Archive pour le 15 avril, 2014

Mat-26,36 Jardin de Gethsemane

Mat-26,36 Jardin de Gethsemane dans Papa Benedetto XVI 12%20ST%20ALBANS%20PSALTER%20CHRIST%20IN%20THE%20GARD

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Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 15 avril, 2014 |Pas de commentaires »

I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

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I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro.

DI GIUSEPPE SAVAGNONE

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro. Non a caso, in questi giorni, molte parrocchie e diocesi tradizionalmente effettuano una via crucis per le vie del quartiere o per i quartieri della città, a significare che la liturgia del cristiano coinvolge tutta la sua vita, sia dentro che fuori le mura del tempio, e si declina non solo nei riti, ma nei luoghi, nelle attività, nei rapporti di cui si intesse la vita quotidiana, per impregnarla e trasformarla.
Anche al di là delle processioni del venerdì santo, il crocifisso, più che mai in questa congiuntura storica, non si lascia chiudere nei luoghi di culto. Esso in vari modi irrompe sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari radio-televisivi e inquieta sia la nostra società post-cristiana che il nostro cristianesimo abitudinario e sonnolento. È ancora viva la memoria della battaglia politica, giuridica, ma soprattutto culturale, che ha visto protagonisti i crocifissi di legno appesi alle pareti dei nostri locali pubblici. Li si voleva togliere di mezzo come un simbolo di potere e di privilegio, quando lo sono, piuttosto, di una tradizione religiosa condivisa dalla stragrande maggioranza del nostro popolo, che ha sempre visto in essi il richiamo a un mistero di amore e di condivisione. E si sarebbe così cancellato il solo segnale alternativo alla società spietata del profitto e del consumismo, contro le cui immagini e i cui slogan invasivi, veicolati a pagamento dal circo mediatico, nessuno si sogna di protestare.
Soprattutto, però, il simbolo pasquale della passione di Gesù si ripresenta ai nostri occhi in quegli uomini, in quelle donne, in quei bambini, di cui da tempo ? ma in questi giorni con un frenetico crescendo ? le cronache narrano il calvario. I loro viaggi estenuanti, prima, spesso, attraverso i deserti africani, poi sui barconi infidi dove riescono a trovare un posto solo pagandolo con tutto ciò che possiedono ? i risparmi di una vita in cambio di una briciola di speranza ? , poi in «centri di accoglienza» simili a lager, con la prospettiva di essere infine ricacciati nel nulla da cui provengono, più poveri e più disperati di prima. Molti di loro ? sono ancora le fredde notizie delle agenzie di stampa a dirlo ? muoiono per strada. Ogni tanto i riflettori indugiano per un istante su qualcuna di queste tragedie annunciate, come è stato per le due povere donne annegate davanti alla costa di Pantelleria, alle soglie di una felicità solo sognata. Ma sono centinaia, sono migliaia coloro che in questi anni sono finiti così, nel buio di un mare in tempesta.
Il paradosso è che la maggioranza che governa il nostro Paese e buona parte dei cittadini, anche cattolici, di cui tale maggioranza è espressione, mentre si sono battuti con tutte le loro forze, pieni d’indignazione, per difendere i crocifissi di legno, con la stessa decisione ostentano la loro indifferenza e il loro rifiuto nei confronti di questi crocifissi in carne ed ossa. Non parliamo, qui, delle ragionevoli riserve sulle modalità in cui l’esodo si sta svolgendo, né delle necessarie misure per renderlo sostenibile. Ci riferiamo, piuttosto, alle frasi di ripulsa e di disprezzo, con cui tanti esponenti politici di primo piano, e non solo da oggi, hanno preso posizione nei confronti del dramma di questi profughi. Davanti a simili esternazioni, tremende sulla bocca di uomini che si dicono difensori dei valori cristiani, ci è tornata in mente la parola di Gesù: «Ebbi fame, e non mi avete dato da mangiare? Ebbi sete, e non mi avete dato da bere? Fui forestiero, e non mi avete accolto?».
La settimana santa non è cominciata lunedì. La passione di Cristo si sta svolgendo da tempo sotto i nostri occhi di spettatori distratti. Ma il mistero della Pasqua ci dice che Colui che è stato crocifisso è risorto e tornerà a giudicare i vivi e i morti. Già da ora Egli è segno di contraddizione, che misura le nostre scelte. Nella sua vittoria pasquale tutti i poveri e gli stranieri di questo mondo troveranno il loro riscatto. Questa, nell’ora dolorosa che viviamo, è la nostra indefettibile speranza. Ma, se vogliamo davvero partecipare alla Pasqua, dobbiamo, nel contemplare le piaghe del Risorto, chiederGli la grazia di trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne. Perché possiamo imparare a riconoscere il Suo volto in quello sfigurato dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che tendono le mani verso di noi.

«LA SETTIMANA SANTA È UN VIAGGIO VERSO L’ALTO»

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«LA SETTIMANA SANTA È UN VIAGGIO VERSO L’ALTO»

(aprile 2011, era anno A)

Il Papa: « L’insieme di gesti che noi cattolici compiremo è «qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? » Quello di Gesù è un viaggio verso l’alto, e così deve essere la nostra Settimana Santa…

Entriamo nella Settimana Santa. Nell’omelia del 17 aprile per la Domenica delle Palme Benedetto XVI si è chiesto: l’insieme di gesti che noi cattolici compiremo è «qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo?».
Per trovare la risposta, «dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto». Gesù va a Gerusalemme, «verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo», e «verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva».
Ma, mentre s’inserisce nel pellegrinaggio comune degli Ebrei, Gesù nello stesso tempo «sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona».
In realtà, pur inserendosi in una tradizione e in una precisa collocazione nel tempo e nello spazio, quello di Gesù – ha detto il Papa – è un viaggio verso l’alto, e così dev’essere la nostra Settimana Santa. La meta ultima del Signore «è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano». E anche noi in questa settimana «c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita». Ma – si chiede il Papa – «come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze?». La prima risposta evidente è che «sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità». Se pensassimo di poter salire da soli cederemmo alla tentazione del Diavolo che, fin dal Paradiso Terrestre, c’illude promettendoci di farci diventare come Dio. In effetti, «da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di “essere come Dio”, di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio».
Questo desiderio non è sempre una suggestione dello spirito cattivo. Ma richiede un attento discernimento. «In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità».
La Settimana Santa c’invita alla salita, ma avvertiamo pure che il male e la tentazione ci propongono la discesa. «I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà».
Che si tratti proprio di un invito a scegliere il viaggio verso l’alto ce lo ricorda la liturgia, dove «la Chiesa ci rivolge l’invito: “Sursum corda – in alto i cuori!” Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo “cuore” deve essere elevato». Ma, ancora una volta, se pensiamo di poterlo fare da soli cediamo alla tentazione demoniaca di essere come Dio: partiti per salire, finiamo per scendere. «Noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio». Solo Dio è capace di «tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente». «Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto».
Il Salmo 24, salmo processionale della Domenica delle Palme, che il Pontefice ha definito un vero «canto di ascesa», ci «indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio».
Non si tratta di una banale retorica, ma del tema centrale di tutta la storia della filosofia. «La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità». Dopo avere evocato, come fa spesso, la filosofia greca per la formulazione della domanda, Benedetto XVI torna al suo filosofo preferito per la risposta: «Sant’Agostino [354-430], nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto».
Questa settimana, dunque, «noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, “che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe” (Sal 24,6)».

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