Archive pour le 2 avril, 2014

Eastern Orthodox icon of the Myrrhbearing Women at the Tomb of Christ (Kizhi, Russia, 18th century).

Eastern Orthodox icon of the Myrrhbearing Women at the Tomb of Christ (Kizhi, Russia, 18th century). dans immagini sacre Wifes_grave_kizhi

http://en.wikipedia.org/wiki/Myrrhbearers

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Nella definizione stessa dell’uomo l’alternativa tra morte ed immortalità – Papa Giovanni Paolo II

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PAPA GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 31 Ottobre 1979

Nella definizione stessa dell’uomo l’alternativa tra morte ed immortalità

1. Ci conviene ritornare oggi ancora una volta sul significato della solitudine originaria dell’uomo, che emerge soprattutto dall’analisi del cosiddetto testo jahvista di Genesi 2. Il testo biblico ci permette, come già abbiamo constatato nelle precedenti riflessioni, di mettere in rilievo non soltanto la coscienza del corpo umano (l’uomo è creato nel mondo visibile come “corpo tra i corpi”), ma anche quella del suo significato proprio.
Tenendo conto della grande concisione del testo biblico, non si può, senz’altro, ampliare troppo questa implicazione. È però certo che tocchiamo qui il problema centrale dell’antropologia. La coscienza del corpo sembra identificarsi in questo caso con la scoperta della complessità della propria struttura che, in base a un’antropologia filosofica, consiste, in definitiva, nel rapporto tra anima e corpo. Il racconto jahvista col proprio linguaggio (cioè con la sua propria terminologia) lo esprime dicendo: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). E proprio quest’uomo, “essere vivente”, si distingue in continuazione da tutti gli altri esseri viventi del mondo visibile. La premessa di questo distinguersi dell’uomo è proprio il fatto che solo lui è capace di “coltivare la terra” (cf. Gen 2,5) e di “soggiogarla” (cf. Gen 1,28). Si può dire che la consapevolezza della “superiorità”, iscritta nella definizione di umanità, nasce fin dall’inizio in base a una prassi o comportamento tipicamente umano. Questa consapevolezza porta con sé una particolare percezione del significato del proprio corpo, la quale emerge appunto dal fatto che sta all’uomo “coltivare la terra” e “assoggettarla”. Tutto ciò sarebbe impossibile senza un’intuizione tipicamente umana del significato del proprio corpo.
2. Sembra quindi che occorra parlare innanzitutto di questo aspetto, piuttosto che del problema della complessità antropologica in senso metafisico. Se l’originaria descrizione della coscienza umana, riportata dal testo jahvista, comprende nell’insieme del racconto anche il corpo, se essa racchiude quasi la prima testimonianza della scoperta della propria corporeità (e perfino, come è stato detto, la percezione del significato del proprio corpo), tutto ciò si rivela non in base a una qualche primordiale analisi metafisica, ma in base a una concreta soggettività dell’uomo abbastanza chiara. L’uomo è un soggetto non soltanto per la sua autocoscienza e autodeterminazione, ma anche in base al proprio corpo. La struttura di questo corpo è tale da permettergli di essere l’autore di un’attività prettamente umana. In questa attività il corpo esprime la persona. Esso è quindi, in tutta la sua materialità (“plasmò l’uomo con polvere del suolo”), quasi penetrabile e trasparente, in modo da rendere chiaro chi sia l’uomo (e chi dovrebbe essere) grazie alla struttura della sua coscienza e della sua autodeterminazione. Su questo poggia la fondamentale percezione del significato del proprio corpo, che non si può non scoprire analizzando la solitudine originaria dell’uomo.
3. Ed ecco che, con tale fondamentale comprensione del significato del proprio corpo, l’uomo, quale soggetto dell’antica alleanza col Creatore, viene posto dinanzi al mistero dell’albero della conoscenza. “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi certamente moriresti” (Gen 2,16-17). L’originario significato della solitudine dell’uomo si basa sull’esperienza dell’esistenza ottenuta dal Creatore. Tale esistenza umana è caratterizzata appunto dalla soggettività, che comprende pure il significato del corpo. Ma l’uomo, il quale nella sua coscienza originaria conosce esclusivamente l’esperienza dell’esistere e quindi della vita, avrebbe potuto capire che cosa significasse la parola “morirai”? Sarebbe stato egli capace di giungere a comprendere il senso di questa parola attraverso la complessa struttura della vita, datagli quando “il Signore Dio… soffiò nelle sue narici un alito di vita…”? Bisogna ammettere che questa parola, completamente nuova, sia apparsa sull’orizzonte della coscienza dell’uomo senza che egli ne abbia mai sperimentato la realtà, e che nello stesso tempo questa parola sia apparsa davanti a lui come una radicale antitesi di tutto ciò di cui l’uomo era stato dotato.
L’uomo udiva per la prima volta la parola “morirai”, senza avere con essa alcuna familiarità nell’esperienza fatta fino ad allora; ma d’altra parte non poteva non associare il significato della morte a quella dimensione di vita di cui aveva fino ad allora fruito. Le parole di Dio-Jahvè rivolte all’uomo confermavano una dipendenza nell’esistere, tale da fare dell’uomo un essere limitato e, per sua natura, suscettibile di non-esistenza. Queste parole posero il problema della morte in modo condizionale: “Quando tu ne mangiassi… moriresti”. L’uomo, che aveva udito tali parole, doveva ritrovarne la verità nella stessa struttura interiore della propria solitudine. E, in definitiva, dipendeva da lui, dalla sua decisione e libera scelta, se con la solitudine fosse entrato anche nel cerchio dell’antitesi rivelatagli dal Creatore, insieme all’albero della conoscenza del bene e del male, e avesse così fatto propria l’esperienza del morire e della morte. Ascoltando le parole di Dio-Jahvè, l’uomo avrebbe dovuto capire che l’albero della conoscenza aveva messo le radici non soltanto nel “giardino in Eden”, ma anche nella sua umanità. Egli, inoltre, avrebbe dovuto capire che quell’albero misterioso nascondeva in sé una dimensione di solitudine, fino ad allora sconosciuta, della quale il Creatore lo aveva dotato in mezzo al mondo degli esseri viventi, ai quali lui, l’uomo – dinanzi allo stesso Creatore – aveva “imposto nomi”, per giungere a comprendere che nessuno di loro gli era simile.
4. Quando dunque il fondamentale significato del suo corpo era già stato stabilito attraverso la distinzione dal resto delle creature, quando per ciò stesso era divenuto evidente che l’“invisibile” determina l’uomo più che il “visibile”, allora dinanzi a lui si è presentata l’alternativa collegata strettamente e direttamente da Dio-Jahvè all’albero della conoscenza del bene e del male.
L’alternativa tra la morte e l’immortalità, che emerge da Genesi 2,17, va oltre il significato essenziale del corpo dell’uomo, in quanto coglie il significato escatologico non soltanto del corpo, ma dell’umanità stessa, distinta da tutti gli esseri viventi, dai “corpi”. Questa alternativa riguarda però in un modo del tutto particolare il corpo creato dalla “polvere dei suolo”.
Per non prolungare di più questa analisi, ci limitiamo a constatare che l’alternativa tra la morte e l’immortalità entra, sin dall’inizio, nella definizione dell’uomo e che appartiene “da principio” al significato della sua solitudine di fronte a Dio stesso. Questo originario significato di solitudine, permeato dall’alternativa tra morte e immortalità, ha anche un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo.
Con questa constatazione concludiamo per ora le nostre riflessioni sul significato della solitudine originaria dell’uomo. Tale constatazione, che emerge in modo chiaro e incisivo dai testi del Libro della Genesi, induce anche a riflettere tanto sui testi quanto sull’uomo, il quale ha forse troppo scarsa coscienza della verità che lo riguarda, e che è racchiusa già nei primi capitoli della Bibbia.

IL PAPA CHE AMAVA LA MONTAGNA ED IL MARE

http://www.zenit.org/it/articles/il-papa-che-amava-la-montagna-ed-il-mare

IL PAPA CHE AMAVA LA MONTAGNA ED IL MARE

Il gendarme vaticano Egildo Biocca, ricorda quando organizzava le gite per Wojtyla. Le rivelazioni nel libro « Accanto a Giovanni Paolo II » (edizioni ARES)

Citta’ del Vaticano, 02 Aprile 2014 (Zenit.org) Wlodzimierz Redzioch

Nel 1978, l’anno dei tre Papi, Egildo Biocca lavorava in Vaticano nel Corpo di Vigilanza (così si chiamava allora la gendarmeria vaticana). Da gendarme vaticano ha visto morire Paolo VI, ha assistito all’elezione di Giovanni Paolo I e alla sua improvvisa dipartita. Il 18 ottobre vide per la prima volta nella loggia di San Pietro il nuovo Papa.
Fu un evento storico: dopo cinque secoli i cardinali avevano eletto un papa non italiano. La prima cosa che lo colpì in Giovanni Paolo II fu la sua voce forte; dopo la flebile voce di Paolo VI e la timida vocina di Giovanni Paolo I, le parole del nuovo Pontefice suonavano possenti e riflettevano anche la sua forza fisica.
Con il passare del tempo si è scoperto che Giovanni Paolo II era un uomo sportivo, amante della montagna e dello sci. Da allora il Papa gli divenne molto “simpatico” perché anche lui, nato tra le montagne, vicino al Gran Sasso, era sciatore e grande camminatore (non a caso ha fatto il servizio militare negli alpini).
La conoscenza della montagna, la forza fisica e le doti di sciatore hanno fatto sì che Egildo è diventato uno degli organizzatori delle gite private del Papa polacco e il suo accompagnatore.
Oggi è già in pensione e con grande nostalgia mi ha raccontato i fatti legati a queste “scappatelle” pontificie. Biocca ha raccontato che per accompagnare il papa polacco nelle sue uscite in montagna ci volevano persone ben preparate. Si faceva un sopralluogo delle zone prescelte e si privilegiavano quelle dove non passava mai nessuno.
Le gite erano frequenti. Ne ha fatte molte più di 100. I giorni preferiti erano il martedì e il venerdì. Generalmente andavamo nelle montagne di Abruzzo perché da Roma si arrivava presto, ma facevamo le gite anche in Toscana e al mare, a Passoscuro, nei posti vicini a Civitavecchia, sul monte Argentario (Porto Santo Stefano).
Per gli spostamenti si utilizzavano macchine private con le targhe italiane. Anche la scorta della polizia italiana usava automobili normali e i poliziotti erano in borghese.
Nell’intervista pubblicata nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II” (edizioni Ares) Biocca ha spiegato che “per Giovanni Paolo II le gite erano non soltanto il modo per ritemprarsi ma anche l’occasione per pregare, per parlare con Dio, per ammirare la natura, il creato”.
“Il Santo Padre, – ha aggiunto Biocca- anche se per tanti anni gli sono stato vicino, mi metteva un pò in soggezione perché era un uomo carismatico ed io sono timido di natura. Invece Lui era un formidabile compagno di gite e metteva ognuno a proprio agio. Era anche un uomo comprensivo. Una volta scalando la montagna gli ho pestato una mano. Nessuno si è accorto di niente. Lui non ha detto niente e soltanto con il suo sguardo sembrava dirmi: “Non è successo niente di grave, non devi chiedermi scusa”.
Uno dei ceo0mpiti più gravosi per biocca e glia ltri gendarmi che erano insieme al Papa, era fare in modo di evitare incontri con altre persone.
Biocca ha rivelato che un giorno, mentre Giovanni Paolo II pregava nel santuario mariano della Mentorella, entrano una signora con il figliolo. Don Stanislao non osava impedire alal gente l’ingresso e il passaggio per il solo fatto che il Santo Padre stesse lì. Così queste due persone sono entrate ed hanno salutato il Papa. Andando via ho sentito il ragazzo che diceva alla mamma: „non possaimo dire che abbiamo visto Giovanni Paolo II alla mentorella perchè nessuno ci crederebbe o ci prenderanno per pazzi!”.

 

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«RIMETTERE CRISTO AL CENTRO DELLA STORIA»

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-rimettere-cristo-al-centro-della-storia-7808.htm

«RIMETTERE CRISTO AL CENTRO DELLA STORIA»

DI MASSIMO INTROVIGNE

25-11-2013

Il 24 novembre Papa Francesco ha concluso l’Anno della fede, prima di ricordare all’Angelus due anniversari: uno ucraino, alla presenza dei Patriarchi delle Chiese Orientali cattoliche, «l’80° anniversario dell’Holodomor, la « grande fame » provocata dal regime sovietico che causò milioni di vittime», e uno californiano, relativo al «Beato Junípero Serra [1713-1784], missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il terzo centenario della nascita». Due riferimenti non banali, se si considera che l’Olocausto ucraino fu censurato dagli storici per decenni prima di essere «sdoganato» dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005), e che il beato Serra è la «bestia nera» di un certo progressismo che accusa le missioni francescane di avere sradicato la cultura – ritenuta, a torto, superiore e più «ecologica» – delle tribù indiane d’America.
La celebrazione più solenne è stata dedicata, nella festa di «Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico», alla «conclusione dell’Anno della fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato», che Francesco ha definito «provvidenziale iniziativa».
Perché provvidenziale? A che cosa è servito, a che cosa doveva servire l’Anno della fede? A rimettere al centro del messaggio della Chiesa una verità insieme semplice e complessa, ha detto il Papa: «la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia».
Questa centralità, ricordata dalla festa di Cristo Re, ha un forte radicamento nella Scrittura. San Paolo presenta Gesù «come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore. Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose».
Se «Gesù è il centro della creazione», l’Anno della fede e la festa di Cristo Re ci ricordano che «l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo». Invece, «quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni».
Tutta la storia d’Israele è la storia della ricerca di un re saggio e giusto. «Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello». Con la venuta di Cristo, la storia trova il suo re. «Cristo, discendente del re Davide, è proprio il « fratello » intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo».
La regalità di Cristo – la centralità di Cristo, che per un anno l’Anno della fede ha cercato di ricordarci ogni giorno – è insieme sociale e individuale. «Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano». È capitato al buon ladrone, citato nel Vangelo della domenica, nei cui confronti «Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta».
«Oggi tutti noi – ha detto il Papa – possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: « Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei proprio nel tuo Regno! »».
È il Vangelo della misericordia di Papa Francesco: «la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno!».
Entrare nel Regno, personale e sociale, di Gesù Cristo significa metterlo al centro. Al servizio di questo progetto l’Anno della fede ci lascia due documenti: l’enciclica «Lumen fidei», che Papa Francesco ricorda quasi ogni settimana e che molti nella Chiesa hanno troppo presto dimenticato, un grande affresco del ruolo della fede nella costruzione di una civiltà dove Gesù possa regnare; e l’esortazione apostolica «Evangelii gaudium», simbolicamente consegnata alla Chiesa domenica e che sarà pubblicata martedì. Come sempre, se non si studiano i documenti difficilmente si capisce il senso degli avvenimenti ecclesiali

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