Archive pour le 11 avril, 2014

Domenica delle Palme

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DAI « DISCORSI » DI SANT’ANDREA DI CRETA: BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE, IL RE D’ISRAELE

http://www.prayerpreghiera.it/padri/padri.htm

DAI « DISCORSI » DI SANT’ANDREA DI CRETA, VESCOVO

(DISC. 9 SULLE PALME; PG 97,990-994)

BENEDETTO COLUI CHE VIENE NEL NOME DEL SIGNORE, IL RE D’ISRAELE

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.
Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù « al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare » (Ef 1,21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, « Non contenderà », dice, « né griderà, né si udrà la sua voce » (Mt 12,19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.
Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a se.
Egli salì « verso oriente sopra i cieli dei cieli » (cfr. Sal 67,34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con se la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia o meglio di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (Gal 3,27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese.
Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: « Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele ».

SOLENNE RITO DELLA DOMENICA DELLE PALME – OMELIA DI PAOLO VI (1976)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1976/documents/hf_p-vi_hom_19760411_it.html

SOLENNE RITO DELLA DOMENICA DELLE PALME

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica delle Palme, 11 aprile 1976

Fratelli e Figli carissimi!

Che cosa vi ricorda il ramo d’olivo, o la palma che portate in mano? Tutti lo sappiamo: ricorda un fatto singolare del Vangelo, quello dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, cinque giorni prima ch’Egli fosse condannato a morte e crocifisso. Un’entrata insolita, perché distinta da un segno, abbastanza modesto, ma intenzionalmente celebrativo, reso solenne dall’enorme folla, presente e festante, che ne circondò lo svolgimento. Siamo a Bethania, a pochi chilometri da Gerusalemme, un villaggio sul versante orientale del monte degli ulivi, dov’era la dimora ospitale delle sorelle Marta e Maria, e del loro fratello Lazzaro, da poco risuscitato da Gesù, e dove la gente curiosa si addensava stupita ed eccitata: vi erano gli amici, i discepoli con quelli che ammiravano Lazzaro redivivo per la popolarità che Gesù andava acquistando, e decisi a sopprimere tanto Gesù, quanto Lazzaro, per mettere fine al successo crescente del Maestro (Io. 12, 10). In quest’atmosfera, carica di entusiasmo esplosivo da una parte e di odio radicale e segreto dall’altra, partendo da Bethania si formò un corteo, e con grande gioia dei seguaci di Gesù si accolse dai discepoli il suo ordine insolito, quello di procurargli una cavalcatura per proseguire festosamente verso Gerusalemme. A Bethfage infatti, su l’ordine di Gesù, fu preso a prestito un asinello, non mai prima d’allora cavalcato da alcuno, e vi fu fatto sedere il Maestro stesso; e immediatamente la scena si trasformò in una manifestazione popolare, resa solenne nella sua povera semplicità da due circostanze: la ressa di popolo accampata intorno a Gerusalemme per la Pasqua ebraica, e proveniente dalla città rigurgitante di popolo e di forestieri, e accorsa tutta verso la comitiva in arrivo; e, seconda circostanza, le acclamazioni spontanee e gaudiose di tutta quella gente che applaudiva con grida assai significative, e per i nemici di Gesù assai fastidiose: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore».

Che cosa significava questa accoglienza, così gioiosa e così clamorosa?

Questo è importante notare. Il momento si fa drammatico, e acquista il suo significato, decisivo per la storia e per la comprensione del Vangelo; il significato consiste nel riconoscimento e nella proclamazione del carattere messianico di Gesù. Egli è Colui che doveva venire. Egli è qui, dopo l’attesa di secoli, passata nella coscienza delle generazioni; Egli è il figlio di David! Egli è il Cristo! Gesù è il Cristo, il mandato da Dio, il Salvatore, il Messia, è il centro della storia, è il Re dei Giudei (ricordate la tavoletta della sentenza di morte, scritta da Pilato e affissa sopra la Croce di Gesù? «Gesù Nazareno Re dei Giudei»). «Questo è il punto ove s’incontrarono . . . il messianismo delle plebi e quello di Gesù» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 505). Non era quello soltanto un momento eccezionale; era un destino, che riassumeva la vita privilegiata e travagliata del Popolo eletto, che concentrava in sé il compimento delle profezie e che apriva gli orizzonti del tempo futuro, che celebrava un avvenimento d’inesauribile salvezza, la Redenzione, e che impegnava tutta l’umanità ad una scelta suprema, quella nuova alleanza tra il mondo e Dio, quella del cristianesimo sì, o no. Si comprese dopo il compimento degli eventi, a cui quel fatto dava principio, quale sorte fosse giocata intorno a quel nome, Gesù; intorno a quel Maestro, Gesù; intorno a quel Messia, Gesù; intorno a quell’Agnello di Dio, a quella vittima per la salvezza del genere umano, Gesù. Egli proprio in quell’occasione, nel suo linguaggio rivelatore e misterioso, ebbe a preannunciare: «Io, quando sarò elevato da terra (in croce, cioè), attirerò tutti a me» (Io. 12, 32). Lo spettacolo allora, allo sguardo dello spirito, si fa grande come il mondo. Il dramma si fa straripante fino a distendersi su tutta l’umanità. E il racconto, a ben pensarci, si fa estremamente interessante, tanto da non lasciare alcuno indifferente; esso ci riguarda personalmente; ciascuno di noi vi è partecipe.

Fratelli, Giovani specialmente, pensate bene a quanto vi diciamo: questa celebrazione, che riguarda la proclamazione di Gesù Messia, di Gesù il Cristo, di Gesù, nostro Salvatore, riguarda altresì il nostro destino, la nostra scelta primaria. Ripensate all’episodio decisivo, che stiamo celebrando: Gesù riconosciuto dal Popolo, e nello stesso tempo, Gesù osteggiato e poi fatto uccidere dai capi del Popolo stesso, che non vollero accoglierlo e prestargli fede, neppure dopo la risurrezione di Lazzaro, neppure dopo il suo ingresso trionfale ed umile quale Messia in Gerusalemme. Vi ricordate le parole profetiche pronunciate dal pio e vecchio Simeone, quando Gesù bambino, fu presentato al tempio: Egli sarà «segno di contraddizione»? (Luc. 2, 34) Sì, segno di contraddizione: intorno a lui vi sarà una lotta; gli uomini saranno divisi ed opposti fra loro. Questa lotta si perpetuerà nei secoli. Oh! Questo è uno dei misteri più difficili e più dolorosi della storia umana: l’unità d’intorno al Cristo, centro, polo, salvatore dell’umanità, non sarà né spontanea, né facile; egli sarà un bersaglio di fiera e dura opposizione da una parte; Egli sarà tuttavia punto di fedelissima convergenza dall’altra.

Ora osservate: chi in quel giorno fatidico ebbe l’intuizione che Gesù di Nazareth, il Maestro estremamente saggio, miracoloso e misericordioso, pellegrinante e predicante nella Palestina, era Lui il Messia, era Lui il figlio di David, era Lui il Salvatore atteso e promesso? Fu il Popolo, e fra il Popolo più entusiasti ed attivi furono i Giovani. Essi furono gli araldi del Messia. Essi indovinarono.
Essi si esposero, con segni di audacia, di felicità e di letizia. Essi capirono che quella era l’ora di Dio, l’ora sospirata e benedetta dell’arrivo del Messia; e fu allora, che agitando rami degli alberi, rami d’olivo e di palme, noi crediamo, decretarono a Gesù, il Maestro, il Messia, il Cristo, il Principe della pace (Cfr. Is. 9, 6), il suo primo trionfo, popolare ed incontenibile (Cfr. Luc. 19, 39-40). Gesù fu visto piangere in quel momento, che presagiva a Lui la passione e la croce, e alla città renitente alla sua suprema chiamata messianica una futura rovina. Ma una tonante voce del cielo annunciò un epilogo di gloria (Io. 12, 28), e le grida dei fanciulli acclamanti prevalsero sul frastuono della folla e sull’ira dei gerarchi, e accompagnarono Gesù fino al tempio, sempre osannando il nuovo figlio di David (Matth. 21, 15).

Ora osservate bene: la scena si ripete, la scena nella liturgia della Chiesa si perpetua e si rinnova. Attraverso i secoli, ogni anno, quando viene la Pasqua, questa cerimonia, che noi stiamo celebrando, proclama Gesù come Cristo, come Messia, come l’arbitro dei destini dell’umanità, il vero Salvatore del mondo. Quali sono le voci più qualificate per l’annuncio di questo beato messaggio al mondo? sono quelle del Popolo di Dio, sono le vostre, Giovani convenuti a questo rito meraviglioso e misterioso. Tocca a voi oggi, figli di questa generazione storica, fare eco alle acclamazioni di Gesù, riconosciuto come Cristo, come Salvatore e Signore. Per una fortunata e segreta maturazione dei tempi sono oggi i Giovani, gruppi privilegiati di Giovani, a intuire, a comprendere che quel Gesù del Vangelo è Lui che inaugura e apre a buon diritto il Regno della salvezza. È Lui, il Cristo, che ponendosi sulla via torrenziale della civiltà la divarica in due diverse e spesso opposte correnti: da una parte, la sua, quella di Gesù Cristo, la corrente della pace e della fratellanza universale fra gli uomini suoi seguaci; dall’altra la corrente della violenza, della divisione e della lotta, e alla fine della guerra; da una parte la corrente dei «poveri nello spirito», dei cercatori del regno di Dio, dei credenti nella vita eterna, dall’altra la corrente degli egoisti e dei cercatori del regno della terra, degli uomini che solo nel tempo hanno la loro fiducia; da una parte la corrente che fa dell’amore a Dio e al prossimo la legge suprema della vita individuale e sociale; dall’altra la corrente che fa della forza e della rivoluzione aggressiva e sopraffattrice la ragione cieca dei destini dei popoli; da una parte la corrente della fede e della verità e perciò della libertà (Cfr. Io. 8, 32); dall’altra la corrente delle mille e sfrenate opinioni, che violando i diritti delle coscienze esteriormente s’impone . . . Due concezioni del mondo, della verità, della vita: quale scegliete?
Oh, beati voi, Figli carissimi, che avete già scelto, e scelto secondo sapienza e secondo fortuna, fin dal giorno del vostro battesimo, impegnando la vostra vita a questa professione globale e felice: noi saremo cristiani! saremo di Cristo, saremo con Cristo, in questa vita e in quella futura ! Ed oggi, agitando le vostre palme, con rinnovata coscienza, con più forte energia, confermate la vostra scelta, la vostra promessa: sì, noi saremo cristiani!

Due sentimenti riempiano allora i vostri cuori: il coraggio e la gioia!

Con la nostra Apostolica Benedizione 

 

13 APRILE 2014 – DOMENICA DELLE PALME – OMELIA

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=31401

13 APRILE 2014 – DOMENICA DELLE PALME

Commento su Mt 26,14-27,66

mons. Vincenzo Paglia

Introduzione
È allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre.
L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: « Io sono il pane della vita… Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò… E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno » (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena.
Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche.
Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male.
Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: « Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! »? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato « amico ». È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato « amico »? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione?
Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più « complice » di nessuno.
Omelia
Domenica delle Palme e della Passione. Inizia la Settimana Santa, la settimana delle settimane, nella quale la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita.
La liturgia di oggi inizia con il trionfo dell’ingresso a Gerusalemme e prosegue con il racconto della passione e morte di Gesù sul Calvario. Le palme e la croce, l’acclamazione « Osanna » e il grido « Crocifiggilo! ». Perché questo accostamento? Gesù aveva solo annunciato che la croce è il prezzo da pagare per risorgere. È una motivazione, non la spiegazione. Che poi nella croce debba vedersi il disegno divino, diventa un puro atto di fede. E di questo mistero Gesù stesso portò tutto il peso nell’orto del Getsemani laddove si riscontrano quelli che i medici chiamano i « sintomi da panico »: sudorazione di sangue, desiderio di fuggire, paura di morire, caduta a terra, angoscia.
La spiegazione è in un mistero ancora più profondo, l’amore di Dio. Un amore che portò Gesù laddove il suo cuore non lo avrebbe voluto portare ma quando capì, nell’orto degli ulivi, che l’amore gli chiedeva questo andare fino in fondo, « fino alla fine », non si tirò indietro, anche se sudava sangue. Ecco perché nel suo corpo squarciato si squarcia anche il velo del tempio che celava il volto di Dio. Guardando al crocifisso Giovanni dice: Dio è amore.
Questa Domenica ci presenta Gesù, ponendo la processione delle palme? che è il segno liturgico del trionfo del Signore? come introduzione al racconto della sua passione. « Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza », scriveva Paul Claudel. Solo se teniamo presente questo tesoro nascosto dentro il nostro soffrire e dentro il dolore del mondo, questo può acquistare significato.
Gesù non ci invia nel mondo come testimoni della croce, ma come testimoni della sua resurrezione, di un amore così grande? « fino alla fine »? da vincere ogni morte. Ci sono testimoni di questo tipo?
Così si legge nel testamento lasciato da padre Christian de Chenge, trappista, priore di Notre Dame d’Atlas, in Algeria, ucciso una decina di anni fa insieme con altri sei confratelli: « …evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un ingenuo o un idealista: «Ci dica adesso quel che pensa!». Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta. Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’Islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre quella di stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando con le differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rendo grazie a Dio che sembra averla voluta interamente per quella gioia, nonostante tutto e contro tutto… E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio prevedere questo Grazie e questo Addio, con il volto tuo. E che sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen! Insciallah! ».
Sembrano parole da un altro mondo. Sono solo pronunciate a due metri da terra. In cima ad una croce. La croce del Figlio, apice della più completa incomprensione e abbandono. « Se sei Figlio di Dio… » è la parola che risuona con maggiore insistenza durante tutta la passione, negando l’identità più profonda di Gesù. Il Vangelo di Matteo mostra che proprio nella morte di Gesù si compiono tutte le profezie e il Figlio si svela tale per il suo abbandono fiducioso nelle mani di Colui che non lo abbandona. Perciò la croce non è oscuramento, ma teofania, rivelazione del vero volto di Dio che è amore.

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