MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO (2013) – …e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

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MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO DEL VESCOVO GIUSEPPE GIUDICE

† GIUSEPPE, VESCOVO

NOCERA INFERIORE, 30 MARZO 2013, SABATO SANTO

…e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

Mi ha affascinato, ed ho sempre cercato di viverlo intensamente, il Sabato santo perché è il giorno per me che racchiude in sintesi il grande Mistero cristiano e in cui il silenzio diventa, se lo si sa ascoltare con il cuore, lo sfondo per la lettura di ogni vicenda personale.
Sabato santo: il sepolcro è ormai sigillato; la croce è rimasta vuota; il cenacolo non è più la sala della cena, ma è diventato il luogo che racchiude la paura di poveri uomini.
Succede come quando un amore finisce, un’amicizia si lacera, un paese si lascia, sopraggiunge una malattia e una persona cara non c’è più. È Sabato santo e tu cerchi di ricucire i dettagli, di capire, di rielaborare.
Come proiettati su uno schermo, ritornano alla mente i giorni della gioia, dell’amore consumato insieme nella sala grande e addobbata, ma ritornano anche i momenti incomprensibili della passione, le urla, il sangue, le cadute, i chiodi, il pianto della Madre e, al di sopra di tutto e in tutto, il Suo sguardo che cerca, che ti cerca e, guardandoti, ti perdona.
Ora il silenzio avvolge ogni cosa, ogni situazione, ogni umano dolore. Anche la tua vita, è custodita dal canto del silenzio. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore e il mio spirito si va interrogando, così il salmista.
Eppure, nonostante tutti questi segni di delusione e scoraggiamento, cogli nell’aria un’attesa, già respiri la Speranza.
La Chiesa, che ami e ti ama immensamente, spoglia e nuda, ti è ancora compagna accanto al sepolcro nuovo di Giuseppe di Arimatea. Ella si fa speranza nel tuo dolore e, mentre ogni cosa sembra scrivere la parola fine, avverti che tutto sta per ricominciare.
Ti accorgi che sono giunti i dolori del parto e si attendono le prime luci dell’alba, quando zampillerà il vino nuovo e si innalzerà un nuovo inno alla vita. Si sente, nelle fibre più nascoste dell’essere, che non tutto può essere già finito.
C’è qualcosa o Qualcuno che induce ancora a sperare. E il dolore diventa amico, perché ti fa piccolo e ti incammina verso il Regno, più povero e più semplice. Il Sabato santo diventa veramente, concretamente, perché lo vivi nella tua carne segnata dalla Passione, il giorno in cui impari a sperare, diventi alunno della Speranza pasquale.
La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.

La piccola speranza avanza tra le sue grandi sorelle,
ma non le si fa attenzione.
Sulla strada che sale, trascinata,
appesa al braccio delle sue grandi sorelle,
che la tengono per mano,
la piccola speranza avanza.
In realtà è lei che fa camminare le altre due,
e le trascina,
e fa camminare tutti quanti.
…ciò che mi stupisce, dice Dio, è la speranza (Charles Péguy).

Il silenzio del Sabato santo diviene l’ambiente in cui è possibile rileggere i giorni andati e consegnati al Signore. Si comprende come la nostra ora, quella che pesa sul cuore, è inserita nell’ora pasquale di Gesù. Con Lui si può anche gridare verso il Padre, ma alla fine ti accorgi che, come Lui, devi rimetterti nelle sue mani. Umanamente è sempre l’ora della paura, dell’incomprensione, della tristezza e della solitudine. Il Mistero pasquale suppone assurdi umani: il silenzio e la croce. Pasqua è maturità di silenzio e fecondità di croce.
E mai, come nei momenti della sofferenza, senti che tenendo nelle mani l’ostia e il calice, tu compatisci con Lui, sei sacerdote con Lui, nella Chiesa e per tutti.
Si beve al calice e in esso si riflette e si sintetizza l’oscurità del vespro del Venerdì santo e l’alba radiosa di Pasqua.
Vivere il Mistero pasquale, Cristo nostra Pasqua, significa accettare le ore buie, le giornate amare, le incomprensioni, le sconfitte, i perché che bruciano sulle labbra, i limiti fisici come passaggi obbligati, non semplici incidenti, per gli squarci della Risurrezione.
È il doveva accadere che Gesù spiega ai viandanti di Emmaus.
È saper scorgere nel dolore concreto che bussa alla porta un inverno fecondo, che cammina verso primavere impazzite di fiori.
Vuol dire ancora camminare sulla via della croce, quella feriale che percorriamo ogni giorno, sapendoci in compagnia con l’Uomo dei dolori, il Pellegrino che versa olio e vino sulle ferite dell’umanità.
Perché dove l’uomo si rifiuta di toccare il dolore degli altri, non c’è Pasqua. Dove le mani dell’uomo non sono forate per amore dei fratelli, non c’è Pasqua (don Primo Mazzolari).
Ecco donde nasce la speranza del Sabato santo, che ci fa camminare decisamente, indurendo la faccia come Gesù, verso Gerusalemme.

Sabato santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo che ne abbraccia le speranze.
…Sabato santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche (Carlo Betocchi).

Sono stanche le mani, stanchi i piedi, è stanco il cuore, a volte può succedere. Non vorrei mai stancarmi però di essere un pellegrino del Mistero; di credere, sperare, non senza fatica, non senza pagare di persona, che ogni Croce prepara una Pasqua, ogni Calvario un Tabor, che ogni Notte partorisce un’Aurora.
Sperare ogni giorno significa spezzare con tutti e per tutti il pane della Speranza, della Fede e della Carità.
Nella celebrazione della Veglia pasquale, Madre di tutte le veglie, la Chiesa, popolo allelujante, accende la sua luce al Cero offerto per illuminare l’oscurità della notte. E la sala della Cena si riaccende di luci; la Pietà si rianima perché la Madre ritrova il Figlio; le donne corrono al Sepolcro ormai vuoto; l’Angelo della Risurrezione nel luogo in cui peccavo non mi trova più, perché Egli è Risorto ed io con Lui, e le prime luci dell’alba diradano le tenebre dal cuore di ogni uomo.
Allora sperare non significa più dire ormai, ma nonostante, ed allora, solo allora è Pasqua!

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