Archive pour avril, 2014

Maestro bertram di minden, lavanda dei piedi, Amburgo

Maestro bertram di minden, lavanda dei piedi, Amburgo dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 16 avril, 2014 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI (2008)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080320_coena-domini_it.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 20 marzo 2008 – (anno A)

Cari fratelli e sorelle,

san Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!
Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.
Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.
Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.
Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce, il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.
Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.
Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (2002) -PADRE RANIERO CANTALAMESSA

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PADRE RANIERO CANTALAMESSA

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (28/03/2002)

Vangelo: Gv 13,1-15

La liturgia della parola di questa Messa è essenziale per la comprensione di tutto il mistero pasquale. Non possiamo da qui saltare direttamente alla domenica di risurrezione, senza precluderci la possibilità di capire in che consista la nostra Pasqua, cioè la Pasqua della Chiesa. Perché la Pasqua della Chiesa è essenzialmente l’Eucaristia e questa sera noi celebriamo, appunto, l’istituzione dell’Eucaristia.
Paolo, nella prima lettura, ci ha trasmesso quello che lui stesso ha ricevuto dal Signore, cioè l’istituzione della Cena come nuova alleanza e come memoriale della sua morte. Giovanni, nel Vangelo, ci riporta allo stesso momento della vita di Cristo e ci parla anche lui, a modo suo, dell’Eucarístia. Là dove i sinottici e Paolo pongono il segno – l’Eucaristia -, egli ha posto il significato: l’amore fino alla fine di Cristo per i suoi; l’unità e il servizio dei fratelli. Le parole di Gesú che chiudono il brano evangelico:  » Come ho fatto io fate anche voi », sono un altro modo per dire:  » Fate questo in memoria di me « .
Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola per la cena pasquale, il 14 Nisan, era prescritto che il figlio piú giovane rivolgesse questa domanda al padre:  » Che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte?  » (Es. 12, 26). Nel Cenacolo, fu forse Giovanni a rivolgere questa domanda e Gesú a rispondere. Dobbiamo porci anche noi questa stessa domanda: che significa il rito di questa sera e che significano i riti che ci apprestiamo a ripetere anche quest’anno, in occasione della Pasqua?  » Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione  » (Rom. 4, 25); ma una volta sola (semel); egli non muore piú, la morte non ha píú potere su di lui (Rom. 6, 9). Che cos’è dunque ciò che noi facciamo ogni anno a Pasqua? Forse qualcosa di fallace, una finzione collettiva per cui ci immaginiamo che egli debba ancora morire e risorgere? Quello che noi stiamo per fare è l’anamnesi, o la liturgia, della storia; è il sacramento che attualizza l’evento (Agostino, Sermo 220).
Questa anamnesi non è invenzione dell’uomo, ma istituzione di Cristo:  » Fate questo in memoria di me « ;  » annunciate la morte del Signore finché egli torni « . E’ un memoriale che attraversa la storia, fin dalla notte dell’esodo rievocata nella prima lettura, e che ha raccolto, strada facendo, tutti gli interventi di Dio (i  » magnalia Dei « ), fino al supremo e definitivo, avvenuto all’altezza degli anni trenta della nostra era, con la morte e risurrezione di Cristo. E’ una specie di asse intorno a cui ruotano non solo gli anni, ma anche le settimane e i giorni. Il memoriale della Pasqua scorre infatti nella storia verso il compimento della parusia con tre ritmi:
a) un ritmo quotidiano, ed è l’Eucaristia che si celebra ogni giorno nella Chiesa:  » la Pasqua quotidiana », la chiamava sant’Agostino;
b) un ritmo settimanale, ed è il ricordo della risurrezione che si celebra ogni domenica:  » la piccola Pasqua », come la chiamano i nostri fratelli orientali;
c) un ritmo annuale, ed è la solennità di Pasqua che ci apprestiamo a vivere con tutta la Chiesa.
Questa Pasqua della Chiesa ha una sua struttura, i cui elementi essenziali sono: i tempi, i riti e i misteri. Originariamente, tutto era concentrato in una veglia notturna, preceduta da qualche giorno di digiuno e seguita da un lungo periodo di gioia, la Pentecoste. La Pasqua aveva allora una straordinaria carica evocativa. Non esistevano altre feste, sicché tutta la storia della salvezza, compresa la nascita di Cristo, riviveva in essa e si díspiegava davanti alla mente dei cristiani trascinandoli all’entusiasmo.  » 0 grande e santa Pasqua, io ti parlo come a un essere vivente  » (san Gregorio Nazianzeno). I cristiani riconoscevano nella Pasqua la culla in cui era nata la Chiesa, una culla preparata fin dalla lontana notte dell’esodo, rievocata nella prima lettura.
Piú tardi, nel quarto secolo, nel nuovo clima di libertà, i pellegrini che si recavano a Gerusalemme per la Pasqua cominciarono a distribuire gli eventi della passione e a celebrarli nei giorni e nei luoghi precisi in cui erano accaduti: la cattura nell’orto; la cena nel Cenacolo, il gíovedí santo; l’adorazione della Croce sul Golgota, il venerdí; la veglia di Pasqua nella chiesa dell’Anastasis, e cosí di seguito, fino all’ascensione celebrata, appunto sul monte da cui Gesú ascese al cielo. Ben presto, questa nuova prassi si diffuse in tutta la cristianità e diede origine alla struttura cosí ricca e articolata della Pasqua che è rimasta fino ad oggi, pur con tutte le riforme e i cambiamenti di dettaglio.
Quando, però, ci si interroga quale sia, tra tanti riti, quello essenziale; quale sia il culmine della Pasqua liturgica della Chiesa, si finisce per identificarlo sempre in un momento preciso: la celebrazione dell’Eucaristia. Fin dalle origini, l’Eucaristia che si celebrava al canto del gallo, nella veglia pasquale, segnava il momento di passaggio dalla tristezza alla gioia, dal digiuno alla festa. Era il grande  » scioglimento  » dell’attesa (díalysis), come veniva chiamato allora. L’Eucaristia, celebrata a cavallo tra il tempo in cui Gesú era ancora nella tomba e il momento in cui ne era uscito, era davvero il memoriale vivente della sua morte e della sua risurrezione. Era la Pasqua stessa di Cristo – il suo passaggio dalla morte alla vita che dalle profondità del passato emergeva all’oggí della liturgia. Tutto, cosí appariva compreso tra un  » ieri  » e un  » oggi « :  » Ieri, l’agnello veniva ucciso…; oggi, abbiamo lasciato l’Egitto. Ieri, ero crocifisso con Cristo; oggi, sono glorificato con lui. Ieri, ero sepolto con lui; oggi, sono risuscitato con lui  » (san Gregorio Naz.).
Abbiamo detto che l’Eucaristia è l’attualizzazíone della Pasqua di Cristo. E’ vero; ma è anche un’altra cosa importantissima: è la consacrazione della nostra Pasqua. Chi dice, nella Messa di Pasqua,  » Prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi », non è píú solo il Cristo-capo, cioè il Gesú storico che le disse la prima volta nel Cenacolo; è il Cristo totale. capo e corpo; siamo anche noi. E’ l’ »io » della Chiesa fuso con l’ »io » di Cristo che offre se stesso in sacrificio. Nell’Eucaristia, noi offriamo un pane che abbiamo ricevuto dalla bontà di Dio, ma che è anche frutto del nostro lavoro. E’ quell’insieme di sforzo, di conversione, di fedeltà alla parola di Dio e di sofferenza che costituisce la pasqua dell’uomo, il suo lento e faticoso  » passaggio da questo mondo al Padre » (Gv. 13, 1).
Se lo vogliamo, in quelle parole c’è posto anche per il nostro  » io  » indeciso; solo che abbiamo il coraggio di dire, insieme con Cristo, ai fratelli che ci circondano nella vita e nel lavoro:  » Prendete, mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi « . Prendete, cioè, il mio tempo, la mia amicizia, la mia attenzione, la mia competenza, la mia gioia: metto tutto a vostra disposizione; voglio impiegarli non solo per me, ma anche per voi. « Fate questo in memoria di me » significa: fate anche voi come ho fatto io. Giovanni lo dice apertamente: « da questo abbiamo conosciuto il suo amore: egli ha dato la vita per noi. Anche noi,, perciò, dobbiamo spendere la vita per i fratelli  » (1 Gv. 3, 16).
E’ questa l’Eucaristia che crea la comunità e fa la Chiesa, come spiga cresciuta da quel chicco di grano caduto in terra e morto e che ha portato molto frutto. E’ questa la Pasqua della Chiesa, con la quale ci apprestiamo a celebrare la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua.

Mat-26,36 Jardin de Gethsemane

Mat-26,36 Jardin de Gethsemane dans Papa Benedetto XVI 12%20ST%20ALBANS%20PSALTER%20CHRIST%20IN%20THE%20GARD

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Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 15 avril, 2014 |Pas de commentaires »

I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

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I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro.

DI GIUSEPPE SAVAGNONE

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro. Non a caso, in questi giorni, molte parrocchie e diocesi tradizionalmente effettuano una via crucis per le vie del quartiere o per i quartieri della città, a significare che la liturgia del cristiano coinvolge tutta la sua vita, sia dentro che fuori le mura del tempio, e si declina non solo nei riti, ma nei luoghi, nelle attività, nei rapporti di cui si intesse la vita quotidiana, per impregnarla e trasformarla.
Anche al di là delle processioni del venerdì santo, il crocifisso, più che mai in questa congiuntura storica, non si lascia chiudere nei luoghi di culto. Esso in vari modi irrompe sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari radio-televisivi e inquieta sia la nostra società post-cristiana che il nostro cristianesimo abitudinario e sonnolento. È ancora viva la memoria della battaglia politica, giuridica, ma soprattutto culturale, che ha visto protagonisti i crocifissi di legno appesi alle pareti dei nostri locali pubblici. Li si voleva togliere di mezzo come un simbolo di potere e di privilegio, quando lo sono, piuttosto, di una tradizione religiosa condivisa dalla stragrande maggioranza del nostro popolo, che ha sempre visto in essi il richiamo a un mistero di amore e di condivisione. E si sarebbe così cancellato il solo segnale alternativo alla società spietata del profitto e del consumismo, contro le cui immagini e i cui slogan invasivi, veicolati a pagamento dal circo mediatico, nessuno si sogna di protestare.
Soprattutto, però, il simbolo pasquale della passione di Gesù si ripresenta ai nostri occhi in quegli uomini, in quelle donne, in quei bambini, di cui da tempo ? ma in questi giorni con un frenetico crescendo ? le cronache narrano il calvario. I loro viaggi estenuanti, prima, spesso, attraverso i deserti africani, poi sui barconi infidi dove riescono a trovare un posto solo pagandolo con tutto ciò che possiedono ? i risparmi di una vita in cambio di una briciola di speranza ? , poi in «centri di accoglienza» simili a lager, con la prospettiva di essere infine ricacciati nel nulla da cui provengono, più poveri e più disperati di prima. Molti di loro ? sono ancora le fredde notizie delle agenzie di stampa a dirlo ? muoiono per strada. Ogni tanto i riflettori indugiano per un istante su qualcuna di queste tragedie annunciate, come è stato per le due povere donne annegate davanti alla costa di Pantelleria, alle soglie di una felicità solo sognata. Ma sono centinaia, sono migliaia coloro che in questi anni sono finiti così, nel buio di un mare in tempesta.
Il paradosso è che la maggioranza che governa il nostro Paese e buona parte dei cittadini, anche cattolici, di cui tale maggioranza è espressione, mentre si sono battuti con tutte le loro forze, pieni d’indignazione, per difendere i crocifissi di legno, con la stessa decisione ostentano la loro indifferenza e il loro rifiuto nei confronti di questi crocifissi in carne ed ossa. Non parliamo, qui, delle ragionevoli riserve sulle modalità in cui l’esodo si sta svolgendo, né delle necessarie misure per renderlo sostenibile. Ci riferiamo, piuttosto, alle frasi di ripulsa e di disprezzo, con cui tanti esponenti politici di primo piano, e non solo da oggi, hanno preso posizione nei confronti del dramma di questi profughi. Davanti a simili esternazioni, tremende sulla bocca di uomini che si dicono difensori dei valori cristiani, ci è tornata in mente la parola di Gesù: «Ebbi fame, e non mi avete dato da mangiare? Ebbi sete, e non mi avete dato da bere? Fui forestiero, e non mi avete accolto?».
La settimana santa non è cominciata lunedì. La passione di Cristo si sta svolgendo da tempo sotto i nostri occhi di spettatori distratti. Ma il mistero della Pasqua ci dice che Colui che è stato crocifisso è risorto e tornerà a giudicare i vivi e i morti. Già da ora Egli è segno di contraddizione, che misura le nostre scelte. Nella sua vittoria pasquale tutti i poveri e gli stranieri di questo mondo troveranno il loro riscatto. Questa, nell’ora dolorosa che viviamo, è la nostra indefettibile speranza. Ma, se vogliamo davvero partecipare alla Pasqua, dobbiamo, nel contemplare le piaghe del Risorto, chiederGli la grazia di trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne. Perché possiamo imparare a riconoscere il Suo volto in quello sfigurato dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che tendono le mani verso di noi.

«LA SETTIMANA SANTA È UN VIAGGIO VERSO L’ALTO»

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=127413

«LA SETTIMANA SANTA È UN VIAGGIO VERSO L’ALTO»

(aprile 2011, era anno A)

Il Papa: « L’insieme di gesti che noi cattolici compiremo è «qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? » Quello di Gesù è un viaggio verso l’alto, e così deve essere la nostra Settimana Santa…

Entriamo nella Settimana Santa. Nell’omelia del 17 aprile per la Domenica delle Palme Benedetto XVI si è chiesto: l’insieme di gesti che noi cattolici compiremo è «qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo?».
Per trovare la risposta, «dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto». Gesù va a Gerusalemme, «verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo», e «verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva».
Ma, mentre s’inserisce nel pellegrinaggio comune degli Ebrei, Gesù nello stesso tempo «sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona».
In realtà, pur inserendosi in una tradizione e in una precisa collocazione nel tempo e nello spazio, quello di Gesù – ha detto il Papa – è un viaggio verso l’alto, e così dev’essere la nostra Settimana Santa. La meta ultima del Signore «è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano». E anche noi in questa settimana «c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita». Ma – si chiede il Papa – «come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze?». La prima risposta evidente è che «sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità». Se pensassimo di poter salire da soli cederemmo alla tentazione del Diavolo che, fin dal Paradiso Terrestre, c’illude promettendoci di farci diventare come Dio. In effetti, «da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio».
Questo desiderio non è sempre una suggestione dello spirito cattivo. Ma richiede un attento discernimento. «In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità».
La Settimana Santa c’invita alla salita, ma avvertiamo pure che il male e la tentazione ci propongono la discesa. «I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà».
Che si tratti proprio di un invito a scegliere il viaggio verso l’alto ce lo ricorda la liturgia, dove «la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato». Ma, ancora una volta, se pensiamo di poterlo fare da soli cediamo alla tentazione demoniaca di essere come Dio: partiti per salire, finiamo per scendere. «Noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio». Solo Dio è capace di «tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente». «Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto».
Il Salmo 24, salmo processionale della Domenica delle Palme, che il Pontefice ha definito un vero «canto di ascesa», ci «indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio».
Non si tratta di una banale retorica, ma del tema centrale di tutta la storia della filosofia. «La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità». Dopo avere evocato, come fa spesso, la filosofia greca per la formulazione della domanda, Benedetto XVI torna al suo filosofo preferito per la risposta: «Sant’Agostino [354-430], nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto».
Questa settimana, dunque, «noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6)».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 15 avril, 2014 |Pas de commentaires »

Passion of Our Lord

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Publié dans:immagini sacre |on 14 avril, 2014 |Pas de commentaires »

MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

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MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

Sommario

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo.
2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce.
3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero.
4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì.
5. Importanza del tema della compassione e il suo senso.
6. Bibliografia

Il tema giovanneo di Maria ai piedi della croce (cfr Gv 19, 25-27), ricorre spesso nella liturgia bizantina. L’evento, fortemente messo in rilievo nella celebrazione liturgica del venerdì santo, trova anche posto nelle numerose feste della croce e nel ricordo che se ne fa nelle commemorazioni liturgiche settimanali non solo del mercoledì e del venerdì, ma anche il giorno di domenica, come risulta dalla copiosa innografia presente nei libri liturgici bizantini. Questa abbondante presenza di Maria ai piedi della croce spiega il fatto che la liturgia bizantina non ha provato il bisogno di istituire una festa specifica della compassione di Maria e dell’Addolorata, come invece è stato fatto nella liturgia latina.

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo 1
La liturgia del venerdì santo segue da vicino tutti gli eventi che hanno contrassegnato la vita del Salvatore, li commenta, li celebra e canta con inni di rara bellezza, attinti ai diversi generi dell’innografia greca e dovuti a melodi, ossia autori insieme poeti e teologi. L’inno tipico del giorno è quello che si canta davanti alla croce dopo la proclamazione della quinta pericope evangelica: Oggi è appeso al legno colui che ha sospeso la terra sulle acque. E’ cinto di una corona di spine il Re degli angeli. Di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi. È schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il Figlio della Vergine. Adoriamo i tuoi patimenti o Cristo. Mostraci anche la tua risurrezione 2. Il canto, proclamato ad alta voce davanti al crocifisso, parla di Gesù come del « Figlio della Vergine », suggerito dalla pericope giovannea letta per ben due volte in questo giorno.
Una delle antifone, costituita da un stavrotheotokion, evoca così la presenza di Maria ai piedi della croce: Vedendoti appeso alla croce, o Cristo, la Madre tua gridava: ‘Quale mistero strano io contemplo, o Figlio mio? Come puoi morire, con la tua carne confitta al legno, tu che sei l’elargitore della vita’ 3?
Nel corso della celebrazione si legge un famoso inno di Romano il Melode, detto Kondakion di Maria ai piedi della croce. Nell’inno, che può essere chiamato dell’Addolorata, Maria vi è paragonata all’Agnella che segue l’Agnello destinato al macello, come si può leggere nella prima stanza dell’inno: Maria, l’Agnella, alla vista del proprio Agnello trascinato al macello, seguiva afflitta con le altre donne, e gridava: ‘Dove vai, Figlio? Per quale ragione corri con tanta premura? Si celebrano forse altre nozze a Cana, e ora tu ti affretti, per mutarvi per loro l’acqua in vino? Posso accompagnarti, Figlio? O piuttosto, meglio è aspettarti? Dimmi una parola, Verbo, non passare davanti a me in silenzio, tu che mi hai conservata pura, Figlio e Dio mio’ 4!
L’inno prosegue descrivendo Maria che non sa spiegarsi perché si sia pervenuti a tanto dopo il non lontano trionfo delle palme (str. 2); pesa per di più sull’anima di Maria la fuga dei discepoli (str. 3). Gesù prende la parola per spie­gare che egli doveva riscattare quanti erano nell’Ade (str. 4) e chiede alla Madre di non far impallidire il suo bel nome di Piena di grazia (str. 5), e di accettare il sacrificio che lui stesso si assume per la salvezza del mondo (str. 6). Maria insiste, mostrando l’impossibilità in cui si trova di capire che egli per questo debba morire (str. 7-8). Gesù le rivela allora che Adamo ed Eva erano gravemente malati e attendevano di essere liberati (str. 9-10). Ma il cuore di Maria non ne è rasserenato (str. 11) ed ella chiede al Figlio di lasciarsi ancora vedere nel futuro (str. 11). Gesù le promette che sarà lei la prima a vederlo (str. 12-14). Maria cede alle parole del Figlio e gli esprime il suo fermo proposito di non staccarsi da lui sino alla morte (str. 15). Gesù, a sua volta, accetta che la Madre lo accompagni, ma la sollecita a mostrarsi forte di animo (str. 16). L’ultima strofa contiene la consueta preghiera di chiusura (str. 17), particolarmente bella e sugge­stiva.
Il tema della compassione mariana è di nuovo rievocato in alcune strofe, dette Stichirà, che si cantano tra i versetti dei Salmi di Lodi, dopo la IX pericope evangelica (Gv 19, 25-37). L’autore anonimo mette in un raro rilievo i sentimenti che prova Maria a vedere il Figlio appeso al legno come un malfattore: Quando tu fosti crocifisso, o Cristo, tutto il creato vide e tremò. Le fondamenta della terra furono sconvolte dal timore della tua potenza. Oggi, alla tua esaltazione sulla croce, precipitò nella rovina il popolo ebreo. Il velo del tempio si divise in due. Si aprirono le tombe, i morti risuscitarono dai sepolcri. Il centurione vide il prodigio e tremò; ma la Madre tua, stando presso la croce, esclamava, gemendo maternamen­te: ‘Come potrei non piangere e non battermi il petto, vedendoti nudo, appeso al legno come un condannato’! O Signore crocifisso e risorto dai morti, gloria a te 5!
Il tema della compassione di Maria si prolunga anche sul sabato santo, giorno contrassegnato da una vera celebrazione funebre, accompagnata da una rappresentazione e dal canto di elogi funebri, nei quali si mettono anche in bocca a Maria parole come queste:
La Pura effondeva lamenti e lacrime di madre su di te, o Gesù, e gridava: Figlio, come potrò seppellirti?
L’Agnella, vedendo morto il suo Agnello, oppressa dal dolore, gemeva, commovendo tutto il gregge a gridare con lei.
Sola fra le donne, o Figlio, ti ho dato alla luce senza dolore, ma ora soffro doglie insopportabili, come di partoriente, gridava la Santa.
Sono orribilmente ferita, le mie viscere sono dilaniate, o Verbo, vedendo la tua ingiusta uccisione, diceva la tutta pura, facendo il compianto.
Il sabato santo si canta anche una lunga composizione innografica detta Canone, la cui nona Ode è attribuita a Cosma di Maiuma (+ c. 751); nella strofa iniziale Cristo invita la Madre a non piangere: Non piangere per me, o Madre, vedendo nella tomba il Figlio che senza seme hai concepito nel tuo seno. Risorgerò, infatti, e sarò glorificato e innalzerò nella gloria incessantemente coloro che ti esaltano con fede e con amore, perché io sono Dio! Maria risponde: Alla tua nascita straordinaria, ho sfuggito le doglie e sono stata soprannaturalmente beata, o Figlio che non hai principio; ma ora, vedendoti morto, Dio mio, senza respiro, sono orribilmente dilaniata dalla spada del dolore; risorgi, dunque, perché io possa essere detta beata 6.

2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce
La liturgia bizantina commemora la croce, cuore e simbolo della redenzione operata da Cristo, e la festeggia in quattro diverse occasioni più o meno solenni: la prima ricorre il 14 settembre e viene chiamata Esaltazione universale della venerata e vivificante croce; la seconda, celebrata il 7 maggio, ne commemora l’apparizione in cielo a Gerusalemme, sotto l’imperatore Costanzo, figlio di Costantino Magno nel 351; la terza ricorre il primo agosto con una processione penitenziale; la quarta infine ricorre la terza domenica di quaresima. I testi liturgici, dovuti ai grandi melodi del primo millennio, evocano spesso il tema della presenza di Maria ai piedi della croce e quello della sua compassione. Maria manifesta profondo dolore: ‘Quando ti ho messo al mondo, o Figlio, io non ebbi nessun dolore. Ora invece come è che sono piena di dolori? Vedo difatti appeso alla croce come un malfattore te che sospendi la terra sul nulla’, disse la Tuttasanta in lacrime. Essa si chiede perché deve vedere il Figlio appeso alla croce: ‘Ti vedo ora come un agnello senza macchia appeso alla croce, o Figlio mio che sei prima dei secoli, e sono soffocata dal dolore e la pena mi strangola’, diceva la Tutta pura. Noi con voci che non si stancano a lei inneggiamo con pietà in tutti i secoli 7.
Durante la processione che segue la divina liturgia eucaristica, si canta in conclusione di una serie di strofe il seguente Stavrotheotokion: In questo giorno l’inaccessibile Signore si rende a me accessibile, e patisce la passione per affrancarmi dalle mie passioni; colui che restituisce ai ciechi la vista riceve sputi da labbra impure e si lascia flagellare per liberare i prigionieri. La Vergine, sua madre, vedendolo sulla croce, gli dice fra gemiti: ‘Ohimè, o Figlio amatissimo, tu che sorpassi ogni mortale per la tua bellezza, eccoti senza fascino, senza grazia e senza vita. Ohimè, o luce dei miei occhi, una spada trafigge il mio cuore e le mie viscere soffrono di vederti così. Io celebro e inneggio alla tua Passione, adoro la tua misericordia infinita, Signore longanime, gloria a te’ 8.
Durante l’adorazione della Croce si canta, fra l’altro, il seguente inno che porta il nome dell’imperatore Leone VI (886-916): Oggi l’inaccessibile per essenza si rende accessibile per me, subisce la passione per liberarmi dalle passioni. Colui che restituisce la vista ai ciechi vede il suo volto insozzato dagli sputi di labbra empie, e offre il dorso alla flagellazione. La Madre vergine immacolata, vedendolo appeso alla croce, disse con lamenti: ‘Ahimè, Figlio mio! Cosa hai fatto per questo, tu che sei il più bello fra i mortali, tu appari senza soffio né forma né bellezza. Ahimè, o mia luce, io non posso vederti senza vita. Le mie viscere sono dilaniate e la terribile spada trafigge il mio cuore. Io inneggio però ai tuoi patimenti, adoro la tua misericordia. Signore longanime, gloria a te’ 9!

3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero
Per santificare le 24 ore del giorno e della notte i Bizantini hanno creato un fitto cursus di preghiere giornaliere, che, pur partendo dal numero settenario, lo ha sorpassato. Attualmente il cursus comprende: Vespro, Compieta, Mezzanotte, Mattutino (l’equivalente dei tre Notturni e delle Lodi latine), Prima, Terza, Sesta, Nona. Di più, in Quaresima: una Mesoria dell’ora Prima, Terza, Sesta e Nona, i Tipici che prendono il posto della divina liturgia nei giorni aliturgici, e la Grande Compieta.
A ciascuna di queste Ore è stato assegnato un significato tratto per lo più dalla vita di Cristo. Per i cristiani la preghiera di lode al sorgere del sole celebra la risurrezione gloriosa di Cristo, mentre l’ufficio dei Vespri, al declinare del giorno, ricorda la deposizione dalla croce e la sepoltura per il riposo sabatico del Signore al quale ogni cristiano è associato con la morte. La Tradizione apostolica ricollega le Piccole Ore ai momenti principali della Passione di Cristo: crocifissione a terza, tenebre sul mondo a sesta, morte di Gesù a nona; le tracce di questa interpretazione si ritrovano nei diversi riti orientali.
I tropari, recitati giornalmente in ciascuna di queste Ore, riflettono il senso assegnato a ciascuna. L’Ora Nona, che rievoca la morte di Cristo sulla croce, ha il seguente Stavrotheotokion che evoca la compassione di Maria: La Madre, alla vista dell’Agnello e Pastore e Salvatore del mondo appeso alla croce, diceva lacrimando: ‘Il mondo si rallegra per la salvezza ricevuta, ma le mie viscere bruciano alla vista della crocifissione che tu sopporti per tutti, Figlio e Dio mio’ 10!

4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì
I cristiani, adottando il ritmo della settimana ebraica, dettero a ciascuno dei suoi giorni un nuovo contenuto: ciò si riflette nel culto liturgico di tutte le Chiese orientali, specie bizantina. L’organizzazione liturgica della settimana privilegiò ben presto quattro giorni: la domenica, il mercoledì, il venerdì e il sabato. In seguito la liturgia bizantina ha assegnato a ciascun giorno le seguenti memorie: domenica, la risurrezione; lunedì, gli Angeli; martedì, Giovanni Battista; il mercoledì, la croce e la Madre di Dio; il giovedì, gli Apostoli e san Nicola; il venerdì, di nuovo la croce; il sabato, i defunti e tutti i santi.
Il mercoledì e il venerdì, particolarmente consacrati alla croce, vengono messi in rilievo con molti inni, detti Stavrotheotokia, che mettono in grande luce le sofferenze della Madre per il Figlio ingiustamente crocifisso, e più di una volta gli chiede di non lasciarla sola e senza figli: Contemplando, o Cristo, la tua iniqua uccisione, la Vergine gemendo ti gridava: ‘Figlio dolcissimo, come mai ingiustamente soffri, come mai sei appeso sul legno, tu che hai sospeso tutta la terra sulle acque? O misericordiosissimo Benefattore, ti prego, non lasciare sola me, la tua Madre e tua serva’ 11. In molti inni ricorre il tema dell’Agnella e dell’Agnello: L’immacolata Agnella, contemplando morto sul legno l’Agnello e Pastore, in lacrime gridava, maternamente gemendo: ‘Come celebrerò, Figlio mio, la tua inesprimibile condiscendenza e il volontario soffrire, o Dio sommamente buono’ 12? Altri testi evocano la spada profetizzata da Simeone, come in questo attribuito a Giuseppe l’Innografo, poeta siculo: Una spada ti ferì, o Purissima, quando mirasti la passione del Figlio tuo: contemplando lui trafitto da una lancia e pensando alla spada che, sulle porte del paradiso, impediva il divino adito ai fedeli. Giuseppe mette anche in bocca a Maria il seguente grido: O Fanciulla, che in modo ineffabile hai partorito il Verbo amico degli uomini, vedendolo spontaneamente soffrire sopra le forze dell’uomo, gridavi: ‘Che è questo? L’Impassibile Dio si sottomette alla passione, a fin di sottrarre alle passioni coloro che fedelmente l’adorano’ 13! Un altro innografo mette in bocca a Maria: L’immacolata Agnella, vedendo in croce come agnello sgozzato l’Agnello e Pastore, levava acute grida e lamentando diceva: ‘O temeraria audacia degli Ebrei omicidi! O tua divina longanimità, Figlio mio! perché volontariamente soffri’ 14.

5. Importanza del tema della compassione e il suo senso
Il tema di Maria ai piedi della croce può anche essere della compassione di Maria. Quest’ultimo nome non si trova tale quale nei testi liturgici descritti sopra, ma si ritrova in un testo di Giovanni Damasceno e è stato ripreso dal Vaticano II nel capitolo VIII della Lumen Gentium. Il testo del Damasceno, tratto dal suo Trattato sulla fede ortodossa, così si esprime:
Ma ella, beata e stimata degna dei doni al di sopra della natura, quei dolori a cui era sfuggita nel partorire invece li subì al tempo della passione, soffrendo la lacerazione delle sue viscere a causa della sua compassione materna. E, vedendo uccidere come un malfattore colui che, nel generarlo, ella aveva conosciuto come Dio, fu lacerata dai suoi pensieri come da una spada: infatti questo significa ‘una spada trafiggerà la tua anima’. Ma poi il dolore è trasformato dalla gioia della risurrezione, la quale annunzia come Dio colui che era morto nella carne (De fide orthodoxa, IV, 14: PG 94, 1920) 15.
Il termine greco reso con compassione è quello di sympatheia; il Damasceno parla di sympatheia splachnon, che si può tradurre compassione delle viscere, o anche del cuore. In un altro capitolo del suo trattato, il Damasceno vede nella compassione una specie di afflizione causata dal male che proviene dagli altri 16.
I sentimenti di Maria davanti alla passione del Figlio sono paragonati a quelli dell’agnella di fronte alle sofferenze del suo agnello. Il nome di Agnella dato a Maria è molto antico e lo si incontra per la prima volta nell’Omelia sulla Pasqua di Melitone, vescovo di Sardi in Asia Minore, morto dopo l’anno 180. Egli parla della kale amnas, la bella agnella da cui nacque l’agnello muto, l’agnello sgozzato, che fu preso dal gregge e trascinato all’immolazione 17. Nel secolo V Proclo di Costantinopoli (+ 446) usa il termine in contesto dell’incarnazione e parla spesso della « agnella da cui nacque l’agnello ». A sua volta nel secolo VI Romano il Melode (+ ca. 560), nel suo inno di Maria ai piedi della croce, riprende a suo conto questo nome di Agnella in contesto della passione applicandolo a Maria che piange il Figlio chiamato Agnello. Gli autori posteriori riprenderanno spesso questi nomi, come si può vedere dai non pochi testi che abbiamo citato sopra.
Non sfugge a nessuno l’origine biblica di questo nome: esso trae origine dal tema biblico del Messia-vittima, o del Messia-redentore. Giovanni Battista, mostrando col dito Gesù e dicendo: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29), identifica l’immagine biblica con la sua realizzazione storica nella persona di Gesù. L’immagine fu estesa in modo del tutto naturale anche alla sua Madre che prese il nome di Agnella.
Gli autori dei testi che parlano della compassione di Maria, vedono nelle sofferenze patite in occasione della passione del Figlio la realizzazione della profezia della spada di Simeone. Questa interpretazione, confermata da Giovanni Damasceno citato sopra, prende le distanze da alcuni rari padri o scrittori ecclesiastici, come Origene, Cirillo di Alessandria e altri, che avevano interpretato la spada promessa come spada del dubbio, frutto di una crisi di fede di Maria, di scandalo o di incredulità davanti all’apparente fallimento del Figlio nella passione e nella morte. Ciò facendo, la liturgia corregge il tiro e propone la visione tradizionale della Chiesa, la quale esclude ogni veduta personale e sintonizza l’anima dei fedeli sulle grandi verità della fede ad esclusione di ogni interpretazione personale eccessiva.
In molti testi Maria viene consolata dal Figlio con la promessa della sua propria risurrezione e con quella della glorificazione della propria Madre. Promessa di gioia spesso accompagnata dalla certezza di vedere per primo il Figlio risuscitato. Il fatto, è vero, non trova alcun riscontro nei Vangeli, anche se la cosa non è inverosimile. Il libro degli Atti infatti attesta che Maria, all’indomani dell’ascensione, si trovava in mezzo agli apostoli in attesa dello Spirito Santo. Non stupisce quindi l’apparizione nella Chiesa di una tradizione che vuole che la Madre di Dio sia stata la prima a conoscere la notizia della risurrezione tramite o un angelo, o dalla stessa bocca del Figlio risuscitato che le sarebbe apparso dal primo istante della sua uscita dal sepolcro. Le due versioni hanno trovato posto nella liturgia pasquale bizantina.
Alla prima di queste versioni, che parla di un messaggio dell’angelo Gabriele, si riferisce ad esempio il seguente Megalinario cantato con l’Inno della IX Ode del Canone di Pasqua di Giovanni Damasceno: L’Angelo gridò alla Piena di grazia: ‘Rallegrati, o Vergine! Ripeto: Rallegrati: Il tuo Figlio è risorto dal sepolcro il terzo giorno! Illuminati, illuminati, o nuova Gerusalemme: la gloria del Signore è sorta sopra di te! Intreccia danze ed esulta ora, o Sion! E tu, o pura Madre di Dio, rallegrati nella risurrezione di tuo Figlio’ 18!
L’inno di Romano, invece: Maria ai piedi della croce, citato sopra, si basa sulla seconda versione e mette in bocca dello stesso Cristo agonizzante questa promessa alla Madre: Coraggio, Madre, sarai tu la prima a vedermi all’uscita dal sepolcro. Verrò a mostrarti da quante afflizioni avrò liberato Adamo, e quanti sudori avrò sopportato per amor suo. Mostrerò agli amici le testimonianze dei segni nelle mie mani; e allora vedrai, o Madre, Eva viva come era prima, e griderai di gioia: Ha salvato i miei antenati, il Figlio e Dio mio 19.
I testi liturgici che parlano della gioia di Maria per la risurrezione del Figlio sono numerosi, alcuni dei quali non portano nome di autore. Il più conosciuto di questi è un Apolitikion domenicale del sesto modo, tratto dal libro liturgico dell’Ottoeco, che viene quindi cantato a cadenza regolare nel corso dell’anno. L’anonimo Autore così si rivolge al Cristo risorto: Le Potenze angeliche vennero al tuo sepolcro e i custodi ne furono tramortiti. Maria invece stava presso il sepolcro in cerca del tuo immacolato corpo. Hai predato l’inferno e non fosti la sua preda, sei andato incontro alla Vergine, elargendo la vita. O Signore, risorto dai morti, gloria a te 20!
La convinzione dell’apparizione del Risorto alla Madre e l’invito alla gioia riecheggiano ancora nel Canone della Madre di Dio che si canta nella domenica detta delle Mirofore, la seconda dopo Pasqua, e che si ripete nelle tre domeniche successive. Ne è autore san Teofane Grapto, un poeta di origine palestinese. Una strofa della prima Ode così canta, rivolta a Maria: Avendo visto risorto il tuo Figlio e Dio, tu ti rallegri con gli Apostoli e tu ricevi per prima il saluto della gioia, essendo stata tu la causa della gioia universale 21.
La stessa convinzione traspare dalla seguente strofa della quarta Ode: O Casta, che sei la più bella e casta tra le donne, alla vista oggi di tuo Figlio risorto dai morti e splendente di bellezza per la salvezza di tutti rallegrati e glorificalo insieme con gli Apostoli 22.
Un’altra strofa, rivolta allo stesso Risorto, stabilisce un parallelo tra la verginità di Maria e l’uscita di Cristo dal sepolcro: Tu non hai aperto le porte chiuse della Vergine nell’incarnarti né hai rotto i sigilli del sepolcro, o Re del creato. Per cui vedendoti risorto, la Madre fu colmata di gioia.
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Note – 1 I testi liturgici della Santa e Grande Settimana si trovano nel libro liturgico greco chiamato Triodion. L’edizione che sarà qui di seguito citata è quella cattolica stampata a Roma nel 1879. I testi della Settimana Santa esistono anche in edizione separata, una delle quali esiste in traduzione italiana fatta da M. Gallo, Liturgia orientale della Settimana Santa, 2 voll., Città Nuova, Roma 1974. Si tratta di un lavoro eccellente che non mancherà di essere citato in seguito. Molti altri inni si trovano tradotti in Testi mariani del I millennio, 4 voll., Roma 1988-1991, in seguito così abbreviati TMPM, I-IV. – 2 Triodion, 673. – 3 Ib. – 4 Testo greco in Triodion, 676. – 5 Triodion, 678. – 6 Testo greco in Triodion, 733; tr. it. di M. Gallo, o. c., 166-167; TMPM, II, 599-600. – 7 Testo greco in Menea, VI, Roma 1901, 280 ss. – 8 Ib., 290. – 9 Testo greco in Triodion, 363. – 10 Testo greco in Horologion, Roma. – 11 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 49. – 12 Ib., 50-51. – 13 Ib., 51-59 passim. – 14 Ib., 74-75. – 15 La versione qui proposta è quella di V. Fazzo, Giovanni Damasceno. La fede ortodossa. Città Nuova, Roma 1998, 278. – 16 Cfr Fazzo, o. c., 127. – 17 TMPM, I, 151. – 18 Testo greco in Pentecostario, Roma 1883, 11. – 19 TMPM, I, 725. – 20 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 452. – 21 Testo greco in Pentekostario, Roma 1883, 94. – 22 Ib., 98.

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

http://tuespetrus.wordpress.com/2010/03/29/inni-della-settimana-santa-vexilla-regis-prodeunt/

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

(link al testo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Vexilla_regis )

29 MARZO 2010

di Inos Biffi

Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L’autore, Venanzio Fortunato – nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come « il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi » (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall’abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall’imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come « il vessillo del Re » (vexilla Regis), come « un luminoso mistero » (fulget Crucis mysterium).
Il pensiero va alla « Parola della Croce », di cui parla Paolo, la quale è « stoltezza per quelli che si perdono », ma « potenza di Dio » « per quelli che si salvano ». « I Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza – dichiara l’apostolo – noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (cfr. 1 Corinzi, 1, 18ss). La Croce, dal profilo umano, è quanto di più debole e ignobile si possa pensare; e, pure, Dio l’ha scelta per manifestare la sua sapienza e la sua potenza. Dio ha scelto quel legno funesto come il trono della regalità del suo Figlio.
Pilato credeva di irridere Gesù, presentandolo con una « corona di spine » e con addosso « un mantello di porpora » (Giovanni, 19, 5); in realtà, non faceva che esprimere il sorprendente disegno di Dio, che dall’eternità aveva predestinato come Re dell’universo il Crocifisso risorto e come esemplare dell’uomo l’umanità gloriosa del Figlio morto sulla Croce.
Sorprendentemente, sulla Croce non falliva, ma al contrario, di là da ogni ragionevole attesa, si compiva e aveva successo esattamente la scelta divina, presente da sempre nel cuore della Trinità. A Dante, che contemplava estatico la « luce eterna », parve di intravvedere dipinta nel « lume riflesso », il Verbo, la « nostra effigie » (Paradiso, 33, 131): ossia il mistero dell’Incarnazione. Potremmo precisare: in quel « lume riflesso », era impresso il mistero della passione e della risurrezione del Signore, o il Crocifisso glorioso.
La regalità del Risorto da morte – per il quale tutto era stato ed era voluto – non si giustappose, infatti, a riparare un imprevisto divino, dovuto all’uomo, ma era la ragione per la quale tutto da principio era stato creato. Per questo Venanzio Fortunato può avviare felicemente il suo inno, cantando la luce che risiede e promana dal mistero della Croce.
Al patibolo – prosegue il poeta, fissando il suo sguardo pietoso sui particolari di quella crocifissione – è appeso il corpo del « Creatore del mondo »: « Straziato nelle carni / con le mani e i piedi trapassati dai chiodi / vi si è immolato come vittima del nostro riscatto » (redemptionis gratia / hic immolata est hostia).
Poi viene « il colpo di lancia crudele », che « squarcia il suo fianco » (Quo vulneratus insuper / mucrone diræ lanceæ): ne « fluisce sangue e acqua », come da fonte « che lava ogni crimine » (ut nos lavaret crimine / manavit unda, sanguine). Sul fatto si era soffermata l’attenzione dell’evangelista Giovanni, che lo attesta con speciale autorevolezza: la tradizione cristiana vi lesse un evento ricco di simboli: dal Crocifisso, vero Agnello pasquale, scaturisce lo Spirito, e sgorgano i sacramenti, in particolare il lavacro battesimale e il sangue eucaristico.
Lo sguardo è quindi rivolto all’albero della Croce, di cui è elogiata, con profusione un po’ barocca di immagini, la luminosità, il pregio, il profumo, la dolcezza e la fecondità.
In apparenza è uno squallido legno; in realtà è un « albero rivestito di bellezza e di fulgore », « adorno del sangue come di porpora regale » (Arbor decora et fulgida / ornata regis purpura), « scelto tra tutti per essere il tronco degno / di portare membra tanto sante » (electa, digno stipite / tam sancta membra tangere!). Un « albero beato, sulle cui braccia aperte / fu sospeso il prezzo della redenzione del mondo » (Beata, cuius bracchiis / pretium pependit sæculi!), simile a « bilancia », su cui venne pesato il corpo di Cristo, e che strappò la preda all’inferno. Un albero che emana un profumo soave, e stilla una dolcezza più gustosa del miele, e su cui maturano frutti copiosi.
Segue, a conclusione, il solenne saluto alla Croce, e alla Vittima su di essa sacrificata come sopra un altare: luogo dove la Vita sopporta la morte, e la morte elargisce la vita: « Salve, Croce adorabile! / Su questo altare muore / la Vita e morendo ridona / agli uomini la vita » (Salve ara, salve victima / de passionis gloria / qua Vita mortem pertulit / et morte vitam reddidit).
È il paradosso del progetto salvifico: sperimentata dal Figlio di Dio, la morte diviene sorgente di vita: l’onnipotenza divina mirabilmente trasforma uno strumento di rovina in mezzo di redenzione.
« Salve, Croce adorabile – ripete con slancio rinnovato il poeta – sola nostra speranza! » (O crux, ave spes unica); « Concedi perdono ai colpevoli / accresci nei giusti la grazia » (piis adauge gratiam / reisque dona veniam).
Quando apparve il contenuto del « mistero nascosto da secoli e da generazioni » (Colossesi, 1, 26), si rivelò come la gloria del Crocifisso, e come la regalità di Cristo sul trono della Croce. Gesù stesso aveva dichiarato che, una volta innalzato, avrebbe tratto tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32). E, infatti, tutte le creature, quelle del cielo e quelle della terra, portano l’impronta di Gesù risuscitato da morte, essendo state progettate dal Padre fin dall’origine a sua immagine. « Sul legno avviene la regalità di Dio », canta un verso splendido di Venanzio (Regnavit a ligno Deus).
Non stupisce, allora, che san Massimo di Torino, con esegesi fantasiosa e, pure, acuta e suggestiva, abbia ricercato e rinvenuto « il sacramento della Croce » e la presenza del suo segno nell’intero universo: nella « vela sospesa del marinaio all’albero », nella « struttura dell’aratro, con il suo dentale, i suoi orecchi e il manico », nella disposizione « del cielo in quattro parti », nella « posizione dell’uomo quando innalza le mani »: « Da questo segno del Signore è solcato il mare, è coltivata la terra, è governato il cielo, sono salvati gli uomini ».
Tutto il mistero che ci avvolge è racchiuso nel Crocifisso glorioso. Tutta la nostra aspirazione è di poterlo comprendere, per poter vivere.

Gesù muore in croce

Gesù muore in croce dans immagini sacre StationsoftheCross3-2006%20006
http://www.stthomasaquinaschurch.org/StationsOfTheCross.htm

Publié dans:immagini sacre |on 12 avril, 2014 |Pas de commentaires »
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