Archive pour le 25 avril, 2014

Canonizzazione Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII

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Incredulità di San Tommaso

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COMMENTO AD ATTI 2,42-27

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ARCIDIOCESI DI BITONTO BARI – COMMENTO

“ ERANO ASSIDUI ALL’INSEGNAMENTO DEGLI APOSTOLI, ALLA COMUNIONE, ALLA FRAZIONE DEL PANE E ALLA PREGHIERA” (CFR AT 2,42-47)

Nella celebrazione della prossima Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2011) la nostra Chiesa locale è invitata, come ogni anno alla stessa data, a vivere in maniera tutta particolare la comunione di fede e di carità con i fratelli delle chiese ortodosse e delle comunità protestanti, presenti nel mondo intero ed, in particolare, nel territorio barese.
Lo farà, ascoltando l’insegnamento degli Apostoli, contenuto in Atti 2,42-47. Questo brano contiene uno dei tanti “sommari”, o sintesi, in cui viene descritta da Luca la vita della Chiesa primitiva (Cfr Atti 1,14; 2,1; 4,4;4,32-34;5,12-16;6,7;9,31;11,21;12,24); sommari che fondano la ecclesiologia di comunione.
Nella pericope di Atti 42-47 infatti Luca conclude il capitolo 2, narrando la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, che le fa da contesto. L’evangelista commenta che, fortificati dalla potenza dello Spirito Santo (Cfr Atti 2,1-13), i discepoli del Signore stavano sempre insieme (cfr Atti 1,4.14), soprattutto nella preghiera e prima e dopo la discesa dello Spirito. Dono di tale straordinario evento fu la loro unità come non si stancheranno di ricordare ed esortare gli Apostoli (Cfr Ebr 10,23). Un primo elemento di questa fraternità sarà l’ascolto della Parola di Dio che li esorterà ad essere “assidui” alla “dottrina degli Apostoli”, all’insegnamento cioè affidato ad essi dal Signore. In tal modo la comunità cristiana diventerà anima di speranza per un mondo nuovo. Gli altri due elementi di comunione vengono indicati da Luca come lo “spezzare il pane” e la preghiera. Lo “spezzare il pane”, che in Atti 20,7 avviene di Domenica, diverrà la espressione ‘tecnica’, anche se poi perdutasi nel tempo, per indicare la celebrazione della Cena del Signore. Lo aveva insegnato il Signore stesso, restando a cena con i due discepoli di Emmaus (Cfr Lc 24,35). Questo gesto, che secondo gli usi ebraici, spettava al capo famiglia, aveva un valore altamente simbolico. Indicava l’unità, significata dal pane unico, moltiplicato per così dire nei partecipanti, i quali, ricevendone un pezzo dalle mani del padre e mangiandone, erano costituiti più fortemente in unità.
L’altro elemento di coesione sarà la preghiera in comune. Con questo termine generico, che proviene dal linguaggio cultuale del Vecchio Testamento, si intendeva e la vita di preghiera, intensa e prolungata della comunità, e la preghiera ‘tipica’ dei salmi e, in special modo il “Padre Nostro”, ossia la preghiera “eucaristica”.
Con questi 3 elementi, l’insegnamento degli apostoli, lo spezzare il pane e la preghiera del “Padre Nostro” vengono indicati i momenti essenziali della celebrazione eucaristica, memoriale del Signore Risorto: la Liturgia della Parola, la Prece eucaristica e la comunione, che saranno fissate per sempre dalla Tradizione delle Chiese fino ad oggi (Cfr Tommaso Federici, Cristo Risorto Amato e Celebrato. Vol. I. Eparchia di Piana degli Albanesi, Palermo 2001, pp.419-423).
Ma l’Eucarestia è oggi fra le comunità cristiane segno di unità? Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), trattando del “L’Eucarestia e l’unità dei cristiani” (n°1398), ricorda che purtroppo le numerose e gravi divisioni esistenti fra i cristiani impediscono la partecipazione comune alla mensa del Signore. In particolare le Chiese orientali, pur conservando e celebrando validamente tutti e singoli i sette sacramenti, in virtù della successione apostolica, tuttavia non sono in piena comunione visibile con la Chiesa Cattolica Romana. Per questo è possibile con loro una “certa” comunione eucaristica: presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo sarà possibile, ma anche consigliabile l’ospitalità eucaristica (Codice del Diritto Canonico, canone 844,3).
Con le Comunità cristiane, uscite dalla Riforma protestante, la intercomunione non è possibile, perché tali chiese mancano del sacramento dell’Ordine Sacro “e non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico” (Concilio Vaticano II, Decreto per l’Ecumenismo, n° 22).
Il Codice di Diritto Canonico elenca le condizioni necessarie perché i ministri cattolici possano amministrare il sacramento dell’Eucarestia (come del resto della Penitenza e dell’Unzione degli Infermi) ai cristiani non in piena comunione con la Chiesa romana (canone 844,4): la presenza di grave necessità, il giudizio del Vescovo Ordinario, la manifestazione della fede cattolica a riguardo dei sacramenti richiesti e le dovute disposizioni per accedervi.
“Quanto più dolorosamente si fanno sentire le divisioni della Chiesa che impediscono la comune partecipazione alla mensa del Signore, tanto più pressanti sono le preghiere al Signore perché ritornino i giorni della piena unità di tutti coloro che credono in lui” (CCC, n°1398).
Per questo, in occasione della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2011), anche quest’anno il Centro Editoriale Libri Paoline e il Centro pro Unione hanno stampato il sussidio “Uniti nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera” (cfr Atti 2,42), contenente, una introduzione teologico-pastorale, il testo biblico e le letture bibliche con il commento per ogni giorno della Settimana.
L’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, con riferimento al testo pubblicato dalle Edizioni Paoline, da alcuni anni ha deciso di preparare un suo sussidio che contenga preghiere e proposte, più consone alla sua vocazione ecumenica di “ponte lanciato verso le chiese di Oriente”. Per questo il Centro Ecumenico della Basilica di S. Nicola “S. Manna” e l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso, che insieme hanno curato la pubblicazione del volumetto “Erano assidui all’insegnamento degli apostoli, all’unione fraterna,alla frazione del pane e alla preghiera” ( Ediz. Levante Bari), sono lieti di offrirlo alle comunità parrocchiali, alle comunità religiose agli istituti secolari, alle arciconfraternite e alle associazioni laicali.

sac. Angelo Romita
Direttore dell’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso

27 APRILE 2014 | 2A DOMENICA DI PASQUA A – LECTIO DIVINA : GV 20,19-31

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/4-Pasqua-A-2014/Omelie/02-Domenica-Pasqua-2014/03-2a-Domenica-A-2014-JB.htm

27 APRILE 2014 | 2A DOMENICA DI PASQUA A | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : GV 20,19-31

Oggi il vangelo ci presenta due scene, e due motivi, dell’unica esperienza pasquale: all’imbrunire del giorno di Pasqua, Gesù irrompe in mezzo ai suoi discepoli e rompe l’isolamento e le paure, dando loro la pace ed una missione nuova, quella di perdonare i peccati. Superata la loro incredulità, alita su di loro il suo spirito di vita nuova e fa di loro degli uomini nuovi con una nuova missione, il perdono universale. Dopo otto giorni, Gesù riappare per vincere l’incredulità del discepolo che, per non essere stato con loro prima, non poteva credere a quanto gli raccontavano gli altri discepoli. La condiscendenza di Gesù ha come obiettivo, più che rendere credente un incredulo, quella di lodare il credente senza la necessità di ‘toccare’ il miracolo; perfino la confessione di Tommaso, tra le migliori in tutta la Scrittura, non è paragonabile con quella di quelli che non debbano ‘vedere’ il Risuscitato per ‘credere’ in lui. Chi crede in realtà nella resurrezione non può permettere che la paura lo rinchiuda in sé e nei suoi problemi familiari; ha il mondo come compito ed il perdono come missione. Per credere nel Risuscitato, non è necessario vederlo vivo, basta credere che egli vive.

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! « .
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21 Gesù disse loro di nuovo: « Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi ».
22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: « Ricevete lo Spirito Santo;
23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.
25 Gli dissero allora gli altri discepoli: « Abbiamo visto il Signore! « . Ma egli disse loro: « Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: « Pace a voi! « .
27 Poi disse a Tommaso: « Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! « .
28 Rispose Tommaso: « Mio Signore e mio Dio! « .
29 Gesù gli disse: « Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! « .
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il testo ci trasmette la cronaca di due incontri del Risuscitato coi suoi discepoli; benché localizzati ambedue a Gerusalemme, non succedono lo stesso giorno né hanno identico obiettivo. In primo luogo il (Gv 20,19-23) ciò che accade all’imbrunire del giorno di Pasqua, segue lo schema dei racconti delle apparizioni: presentazione inaspettata di Gesù, gioioso riconoscimento e missione universale; il secondo (Gv 20,24-29), una settimana dopo, elabora un motivo ricorrente, quello dell’incapacità di credere nella resurrezione per chi non si sia imbattuto personalmente col Risuscitato. La comunità dei credenti e il credente individuale nacquero, allo stesso modo, da un incontro col Signore Gesù: quando questo si presenta al gruppo e, concorde, gli conferisce una missione universale, nasce la Chiesa; quando si fa conoscere da un discepolo e supera la sua incredulità, lo trasforma in credente.
Il primo racconto è, dunque, il ‘certificato di nascita’ della comunità cristiana: il Risuscitato conferisce il suo potere, lo Spirito, e la sua missione, il perdono dei peccati, al gruppo di discepoli che sceglie come testimoni. Il secondo racconto, invece, drammatizza il cammino individuale per arrivare alla fede nella resurrezione: di chi, non valendosi dell’esperienza dei suoi colleghi, dovette vedere e toccare il Risuscitato; meglio gli sarebbe stato credere senza un altro appoggio che la predicazione apostolica.
Il primo racconto, benché ridotto all’essenziale, è più importante. Gesù Risuscitato incontra il gruppo dei discepoli, rinchiusi in casa e pieni di paura. La morte di Gesù ha riempito di angoscia l’esistenza dei suoi seguaci. Può percepirsi una chiara intenzione apologetica: uomini atterriti non sarebbero usciti coraggiosi predicatori se non avessero avuto un incontro reale con il Signore Gesù. La presenza inaspettata di Gesù in mezzo ad essi restituisce loro l’allegria. L’Inviato di Dio, restituito alla vita e tornato al Padre, incarica i suoi della sua propria missione e fa di loro i suoi inviati (Gv 20,21: come a me…, anche io). L’invio è un atto di investitura ed una prova di fiducia: il passaggio di compiti da Cristo ai cristiani fa di loro uomini nuovi, ricevono dal Risuscitato il suo alito vitale ed una missione che li ricrea. Che l’esperienza pasquale sia l’origine, e la ragione, della missione cristiana è una convinzione presente in tutta la tradizione evangelica (Mc 16,15-16; Mt 28,19-20; Lc 24,47; Atti 1,8). Tipico di Giovanni è contemplare la missione della chiesa come perdono universale del peccato: la comunità cristiana è l’unico posto nel mondo dove ormai non ha futuro il peccato.
Il secondo episodio, più sviluppato, descrive come si deve arrivare, personalmente, alla fede nella risurrezione. Giovanni ha voluto così mostrare che non fu la testimonianza dei discepoli (Gv 20,25) bensì il Risuscitato in persona che guidò i suoi testimoni alla fede in Lui e, contemporaneamente, che non sarà necessario un suo intervento speciale affinché credano quelli che verranno dopo; a questi deve bastare la testimonianza apostolica. Tommaso, uno dei dodici (Gv 11,6; 14,5) personifica l’incapacità dei primi discepoli ad accettare il fatto della resurrezione di Gesù; contemporaneamente, fa vedere la difficoltà di quella seconda generazione cristiana che dovrà credere senza constatare; in realtà, Tommaso non stava con essi quando venne Gesù (Gv 20,24). La sua insistenza di toccare e vedere, palpare per identificare e credere (Gv 20,25; 4,48. Lc 24,37) ha a che vedere con la sua forma di concepire la resurrezione finale dei corpi: non vede impossibile la resurrezione, ma mette condizioni per accettarla. In realtà, Tommaso non chiedeva più di quello che Gesù concedette agli altri (Gv 20,20; 20,18.25). Ma una cosa è che glielo concede, un’altra è che lo esiga. E benché Gesù gli dia quello che chiedeva per credere (Gv 20,27) non gli fa concessione alcuna nella sua risposta: i credenti, quanto più lontani sono dagli eventi pasquali, tanto maggiore opportunità avranno di essere credenti felici. Agli attuali uditori del vangelo va diretta quell’avvertenza e quella promessa: è possibile credere senza toccare tutte le prove; solo questa fede è capace di farci felici.

2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Giovanni ricorda quello che è successo all’imbrunire di quel primo giorno, quando Gesù, appena Risuscitato, dovette tirare fuori i suoi discepoli dalle paure e dai dubbi e riuscì a convincerli che era realmente vivo. Quel giorno nacque il cristianesimo: ricordare oggi le nostre origini, il momento della fondazione della nostra fede e della nostra vita comune, deve portarci a recuperare la missione che, come cristiani, nascemmo al mondo. Due sono, specialmente, i compiti missionari che furono dati a quanti quel giorno seppero che Gesù era vivo. Riprenderli come proprie, alla distanza di due mila anni, è sicuro che ci farà ritrovare col Risuscitato, l’esperienza che sta alla base della nostra fede cristiana. Questa è la nostra opportunità.
I primi discepoli stavano rinchiusi nelle loro paure e nelle loro case, benché Gesù fosse già risuscitato, la paura degli ebrei li obbligò a riunirsi e condividere l’incertezza: allarmati ancora per quanto era successo a Gesù, non potevano immaginarsi che Dio fosse già intervenuto a suo favore. E Gesù dovette presentarsi riempito di vita e dare un compito: li inviò al mondo col suo Spirito come viatico ed il perdono dei peccati come missione. Strana missione per chi sfuggiva il mondo e non nascondeva le paure! Se il vedere di nuovo il compianto Signore li riempì di allegria, fu il dono del suo Spirito ed il mandato di perdonare che li liberò dalle loro paure e cambiò la loro vita: Gesù alitò e creò in essi nuove possibilità; uomini incapaci ad uscire in strada per paura di morire come il loro Signore si trasformarono in coraggiosi testimoni della sua resurrezione. Per aver accettato la missione di perdonare il mondo che prima temevano tanto, ottennero in proprietà lo Spirito di Gesù Risuscitato: risuscitarono anche essi quel giorno per perdonare il mondo!
Non ci sentiamo specchiati in quei discepoli che preferivano vivere attanagliati per le paure, evitando di trovarsi con l’ostilità dell’ambiente, e che, per la stessa cosa, correvano il rischio di non trovarsi col Signore Risuscitato e perdevano l’opportunità di recuperare l’allegria? Rischiamo di assomigliare a quei primi discepoli, rischiando, come siamo, a perdere l’entusiasmo ed il godimento di essere cristiani: Cristo vive, – è risuscitato!-, ed i cristiani viviamo per confessarlo, senza paure né complessi. Non si può non sapere che Cristo è resuscitato e continuare a vivere come se fosse ancora morto; se realmente ci crediamo che Gesù vive non abbiamo diritto a tacere, rinchiudendoci nelle nostre case e fuggendo la testimonianza: tacendo la nostra esperienza, condanniamo all’anonimato Gesù e rubiamo al mondo il perdono di Dio.
Possiamo rendere inutile la resurrezione di Gesù, se diamo per morto colui il quale è vivo, occultando la nostra fede e nascondendo la nostra vita cristiana. Sapere che Egli vive per sempre è la maggiore allegria per chi lo credeva assente e morto. Se siamo certi di ciò non ci scoraggiamo per l’ostilità dell’ambiente o l’apparente assenza del Signore; sappiamo che contiamo sullo spirito del Risuscitato e possiamo affrontare chi ci sottovaluta per la nostra fede.
E non solo quello: i testimoni del Risuscitato si sanno inviati in quel mondo ostile col preciso compito di perdonarlo. Precisamente perché Gesù, restituito ad una vita senza fine, ha vinto la morte ed il peccato, l’odio e la divisione, i suoi testimoni non possono ridursi a proclamarlo a parole, dovranno portare fatti nuovi; e nient’altro che rinnovatori, nient’altro che vivificanti, nient’altro che divino se non l’offerta universale di perdono. Il cristiano che non può perdonare non è testimone credente della resurrezione; non importano i mali che gli abbia causato il mondo, perché non dipende dal male sofferto la sua capacità di perdonare, bensì dal mandato di Gesù e del dono del suo Spirito.
Il perdono che riusciamo a concedere, la pace che instauriamo, saranno la migliore dimostrazione della resurrezione di Gesù. Perché se di qualcosa ha bisogno il nostro mondo, la società ed il cuore, è quella di vivere riconciliato, pacificato interiormente, guarito in profondità. E solo il cristiano, sicuro come è che Cristo vive, sa che conta sul potere ed il dovere di perdonare gli altri. Se oggi i cristiani non prendiamo sul serio la missione di Gesù Risuscitato, perderemo non solo il suo Spirito ma anche la nostra ragione di essere nel mondo.
Invano Gesù è resuscitato, se dove esiste un cristiano non c’è più una ragione per la pace tra gli uomini, un passo in più verso la riconciliazione, un’offerta rinnovata di perdono. Forse ci sta accadendo come Tommaso che non poteva credere che Gesù era vivo perché egli non l’aveva visto personalmente. Sicuro che ci è simpatico questo apostolo che voleva toccare con le mani per potere credere col cuore! La sua incredulità che ci risulta tanto familiare, si imbatté, non lo dimentichiamo, con « il Rimprovero » di Gesù. E ciò nonostante, dopo avere espresso una delle formule migliori di fede, tanto bella come sincera: ‘Signore mio e Dio mio’. Non gli mancò tempo a Gesù per replicare che è meglio credere senza vedere, che confessare dopo essersi accertato.
Per essere testimoni di Gesù nel mondo, per sapersi suoi inviati col perdono, non è importante, dunque, averlo visto, bensì saperlo vivo: creare pace e riconciliazione, è il modo efficace di credere nella resurrezione di Cristo. Sentiremo vivo Gesù senza necessità di palpare il suo corpo risuscitato, sentiremo nel nostro cuore il suo alito vitale, se viviamo del perdono ricevuto e dare vita ad ogni progetto di riconciliazione tra gli uomini. Il cristiano che ha occupate le sue mani nel perdonare non deve palpare il suo Signore Risuscitato: vive del suo Spirito e della sua missione. Non deve avere di più per credere meglio. Felici noi se, perché sappiamo che Cristo vive, viviamo in pace con noi stessi e pacificando il mondo!.

3 – PREGARE : Prega il testo e desidera la volontà di Dio: cosa dico a Dio?
Presentandoti risuscitato ai tuoi discepoli, Signore, hai dato loro la pace ed il tuo spirito, e li inviasti al mondo. Da questo incontro nacque la tua chiesa ed il mondo ebbe chi lo perdonava. Incontrati con noi di nuovo, Signore, che il mondo continui ad aver bisogno del tuo perdono e noi dell’allegria di saperti vivo. Incontrati con noi di nuovo, Signore, che ti seguiamo rinchiusi nelle nostre paure e nel nostro silenzio: riempici del tuo spirito ed ordinaci di perdonare. Oggi il mondo ha tanto bisogno di perdono e pace, come la tua chiesa del tuo Spirito.
Continuiamo a volere, come Tommaso un giorno, toccare per fidarci di te, vederti vivo per saperti risuscitato. Lasciami che mi afferri a te per non soccombere sotto il peso dei miei dubbi. Toccami il cuore e fammi credente. Non permettere che smetta di vivere in comunità di apostoli, benché sia catturato dalle mie paure, affinché in qualunque situazione mi trovi, tu mi riempi di pace e del tuo Spirito. E se non ci sono quando tu vieni, ritorna e recuperami, mio Signore e mio Dio.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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