EZECHIELE 37,12-14 – LA RISURREZIONE DI UN POPOLO

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EZECHIELE 37,12-14 – LA RISURREZIONE DI UN POPOLO

12 Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. 13 Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio.
14 Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò.

COMMENTO
Ezechiele 37,12-14

La risurrezione di un popolo
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, quelli composti prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e quelli posteriori ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine viene posta una sezione chiamata «Torah di Ezechiele» (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli posteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la conversione e il ritorno degli esuli nella loro terra. I temi svolti in questa raccolta sono i seguenti: il ruolo del profeta (Ez 33), JHWH unico pastore di Israele (Ez 34), la rinascita del popolo (Ez 35-37), la vittoria finale sui suoi nemici (Ez 38-39). Nella sezione in cui si parla della rinascita di Israele, questa viene presentata come effetto di un dono dello Spirito (Ez 36,24-32), al quale viene poi attribuita la risurrezione di un popolo ridotto a una distesa di ossa inaridite (Ez 37,1-10). Il brano liturgico rappresenta la conclusione di quest’ultimo testo, di cui spiega il significato.
In 37,1-10 Ezechiele descrive una distesa immensa di ossa disseccate, sulle quali egli, per comando divino, invoca la venuta dello Spirito. Allora le ossa si rivestono di carne e di nervi e ritornano ad essere un esercito sterminato. Al termine della descrizione JHWH parla a Ezechiele e gli spiega che tutte le ossa che ha visto rappresentano gli israeliti in quanto essi vanno dicendo: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo e perduti» (v. 11). È questo un grido di disperazione che sale da una popolazione che nell’esilio ha perso la sua identità e si è dispersa in mezzo a nazioni straniere. Da questa sconsolate constatazione ha preso origine l’immagine delle ossa disseccate che ritornano a essere persone vive. Adesso JHWH spiega, per bocca del profeta, come questa visione si applichi alla situazione futura del popolo.
L’interpretazione della visione viene fatta mediante una promessa di liberazione: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele» (v. 12). L’immagine della distesa di ossa inaridite lascia qui il posto a quella di un grande cimitero con una moltitudine di tombe in cui sono sepolti gli israeliti. Questa immagine supplementare richiama lo she’ol, il regno dei morti, nel quale il popolo è precipitato. Da esso ora JHWH lo fa risalire per condurlo nella terra di Israele. Con questa espressione si evoca l’uscita dall’Egitto, che rappresenta il prototipo di ogni liberazione, e il successivo ingresso nella terra promessa. In altre parole Dio promette un nuovo esodo che, dopo la catastrofe dell’esilio, assume i connotati di una risurrezione.
La liberazione dall’esilio comporterà una nuova presa di coscienza da parte del popolo: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio» (v. 13). Il nuovo intervento di JHWH farà sì che il popolo lo conosca. Il verbo «conoscere» non indica qui, come in genere nel linguaggio biblico, una conoscenza puramente teorica e astratta, ma un nuovo rapporto amicizia basato sul compimento della volontà di JHWH contenuta nella sua legge. Si attua così quanto era stato promesso da Geremia nella profezia della nuova alleanza: «… tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande» (cfr. Ger 31,34).
La promessa viene poi ripetuta secondo il linguaggio tipico di Ezechiele: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio» (v. 14). Il dono dello Spirito, già preannunziato in 36,27, rappresenterà una dotazione stabile per Israele che, in forza del suo influsso vivificante, ricomincierà a vivere in modo pieno. Dio lo «farà riposare» nel suo paese, come aveva fatto riposare Adamo nel giardino dell’Eden (cfr. Gn 2,15). È in forza di questa esperienza che gli israeliti «sapranno» (sperimenteranno) che «Io (sono) il Signore» il quale realizza quello che ha promesso: come garanzia del suo intervento Dio dà il suo nome, JHWH, che significa la sua presenza costante accanto al popolo per salvarlo (cfr. Es 3,14). In forza del suo nome JHWH non potrà non realizzare le sue promesse.

Linee interpretative
In questo testo Ezechiele si serve del linguaggio della risurrezione per spiegare la liberazione del popolo dall’esilio. Non si tratta certo di una risurrezione in senso proprio, ma del ritorno a una vita piena dopo l’esperienza di una sofferenza che a buon diritto è considerata come una morte. Senza libertà la vita non è degna di essere vissuta. La liberazione promessa è un dono gratuito di Dio, che ha certo una componente politica, ma in ultima analisi si identifica con la ripresa di un rapporto con JHWH che comporta una fedeltà costante a lui. È proprio nel riconoscere in Dio il garante della sua liberazione che il popolo eviterà di cadere schiavo di potenze straniere, anche quando sarà politicamente sottomesso ad esse.
Pur non riferendosi alla risurrezione individuale dopo la morte, l’immagine usata da Ezechiele ha posto le premesse per il successivo sviluppo della fede di Israele. Quando la restaurazione del popolo apparirà come un evento che si attuerà alla fine dei tempi, sorgerà il problema del destino di coloro che sono morti prima che questo evento si realizzasse, e soprattutto dei martiri che hanno dato la vita perché si attuasse la gloria finale del popolo. È allora che l’immagine della risurrezione sarà utilizzata per indicare la partecipazione di tutti i defunti alla beatitudine finale di Israele. Alla fine tutti i giusti torneranno in vita per entrare nella beatitudine del regno di Dio.

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