IL CANTO DELLA SPERANZA

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IL CANTO DELLA SPERANZA

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera già possiede il non ancora della pienezza d’amore che attende. Alla fine del libro dell’Apocalisse lo sposo promette: Sì, vengo presto! La sposa gli risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo riprende un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendava impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede vissuta. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di una fede vacua, apparente e coreografica. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. E’ questa l’esperienza dell’uomo biblico, creatura sempre entusiasta: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria e all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le fa conoscere agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica esperienza dell’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso il futuro che trasfigura il presente. E’ aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce. La speranza è necessaria poiché l’uomo è veramente se stesso solo quando è aperto verso il domani. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità verso il futuro.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che coinvolge tutti gli uomini e che Dio stesso ha promesso. Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tim 2.4). La fede garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede attira dentro il presente, il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura e così le cose future si riversano in quelle presente e le presenti in quelle future (Spe salvi n. 7).
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è e ciò che sarà. In tal senso la speranza è forza liberante che spinge in avanti l’arduo cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente entra nella trama delle vicende umane. La speranza è stupore dell’uomo di fronte alle meraviglie che Dio opera nella storia. Stupore che esplode in pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore. Canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenerano in pericolosa idolatria, esso è espressione di un cuore colmo di stupore e di gratitudine per le rivelazioni d’amore con cui Dio crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto al mutismo, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di sciogliere le labbra agli inni di lode e di gratitudine. Dopo il passaggio del Mar Rosso, Maria intona il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione si è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato…Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. E’ il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15, 1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre credendo prego, imparo la sublime arte dello sperare. Quando non posso più parlare con nessuno, quando non ho nessuno da invocare, scrive Benedetto XVI, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarmi…Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine…l’orante non è mai totalmente solo (Spe salvi n. 32).
Al disopra di tutto, fondamento e anticipazione di ogni speranza, rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale. Esemplare rimane la conclusione della IV Prece eucaristica: …e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria.
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e umano e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.

Publié dans : meditazioni, Tempo liturgico: Pasqua |le 23 avril, 2014 |Pas de Commentaires »

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