Archive pour le 23 avril, 2014

The Resurrection from the Main Altar, Notre Dame Cathedral, Ottawa

The Resurrection from the Main Altar, Notre Dame Cathedral, Ottawa dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2014 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – (SALMO 26,7-14) (SALMO 31) (2004)

http://www.collevalenza.it/riviste/2004/Riv0604/Riv0604_02.htm

GIOVANNI PAOLO II – 28 APRILE E 19 MAGGIO 2004

«ABBI PIETÀ DI ME! RISPONDIMI»

PREGHIERA DELL’INNOCENTE PERSEGUITATO (SALMO 26,7-14)

«MEA CULPA» PRIMO PASSO SUL CAMMINO DEL PERDONO (SALMO 31)

1. La seconda parte di questo canto di fiducia si leva al Signore nel giorno tenebroso dell’assalto del male. Sono i versetti 7-14 del Salmo: essi cominciano con un grido lanciato verso il Signore: “Abbi pietà di me! Rispondimi” (v. 7), poi esprimono una intensa ricerca del Signore, con il timore doloroso di essere abbandonato da lui (cfr vv. 8-9), infine dipingono davanti ai nostri occhi un orizzonte drammatico ove gli stessi affetti familiari vengono meno (cfr v. 10) mentre vi si muovono “nemici” (v. 11), “avversari” e “falsi testimoni” (v. 12).
Ma anche ora, come nella prima parte del Salmo, l’elemento decisivo è la fiducia dell’orante nel Signore, che salva nella prova e sostiene durante la bufera. Bellissimo, al riguardo, è l’appello che in finale il Salmista rivolge a se stesso: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore” (v. 14; cfr Sal 41,6.12 e 42,5).
Anche in altri Salmi era viva la certezza che dal Signore si ottiene fortezza e speranza: “Il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso. Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore” (Sal 30,24-25). E già il profeta Osea esorta così Israele: “Osserva la bontà e la giustizia e nel tuo Dio poni la tua speranza, sempre” (Os 12,7).
2. Ora ci contentiamo di mettere in luce tre elementi simbolici di grande intensità spirituale. Il primo è quello negativo dell’incubo dei nemici (cfr Sal 26,12). Essi sono tratteggiati come una belva che “brama” la sua preda e poi, in modo più diretto, come “falsi testimoni” che sembrano soffiare dalle loro narici violenza, proprio come le fiere davanti alle loro vittime.
C’è, dunque, nel mondo un male aggressivo, che ha in Satana la guida e l’ispiratore, come ricorda san Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8).
3. La seconda immagine illustra in modo chiaro la fiducia serena del fedele, nonostante l’abbandono perfino da parte dei genitori: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 26,10).
Anche nella solitudine e nella perdita degli affetti più cari, l’orante non è mai totalmente solo perché su di lui si china Dio misericordioso. Il pensiero corre a un celebre passo del profeta Isaia, che assegna a Dio sentimenti di compassione e di tenerezza più che materna: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai!” (Is 49,15).
A tutte le persone anziane, malate, dimenticate da tutti, alle quali nessuno farà mai una carezza, ricordiamo queste parole del Salmista e del profeta, perché sentano la mano paterna e materna del Signore toccare silenziosamente e con amore i loro volti sofferenti e forse rigati dalle lacrime.
4. Giungiamo, così, al terzo e ultimo simbolo, reiterato più volte dal Salmo: “Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (vv. 8-9). È, dunque, il volto di Dio la meta della ricerca spirituale dell’orante. In finale emerge una certezza indiscussa, quella di poter “contemplare la bontà del Signore” (v. 13).
Nel linguaggio dei Salmi “cercare il volto del Signore” è spesso sinonimo dell’ingresso nel tempio per celebrare e sperimentare la comunione col Dio di Sion. Ma l’espressione comprende anche l’esigenza mistica dell’intimità divina mediante la preghiera. Nella liturgia, dunque, e nell’orazione personale ci è concessa la grazia di intuire quel volto che non potremo mai direttamente vedere durante la nostra esistenza terrena (cfr Es 33,20). Ma Cristo ha rivelato a noi, in una forma accessibile, il volto divino e ha promesso che nell’incontro definitivo dell’eternità – come ci ricorda san Giovanni – “noi lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). E san Paolo aggiunge: “Allora vedremo a faccia a faccia” (1Cor 13,12).
5. Commentando questo Salmo, il grande scrittore cristiano del terzo secolo Origene, così annota: “Se un uomo cercherà il volto del Signore, vedrà la gloria del Signore in modo svelato e, divenuto uguale agli angeli, vedrà sempre il volto del Padre che è nei cieli” (PG 12, 1281). E sant’Agostino, nel suo commento ai Salmi, così continua la preghiera del Salmista: “Non ho cercato da te qualche premio che sia all’infuori di te, ma il tuo volto. « Il tuo volto, Signore, ricercherò ». Con perseveranza insisterò in questa ricerca; non cercherò infatti qualcosa di poco conto, ma il tuo volto, o Signore, per amarti gratuitamente, dato che non trovo niente di più prezioso… « Non ti allontanare adirato dal tuo servo », affinché cercando te, non mi imbatta in qualcos’altro. Quale pena può esser più grave di questa per chi ama e cerca la verità del tuo volto?” (Esposizioni sui Salmi, 26,1, 8-9, Roma 1967, pp. 355-357).

«Mea culpa»
primo passo sul cammino del perdono (Salmo 31)
1. “Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato!”. Questa beatitudine, che apre il Salmo 31 appena proclamato, ci fa subito comprendere perché esso è stato accolto dalla tradizione cristiana nella serie dei sette salmi penitenziali. Dopo la duplice beatitudine iniziale (cfr vv. 1-2), troviamo non una generica riflessione sul peccato e sul perdono, ma la testimonianza personale di un convertito.
La composizione del salmo è piuttosto complessa: dopo la testimonianza personale (cfr vv. 3-5) vengono due versetti che parlano di pericolo, di preghiera e di salvezza (cfr vv. 6-7), poi una promessa divina di consiglio (cfr v. 8) e un ammonimento (cfr v. 9), infine un detto sapienziale antitetico (cfr v. 10) e un invito a gioire nel Signore (cfr v. 11).
2. Riprendiamo ora soltanto alcuni elementi di questa composizione. Innanzitutto l’orante descrive la sua penosissima situazione di coscienza quando “taceva” (cfr v. 3): avendo commesso gravi colpe, egli non aveva il coraggio di confessare a Dio i suoi peccati. Era un tormento interiore terribile, descritto con immagini impressionanti. Le ossa gli si consumavano quasi sotto una febbre dissecante, l’arsura attanagliava il suo vigore dissolvendolo, il suo gemito era ininterrotto. Il peccatore sentiva pesare su di sé la mano di Dio, consapevole come era che Dio non è indifferente al male perpetrato dalla sua creatura, perché Egli è il custode della giustizia e della verità.
3. Non potendo più resistere, il peccatore ha deciso di confessare la sua colpa con una dichiarazione coraggiosa, che sembra anticipare quella del figlio prodigo della parabola di Gesù (cfr Lc 15,18). Ha detto, infatti, con la sincerità del cuore: “Confesserò al Signore le mie colpe”. Sono poche parole, ma che nascono dalla coscienza; Dio vi risponde subito con un generoso perdono (cfr Sal 31,5).
Il profeta Geremia riferiva questo appello di Dio: “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre. Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio” (3,12-13).
Si schiude così davanti ad “ogni fedele” pentito e perdonato un orizzonte di sicurezza, di fiducia, di pace, nonostante le prove della vita (cfr Sal 31,6-7). Può giungere ancora il tempo dell’angoscia ma la marea avanzante della paura non prevarrà, perché il Signore condurrà il suo fedele in un luogo sicuro: “Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo, mi circondi di esultanza per la salvezza” (v. 7).
4. A questo punto, prende la parola il Signore, per promettere di guidare ormai il peccatore convertito. Non basta, infatti, essere stati purificati; bisogna poi camminare sulla giusta via. Perciò, come nel Libro di Isaia (cfr Is 30,21), il Signore promette: “T’indicherò la via da seguire” (Sal 31,8) ed invita alla docilità. L’appello si fa premuroso, venato di un po’ di ironia con il vivace paragone del mulo e del cavallo, simboli di ostinazione (cfr v. 9). La vera sapienza, infatti, induce alla conversione, lasciando alle spalle il vizio e il suo oscuro potere di attrazione. Ma soprattutto conduce al godimento di quella pace che scaturisce dall’essere liberati e perdonati.
San Paolo nella Lettera ai Romani si riferisce esplicitamente all’inizio del nostro salmo per celebrare la grazia liberatrice di Cristo (cfr Rm 4,6-8). Noi potremmo applicarlo al sacramento della riconciliazione. In esso, alla luce del salmo, si sperimenta la coscienza del peccato, spesso offuscata ai nostri giorni, e insieme la gioia del perdono. Al binomio “delitto-castigo” si sostituisce il binomio “delitto-perdono”, perché il Signore è un Dio “che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato” (Es 34,7).
5. San Cirillo di Gerusalemme (IV sec.) userà il Salmo 31 per insegnare ai catecumeni il profondo rinnovamento del battesimo, radicale purificazione da ogni peccato (Procatechesi n. 15). Anch’egli esalterà, attraverso le parole del salmi sta, la misericordia divina. Con le sue parole concludiamo la nostra catechesi: “Dio è misericordioso e non lesina il suo perdono… Non supererà la grandezza della misericordia di Dio il cumulo dei tuoi peccati: non supererà la destrezza del sommo Medico la gravità delle tue ferite: purché a lui ti abbandoni con fiducia. Manifesta al Medico il tuo male, e parlagli con le parole che disse Davide: « Ecco, confesserò al Signore l’iniquità che mi sta sempre dinanzi ». Così otterrai che si avverino le altre: « Tu hai rimesse le empietà del mio cuore »” (Le catechesi, Roma 1993, pp. 52-53).

IL CANTO DELLA SPERANZA

http://www.korazym.org/11497/il-canto-della-speranza/

IL CANTO DELLA SPERANZA

di Don Giuseppe Liberto

Il cuore che spera già possiede il non ancora della pienezza d’amore che attende. Alla fine del libro dell’Apocalisse lo sposo promette: Sì, vengo presto! La sposa gli risponde: Vieni, Signore Gesù! (22,20). Questo grido invocativo riprende un canto aramaico della Chiesa dei primi secoli che attendava impaziente la parusia: Maranà tha!
Il canto della speranza sgorga dalla pienezza del cuore che crede e dalla forza della fede vissuta. L’uomo senza speranza fa soltanto spettacolo di una fede vacua, apparente e coreografica. Il canto della fede che spera è espressione viva di entusiasmo interiore che incendia il cuore e dà voce alla profezia e alla lode, al rendimento di grazie e allo stupore, alla gioia e alla contemplazione, alla supplica e al pentimento. E’ questa l’esperienza dell’uomo biblico, creatura sempre entusiasta: dal canto di gioia di Adamo, all’Amen dei redenti nell’Apocalisse; dall’appassionata difesa di Dio da parte di Mosè e dei profeti, al Magnificat di Maria e all’ebbrezza della Chiesa a Pentecoste. Si tratta di un canto ora di chi si trova direttamente coinvolto nell’azione di Dio, ora di chi desidera farne memoria viva. Questo canto non è finalizzato a creare una qualche atmosfera coreografica e superficiale ma è inno che, mentre celebra nell’entusiasmo della fede le meraviglie di Dio, allo stesso tempo le fa conoscere agli altri uomini come speranza realizzata.
Se gli ebrei, seduti lungo i fiumi di Babilonia, piangendo, appendono le loro cetre ai salici amari e si rifiutano di cantare, è perché la drammatica esperienza dell’esilio li ha allontanati da quella patria in cui soltanto potevano fare esperienza del loro Dio. Al contrario, Maria di Nazareth, Elisabetta, Zaccaria, Simeone, Anna, esplodono nel grido di gioia e di lode perché sperimentano le ragioni della speranza compiuta nella propria vita.
Il canto della speranza, come tensione e attesa, è slancio verso il futuro che trasfigura il presente. E’ aurora dell’atteso nuovo giorno che tutto illumina con la sua luce. La speranza è necessaria poiché l’uomo è veramente se stesso solo quando è aperto verso il domani. La speranza non si esaurisce dentro il destino individuale dell’uomo ma avvolge e coinvolge il cammino dell’umanità verso il futuro.
La speranza cristiana, scrive Paolo a Timoteo, è attesa di un orizzonte di felicità che coinvolge tutti gli uomini e che Dio stesso ha promesso. Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità (1Tim 2.4). La fede garantisce la realtà del futuro promesso perché, attraverso di esso, l’uomo pone la sua fiducia in Dio da cui ogni futuro dipende: La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1). Fede non è soltanto slancio verso l’avvenire ma anche anticipazione e pregustazione della realtà che si attendono. La fede attira dentro il presente, il futuro, così che quest’ultimo non è più il puro “non ancora”. Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura e così le cose future si riversano in quelle presente e le presenti in quelle future (Spe salvi n. 7).
Se la fede ha la priorità nella declinazione della vita teologale, la speranza ha il primato esistenziale nella vita del cristiano: senza la fede, la speranza si riduce a mera utopia; senza la speranza, la fede è morta ed è incapace di tradursi in vita concreta. La fede, infatti, vede ciò che è, la speranza intuisce ciò che sarà, l’amore ama e armonizza ciò che è e ciò che sarà. In tal senso la speranza è forza liberante che spinge in avanti l’arduo cammino faticoso della storia.
L’uomo che vive di speranza impara a stupirsi dinanzi alle sorprese di Dio che quotidianamente entra nella trama delle vicende umane. La speranza è stupore dell’uomo di fronte alle meraviglie che Dio opera nella storia. Stupore che esplode in pienezza di canto che sgorga dall’entusiasmo del cuore. Canta chi percepisce di essere inserito nell’azione salvifica di Dio e nella luce delle sue epifanie. Il canto del credente non è gesto di vuota spensieratezza, di superficiale ilarità o di puro estetismo che talvolta degenerano in pericolosa idolatria, esso è espressione di un cuore colmo di stupore e di gratitudine per le rivelazioni d’amore con cui Dio crea e redime.
I cristiani cantano perché Cristo risorto e glorioso vive in loro e li salva; cantano, sia che si trovino nella gioia sia che soffrano nel pianto; cantano perché il cuore è ricolmo di fiducia e di speranza. Lì dove il canto muore, cedendo il posto al mutismo, lì muore la speranza. L’uomo senza speranza è incapace di sciogliere le labbra agli inni di lode e di gratitudine. Dopo il passaggio del Mar Rosso, Maria intona il cantico di vittoria perché la speranza della liberazione si è finalmente realizzata: Voglio cantare in onore del Signore, perché ha mirabilmente trionfato…Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. E’ il mio Dio e lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare! (Es 15, 1.2). Senza fede in Dio che salva per amore, non si può effondere il canto d’amore fedele della speranza.
La celebrazione liturgica è il luogo privilegiato in cui lo stupore della fede si fa entusiasmo di preghiera in canto. Mentre credendo prego, imparo la sublime arte dello sperare. Quando non posso più parlare con nessuno, quando non ho nessuno da invocare, scrive Benedetto XVI, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarmi…Egli può aiutarmi. Se sono relegato in estrema solitudine…l’orante non è mai totalmente solo (Spe salvi n. 32).
Al disopra di tutto, fondamento e anticipazione di ogni speranza, rimane sempre il mistero dell’Eucaristia, “farmaco d’immortalità” e “seme d’incorruttibilità”. Ecco perché tutte le preghiere eucaristiche si chiudono con il ricordo della gloria verso la quale tende ogni celebrazione del mistero pasquale. Esemplare rimane la conclusione della IV Prece eucaristica: …e con tutte le creature, liberate dalla corruzione del peccato e della morte, canteremo la tua gloria.
Il canto della preghiera liturgica è tutto carico di attesa e di pregustazione escatologica perché partecipa all’Alleluia del Risorto che rivela e anticipa il termine della storia. Ogni canto della preghiera liturgica deve esprimere la quieta tensione tra un’incarnazione nell’affascinante e drammatica trama dell’oggi storico e umano e la nostalgia colma di speranza dell’incontro con la terra promessa di un futuro annunziato e, in qualche modo già presente, il cui desiderio e la cui realizzazione nella gloria è dono ineffabile dello Spirito Santo.

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