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La memoria della passione del Signore nella preghiera antica

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MEMORIA DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

di Padre Felice Artuso

La memoria della passione del Signore nella preghiera antica

Ogni popolo ricorda con frequenza gli eventi lieti e tristi della sua storia. Conserva così la propria identità e progetta un futuro piacevole. Se dimenticasse il suo passato, trascurerebbe le proprie caratteristiche, si conformerebbe facilmente alla mentalità di altri popoli e rischierebbe di scomparire alla svelta.
Per distinguersi dalle altre nazioni, il popolo d’Israele evoca sempre le sue origini e la sua storia. Ripete ogni giorno la professione di fede nell’unicità di Dio, nella quale ricorda l’impegno ad amare lui con tutte le facoltà interiori e a darne testimonianza (Dt 6,4-7). Recita anche la formula inerente gli inizi della sua elezione a divenire il popolo di Dio: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa» (Dt 26,5). Nei riti familiari, nelle celebrazioni liturgiche del sabato e delle solennità annuali dà risalto agli episodi più considerevoli del suo passato (Lv 32,1ss). Passa in rassegna gli eventi, che gli hanno procurato consistenza e libertà. Nel memoriale pasquale presenta a Dio le preoccupazioni, le afflizioni e le aspirazioni personali (Sal 34,19), lo ringrazia Dio per tutto quello che ha fatto (Es 12,14), si affida quindi alla sua potenza redentrice e rinnovatrice.
Reputa la preghiera quotidiana equivalente ai sacrifici del tempio. Alimenta la sua fede in Dio, cantandogli dei salmi (Sal 119,164) all’aurora, a mezzogiorno e alla sera (Sal 55,18; Dn 6,11). Considera che il momento del culto più eminente è l’ora dell’olocausto mattutino e vespertino (Sal 5,4; 4,5-6). In questi due tratti di tempo s’associa alla preghiera ufficiale dei sacerdoti nel tempio (Es 29,38-39; Sal 141,2; Sir 50,20). Per consacrare poi a Dio tutta la creazione, secondo le proprie possibilità canta o recita dei salmi nelle ore notturne (Sal 119,62).
All’orario della preghiera quotidiana i farisei aggiungono delle spontanee benedizioni, da eseguirsi specialmente prima e dopo il pasto. Nel periodo di rottura con i giudeocristiani terminano la salmodia mattutina e pomeridiana, inserendovi 18 benedizioni, tuttora conosciute. Il Talmud mantiene l’osservanza della preghiera oraria, ricevuta dalla tradizione farisaica.
Gesù si attiene ai ritmi e alle norme liturgiche del suo popolo. Salmeggia abitualmente al mattino, a mezzogiorno, a sera e durante la notte. In privato e nei raduni comunitari canta i salmi con gioia o con il cuore contrito. Prima e dopo i pasti benedice Dio per i doni della terra. Nelle preghiere personali adora, loda, invoca il Padre celeste e intercede per tutti. Insegna ai suoi discepoli di pregare con insistenza e con fiducia (Lc 18,1-8). Nell’istituzione eucaristica comanda agli apostoli di ricordare il dono del suo corpo e del suo sangue: «Fate questo in ricordo di me» (Lc 22,19). Sul Calvario celebra un’autentica azione liturgica: immola se stesso sull’altare della croce, si offre al Padre suo e lo glorifica pienamente. Lascia alla Chiesa un autentico esempio di adorazione, di lode, di supplica, di offerta e di abbandono a Dio, creatore, salvatore e santificatore.
I primi cristiani, uomini e donne, perseverano nella memoria pasquale. Partecipano alla sacra liturgia del tempio o della sinagoga. Tramite la salmodia rivivono le grandi opere di Dio, gli offrono il sacrificio della lode (Eb 13,15) e gli rendono un culto pubblico. Ricordano anche l’atteggiamento misericordioso e ablativo di Gesù, morente sulla croce. Santificano poi il corso del giorno, evocando il suo esodo pasquale, fonte di perenne gioia (At 3,1; 10,9; 16,25). Non avendo ancora dei luoghi destinati al nuovo culto comunitario, celebrano l’eucaristica in alcune grotte e nelle case private (1 Cor 11,21). Prolungano il culto di lode a Dio Padre, offrendogli Gesù, vittima pura e santa. Uniscono a quest’offerta le sofferenze di ogni persona. Gli chiedono quindi la liberazione dal peccato, la comunione fraterna e il dono della salvezza ultraterrena.
Allenato nell’orazione personale e comunitaria, l’apostolo Paolo raccomanda ai cristiani di pregare a tutte le ore, per impedire le deviazioni da Dio, per unirsi saldamente a Gesù Cristo, per percorrere un’ascensione spirituale. Infatti scrive: «Siate incessantemente nella preghiera: in ogni circostanza rendete grazie» (1 Ts 5,17). «Siate in preghiera in ogni tempo» (Ef 6,8). «Siate perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12).
Nel secolo II i cristiani, che vogliono vincere le tentazioni del mondo, privilegiano la liturgia delle Ore. Secondo il libro della Didaché (8,2-3) osservano i tempi liturgici degli olocausti ebraici e li pongono in stretta relazione con la celebrazione eucaristica. All’alba, prima di iniziare l’attività quotidiana, celebrano le Lodi, in cui ricordano la gloriosa risurrezione di Gesù e pregano lui, aurora e garanzia di un mondo nuovo. Al tramonto del sole interrompono il lavoro e celebrano i Vesperi, nei quali evocano la sua morte e sepoltura. Osservano inoltre le Ore minori di Terza, Sesta e Nona.
Trasmettendo la prassi liturgica della comunità romana, Ippolito dà un’indicazione oraria per la preghiera privata e la riferisce ai momenti principali della passione redentrice del Signore. Attesta che occorre attenersi a questa consuetudine: «All’ora terza, se sei a casa tua, prega e loda Dio; se, in questo preciso momento, sei altrove, prega Dio nel tuo cuore. A tale ora difatti il Cristo fu inchiodato sulla croce… Ugualmente prega all’ora sesta, perché, quando il Cristo fu inchiodato sul legno della croce, il giorno fu interrotto e si ebbe una grande oscurità. Pertanto a quell’ora si faccia una preghiera vigorosa, imitando la voce di Colui che pregò e ricoprì di tenebre l’intero creato… Alla nona ora si preghi e si lodi a lungo Dio. A quell’ora il Cristo fu colpito nel costato ed effuse sangue ed acqua e rischiarò il resto del giorno fino a sera» .
I monaci egiziani, greci e slavi conservano il principio della preghiera continua, attenendosi più o meno alla stessa disposizione oraria, menzionata da Ippolito. Nel corso della giornata si presentano più volte al Signore, loro sposo. Durante lo svolgimento della preghiera uniscono alla salmodia la memoria della passione, morte, sepoltura, risurrezione ed esaltazione di Gesù. Si uniformano a «quelle che furono le ore canoniche: all’ora terza cioè alle nove del mattino, preghiera in onore della preparazione del legno della croce; all’ora sesta, cioè a mezzogiorno, salmi, lamentazioni e orazioni in onore di Cristo inchiodato sulla croce; a all’ora nona, cioè alle tre del pomeriggio, inni e preghiere diverse in onore di Cristo morente sulla croce; all’ora dodicesima, cioè alle sei di sera, un ufficio più lungo in onore di Cristo disceso all’inferno» .
I Padri della Chiesa reputano che nella preghiera liturgica Gesù prosegue a lodare Dio Padre, a invocarlo e operare mediante il suo Santo Spirito. Raccomandano la recita o il canto comunitario dei salmi, quale mezzo che apre a Dio, dispone a comprenderlo, ad abbandonare il peccato e a crescere nell’amore. Organizzano la liturgia delle Ore con lo stesso riferimento cronologico delle prime comunità cristiane. Mettono in primo piano la celebrazione delle Lodi e dei Vespri, essendo i momenti più adatti per il ricordo degli eventi dolorosi e gloriosi del Signore. Scelgono i salmi più adeguati alle Ore canoniche, alle solennità, alle feste, alle domeniche e alle memorie liturgiche. Estraggono dai salmi delle brevi antifone e dei responsori, che favoriscono la contemplazione di un fatto salvifico. Inseriscono nella salmodia le letture bibliche, gli inni evangelici, il Padre nostro e le molteplici invocazioni, corrispondenti ai bisogni quotidiani. Educano i cristiani a percepire l’afflato spirituale di tutti testi biblici, dove Gesù prega il Padre con la Chiesa, sua sposa. Li esortano a riconoscere la sua voce che parla con Dio e con loro. Li invitano anche a penetrare nei suoi vari sentimenti, per conferire più efficacia alla loro preghiera. Inoltre suggeriscono ad ognuno delle pertinenti riflessioni e indicano applicazioni di natura teologica, sacramentale e morale.
Danno alle ricorrenze festive un’impostazione solenne e gioiosa. Incensano l’altare, che rappresenta il Signore, vittima immolata. Sistemano l’Ufficio del Venerdì Santo, riferendolo alle molteplici spoliazioni, rinunce, umiliazioni e sofferenze di Gesù.. Imprimono ad ogni mercoledì e venerdì un volto penitenziale, scegliendo i salmi di lamentazione e le letture bibliche che evocano il percorso doloroso di Gesù. Compongono delle invocazioni nelle quali chiedono a Dio la liberazione dal peccato e da ogni mele. Per la celebrazione delle Ore Minori immettono un breve ricordo della storia della salvezza, che il suo apice nella crocifissione, nell’agonia, nella morte, nella sepoltura e nella risurrezione di Gesù, come anche nel dono dello Spirito Santo, nell’inizio della predicazione evangelica e nell’attesa della gloria eterna.
Iniziano la preghiera liturgica con il segno della croce e con il versetto salmico: «O Dio, vieni a salvarmi; Signore, vieni presto in mio aiuto» (Sal 70,2). Intercalano ogni salmo con la lode trinitaria del «Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo». Per corrispondere all’auspicio del papa Gregorio Magno, dispongono che la salmodia sia cantata assieme nelle chiese, nei monasteri e nelle case private. Concludono la liturgia con una preghiera e una benedizione.

La preghiera salmica nel monachesimo, negli istituti religiosi e nella Chiesa

I primi eremiti d’Oriente memorizzano tutto il Salterio, per evocarlo personalmente nell’arco di una giornata. I monaci invece si radunano negli orari stabiliti e assieme cantano i salmi, riferendoli a tutta la vita di Gesù, specialmente alla sua passione, morte, risurrezione ed esaltazione .
I monaci d’Occidente apprendono il metodo di preghiera dagli orientali e applicano il significato dei salmi alla esodo pasquale di Gesù. Infatti, commentando il versetto salmico «come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 41,2) san Giovanni Cassiano conferisce la seguente interpretazione cristologica: «In queste parole si può comprendere più spiritualmente un’allusione a quel sacrificio della sera, compiuto dal Signore e Salvatore durante l’ultima Cena… oppure a quello stesso sacrificio che …offrì alla sera» sul Golgota .
San Benedetto di Norcia insegna ai monaci che il Salterio è il principale libro di preghiera. Ritma la loro giornata sull’ascolto della Parola di Dio, sulla preghiera corale e sul lavoro. Programma che cantino tutti i salmi nel corso di una settimana.
I legislatori successivi considerano la salmodia delle Ore canoniche la principale attività spirituale del cristiano. Rilevano che essa distoglie dalle effimere vanità, suscita il desiderio di riparare il male, induce a camminare dietro a Gesù e incrementa la speranza teologale. Inventano l’orologio meccanico, per sincronizzare i ritmi della preghiera, del lavoro e del riposo.
San Bernardo, grande maestro di contemplazione, esorta i monaci di prestare la massima attenzione al canto dei salmi, di vivacizzarlo e di unire ad ogni Ora canonica un particolare stato d’animo: la vigilanza per accogliere l’arrivo del nuovo giorno, il pentimento per le conseguenze del peccato, la compassione per la morte di Gesù e la gioia per la sua gloriosa risurrezione.
Il benedettino Goscelin di Sant-Bertin, guida esperta nella preghiera, propone di dedicare tutte le ore della giornata a un episodio della passione del Signore.
San Francesco d’Assisi adotta il Breviario della curia romana. Esorta i suoi frati e le suore claustrali ad onorare, a benedire e a supplicare Dio, servendosi dei salmi. Compone un Ufficio della passione del Signore e vi inserisce un’antifona, che echeggia la sua regola di vita. Ricevute le stimmate, contempla nei salmi i momenti dolorosi e gloriosi di Gesù.
Santa Chiara educa le novizie a contemplare di Gesù, ricorrendo alla lettura dei salmi. Lei stessa «tra le ore del giorno, di solito a Sesta e a Nona, è più compresa in Dio, per immolarsi con il Signore immolato» .
San Bonaventura, divenuto generale dei Frati Minori, amplia e perfeziona l’Ufficio della passione del Signore, approntato da san Francesco . Raccomanda ad ognuno di loro: «Medita come per te digiunò, ebbe fame e sete, lavorò e si stancò. Per te pianse, sudò sangue, ti alimentò con il suo santissimo Corpo e preziosissimo Sangue. Medita come per te fu schiaffeggiato, sputacchiato e deriso e flagellato. Non dimenticare che è stato crocifisso per te, ricoperto di piaghe e ucciso con una morte orrenda e amarissima. In questo modo ti ha redenta» .
In seguito i religiosi perfezionano i metodi di meditazione, nella quale selezionano i propri pensieri, giudicano i loro atti, suscitano la conversione, incrementano la padronanza interiore e si dispongono a pregare più intensamente. Inoltre pubblicano libri di orazione e di meditazione sulla passione, morte e risurrezione del Signore. Compilano anche delle filastrocche orecchiabili, per disporre l’orante ad immedesimarsi nell’annientamento di Gesù e nelle continue sofferenze della Chiesa. Accanto alla preghiera liturgica, divenuta un ufficio clericale, sviluppano la pratica delle devozioni personali.
Giovanni Ruysbroeck introduce l’Orologio della passione del Signore nel quale ad ogni ora del giorno dà delle indicazioni commemorative, che partono della lavanda dei piedi dei discepoli e terminano con la sepoltura di Gesù .
La badessa agostiniana, santa Chiara da Montefalco, insignita di visioni estatiche, osserva l’indicazione di Ruisbroeck. A sua volta prescrive alle sue monache: «Dovete sempre meditare la passione di Cristo. All’inizio della giornata fate memoria della flagellazione di Gesù; all’ora prima, dell’Ecce Homo; all’ora terza, di Gesù che porta la croce; all’ora sesta, di Gesù crocifisso; all’ora nona, della morte di Gesù; a Compieta, della sepoltura di Gesù. Durante le altre ore, dell’incoronazione di spine, delle sofferenze di Maria Vergine» .
Passano alcuni secoli e mons. Tommaso Struzzieri passionista, accoglie lo schema della cronologia della passione menzionata e nell’opuscolo dei suoi propositi scrive: «Per recitare con applicazione il s. Officio lo distribuirò sopra la Passione di Gesù Cristo nella seguente maniera. Nel primo notturno penserò al sudore di sangue di Gesù nell’orto, nel secondo notturno alla prigionia dolorosa di Gesù, nel terzo allo strapazzo che ebbe Gesù dall’orto a Gerusalemme. Nelle laudi alle pene sofferte da Gesù allorché fu trascinato in diversi tribunali. A prima alla flagellazione. A terza alla coronazione di spine. A sesta alla crocifissione, a nona alla morte di croce; e a vespro la sepoltura. A compieta al dolore di Maria Santissima, che se ne ritornò a casa senza il Suo Figlio» .
In questo periodo qualche autore tenta di introdurre il popolo nei ritmi della preghiera liturgica, inventando delle preghiere sostitutive al Breviario come le Coroncine e i Piccoli Uffici Votivi della passione di Gesù e della compassione di Maria. Sollecita pertanto il popolo a ricordare la cronologia della passione di Gesù e gli eventi posteriori, così elencarli: l’orazione e la cattura; i processi, presieduti da Caifa e da Pilato; la flagellazione, l’incoronazione di spine e la salita al Calvario; la crocifissione e la diffusione delle tenebre; la morte e i fenomeni tellurici; la deposizione dalla croce e la sepoltura; la risurrezione e le apparizioni; l’effusione dello Spirito Santo; la predicazione apostolica e l’attesa dell’incontro finale con il Signore.
Non ottiene ottimi risultati, perché i fedeli laici preferiscono pregare nella loro lingua e praticare le proprie devozioni. Svanisce quindi nelle loro coscienze il significato teologico delle singole Ore canoniche. Rimane tuttavia in vigore il Breviario di Pio V, pubblicato nel 1568 per il clero, per i monaci e per i religiosi.
L’introduzione della lingua nazionale a norma del Concilio Ecumenico Vaticano II risolve il problema della preghiera comune, ordinata ad inserire l’orante nella storia salvifica, a contemplare le opere della nostra redenzione, a santificare tutto il corso del giorno e a intercedere per le necessità di tutti gli uomini. Nel 1971 Paolo VI promulga il nuovo Ufficio Divino, che completa il rinnovamento della celebrazione corale, attenendosi all’indole festiva o penitenziale di ogni ricorrenza.
Nei giorni domenicali e festivi l’Ufficio dà più spazio ai salmi che annunciano il passaggio di Gesù dalla morte alla vita gloriosa e rispondono alle attese sia di Dio che degli uomini. Nei venerdì conferisce più rilevanza ai salmi, che commemorano le opere salvifiche di Dio ed evocano le sofferenze di Gesù. Reca maggiore rilievo al triduo pasquale, nel quale la Chiesa in un clima di fervida preghiera rivive solennemente l’esodo pasquale di Gesù, si associa ai suoi sentimenti, entra nel processo storico salvifico di Dio e incrementa il desiderio di salvezza.
Le citazioni bibliche delle Lodi invitano a contemplare la risurrezione e ad offrire a Dio le fatiche della giornata. I testi biblici dei Vespri contengono allusioni o riferimenti espliciti alla passione del Signore. Ricordano con insistenza le sue sofferenze e quelle del prossimo. Esortano tutti gli oranti a rendere grazie a Dio per i suoi meravigliosi interventi nella storia.

Domenica delle Palme

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Publié dans:immagini sacre |on 11 avril, 2014 |Pas de commentaires »

DAI « DISCORSI » DI SANT’ANDREA DI CRETA: BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE, IL RE D’ISRAELE

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.htm

DAI « DISCORSI » DI SANT’ANDREA DI CRETA, VESCOVO

(DISC. 9 SULLE PALME; PG 97,990-994)

BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE, IL RE D’ISRAELE

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.
Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare » (Ef 1,21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, « Non contenderà », dice, « né griderà, né si udrà la sua voce » (Mt 12,19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.
Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a se.
Egli salì « verso oriente sopra i cieli dei cieli » (cfr. Sal 67,34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con se la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia o meglio di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (Gal 3,27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.
Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: « Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele ».

SOLENNE RITO DELLA DOMENICA DELLE PALME – OMELIA DI PAOLO VI (1976)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1976/documents/hf_p-vi_hom_19760411_it.html

SOLENNE RITO DELLA DOMENICA DELLE PALME

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica delle Palme, 11 aprile 1976

Fratelli e Figli carissimi!

Che cosa vi ricorda il ramo d’olivo, o la palma che portate in mano? Tutti lo sappiamo: ricorda un fatto singolare del Vangelo, quello dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, cinque giorni prima ch’Egli fosse condannato a morte e crocifisso. Un’entrata insolita, perché distinta da un segno, abbastanza modesto, ma intenzionalmente celebrativo, reso solenne dall’enorme folla, presente e festante, che ne circondò lo svolgimento. Siamo a Bethania, a pochi chilometri da Gerusalemme, un villaggio sul versante orientale del monte degli ulivi, dov’era la dimora ospitale delle sorelle Marta e Maria, e del loro fratello Lazzaro, da poco risuscitato da Gesù, e dove la gente curiosa si addensava stupita ed eccitata: vi erano gli amici, i discepoli con quelli che ammiravano Lazzaro redivivo per la popolarità che Gesù andava acquistando, e decisi a sopprimere tanto Gesù, quanto Lazzaro, per mettere fine al successo crescente del Maestro (Io. 12, 10). In quest’atmosfera, carica di entusiasmo esplosivo da una parte e di odio radicale e segreto dall’altra, partendo da Bethania si formò un corteo, e con grande gioia dei seguaci di Gesù si accolse dai discepoli il suo ordine insolito, quello di procurargli una cavalcatura per proseguire festosamente verso Gerusalemme. A Bethfage infatti, su l’ordine di Gesù, fu preso a prestito un asinello, non mai prima d’allora cavalcato da alcuno, e vi fu fatto sedere il Maestro stesso; e immediatamente la scena si trasformò in una manifestazione popolare, resa solenne nella sua povera semplicità da due circostanze: la ressa di popolo accampata intorno a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, e proveniente dalla città rigurgitante di popolo e di forestieri, e accorsa tutta verso la comitiva in arrivo; e, seconda circostanza, le acclamazioni spontanee e gaudiose di tutta quella gente che applaudiva con grida assai significative, e per i nemici di Gesù assai fastidiose: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Che cosa significava questa accoglienza, così gioiosa e così clamorosa?

Questo è importante notare. Il momento si fa drammatico, e acquista il suo significato, decisivo per la storia e per la comprensione del Vangelo; il significato consiste nel riconoscimento e nella proclamazione del carattere messianico di Gesù. Egli è Colui che doveva venire. Egli è qui, dopo l’attesa di secoli, passata nella coscienza delle generazioni; Egli è il figlio di David! Egli è il Cristo! Gesù è il Cristo, il mandato da Dio, il Salvatore, il Messia, è il centro della storia, è il Re dei Giudei (ricordate la tavoletta della sentenza di morte, scritta da Pilato e affissa sopra la Croce di Gesù? «Gesù Nazareno Re dei Giudei»). «Questo è il punto ove s’incontrarono . . . il messianismo delle plebi e quello di Gesù» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 505). Non era quello soltanto un momento eccezionale; era un destino, che riassumeva la vita privilegiata e travagliata del Popolo eletto, che concentrava in sé il compimento delle profezie e che apriva gli orizzonti del tempo futuro, che celebrava un avvenimento d’inesauribile salvezza, la Redenzione, e che impegnava tutta l’umanità ad una scelta suprema, quella nuova alleanza tra il mondo e Dio, quella del cristianesimo sì, o no. Si comprese dopo il compimento degli eventi, a cui quel fatto dava principio, quale sorte fosse giocata intorno a quel nome, Gesù; intorno a quel Maestro, Gesù; intorno a quel Messia, Gesù; intorno a quell’Agnello di Dio, a quella vittima per la salvezza del genere umano, Gesù. Egli proprio in quell’occasione, nel suo linguaggio rivelatore e misterioso, ebbe a preannunciare: «Io, quando sarò elevato da terra (in croce, cioè), attirerò tutti a me» (Io. 12, 32). Lo spettacolo allora, allo sguardo dello spirito, si fa grande come il mondo. Il dramma si fa straripante fino a distendersi su tutta l’umanità. E il racconto, a ben pensarci, si fa estremamente interessante, tanto da non lasciare alcuno indifferente; esso ci riguarda personalmente; ciascuno di noi vi è partecipe.

Fratelli, Giovani specialmente, pensate bene a quanto vi diciamo: questa celebrazione, che riguarda la proclamazione di Gesù Messia, di Gesù il Cristo, di Gesù, nostro Salvatore, riguarda altresì il nostro destino, la nostra scelta primaria. Ripensate all’episodio decisivo, che stiamo celebrando: Gesù riconosciuto dal Popolo, e nello stesso tempo, Gesù osteggiato e poi fatto uccidere dai capi del Popolo stesso, che non vollero accoglierlo e prestargli fede, neppure dopo la risurrezione di Lazzaro, neppure dopo il suo ingresso trionfale ed umile quale Messia in Gerusalemme. Vi ricordate le parole profetiche pronunciate dal pio e vecchio Simeone, quando Gesù bambino, fu presentato al tempio: Egli sarà «segno di contraddizione»? (Luc. 2, 34) Sì, segno di contraddizione: intorno a lui vi sarà una lotta; gli uomini saranno divisi ed opposti fra loro. Questa lotta si perpetuerà nei secoli. Oh! Questo è uno dei misteri più difficili e più dolorosi della storia umana: l’unità d’intorno al Cristo, centro, polo, salvatore dell’umanità, non sarà né spontanea, né facile; egli sarà un bersaglio di fiera e dura opposizione da una parte; Egli sarà tuttavia punto di fedelissima convergenza dall’altra.

Ora osservate: chi in quel giorno fatidico ebbe l’intuizione che Gesù di Nazareth, il Maestro estremamente saggio, miracoloso e misericordioso, pellegrinante e predicante nella Palestina, era Lui il Messia, era Lui il figlio di David, era Lui il Salvatore atteso e promesso? Fu il Popolo, e fra il Popolo più entusiasti ed attivi furono i Giovani. Essi furono gli araldi del Messia. Essi indovinarono.
Essi si esposero, con segni di audacia, di felicità e di letizia. Essi capirono che quella era l’ora di Dio, l’ora sospirata e benedetta dell’arrivo del Messia; e fu allora, che agitando rami degli alberi, rami d’olivo e di palme, noi crediamo, decretarono a Gesù, il Maestro, il Messia, il Cristo, il Principe della pace (Cfr. Is. 9, 6), il suo primo trionfo, popolare ed incontenibile (Cfr. Luc. 19, 39-40). Gesù fu visto piangere in quel momento, che presagiva a Lui la passione e la croce, e alla città renitente alla sua suprema chiamata messianica una futura rovina. Ma una tonante voce del cielo annunciò un epilogo di gloria (Io. 12, 28), e le grida dei fanciulli acclamanti prevalsero sul frastuono della folla e sull’ira dei gerarchi, e accompagnarono Gesù fino al tempio, sempre osannando il nuovo figlio di David (Matth. 21, 15).

Ora osservate bene: la scena si ripete, la scena nella liturgia della Chiesa si perpetua e si rinnova. Attraverso i secoli, ogni anno, quando viene la Pasqua, questa cerimonia, che noi stiamo celebrando, proclama Gesù come Cristo, come Messia, come l’arbitro dei destini dell’umanità, il vero Salvatore del mondo. Quali sono le voci più qualificate per l’annuncio di questo beato messaggio al mondo? sono quelle del Popolo di Dio, sono le vostre, Giovani convenuti a questo rito meraviglioso e misterioso. Tocca a voi oggi, figli di questa generazione storica, fare eco alle acclamazioni di Gesù, riconosciuto come Cristo, come Salvatore e Signore. Per una fortunata e segreta maturazione dei tempi sono oggi i Giovani, gruppi privilegiati di Giovani, a intuire, a comprendere che quel Gesù del Vangelo è Lui che inaugura e apre a buon diritto il Regno della salvezza. È Lui, il Cristo, che ponendosi sulla via torrenziale della civiltà la divarica in due diverse e spesso opposte correnti: da una parte, la sua, quella di Gesù Cristo, la corrente della pace e della fratellanza universale fra gli uomini suoi seguaci; dall’altra la corrente della violenza, della divisione e della lotta, e alla fine della guerra; da una parte la corrente dei «poveri nello spirito», dei cercatori del regno di Dio, dei credenti nella vita eterna, dall’altra la corrente degli egoisti e dei cercatori del regno della terra, degli uomini che solo nel tempo hanno la loro fiducia; da una parte la corrente che fa dell’amore a Dio e al prossimo la legge suprema della vita individuale e sociale; dall’altra la corrente che fa della forza e della rivoluzione aggressiva e sopraffattrice la ragione cieca dei destini dei popoli; da una parte la corrente della fede e della verità e perciò della libertà (Cfr. Io. 8, 32); dall’altra la corrente delle mille e sfrenate opinioni, che violando i diritti delle coscienze esteriormente s’impone . . . Due concezioni del mondo, della verità, della vita: quale scegliete?
Oh, beati voi, Figli carissimi, che avete già scelto, e scelto secondo sapienza e secondo fortuna, fin dal giorno del vostro battesimo, impegnando la vostra vita a questa professione globale e felice: noi saremo cristiani! saremo di Cristo, saremo con Cristo, in questa vita e in quella futura ! Ed oggi, agitando le vostre palme, con rinnovata coscienza, con più forte energia, confermate la vostra scelta, la vostra promessa: sì, noi saremo cristiani!

Due sentimenti riempiano allora i vostri cuori: il coraggio e la gioia!

Con la nostra Apostolica Benedizione 

 

13 APRILE 2014 – DOMENICA DELLE PALME – OMELIA

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13 APRILE 2014 – DOMENICA DELLE PALME

Commento su Mt 26,14-27,66

mons. Vincenzo Paglia

Introduzione
È allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre.
L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: « Io sono il pane della vita… Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò… E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno » (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena.
Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche.
Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male.
Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: « Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! »? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato « amico ». È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato « amico »? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione?
Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più « complice » di nessuno.
Omelia
Domenica delle Palme e della Passione. Inizia la Settimana Santa, la settimana delle settimane, nella quale la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita.
La liturgia di oggi inizia con il trionfo dell’ingresso a Gerusalemme e prosegue con il racconto della passione e morte di Gesù sul Calvario. Le palme e la croce, l’acclamazione « Osanna » e il grido « Crocifiggilo! ». Perché questo accostamento? Gesù aveva solo annunciato che la croce è il prezzo da pagare per risorgere. È una motivazione, non la spiegazione. Che poi nella croce debba vedersi il disegno divino, diventa un puro atto di fede. E di questo mistero Gesù stesso portò tutto il peso nell’orto del Getsemani laddove si riscontrano quelli che i medici chiamano i « sintomi da panico »: sudorazione di sangue, desiderio di fuggire, paura di morire, caduta a terra, angoscia.
La spiegazione è in un mistero ancora più profondo, l’amore di Dio. Un amore che portò Gesù laddove il suo cuore non lo avrebbe voluto portare ma quando capì, nell’orto degli ulivi, che l’amore gli chiedeva questo andare fino in fondo, « fino alla fine », non si tirò indietro, anche se sudava sangue. Ecco perché nel suo corpo squarciato si squarcia anche il velo del tempio che celava il volto di Dio. Guardando al crocifisso Giovanni dice: Dio è amore.
Questa Domenica ci presenta Gesù, ponendo la processione delle palme? che è il segno liturgico del trionfo del Signore? come introduzione al racconto della sua passione. « Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza », scriveva Paul Claudel. Solo se teniamo presente questo tesoro nascosto dentro il nostro soffrire e dentro il dolore del mondo, questo può acquistare significato.
Gesù non ci invia nel mondo come testimoni della croce, ma come testimoni della sua resurrezione, di un amore così grande? « fino alla fine »? da vincere ogni morte. Ci sono testimoni di questo tipo?
Così si legge nel testamento lasciato da padre Christian de Chenge, trappista, priore di Notre Dame d’Atlas, in Algeria, ucciso una decina di anni fa insieme con altri sei confratelli: « …evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un ingenuo o un idealista: «Ci dica adesso quel che pensa!». Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta. Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando con le differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per quella gioia, nonostante tutto e contro tutto… E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio prevedere questo Grazie e questo Addio, con il volto tuo. E che sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen! Insciallah! ».
Sembrano parole da un altro mondo. Sono solo pronunciate a due metri da terra. In cima ad una croce. La croce del Figlio, apice della più completa incomprensione e abbandono. « Se sei Figlio di Dio… » è la parola che risuona con maggiore insistenza durante tutta la passione, negando l’identità più profonda di Gesù. Il Vangelo di Matteo mostra che proprio nella morte di Gesù si compiono tutte le profezie e il Figlio si svela tale per il suo abbandono fiducioso nelle mani di Colui che non lo abbandona. Perciò la croce non è oscuramento, ma teofania, rivelazione del vero volto di Dio che è amore.

ALLELUJA

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Publié dans:immagini sacre |on 10 avril, 2014 |Pas de commentaires »

COSE DA BUTTARE

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COSE DA BUTTARE

Buttiamo via i mormorii
Cosa c’è di peggio in una Chiesa che dei credenti che mormorano? Si lamentano di tutto e di tutti, non gli va bene assolutamente niente. Loro stessi non fanno nulla ma giudicano severamente l’operato di chi s’impegna per l’opera di Dio. La Scrittura ci fa un identikit dei mormoratori: « Sono dei mormoratori, degli scontenti; camminano secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce cose incredibilmente gonfie, e circondano d’ammirazione le persone per interesse » (Giuda 1:16).
Dio c’invita a buttare via dal nostro cuore i mormorii: « Non mormorate, come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore » (1 Corinzi 10:10).
Ogni credente desideroso di fare la volontà di Dio, deve fare ogni cosa senza mormorii: « Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute » (Filippesi 2:14).

Buttiamo via le nostre giustificazioni
Se abbiamo la tendenza a giustificare le nostre debolezze e l’amore per le cose del mondo, smettiamola! Il Seme, cioè la Parola di Dio che è caduto fra le spine, rappresenta coloro che hanno udito, ma se ne vanno e restano soffocati dalle cure e dalle ricchezze e dai piaceri della vita e non arrivano a maturità: « Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità » (Luca 8:14).
Quante scuse a volte troviamo, per giustificare le nostre debolezze: « Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: « Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi ».Un altro disse: « Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi ». Un altro disse: « Ho preso moglie, e perciò non posso venire » (Luca 14:18-20).
Buttiamo via le nostre giustificazioni e l’amore per le cose del mondo: « Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno » (1 Giovanni 2:15-17).

Buttiamo via tutte quelle abitudini che non ci permettono di leggere e meditare la Parola di Dio
Talvolta ci sono abitudini che ci tolgono il tempo per la lettura e la meditazione della Parola di Dio. Ricordiamoci che senza cibo e senza acqua, l’uomo muore. Allo stesso modo, senza la Parola di Dio, l’uomo è destinato alla morte spirituale. Colui che trascura la Parola di Dio, vede il suo cuore indurirsi giorno dopo giorno: « Perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile, sono divenuti duri d’orecchi, e hanno chiuso gli occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, non comprendano con il cuore, non si convertano, e io non li guarisca » (Atti 28:27). Non è forse vero che mentre l’uomo parla a Dio attraverso la preghiera, Dio parla all’uomo attraverso la Sua Parola? Dio vuole comunicare la Sua volontà: « Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai » (Giosuè 1:8). È Dio che dette questo consiglio a Giosuè che resta valido per ogni generazione. Deve essere presente in ogni sincero credente questo desiderio: « Mi alzo prima dell’alba e grido; io spero nella tua parola. Gli occhi miei prevengono le veglie della notte, per meditare la tua parola » (Salmo 119:147,148).
Quanto tempo dedichiamo alla TV? Quanto tempo perdiamo in cose futili ed inutili? Torniamo alla Parola di Dio se vogliamo vedere l’aurora: « Alla legge! Alla testimonianza! » Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui nessuna aurora! » (Isaia 8:20).

Buttiamo via gli aspetti negativi del nostro carattere
Un’espressione che l’apostolo Paolo usa al riguardo è: « Gettare via »: « Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! » (Efesini 4:31).
Il nostro temperamento deve essere controllato dallo Spirito Santo. Nel momento in cui ciò non avviene, ecco manifestarsi i frutti della carne: « Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutez-za, dolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni,
sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio » (Galati 5:19-21). Un temperamento controllato dallo Spirito Santo, produrrà invece il frutto dello Spirito: « Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c’è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito » (Galati 5:22-25).
Non giustifichiamoci dietro la famosa frase: « Questo è il mio carattere », perché dicendo questo, affermiamo che Dio non può fare più nulla per noi. Dio ci ama così come siamo ma ci ama così tanto da non lasciarci come siamo: « Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato » (1 Corinzi 9:26,27).

Buttiamo via la nostra ansia
Quanta apprensione si nasconde talvolta nella nostra vita, che facilmente si trasforma in ansia. Domandiamoci: « Siamo o no figli di Dio? Dio è nostro Padre? » Se soltanto rispondiamo di si a queste domande, non dobbiamo temere di nulla: « Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: « Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo? » Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno » (Matteo 6:25-34).
Notiamo in questi versetti l’invito del Signore: « Non siate in ansia ». Gettiamo via da noi ogni sollecitudine ansiosa, perché Dio si prende cura di noi: « Io, il Signore, il tuo Dio, fortifico la tua mano destra e ti dico: Non temere, io ti aiuto! Non temere, Giacobbe, vermiciattolo, e Israele, povera larva. Io ti aiuto », dice il Signore. « Il tuo salvatore è il Santo d’Israele » (Isaia 41:13,14).

Buttiamo via la nostra pigrizia
A volte capita d’incontrare cristiani particolarmente pigri: hanno voglia di non fare nulla. La pigrizia è un pericolo da non trascurare. Il grande re Davide cadde in un vortice di peccati a causa della pigrizia: « L’anno seguente, nella stagione in cui i re cominciano le guerre, Davide mandò Ioab con la sua gente e con tutto Israele a devastare il paese dei figli di Ammon e ad assediare Rabba; ma Davide rimase a Gerusalemme. Una sera Davide, alzatosi dal suo letto, si mise a passeggiare sulla terrazza del
palazzo reale; dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima » (2 Samuele 11:1,2).
Se la pigrizia trovò posto nel cuore di Davide, può trovarla anche nel nostro e in quel caso grande sarà la nostra rovina: « Fino a quando, o pigro, te ne starai coricato? Quando ti sveglierai dal tuo sonno? Dormire un po’, sonnecchiare un po’, incrociare un po’ le mani per riposare. La tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato » (Proverbi 6:9-11).
La via del pigro conduce velocemente alla povertà come dimostrano i seguenti versetti:
- Proverbi 13:4 « Il pigro desidera, e non ha nulla, ma l’operoso sarà pienamente soddisfatto.
- Proverbi 15:19 « La via del pigro è come una siepe di spine, ma il sentiero degli uomini retti è piano ».
- Proverbi 19:15,24 « La pigrizia fa cadere nel torpore, e la persona indolente patirà la fame ». Il pigro tuffa la mano nel piatto e non fa neppure tanto da portarla alla bocca ».
- Proverbi 20:4 « Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla ».
- Proverbi 21:25 « I desideri del pigro lo uccidono, perché le sue mani rifiutano di lavorare ».
- Proverbi 26:15 « Il pigro tuffa la mano nel piatto; e gli sembra fatica riportarla alla bocca ».
- Ecclesiaste 10:18 « Per la pigrizia sprofonda il soffitto; per la rilassatezza delle mani piove in casa ».
Buttiamo via da noi la pigrizia: « Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore » (Romani 12:11).
Rimbocchiamoci le maniche perché le campagne sono bianche da mietere e gli operai sono pochi: « E diceva loro: « La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse perché spinga degli operai nella sua mèsse » (Luca 10:2).

Buttiamo via i giudizi
Gesù dice – e la nostra esperienza lo ha più volte dimostrato – che è più facile vedere la pagliuzza che è nell’occhio del fratello, che la trave che è nel nostro occhio, è più facile che ingoiamo il cammello, mentre filtriamo il moscerino. I difetti degli altri sono come gli anabbaglianti della macchina: sono sempre quelli degli altri che ci danno fastidio: « Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la
pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? O, come potrai tu dire a tuo fratello: « Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza », mentre la trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello » (Matteo 7:1-5). È facile giudicare gli altri, più difficile giudicare noi stessi: « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente; ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità » (Matteo 23:27,28).
L’ipocrita era una maschera teatrale, dietro la quale si nascondeva l’attore. Buttiamo via da noi questa maschera, mostriamo il nostro vero volto, perché solo così saremo meno severi con gli altri. Talvolta capita che proprio quando viviamo una vita non conforme alla volontà di Dio, che diventiamo troppo severi con gli altri, come accadde a Davide: « Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: « Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà ». Allora Natan disse a Davide: « Tu sei quell’uomo! » (2 Samuele 12:5-7).
Impara ad essere tollerante verso gli sbagli degli altri come lo sei con te stesso e soprattutto guarda gli altri non dimenticando che Gesù è morto anche per loro.

Buttiamo via la gelosia e l’invidia
Secondo un’enciclopedia, la gelosia è: « Invidia, rivalità », mentre l’invidia è: « Sentimento di rancore e d’astio per la felicità o le qualità degli altri ».
La gelosia che porta alla contesa è prova di carnalità nella chiesa: « Fratelli, io non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma ho dovuto parlarvi come a carnali, come a bambini in Cristo. Vi ho nutriti di latte, non di cibo solido, perché non eravate capaci di sopportarlo; anzi, non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali. Infatti, dato che ci sono tra di voi gelosie e contese, non siete forse carnali e non vi comportate come qualsiasi uomo »? (1 Corinzi 3:1-3). Invidia e gelosia verso dei fratelli sono dunque sentimenti negativi presenti in coloro che non gioiscono del bene e delle qualità altrui, ma se ne irritano perché le vorrebbero per sé. È mancanza di amore e di sottomissione a Dio nello accettare la « misura della fede » che Lui ci ha assegnata. Gelosia per un dono di predicazione che può farci ombra, per una famiglia ordinata e sottomessa a Dio, per un’intesa profonda fra coniugi, per l’apprezzamento che altri fratelli ottengono.
Invidia e gelosia, finché non generano contese e altri guai, possono non trasparire all’esterno, ma rodono il nostro rapporto col fratello e rovinano la nostra vita spirituale.
Un esame interessante sarebbe accertare quando proviamo nel nostro cuore (spesso senza rendercene chiaramente conto) il compiacimento per le disgrazie degli altri. Se riusciamo ad essere sinceri fino in fondo, credo che dovremmo vergognarci e gridare al Signore. Tendenziosità, sospetto, cattiva intenzione presunta negli altri, modo negativo di considerare il fratello, compiacimento per gli errori altrui: tutti sentimenti purtroppo diffusi che restano dentro, ma che avvelenano sovente i rapporti e preparano a guasti più clamorosi.

Buttiamo via l’ira e la collera
Quest’impeto dell’animo improvviso e violento che si rivolge contro qualcuno o qualcosa, quest’infiammarsi, accendersi, avvampare, ardere d’ira, non deve essere presente nella vita del credente: « Sia ogni uomo lento all’ira, perché l’ira dell’uomo non mette in opera la giustizia di Dio » (Giacomo 1:19).
L’ira dell’uomo è sempre vista negativamente. Nella parabola del figlio prodigo, il fratello maggiore si adira e non vuole entrare nel banchetto d’amore: « Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. Ma egli rispose al padre: « Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato » (Luca 15:28-30).
L’ira è sempre condannata da Gesù: « Chiunque s’adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale » (Matteo 5:22).
Ira e collera sono fra le cose da deporre: « Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene » (Colossesi 3:8).
Le parole di Efesini 4:26: « Adiratevi e non peccate, il sole non tramonti sopra la vostra collera », non esortano all’ira, significano piuttosto: « Mostrate sdegno, però, attenti a non peccare » (TILC) e non rimanete in quest’atteggiamento. « Sia tolta via ogni ira » (v. 31).

Fruga negli angoli più remoti della tua vita, forse si è ammucchiata tanta spazzatura: non risparmiarla, buttala via.

Saint Demetrios de Thessalonique

Saint Demetrios de Thessalonique dans immagini sacre Saint_Demetrios_de_Thessalonique

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Publié dans:immagini sacre |on 9 avril, 2014 |Pas de commentaires »

SAN DEMETRIO DI TESSALONICA MARTIRE – 9 APRILE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92421

SAN DEMETRIO DI TESSALONICA MARTIRE

9 APRILE

Martirologio Romano: Presso Srijem in Pannonia, nell’odierna Croazia, san Demetrio, martire, che ovunque in Oriente, e in particolar modo a Salonicco, gode di pia venerazione.

“A Sirmio in Pannonia, ricordo di San Demetrio, martire”: così il nuovo Martyrologium Romanum ricorda al 9 aprile uno dei santi più venerati ma al contempo più controversi dell’Oriente cristiano. Quanto al culto tributatogli San Demetrio è innegabilmente secondo solo a San Giorgio, ma inesistenti sono invece purtroppo notizie storiche al suo riguardo. Molteplici sono sia i luoghi che le date in cui egli è ricordato. Le Chiese Ortodosse gli hanno conferito l’appellativo di “Megalomartire” e lo commemorano prevalentemente al 26 ottobre.
La nuova versione del martirologio cattolico non si sbilancia però verso nessuna delle leggende popolari nate nel corso dei secoli ed addirittura non cita la città di Tessalonica, assai legata al culto del santo. Sirmio, odierna Sremska Mitrovica nella Vojvodina serba, fu dunque assai probabilmente il luogo del martirio di Demetrio, forse diacono locale, prima del V secolo. Il culto del santo si diffuse oltre i confini della città forse quando Leonzio, prefetto dell’Illirico, trasferì la sede dell’autorità civile a Tessalonica, attuale Salonicco nella provincia greca della Macedonia. Pare che proprio lui fece edificare due grandi chiese in onore del santo nelle due città suddette. E’ fuori dubbio che Demetrio sia stato venerato a Sirmio prima ancora che la chiesa tessalonicese fosse costruita. Ma dopo la distruzione di Sirmio operata dagli unni nel 441, fu proprio Tessalonica a diventare il nuovo centro assoluto del culto del martire, divenendo fonte di attrazione per numerosi pellegrini. Si dice che le sue reliquie avrebbero potuto essere state qui trasferite verso il 418, ma non sussistono prove archeologicamente attendibili dell’esistenza di un reliquiario.
Nel corso dei secoli nacque una “passio” relativa alla presunta storia del martire, che lo volle cittadino di Tessalonica, arrestato per la sua attività di predicazione del Vangelo e giustiziato presso le terme locali senza lo svolgimento di alcun processo. La chiesa, edificata sulle terme, ne incorpora una parte come una cripta, e si narra che nel Medio Evo le reliquie del santo trasudassero un olio profumato e miracoloso.
Il più antico documento scritto ancora in nostro possesso risale solo al IX secolo ed attribuisce all’imperatore Massimiano l’ordine di procedere all’esecuzione. Racconti successivi, non meno leggendari, definirono Dimetri proconsole o guerriero, rendendolo in tal modo popolare tra i crociati che contribuirono ad espanderne il culto. Storicamente si può però solamente limitare ad affermare, come per San Giorgio, l’esistenza di un martire cristiano di nome Demetrio e nulla di più. Il giorno della sua festa è particolarmente solennizzato dalle Chiese orientali il 26 ottobre ed il suo nome è citato nella liturgia bizantina. L’originaria basilica macedone, distrutta da un incendio nel 1917 era adornata da preziosi mosaici risalenti al primo millennio, nei quali Demetrio era raffigurato in abiti diaconali, anche se tradizionalmente fu sempre raffigurato come soldato.
Quanto alla data della sua memoria, se i sinassari bizantini la menzionano 26 ottobre, il Martirologio Romano ha conservato la data del Martirologio Siriaco, cioè il 9 aprile, benchè la fonte sia un testo corrotto: « Romae natalis sanctorum Demetrii, Concessi. Hilarii et sociorum ». Una seconda volta la medesima fonte commemora all’8 ottobre, data di cui però non si comprende bene l’origine. La stessa fonte commemora, ma a Tessalonica, il martirio di Demetrio. Il Calendario Palestino-georgiano del Sinaiticus 34, infine, commemora Demetrio insieme con un altro martire, Foca, il 25 ottobre e da solo il giorno seguente.

Autore: Fabio Arduino

Papa Francesco Udienza: I doni dello Spirito Santo: 1. La Sapienza

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/audiences/2014/documents/papa-francesco_20140409_udienza-generale_it.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 aprile 2014

I doni dello Spirito Santo: 1. La Sapienza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi un ciclo di catechesi sui doni dello Spirito Santo. Voi sapete che lo Spirito Santo costituisce l’anima, la linfa vitale della Chiesa e di ogni singolo cristiano: è l’Amore di Dio che fa del nostro cuore la sua dimora ed entra in comunione con noi. Lo Spirito Santo sta sempre con noi, sempre è in noi, nel nostro cuore.
Lo Spirito stesso è “il dono di Dio” per eccellenza (cfr Gv 4,10), è un regalo di Dio, e a sua volta comunica a chi lo accoglie diversi doni spirituali. La Chiesa ne individua sette, numero che simbolicamente dice pienezza, completezza; sono quelli che si apprendono quando ci si prepara al sacramento della Confermazione e che invochiamo nell’antica preghiera detta “Sequenza allo Spirito Santo”. I doni dello Spirito Santo sono: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.1. Il primo dono dello Spirito Santo, secondo questo elenco, è dunque la sapienza. Ma non si tratta semplicemente della saggezza umana, che è frutto della conoscenza e dell’esperienza. Nella Bibbia si racconta che a Salomone, nel momento della sua incoronazione a re d’Israele, aveva chiesto il dono della sapienza (cfr 1 Re 3,9). E la sapienza è proprio questo: è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio. E’ semplicemente questo: è vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio. Questa è la sapienza. Alcune volte noi vediamo le cose secondo il nostro piacere o secondo la situazione del nostro cuore, con amore o con odio, con invidia… No, questo non è l’occhio di Dio. La sapienza è quello che fa lo Spirito Santo in noi affinché noi vediamo tutte le cose con gli occhi di Dio. E’ questo il dono della sapienza.
2. E ovviamente questo deriva dalla intimità con Dio, dal rapporto intimo che noi abbiamo con Dio, dal rapporto di figli con il Padre. E lo Spirito Santo, quando abbiamo questo rapporto, ci dà il dono della sapienza. Quando siamo in comunione con il Signore, lo Spirito Santo è come se trasfigurasse il nostro cuore e gli facesse percepire tutto il suo calore e la sua predilezione.
3. Lo Spirito Santo rende allora il cristiano «sapiente». Questo, però, non nel senso che ha una risposta per ogni cosa, che sa tutto, ma nel senso che «sa» di Dio, sa come agisce Dio, conosce quando una cosa è di Dio e quando non è di Dio; ha questa saggezza che Dio dà ai nostri cuori. Il cuore dell’uomo saggio in questo senso ha il gusto e il sapore di Dio. E quanto è importante che nelle nostre comunità ci siano cristiani così! Tutto in loro parla di Dio e diventa un segno bello e vivo della sua presenza e del suo amore. E questa è una cosa che non possiamo improvvisare, che non possiamo procurarci da noi stessi: è un dono che Dio fa a coloro che si rendono docili allo Spirito Santo. Noi abbiamo dentro di noi, nel nostro cuore, lo Spirito Santo; possiamo ascoltarlo, possiamo non ascoltarlo. Se noi ascoltiamo lo Spirito Santo, Lui ci insegna questa via della saggezza, ci regala la saggezza che è vedere con gli occhi di Dio, sentire con le orecchie di Dio, amare con il cuore di Dio, giudicare le cose con il giudizio di Dio. Questa è la sapienza che ci regala lo Spirito Santo, e tutti noi possiamo averla. Soltanto, dobbiamo chiederla allo Spirito Santo.
Pensate a una mamma, a casa sua, con i bambini, che quando uno fa una cosa l’altro ne pensa un’altra, e la povera mamma va da una parte all’altra, con i problemi dei bambini. E quando le mamme si stancano e sgridano i bambini, quella è sapienza? Sgridare i bambini – vi domando – è sapienza? Cosa dite voi: è sapienza o no? No! Invece, quando la mamma prende il bambino e lo rimprovera dolcemente e gli dice: “Questo non si fa, per questo…”, e gli spiega con tanta pazienza, questo è sapienza di Dio? Sì! E’ quello che ci dà lo Spirito Santo nella vita! Poi, nel matrimonio, per esempio, i due sposi – lo sposo e la sposa – litigano, e poi non si guardano o, se si guardano, si guardano con la faccia storta: questo è sapienza di Dio? No! Invece, se dice: “Beh, è passata la tormenta, facciamo la pace”, e ricominciano ad andare avanti in pace: questo è sapienza? [la gente: Sì!] Ecco, questo è il dono della sapienza. Che venga a casa, che venga con i bambini, che venga con tutti noi!
E questo non si impara: questo è un regalo dello Spirito Santo. Per questo, dobbiamo chiedere al Signore che ci dia lo Spirito Santo e ci dia il dono della saggezza, di quella saggezza di Dio che ci insegna a guardare con gli occhi di Dio, a sentire con il cuore di Dio, a parlare con le parole di Dio. E così, con questa saggezza, andiamo avanti, costruiamo la famiglia, costruiamo la Chiesa, e tutti ci santifichiamo. Chiediamo oggi la grazia della sapienza. E chiediamola alla Madonna, che è la Sede della sapienza, di questo dono: che Lei ci dia questa grazia. Grazie!

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