceforsegliolocausti e i sacrifici quanto l’obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio» (1Sam 15,22).
Il profeta Osea, con la stessa ispirazione, enuncia questa intenzione di Dio che sarà riproposta da Gesù stesso:
«Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6; cfr. Mt 9,13; 12,7).
Osea propone, anche, il “sacrificio di lode”:
«Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: “Togli ogni iniquità, accetta ciò che è bene: non offerta di tori immolati, ma la lode delle nostre labbra”» (Os 14,3).
Questo senso del sacrificio viene espresso nei salmi:
«La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 141,2).
In questa stessa linea, è sacrificio davanti a Dio “il cuore contrito” nella confessione dei propri peccati:
«Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 51,18-19).

3. Il sacrificio di Cristo e dell’Eucaristia
È familiare al cristiano la figura di Gesù che sulla croce offre la sua vita come un sacrificio di redenzione. È l’“Agnello immolato” della Pasqua che porta a compimento e sostituisce la figura dell’agnello dell’antica alleanza. Viene crocifisso nell’ora in cui, nel tempio di Gerusalemme, si offrivano i sacrifici. Occorre che comprendiamo bene il senso genuino del sacrificio di Cristo sulla croce, che ha posto fine a tutti gli altri sacrifici.
Il sacrificio di Cristo consiste, essenzialmente e primariamente, nell’offerta di se stesso e della sua vita in obbedienza e amore a Dio Padre e a noi per la nostra salvezza. Con l’oblazione di se stesso, Gesù opera il passaggio dal sacrificio di cose esteriori a un’oblazione di sé esistenziale, che prende il centro della vita per donarlo a Dio e ai fratelli. Il sacrificio di Cristo è il dono totale di sé, della sua persona fino alla morte, dono ispirato da un amore senza misura, che va «fino all’estremo» (Gv 13,1).
In conseguenza della sua obbedienza a Dio e del suo amore, della sua solidarietà con noi peccatori, Cristo ha subìto e accettato la croce. Quindi, Cristo non ha scelto la sofferenza e la croce, – nel Getsemani ha pregato il Padre di allontanargli questo calice (cfr. Mt 26,39) – ma l’ha accettata come espressione di obbedienza e di amore. Il sacrificio di Cristo sulla croce, che ripara il rifiuto di Adamo e stabilisce la piena comunione con Dio e tra gli uomini, è avvenuto una volta per tutte e per tutti. Non ha senso che sia ripetuto. Il sacrificio della Santa Messa non è la ripetizione, ma la ripresentazione nel tempo e nello spazio, dell’unico sacrificio di Cristo.
Nella celebrazione dell’Eucaristia, che rende presente e attuale l’immolazione di Cristo sulla croce, la parola sacrificio ritorna con frequenza riferita a Cristo ma, anche, ai partecipanti:
«Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.
… Questo è il mio sangue versato per voi».
E dopo la consacrazione, il celebrante prega:
«Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito».

4. Il culto della vita: amore, obbedienza, carità, preghiera.
In virtù dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana e, soprattutto, partecipando all’Eucarestia, riceviamo la grazia di far passare nel nostro vissuto esistenziale l’atteggiamento di donazione di Gesù Cristo.
Le indicazioni del Nuovo Testamento vanno nella direzione, già indicata dai profeti, di una interiorizzazione del senso essenziale del sacrificio, da tradursi in atteggiamenti vitali verso Dio e verso il prossimo. Viene, quindi, proposto di rendere la vita una espressione liturgica, la liturgia della vita. Qui si vede una re-interpretazione della separazione tra sacro e profano. San Pietro così si esprime:
«Quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (1Pt 2,5).
Sacrificio spirituale è la preghiera, “sacrificio di lode”.
San Paolo propone analogamente un “culto spirituale” consistente nel “sacrificio vivente” che è l’offerta del proprio vissuto espresso dal corpo.
«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro cultospirituale» (Rm 12,1).
Parte integrante del “sacrificio spirituale” è l’esercizio della carità.
È interessante, in questa ottica, rilevare come san Paolo qualifichi la colletta delle comunità cristiane greche, a favore della Chiesa di Gerusalemme, come “attività liturgica”, come ‘Eucaristia’ (cfr. 2Cor 9,12).
Similmente egli denomina come ‘azione liturgica’ l’assistenza che gli ha prestato Epafrodito (cfr. Fil 2,25. Per significare l’assistenza si usa il termine “leiturgon”).
Sant’Agostino, in riferimento polemico con i sacrifici pagani, ha espresso con la sua acutezza il senso cristiano del sacrificio.
«Vero sacrificio – scrive – è ogni azione compiuta per unirsi a Dio in santa comunione, ossia riferita a quel sommo bene che ci può rendere veramente beati» (cfr. De civitate Dei, LX,6).
È l’uomo stesso, in quanto vive consacrato a Dio, ad essere un sacrificio vivente. Riferendosi al testo di Rm 12,1, che abbiamo citato, Agostino scrive che è un sacrificio la temperanza con cui trattiamo il nostro corpo. Sacrificio è soprattutto l’amore. Ancor più «la stessa anima diviene un sacrificio quando si rivolge a Dio per essere accesa dal fuoco del suo amore» (Ivi).
Con grande profondità, poi, Agostino considera come vero sacrificio le «opere di misericordia, sia verso noi stessi sia verso il prossimo, fatte in riferimento a Dio» (Ivi). Ne consegue – egli scrive – che «tutta la città redenta, cioè l’assemblea e la società dei Santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale» (Ivi).
Agostino esprime qui la grandiosa visione del “Cristo totale” che unisce Capo e membra in un unico corpo e rende, quindi, i cristiani partecipi dello stesso sacrificio di Cristo: «Questo è il sacrificio dei cristiani» (Ivi).

5. Educare allo spirito del sacrificio
Sulla base delle considerazioni che abbiamo espresso, è possibile e importante recuperare il senso e il valore del sacrificio, anche se non è facile cambiare mentalità. Anche noi cristiani non sempre l’abbiamo compreso e proposto nel suo genuino significato. Notiamo, anzitutto, che l’evoluzione socio-culturale ha condotto, con il processo di secolarizzazione, a una visione della vita di tipo “profano” che astrae dalla religione e dal sacro. In questa ottica, il sacrificio, nel senso religioso sacrale, non appare più significante. Nella concezione secolarizzata il termine viene assunto come impegno e rinuncia a qualcosa e, persino, alla vita stessa per una “nobile causa”: la Patria, lo Stato, per ottenere uno status sociale etc. Quanto alla concezione cristiana del sacrificio, come s’è detto, essa lo ha interpretato in chiave personalistica spirituale ed etica, ma in riferimento, anzitutto, a Dio.
Il sacrificio, interpretato alla luce dei profeti e di Gesù, significa, essenzialmente, l’offerta, il dono di se stessi, della propria persona a Dio e al prossimo. Possiamo dire che è l’applicazione del 1° comandamento: «Io sono il Signore tuo Dio, […] non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20,2s.; Dt 5,6s.), oppure, come l’esprime il Vangelo: «..adorare il Padre in spirito e verità» (Gv 4,23).
Dare il primato a Dio significa riconoscere la Sorgente della vita e dei valori, rende liberi dalla schiavitù degli idoli, che sono falsi assoluti, infonde luce di sapienza per valutare rettamente la realtà.
Il senso genuino, l’ispirazione e l’anima del sacrificio è l’amore, il dono di sé che, in un mondo caratterizzato dalla menzogna, dall’egoismo, dalla violenza, comporta rinuncia e sofferenze, anche dolorose.
Il cristianesimo propone una concezione della persona che si realizza pienamente nel dono di sé (cfr. Concilio Vaticano II, GS, 24), sacrifica se stessa per gli altri, non sacrifica gli altri per il proprio benessere. Una conseguente affermazione della fede cristiana, consona alla verità che «Dio è amore» (1Gv 4,8), è che «la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento dell’amore» (GS, 38).
Il Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica “Caritas in veritate”, ha proposto, nella sfera economica e dello sviluppo, il significato e il valore del dono valorizzando la categoria della fraternità.
Queste considerazioni portano a chiedersi: in che cosa consiste il vero progresso sociale? Può essere computato solo in termini di Pil, di economia e di tecnologia? La nostra società ha realmente progredito, in termini di valori, in questi anni?
Questa considerazione porta, anche, ad interrogarsi sul tema educativo che, oggi, attraversa una fase critica, al punto che i Vescovi italiani hanno proposto un decennio (2010-2020) per affrontare l’esigenza educativa. Come educare o ri-educare allo spirito di sacrificio?
È chiaro che, se sacrificio viene inteso primariamente o solo come rinuncia-privazione, appare una proposta non percorribile.
Il problema è quello di un’antropologia, esplicita o implicita, secondo cui il movente ultimo della realtà sarebbe il principio del piacere, inteso in senso riduttivo psico-fisico, avulso dalla dimensione spirituale, relazionale e comunitaria della persona. Già sant’Agostino aveva compreso che noi, nel nostro agire, siamo determinati, più che dalle idee, da quello che ci procura diletto; ma egli intendeva il diletto in senso integrale, quello, cioè, che dà un senso di realizzazione piena all’esistenza.
In realtà, quello che procura diletto è la percezione che ciò che scegliamo e facciamo, anche se faticoso, ha un senso. La crisi più grave, personale e sociale, che affligge la persona, è il vuoto interiore, l’oscuramento e lo smarrimento del senso della vita; è questa la frustrazione più deleteria che si manifesta, anche, in una malattia diffusa: la depressione.
Ad essere frustrate vuote e depresse non sono le persone che si sacrificano per l’amore di Dio e per gli altri spinti da un ideale di servizio, ma quanti, pur avendo ricchezze e piaceri, non hanno uno scopo per cui vivere e donare se stessi.
Il nocciolo del problema educativo sta qui. Il resto appartiene ai metodi e alla didattica.
La nostra società, veneta in particolare, che ha sperimentato nell’ultimo ventennio una “grande trasformazione” (cfr. D. Marini, La grande trasformazione, Padova, 2012) in aspetti fondamentali, non solo demografici e di stili di vita ma, anche, di visione e di senso della vita, appare, oggi, piuttosto incerta e smarrita. Certamente il vivere è diventato più complesso e faticoso. La visione secolarizzata della vita si rivela insufficiente e incapace di rispondere ai desideri più profondi della persona e al senso pieno della vita. Per questo, la domanda di senso e di spiritualità è diventata una esigenza più acuta.
In questa situazione, le comunità cristiane sono chiamate e sfidate a proporre e a testimoniare esperienze di “vita nuova secondo lo Spirito”, in una rinnovata evangelizzazione.
La crisi economica incombente rappresenta una prova molto seria. Il governo attuale persegue l’obiettivo dell’equità. E, in verità, è necessario correggere situazioni di grave sperequazione e ingiustizie sociali, di ricchezze nascoste, di favoritismi, di evasioni fiscali. In questo caso, non si tratta tanto di ‘sacrifici’, quanto, piuttosto, di giustizia e di giusta riparazione. Dovrebbe essere chiaro che attività economica ed etica non sono separabili.
Una questione molto seria si pone riguardo all’obiettivo della crescita. La crescita economica non dovrebbe essere disgiunta dalla crescita di autentici valori che ispirano una “vita buona”.
Abbiamo visto che la storia registra il fatto di sacrifici umani offerti agli idoli; e questo fa pensare all’uomo moderno di aver superato questa fase di sacro selvaggio dell’umanità.
Ma è proprio così? A ben considerare non si compiono forse, oggi, dei sacrifici di vittime umane a qualche idolo? Pensiamo all’idolo della razza e all’antisemitismo che hanno indotto genocidi, pulizia etnica e Shoa, pensiamo al terrorismo e alla violenza perpetuata in nome di una falsa concezione di Dio o di interessi politici, economici, etc.
Pensiamo, anche, all’aborto volontario. Non è, forse, una vita umana innocente sacrificata all’idolo dell’egoismo, del benessere e del tornaconto personale?
Qui si pone una questione di enorme rilevanza. Se accettiamo il male giustificandolo con argomenti che riteniamo ragionevoli, si pone la domanda: ci può mai essere vero progresso dell’umanità? E se al male non c’è soluzione, non è questa una visione di radicale pessimismo? A questi inquietanti interrogativi è proprio il Sacrificio di Cristo sulla Croce che dà la risposta, sacrificio che ha conseguito la Risurrezione.
Gesù Cristo, accettando di essere immolato sulla Croce come vittima innocente, sarà sempre dalla parte delle vittime della menzogna, della violenza, dell’ingiustizia, capace di ridare quella vita che è stata loro tolta.

6. Attingere dall’Eucaristia, dalla purificazione del cuore e dalla preghiera lo spirito del sacrificio
La Quaresima è il tempo propizio e di grazia, offerto da Dio, per ritrovare le sorgenti più rinnovatrici della nostra vita. È l’invito, anzitutto, a riscoprire la grandezza del Sacrificio di Cristo, che è il suo infinito amore misericordioso per noi peccatori. Il sacrificio di Cristo lo incontriamo vivo e attuale nell’Eucaristia.
Prendervi parte con una fede viva vuol dire ricevere da questa inesauribile sorgente divina la capacità di vivere lo spirito del sacrificio, di fare, cioè, della nostra vita e della nostra attività un dono che non può essere distrutto dalla morte e, neppure, dalla violenza e dall’ingiustizia, perché il Crocifisso, apparentemente sconfitto, è Risorto ed è, dunque, il vero Vincitore.
Nella celebrazione dell’Eucaristia viene assunto e offerto a Dio il lavoro. Nel pane e nel vino il celebrante presenta a Dio il “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Ecco il senso grande del lavoro: «nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l’accetta nello stesso spirito di redenzione nel quale Cristo ha accettato per noi la croce» (Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exercens, 27). Partecipando all’Eucaristia preghiamo, anche, perché tutti possano avere un lavoro onesto e dignitoso.
C’è un altro aspetto del “sacrificio eucaristico” che è importante considerare e interiorizzare.
All’offerta del pane e del vino, collocata sull’altare affinché divengano corpo di Cristo, la Chiesa chiede che si uniscano le offerte per i poveri, che rappresentano anch’essi il corpo di Cristo e sono da collocare nel cuore della Chiesa, custoditi e venerati con la carità. È importante far comprendere e vivere questo atteggiamento, come scrive Benedetto XVI: «La frazione del pane eucaristico deve proseguire nello “spezzare il pane” della vita quotidiana, nella disponibilità a condividere quanto si possiede, a donare e così vivere. È semplicemente l’amore in tutta la sua immensità che si manifesta in questo gesto, e con esso il nuovo concetto cristiano di culto e di cura per il prossimo» (Prefazione al libro diJ.P. Cordes,L’aiuto non cade dal Cielo, Cantagalli, 2012).
In questa prospettiva raccomando le proposte della “Quaresima di fraternità” della Diocesi.
È un vero peccato che la Domenica, Giorno del Signore, sia ormai praticamente considerata giorno di mercato, al pari degli altri. La ritengo una scelta profondamente sbagliata, non un guadagno ma una perdita non solo per la fede cristiana ma, anche, per dare senso alla vita e all’attività umana. Ritengo, inoltre, ingiusto che si privino tante persone del loro diritto di santificare la domenica partecipando alla Santa Messa e godendo della gioia delle relazioni familiari. Considero contraddittorio difendere il crocifisso come oggetto ma non il Crocifisso Risorto dell’Eucaristia domenicale; la Realtà vale infinitamente più del segno.
In questa Quaresima c’è un sacrificio che tutti siamo chiamati a compiere: è il sacrificio del «cuore contrito e umiliato» (Sal 51,19) per i nostri peccati. Questo è davvero sacrificio gradito a Dio.
La Sacra Scrittura considera la “durezza del cuore” come particolarmente grave, in quanto denota insensibilità e indifferenza verso Dio e verso il prossimo. Ascoltiamo la voce di Dio che ci chiama alla conversione in questo tempo di Quaresima. Lo fa con i richiami della sua Parola, lo fa, anche, con quel senso di tristezza, di vuoto e di frustrazione che proviamo nel nostro intimo quando la nostra vita non è orientata a Dio e non lo accogliamo. È un richiamo alla conversione di modelli e stili di vita anche l’attuale crisi. Incoraggio, inoltre, a riscoprire il senso profondo del digiuno per liberare la nostra vita da tante cose inutili e vane che ci appesantiscono.
E poi vorrei esortare a offrire a Dio il “sacrificio della lode”, della preghiera.
Dio non ne ha bisogno, ma gradisce la preghiera per riversare sulla nostra vita il suo amore, la sua luce, la sua forza divina.
Cerchiamo, in questa Quaresima, di dedicare più tempo a rientrare in noi stessi e a riscoprire la sorgente viva della preghiera.
La Quaresima è un cammino di fede che conduce, sulle orme di Cristo, alla Pasqua di Risurrezione. Intraprendiamola con fiducia e ne trarremo un rinnovato senso di vita e di speranza.

IL FIDANZAMENTO

http://www.corsodireligione.it/etica/eticsex_11.htm

IL FIDANZAMENTO

In tutte le culture si ritrova il rito di fidanzamento. Esso ha sempre la caratteristica dell ‘impegno.L’impegno reciproco della coppia alla fedeltà ad un progetto di famiglia stabile.
Perchè nella natura-cultura umana si ritrova questo impegno?
Quando l’innamoramento è verificato come un dato permanente ed è nato l’ amore reciproco come comportamento spontaneo e stabile della coppia , le persone sperimentano, normalmente, un cambiamento di coscienza: la coppia incomincia a sognare non piu’ due vite che con-vivono, ma una vita di coppia : il « noi ».
Ci si sente singolarmente capaci e spinti, chiamati, a rinunciare a qualcosa di se stessi, delle proprie prospettive per vivere la nuova dimensione di essere stabilmente , fedelmente coppia. Non sono più « io-con-lei/lui » ma  » siamo noi », una cosa sola, nuova, meravigliosa. Si supera l’individualismo nella gioia dell’innamoramento.
 » Non è più solo la mia vita che conta, ma è la nostra vita, il nuovo valore. « 
La coppia incomincia a progettare la nuova dimensione di vita di coppia : è la visione della nostra casa, il nostro modo di vivere, i nostri figli, etc.. E’ un vero e proprio cambiamento di coscienza: è l’acquisizione nella coscienza, della capacità di autotrascendersi per l’altro/a, l’amore maturo.
Attraverso l’amore reciproco la coppia innamorata e stabile comprende di essere chiamata, spinta verso una felicita’ totale e permanente e che questa richiede impegno e fedelta’ reciproca totale . Essa si ritrova posta di fronte alla possibilità e capacità di prendere un impegno reciproco a diventare coppia come un nuovo essere stabile.
Nel fidanzamento ci si entra con la straordinarietà dell’essere innamorati continuamente, ci si entra con il desiderio di felicità a due teso all’impossibile , ci si entra in due ..per diventare uno!
Nel fidanzamento la coppia si impegna nella fiducia ,nella fedelta’ che rende la coppia una unità indissolubile, il nuovo valore , una realtà stabile e significativa ed il segno è l’anello, l’impegno che i due si donano.
In questa fase dello sviluppo della coppia , si tratta di apprendere un linguaggio relazionale che sia -in tutte le dimensioni della vita- espressione della nuova realtà, del « noi » . Questo linguaggio non è qualcosa di spontaneo, che viene da solo quando ci si fidanza, ma che si scopre e si apprende nel fidanzamento solo se sono realizzati tutti gli altri valori precedenti del cammino di coppia.
E’ il linguaggio di coppia è il linguaggio del nuovo essere-noi che in ogni cosa che fa, dice:
«noi siamo una cosa sola per sempre, non solo perchè ci innamoriamo ogni giorno , ma perchè ci sentiamo profondamente una cosa sola, nuova, e siamo liberamente impegnati in questo, fedelmente.L’anello che ci siamo scambiati ce lo ricorda in ogni momento.»
Si comincia a progettare il lavoro, lo stare insieme, la propria casa, la propria famiglia,i propri divertimenti;si progetta la società,l’impegno politico, sociale, religioso.
Sul piano fisico non ci sono competenze da acquisire per vivere un buon fidanzamento. La domanda tipica è : ma il sesso, a questo punto, è lecito? La risposta va trovata sempre guardando all’azione della natura umana.
La natura vuole che il sesso sia integrato con l’innamoramneto, l’amore, l’impegno alla stabilità. Dunque – si potrebbe dire- a questo punto sipuò fare !Che cosa manca ancora – secondo ciò che ci dice la natura umana – perchè il sesso ( non : diventi  » lecito » , ma..) produca nuovi valori?
La sessualità umana è orientata per natura alla procreazione. E qualcosa manca ancora alla natura perchè l’ottimo sia garantito ai nascituri : il desiderio della coppia a procreare ! La natura ancora non ha questa garanzia e la pratica del sesso tra fidanzati è contro natura.

Publié dans:famiglia |on 3 avril, 2014 |Pas de commentaires »

Eastern Orthodox icon of the Myrrhbearing Women at the Tomb of Christ (Kizhi, Russia, 18th century).

Eastern Orthodox icon of the Myrrhbearing Women at the Tomb of Christ (Kizhi, Russia, 18th century). dans immagini sacre Wifes_grave_kizhi

http://en.wikipedia.org/wiki/Myrrhbearers

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Nella definizione stessa dell’uomo l’alternativa tra morte ed immortalità – Papa Giovanni Paolo II

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PAPA GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 31 Ottobre 1979

Nella definizione stessa dell’uomo l’alternativa tra morte ed immortalità

1. Ci conviene ritornare oggi ancora una volta sul significato della solitudine originaria dell’uomo, che emerge soprattutto dall’analisi del cosiddetto testo jahvista di Genesi 2. Il testo biblico ci permette, come già abbiamo constatato nelle precedenti riflessioni, di mettere in rilievo non soltanto la coscienza del corpo umano (l’uomo è creato nel mondo visibile come “corpo tra i corpi”), ma anche quella del suo significato proprio.
Tenendo conto della grande concisione del testo biblico, non si può, senz’altro, ampliare troppo questa implicazione. È però certo che tocchiamo qui il problema centrale dell’antropologia. La coscienza del corpo sembra identificarsi in questo caso con la scoperta della complessità della propria struttura che, in base a un’antropologia filosofica, consiste, in definitiva, nel rapporto tra anima e corpo. Il racconto jahvista col proprio linguaggio (cioè con la sua propria terminologia) lo esprime dicendo: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). E proprio quest’uomo, “essere vivente”, si distingue in continuazione da tutti gli altri esseri viventi del mondo visibile. La premessa di questo distinguersi dell’uomo è proprio il fatto che solo lui è capace di “coltivare la terra” (cf. Gen 2,5) e di “soggiogarla” (cf. Gen 1,28). Si può dire che la consapevolezza della “superiorità”, iscritta nella definizione di umanità, nasce fin dall’inizio in base a una prassi o comportamento tipicamente umano. Questa consapevolezza porta con sé una particolare percezione del significato del proprio corpo, la quale emerge appunto dal fatto che sta all’uomo “coltivare la terra” e “assoggettarla”. Tutto ciò sarebbe impossibile senza un’intuizione tipicamente umana del significato del proprio corpo.
2. Sembra quindi che occorra parlare innanzitutto di questo aspetto, piuttosto che del problema della complessità antropologica in senso metafisico. Se l’originaria descrizione della coscienza umana, riportata dal testo jahvista, comprende nell’insieme del racconto anche il corpo, se essa racchiude quasi la prima testimonianza della scoperta della propria corporeità (e perfino, come è stato detto, la percezione del significato del proprio corpo), tutto ciò si rivela non in base a una qualche primordiale analisi metafisica, ma in base a una concreta soggettività dell’uomo abbastanza chiara. L’uomo è un soggetto non soltanto per la sua autocoscienza e autodeterminazione, ma anche in base al proprio corpo. La struttura di questo corpo è tale da permettergli di essere l’autore di un’attività prettamente umana. In questa attività il corpo esprime la persona. Esso è quindi, in tutta la sua materialità (“plasmò l’uomo con polvere del suolo”), quasi penetrabile e trasparente, in modo da rendere chiaro chi sia l’uomo (e chi dovrebbe essere) grazie alla struttura della sua coscienza e della sua autodeterminazione. Su questo poggia la fondamentale percezione del significato del proprio corpo, che non si può non scoprire analizzando la solitudine originaria dell’uomo.
3. Ed ecco che, con tale fondamentale comprensione del significato del proprio corpo, l’uomo, quale soggetto dell’antica alleanza col Creatore, viene posto dinanzi al mistero dell’albero della conoscenza. “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi certamente moriresti” (Gen 2,16-17). L’originario significato della solitudine dell’uomo si basa sull’esperienza dell’esistenza ottenuta dal Creatore. Tale esistenza umana è caratterizzata appunto dalla soggettività, che comprende pure il significato del corpo. Ma l’uomo, il quale nella sua coscienza originaria conosce esclusivamente l’esperienza dell’esistere e quindi della vita, avrebbe potuto capire che cosa significasse la parola “morirai”? Sarebbe stato egli capace di giungere a comprendere il senso di questa parola attraverso la complessa struttura della vita, datagli quando “il Signore Dio… soffiò nelle sue narici un alito di vita…”? Bisogna ammettere che questa parola, completamente nuova, sia apparsa sull’orizzonte della coscienza dell’uomo senza che egli ne abbia mai sperimentato la realtà, e che nello stesso tempo questa parola sia apparsa davanti a lui come una radicale antitesi di tutto ciò di cui l’uomo era stato dotato.
L’uomo udiva per la prima volta la parola “morirai”, senza avere con essa alcuna familiarità nell’esperienza fatta fino ad allora; ma d’altra parte non poteva non associare il significato della morte a quella dimensione di vita di cui aveva fino ad allora fruito. Le parole di Dio-Jahvè rivolte all’uomo confermavano una dipendenza nell’esistere, tale da fare dell’uomo un essere limitato e, per sua natura, suscettibile di non-esistenza. Queste parole posero il problema della morte in modo condizionale: “Quando tu ne mangiassi… moriresti”. L’uomo, che aveva udito tali parole, doveva ritrovarne la verità nella stessa struttura interiore della propria solitudine. E, in definitiva, dipendeva da lui, dalla sua decisione e libera scelta, se con la solitudine fosse entrato anche nel cerchio dell’antitesi rivelatagli dal Creatore, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male, e avesse così fatto propria l’esperienza del morire e della morte. Ascoltando le parole di Dio-Jahvè, l’uomo avrebbe dovuto capire che l’albero della conoscenza aveva messo le radici non soltanto nel “giardino in Eden”, ma anche nella sua umanità. Egli, inoltre, avrebbe dovuto capire che quell’albero misterioso nascondeva in sé una dimensione di solitudine, fino ad allora sconosciuta, della quale il Creatore lo aveva dotato in mezzo al mondo degli esseri viventi, ai quali lui, l’uomo – dinanzi allo stesso Creatore – aveva “imposto nomi”, per giungere a comprendere che nessuno di loro gli era simile.
4. Quando dunque il fondamentale significato del suo corpo era già stato stabilito attraverso la distinzione dal resto delle creature, quando per ciò stesso era divenuto evidente che l’“invisibile” determina l’uomo più che il “visibile”, allora dinanzi a lui si è presentata l’alternativa collegata strettamente e direttamente da Dio-Jahvè all’albero della conoscenza del bene e del male.
L’alternativa tra la morte e l’immortalità, che emerge da Genesi 2,17, va oltre il significato essenziale del corpo dell’uomo, in quanto coglie il significato escatologico non soltanto del corpo, ma dell’umanità stessa, distinta da tutti gli esseri viventi, dai “corpi”. Questa alternativa riguarda però in un modo del tutto particolare il corpo creato dalla “polvere dei suolo”.
Per non prolungare di più questa analisi, ci limitiamo a constatare che l’alternativa tra la morte e l’immortalità entra, sin dall’inizio, nella definizione dell’uomo e che appartiene “da principio” al significato della sua solitudine di fronte a Dio stesso. Questo originario significato di solitudine, permeato dall’alternativa tra morte e immortalità, ha anche un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo.
Con questa constatazione concludiamo per ora le nostre riflessioni sul significato della solitudine originaria dell’uomo. Tale constatazione, che emerge in modo chiaro e incisivo dai testi del Libro della Genesi, induce anche a riflettere tanto sui testi quanto sull’uomo, il quale ha forse troppo scarsa coscienza della verità che lo riguarda, e che è racchiusa già nei primi capitoli della Bibbia.

IL PAPA CHE AMAVA LA MONTAGNA ED IL MARE

http://www.zenit.org/it/articles/il-papa-che-amava-la-montagna-ed-il-mare

IL PAPA CHE AMAVA LA MONTAGNA ED IL MARE

Il gendarme vaticano Egildo Biocca, ricorda quando organizzava le gite per Wojtyla. Le rivelazioni nel libro « Accanto a Giovanni Paolo II » (edizioni ARES)

Citta’ del Vaticano, 02 Aprile 2014 (Zenit.org) Wlodzimierz Redzioch

Nel 1978, l’anno dei tre Papi, Egildo Biocca lavorava in Vaticano nel Corpo di Vigilanza (così si chiamava allora la gendarmeria vaticana). Da gendarme vaticano ha visto morire Paolo VI, ha assistito all’elezione di Giovanni Paolo I e alla sua improvvisa dipartita. Il 18 ottobre vide per la prima volta nella loggia di San Pietro il nuovo Papa.
Fu un evento storico: dopo cinque secoli i cardinali avevano eletto un papa non italiano. La prima cosa che lo colpì in Giovanni Paolo II fu la sua voce forte; dopo la flebile voce di Paolo VI e la timida vocina di Giovanni Paolo I, le parole del nuovo Pontefice suonavano possenti e riflettevano anche la sua forza fisica.
Con il passare del tempo si è scoperto che Giovanni Paolo II era un uomo sportivo, amante della montagna e dello sci. Da allora il Papa gli divenne molto “simpatico” perché anche lui, nato tra le montagne, vicino al Gran Sasso, era sciatore e grande camminatore (non a caso ha fatto il servizio militare negli alpini).
La conoscenza della montagna, la forza fisica e le doti di sciatore hanno fatto sì che Egildo è diventato uno degli organizzatori delle gite private del Papa polacco e il suo accompagnatore.
Oggi è già in pensione e con grande nostalgia mi ha raccontato i fatti legati a queste “scappatelle” pontificie. Biocca ha raccontato che per accompagnare il papa polacco nelle sue uscite in montagna ci volevano persone ben preparate. Si faceva un sopralluogo delle zone prescelte e si privilegiavano quelle dove non passava mai nessuno.
Le gite erano frequenti. Ne ha fatte molte più di 100. I giorni preferiti erano il martedì e il venerdì. Generalmente andavamo nelle montagne di Abruzzo perché da Roma si arrivava presto, ma facevamo le gite anche in Toscana e al mare, a Passoscuro, nei posti vicini a Civitavecchia, sul monte Argentario (Porto Santo Stefano).
Per gli spostamenti si utilizzavano macchine private con le targhe italiane. Anche la scorta della polizia italiana usava automobili normali e i poliziotti erano in borghese.
Nell’intervista pubblicata nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II” (edizioni Ares) Biocca ha spiegato che “per Giovanni Paolo II le gite erano non soltanto il modo per ritemprarsi ma anche l’occasione per pregare, per parlare con Dio, per ammirare la natura, il creato”.
“Il Santo Padre, – ha aggiunto Biocca- anche se per tanti anni gli sono stato vicino, mi metteva un pò in soggezione perché era un uomo carismatico ed io sono timido di natura. Invece Lui era un formidabile compagno di gite e metteva ognuno a proprio agio. Era anche un uomo comprensivo. Una volta scalando la montagna gli ho pestato una mano. Nessuno si è accorto di niente. Lui non ha detto niente e soltanto con il suo sguardo sembrava dirmi: “Non è successo niente di grave, non devi chiedermi scusa”.
Uno dei ceo0mpiti più gravosi per biocca e glia ltri gendarmi che erano insieme al Papa, era fare in modo di evitare incontri con altre persone.
Biocca ha rivelato che un giorno, mentre Giovanni Paolo II pregava nel santuario mariano della Mentorella, entrano una signora con il figliolo. Don Stanislao non osava impedire alal gente l’ingresso e il passaggio per il solo fatto che il Santo Padre stesse lì. Così queste due persone sono entrate ed hanno salutato il Papa. Andando via ho sentito il ragazzo che diceva alla mamma: „non possaimo dire che abbiamo visto Giovanni Paolo II alla mentorella perchè nessuno ci crederebbe o ci prenderanno per pazzi!”.

 

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«RIMETTERE CRISTO AL CENTRO DELLA STORIA»

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«RIMETTERE CRISTO AL CENTRO DELLA STORIA»

DI MASSIMO INTROVIGNE

25-11-2013

Il 24 novembre Papa Francesco ha concluso l’Anno della fede, prima di ricordare all’Angelus due anniversari: uno ucraino, alla presenza dei Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche, «l’80° anniversario dell’Holodomor, la « grande fame » provocata dal regime sovietico che causò milioni di vittime», e uno californiano, relativo al «Beato Junípero Serra [1713-1784], missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il terzo centenario della nascita». Due riferimenti non banali, se si considera che l’Olocausto ucraino fu censurato dagli storici per decenni prima di essere «sdoganato» dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005), e che il beato Serra è la «bestia nera» di un certo progressismo che accusa le missioni francescane di avere sradicato la cultura – ritenuta, a torto, superiore e più «ecologica» – delle tribù indiane d’America.
La celebrazione più solenne è stata dedicata, nella festa di «Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico», alla «conclusione dell’Anno della fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato», che Francesco ha definito «provvidenziale iniziativa».
Perché provvidenziale? A che cosa è servito, a che cosa doveva servire l’Anno della fede? A rimettere al centro del messaggio della Chiesa una verità insieme semplice e complessa, ha detto il Papa: «la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia».
Questa centralità, ricordata dalla festa di Cristo Re, ha un forte radicamento nella Scrittura. San Paolo presenta Gesù «come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore. Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose».
Se «Gesù è il centro della creazione», l’Anno della fede e la festa di Cristo Re ci ricordano che «l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo». Invece, «quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni».
Tutta la storia d’Israele è la storia della ricerca di un re saggio e giusto. «Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello». Con la venuta di Cristo, la storia trova il suo re. «Cristo, discendente del re Davide, è proprio il « fratello » intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo».
La regalità di Cristo – la centralità di Cristo, che per un anno l’Anno della fede ha cercato di ricordarci ogni giorno – è insieme sociale e individuale. «Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano». È capitato al buon ladrone, citato nel Vangelo della domenica, nei cui confronti «Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta».
«Oggi tutti noi – ha detto il Papa – possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: « Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei proprio nel tuo Regno! »».
È il Vangelo della misericordia di Papa Francesco: «la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno!».
Entrare nel Regno, personale e sociale, di Gesù Cristo significa metterlo al centro. Al servizio di questo progetto l’Anno della fede ci lascia due documenti: l’enciclica «Lumen fidei», che Papa Francesco ricorda quasi ogni settimana e che molti nella Chiesa hanno troppo presto dimenticato, un grande affresco del ruolo della fede nella costruzione di una civiltà dove Gesù possa regnare; e l’esortazione apostolica «Evangelii gaudium», simbolicamente consegnata alla Chiesa domenica e che sarà pubblicata martedì. Come sempre, se non si studiano i documenti difficilmente si capisce il senso degli avvenimenti ecclesiali

Mary of Egypt british library

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Publié dans:immagini sacre |on 1 avril, 2014 |Pas de commentaires »

SANTA MARIA EGIZIACA – 1 APRILE

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SANTA MARIA EGIZIACA

1 APRILE

Il racconto della sua vita confina spesso con la leggenda. Di sicuro era nata nel IV secolo ad Alessandria d’Egitto e si guadagnava da vivere facendo la prostituta. Fuggita da casa a 12 anni, a 29 si imbarcò su una nave di pellegrini diretta in Terra Santa. Arrivata a Gerusalemme, volle partecipare alla festa dell’Esaltazione della croce al Santo Sepolcro. Prima di entrare però fu come trattenuta da una forza invisibile mentre una voce dentro di lei diceva: «Tu non sei degna di vedere la croce di colui che è morto per te tra dolori inenarrabili». Convertitasi, andò a vivere solitaria nel deserto oltre il Giordano dove restò per 47 anni. Là fu trovata dal monaco Zosimo che le porse la santa Comunione, promettendole di tornare l’anno successivo. Quando fece ritorno la trovò però morta. Era probabilmente il 430. Secondo la tradizione la tomba sarebbe stata scavata da un leone con i suoi artigli. (Avvenire)

Patronato: Prostitute pentite
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Emblema: Ampolla d’unguento
Martirologio Romano: In Palestina, santa Maria Egiziaca, che, famosa peccatrice di Alessandria, per intercessione della beata Vergine nella Città Santa si convertì a Dio e condusse in solitudine al di là del Giordano una vita di penitenza.

Cercare di riassumere la vita di Maria, che si presenta come una composizione di Sofronio, vescovo di Gerusalemme, attribuzione contro la quale non si è potuto portare alcun argomento decisivo, è farle perdere tutto il suo sapore, la qualità principale per cui questo racconto ha potuto avere qualche interesse; in effetti il suo carattere storico è quasi inesistente anche se, come si dirà piú oltre, è stato costruito intorno ad un iniziale nucleo reale: l’esistenza di una tomba di una santa solitaria palestinese, forse proprio di nome Maria.
Zosimo, ieromonaco di qualche laura palestinese, va, secondo l’abitudine, a trascorrere una parte della Quaresima nelle profondità del deserto. Credendo dapprima ad un’allucinazione si rende ben presto conto della realtà della sua visione: una forma femminile cui l’ardore del sole ha disseccato la pelle, senza altra veste che la sua capigliatura bianca come la lana. Vedendo in questo incontro la volontà della Provvidenza, Zosimo cerca di avvicinarla e vi riesce solo sulla riva di un torrente, ma la sua interlocutrice non consente ad iniziaré ia conversazione prima che il monaco le abbia lanciato il suo mantello per coprire la sua nudità. Dopo essersi reciprocamente benedetti si mettono a pregare e Zosimo vede Maria che levita nell’aria. Il monaco dubita allora di trovarsi di fronte ad una macchinazione diabolica, ma Maria lo tranquillizza chiamandolo per nome. Incitata da lui Maria comincia a raccontare la sua vita.
Egiziana di origine, a dodici anni era fuggita dalla casa paterna per condurre a suo agio ad Alessandria la vita di peccato che l’ardone dei suoi sensi reclamava. Per diciassette anni visse in questo stato. Un giorno, vedendo dei pellegrini che s’imbarcavano per Gerusalemme, spinta dalla curiorità ed in cerca di nuove avventure, si uní al gruppo, convinta che il suo fascino le avrebbe permesso facilmente di pagarsi il prezzo del viaggio. I suoi piaceri ebbero termine a Gerusalemme il giorno della festa della Croce: ella voleva infatti come gli altri, entrare nella basilica, ma ogni volta che tentava di varcarne la soglia una forza interiore glielo impediva.
A questo punto sentí il richiamo del Giordano.
Uscendo dalla città uno sconosciuto le diede tre pezzi d’argento che le sarebbero serviti. ad acquistare pani che dovevano essere il suo ultimo nutrimento terrestre duratole per almeno diciassette anni. Giunta a sera sulle rive del Giordano ed avendo scorto il santuario di S. Giovanni Battista, ella vi fece una visita per pregare e quindi si recò al fiume per purificarsi. In seguito ricevette la Comunione eucaristica e con questo viatico iniziò il suo lungo cammino nel deserto cammino che al momento dell’incontro con Zosimo durava già da quarantasette anni.
Giunta al termine del suo racconto autobiografico Maria pregò Zosimo di ritornare l’anno dopo, la sera del giovedí santo in un luogo che ella gli indicò sulle rive del Giordano, per portarle l’Eucarestia. Zosimo fu fedele all’appuntamento e Maria traversò miracolosamente il fiume per raggiungere il monaco. Dopo essersi comunicata ed avere rinnovato l’appuntamento per l’anno successivo nel luogo del primo incontro presso il torrente, Maria riprese la sua marcia nel deserto. Tornando l’anno dopo sulla riva del torrente Zosimo si credette da principio solo, poi scorse a terra il corpo di Maria morta, rivestito ancora del vecchio mantello da lui datole due anni prima. Una scritta sulla terra gli rivelò alcuni aspetti del mistero: « padre Zosimo sotterra il corpo dell’umile Maria; restituisci alla terra ciò che è della terra, aggiungi polvere a polvere ed in nome di Dio prega per me; sono morta nel mese di pharmouti, secondo gli egiziani, che corrisponde all’aprile dei Romani, la notte della Passione del Salvatore, dopo aver partecipato al pasto mistico ».
Zosimo capí che Maria era già morta da un anno, il giorno stesso in cui le aveva dato la s. Comunione. Si mise subito all’opera per seppellire il corpo di lei, ma non aveva altro utensile che un pezzo di legno; aveva appena cominciato a scavare che ebbe la sorpresa di trovarsi a lato un leone che si dimostrò subito in grande familiarità con lui e che in breve tempo, su richiesta del monaco, scavò una fossa sufficiente a deporre Maria. Dopo aver ricoperto di terra il corpo della santa, Zosimo ritornò al suo monastero, dove raccontò tutta la storia all’abbà Giovanni l’egumeno e ai suoi confratelli per loro edificazione.
Tutti sono concordi nel vedere in questa storia soltanto una pia leggenda, come ha scritto H. Delehave: « una creazione poetica, senza dubbio fra le piú belle di quante ci abbia lasciato l’antichità cristiana ».
Questa creazione letteraria, tuttavia, non è tutta pura invenzione, essa non è che lo sviluppo di una tradizione palestinese che vide la luce intorno alla tomba di una solitaria locale esistita realmente. In effetti, nella Vita di Ciriaco, opera di Cirillo di Scitovoli, l’autore racconta di una sua passeggiata nel deserto in compagnia di un certo abbà Giovanni. F. Delmas, dopo un accurato controllo tra la Vita di Maria opera di Sofronio e, contemporaneamente la Vita di Paolo di Tebe, scritta da s. Girolamo (in cui la parte di Zosimo è sostenuta da un Antonio), ed il racconto del monaco Giovanni nella l’ita di Ciriaco, cosí riassume le conclusioni del suo studio: « 1) il quadro generale della vita di s. Maria Egiziaca mi sembra ricalcato sulla vita di s Paolo eremita. 2) la vita di s. Maria Egiziaca mi sembra non essere altro che uno sviluppo retorico della vita di Maria inserita negli Atti di s. Ciriaco ».
Giovanni Mosco, cronologicamente posteriore a Cirillo, presenta uno svolgimento diverso della leggenda di Maria, ma malgrado le divergenze, le grandi linee dei due racconti sono abbastanza simili perché si possa concludere per l’unicità del fatto originario. al quale entrambi fanno riferimento. Sofronio, di cui abbiamo già sottolineata la dipendenza da Cirillo, ha anche preso in prestito qualche dettaglio da Giovanni Mosco, in particolare la localizzazione della scoperta di Maria nel deserto al di là del Giordano.
Non minore fu la popolarità di Maria in Occidente.
.
Culto liturgico.
I sinassari bizantini venerano Maria al 1° aprile, qualcuno al 3 o al 4 dello stesso mese. Questa data è in relazione con il supposto giorno della morte di Maria, un giovedí santo nel mese di pharmouthi. A1 1° aprile Maria figura anche nel Typikon della laura di S. Saba. I calendari palestino-georgiani fanno di lei menzione il 1°, il 4 o il 6 dello stesso mese. Il Sinaiticus 34 (X sec.) la nomina per la terza volta il 2 dicembre. Qualche calendario siriaco la menziona ancora il 1° aprile. Il Sinassario Alessandrino di Michele, vescovo di Atr?b e Mal?g le dedica una lunga notizia proveniente dalla Vita di Sofronio al 6 barmudah e la traduzione geez di questo Sinassario ha conservato la stessa notizia al giorno corrispondente del 6 miyaziya. Il Calendario marmoreo di Napoli menziona Maria al 9 aprile. I primi martirologi occidentali medievali la ignorano e, a quanto sembra, Usuardo fu il primo ad introdurla al 2 aprile nel suo Martirologio con lo stesso breve elogio di s. Pelagia all’8 ottobre Pietro de’ Natalibus le ha dedicato un lungo capitolo de] suo Catalogus.
Il 2 aprile divenne quindi la data tradizionale della commemoraziohe di Maria in Occidente.

Autore: Joseph-Maria Sauget

 

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