Archive pour mars, 2014

Beato Angelico, Trasfigurazione del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 14 mars, 2014 |Pas de commentaires »

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

La manifestazione particolare della sua vera identità, identità divina, identità gloriosa, identità che Gesù, anzi che Dio stesso concede oggi ai discepoli, ai tre discepoli più vicini a lui, gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, e grazie a loro anche a noi…
Una celebrazione allora che ha come suo fondamento un avvenimento storico, una cosa realmente accaduta, un miracolo della vita pubblica di Gesù, prima della sua Pasqua, prima della sua morte e della risurrezione gloriosa, prima di questi ma che racchiude in sé significati profondi, significati che vanno al di là di questa sua morte e della risurrezione, perché il Signore si mostra, si fa vedere così come è veramente, glorioso.
Un punto fondamentale di questo evento, un punto che la caratterizza questa festa, che la caratterizza in modo particolare, univoco è la Teofania. Che cosa significa questa parola?

Teofania è la manifestazione, manifestazione di Dio, ma una manifestazione solenne, grande…

Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi, molti casi delle manifestazioni di Dio. Dio appariva spesso al popolo eletto. Lo sapevano vedere, riconoscere gli israeliti, forse più di noi… Uno dei segni della sua presenza, di Dio, era la nube, la nube che sia alzava sopra la tenda, nel deserto. O roveto ardente, o terremoto, o la vittoria miracolosa sui nemici… Erano tutte le manifestazioni, teofanie appunto di Dio che voleva essere vicino all’uomo, vicino a noi.
Ma tutte queste manifestazioni veterotestamentarie erano solo un anticipo, una preparazione alla manifestazione definitiva, alla manifestazione massima, la manifestazione della redenzione, della venuta del Signore Gesù Cristo, nato, vissuto tra noi, morto e risuscitato; Gesù, Uomo – Dio. Anche se noi aspettiamo ancora un’altra manifestazione del Signore, l’ultima manifestazione di Gesù, quella della fine dei tempi. Quando ritornerà il Signore con le schiere degli angeli, quando dividerà i buoni dai cattivi.
La manifestazione dunque… la teofania sul Monte, la conferma da parte di Dio Padre, della missione del Cristo della missione che Gesù ha da compiere nel mondo… «Questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo» è il massimo della Teofania. Dio Padre, in presenza dei profeti antichi, di Mosé, di Elia, dei profeti, coloro che hanno preparato la venuta del Messia; in presenza poi dei discepoli, degli Apostoli, dei testimoni prescelti… ecco Dio Padre proclama Cristo suo Figlio, anzi, Figlio prediletto, in cui egli si compiace…
C’è però un’altra parola che non vorrei ci sfuggisse. Questo è il Figlio prediletto, dice, ma dice anche: «Ascoltatelo». Il Padre ci dà un ordine preciso, l’ordine di ascoltare il messaggio del Figlio, di ascoltare Gesù. Anche la Madonna Ss.ma alle nozze di Cana, lei che «ascoltava, meditava e portava le parole di Dio nel proprio cuore, dice ai servi: ascoltatelo, «fate quello che vi dirà». Che significa dunque ascoltare Gesù? Ascoltare… non sentire…! Ascoltare è compiere i suoi comandamenti e particolarmente il primo dei comandamenti, quello dell’Amore. Ascoltare il Signore è comportarsi come egli si è comportato, come lui è vissuto sulla terra, vivere dall’esempio che Gesù ci ha lasciato… E lui ha trascorso tutta la sua vita facendo la volontà di Dio, facendo del bene a tutti, aiutando i bisognosi, sanando i malati, predicando la Buona Novella del Regno di Dio.
Tanti parteciperanno all’Eucaristia oggi. L’Eucaristia è la manifestazione, la nostra teofania di Dio. Non le accompagnano né terremoti, né nubi o saette. Qui però abbiamo tra noi, nelle nostre mani Dio stesso, Dio che si lascia pregare, sentire, toccare, gustare, perfino mangiare… Dio che mangiato nel pane inizia in noi l’opera sua, inizia in noi la nostra trasfigurazione, entra dentro di noi e ci trasfigura, trasforma dal di dentro, quasi dall’interno… Ecco la festa della trasfigurazione, di Dio, di Gesù, ma anche la festa della nostra trasfigurazione, la profezia di ciò che dobbiamo diventare noi.
E quando scenderemo dal monte, quando torneremo a casa nostra, ai nostri impegni, dopo l’Eucaristia, possiamo continuare ad essere trasfigurati, luminosi, bianchi, per contagiare con la nostra esperienza, con il nostro esempio anche gli altri.
Il Signore ce lo conceda. 

L’AVVENTURA DI ABRAMO NEL LIBRO DELLA GENESI 1 – LA VOCAZIONE DI ABRAMO (GEN 12,1-9)

http://www.diocesi.lodi.it/moduli/pubblicazioni/documenti/pubblicazioni_1395_0609AbrVoc.rtf.

L’AVVENTURA DI ABRAMO NEL LIBRO DELLA GENESI

1 – LA VOCAZIONE DI ABRAMO (GEN 12,1-9)

Abramo non compare in scena all’improvviso nel libro della Genesi, ma il suo ingresso viene anticipato, in modo poco appariscente, al termine del cap. 11 nella genealogia “da Sem ad Abramo” di tradizione sacerdotale. Da essa sappiamo che un certo Terach ebbe tre figli – Abramo ed altri due -, e che dalla terra natale in Ur dei Caldei, non lontano dall’attuale ben nota città iraqena di Nasiriyah, uscì con tutto il suo clan per migrare nel paese di Canaan (Gen11,31a), ma si fermarono a Carran, vicino all’attuale Sanliurfa, in Turchia non lontano dal confine con la Siria, e vi si stabilirono (Gen11,31b)
Il progetto iniziale del clan prevedeva quindi di percorrere tutta la “mezzaluna fertile” dal suo estremo est vicino al Golfo Persico al suo estremo ovest in Palestina, ma la realizzazione di Terach si ferma a metà del progetto. Dio però è di un altro parere, e allora ripropone il progetto interrotto da Terach a suo figlio Abramo.
1Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. 2Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. 3Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan 6e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.
7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questo paese». Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb.
Il testo biblico non dice perché Terach, padre di Abramo, si era fermato con tutti quelli del suo clan a metà della migrazione verso il paese di Canaan. E quando Terach muore all’età di 205 anni (11,32) ed Abram gli succede come capo clan, neppure allora essi muovono le tende.
Una conferma in tal senso ce la fornisce proprio l’inizio del nostro brano, quando il Signore dice ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Se riflettiamo su questa frase, non possiamo non esserne sorpresi, perché Carran non era “il suo paese” e “la sua patria”. Abram era nato e cresciuto nella città di Ur, a più di 400 km di distanza. Quanto alla casa di suo padre, ora era Abram il capoclan che prendeva le decisioni e “la casa di suo padre” lo avrebbe seguito nell’attuazione di queste. Ecco perché, una volta escluso che a Carran fossero “le radici” di Abram, l’unico motivo che li tratteneva a Carran era che “lì si stava bene”, c’era disponibilità di acqua, pascoli, luoghi adatti per le tende, buoni rapporti con i vicini .
“ . verso il paese che io ti indicherò.”: Sapendo dalle pagine seguenti della Genesi quale è la destinazione finale, viene da pensare che Dio voglia rilanciare con Abram il progetto originario di migrazione fino al paese di Canaan, voluto da Dio e “insabbiato” da Terach. Questa è solo una nostra supposizione, ma abbastanza ben suffragata dal testo.
Si pensa in genere che l’umanità, prima di Abram, sia stata sostanzialmente politeista e egli sia stato, almeno simbolicamente, il primo monoteista della storia dell’uomo. Ma qui il Signore si presenta ad Abram con il tono di chi è già conosciuto, di chi parla sapendo di essere ascoltato e di chi con grande autorevolezza può dare ordini perentori: “Vattene …” E che si attende di essere obbedito.
Guardando ora la situazione dal punto di vista di Abram: se un dio sconosciuto lo avesse avvicinato e gli avesse dato ordini gravosi, cosa gli poteva impedire di rispondere: “Ma tu chi sei?
Se, come sappiamo, Abram ha invece creduto e obbedito, possiamo ritenere che quello era un Dio già precedentemente conosciuto, probabilmente già da suo padre Terach. Se Abram ha creduto e obbedito, possiamo supporre che quel Dio si fosse già precedentemente rivelato come un Dio credibile. Se non fosse stato così, come Abram avrebbe potuto credere ed obbedire?
Spesso questo “vattene dal tuo paese …” viene interpretato come indicatore della vocazione radicale con la quale Dio chiede all’uomo di lasciare tutto senza nessuna garanzia per il futuro. Ma questo, come abbiamo già visto, è vero solo in parte: in realtà Abram, partendo da Carran, non vi lascia molto e ci sarebbe molto da discutere sul “suo paese” sulla “sua patria” e sulla “casa di suo padre”; il testo biblico poi aggiunge che prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello (suo fratello Aran che era morto a Ur), e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. In particolare l’espressione tutte le persone che lì si erano procurate lascia intendere un seguito numeroso ed un clan agiato e potente. Più oltre la Genesi al cap. 14 ci informerà che il clan di Abramo era temibile anche sotto l’aspetto militare.
In ogni caso, anche se possiamo essere tentati di pensare che il testo biblico abbia un poco sopravvalutato il distacco da Carran, il fatto di levare le tende non è stato certamente indolore. In quale modo il Signore può aver convinto Abram a farlo? Dicendogli:” Farò di te un grande popolo … “.
In parte si vedono, in parte si intuiscono i termini della grande promessa che Dio fa ad Abram, e che saranno il leitmotiv della vita del patriarca: una grande discendenza e una terra, insieme alla costante ed efficace Sua benedizione.
Sappiamo che il Dio di Abram e nostro Dio mantiene sempre le sue promesse, ma … occorre fare qualche precisazione.
Quanto alla discendenza, quella “vera” a cui allude la promessa, passa per Isacco, il figlio che Abramo avrà solo quando sarà centenario, quasi a tempo scaduto. E notiamo che, poco dopo (cap. 22), questo figlio sarà rimesso in discussione, quando sarà chiesto ad Abram di offrirlo in sacrificio.
Quanto alla terra, Abramo arriverà abbastanza presto a risiedervi, ma solo “da ospite”. La terra di Canaan apparterrà non a lui, ma ai suoi discendenti, solo dopo alcune generazioni, dopo la schiavitù d’Egitto, dopo l’esperienza del deserto …
E l’appartenenza di questa terra non sarà mai definitiva. Ne è prova tutta la Bibbia (pensiamo alle varie dominazioni straniere citate dal testo sacro) e lo provano oggi i mass-media (il possesso di quella terra è sempre molto precario e conteso).
Prendiamo anche nota del fatto che, in questo primo incontro con Dio (12,1-3), Abram non parla e non chiede precisazioni o garanzie. Si limita ad eseguire quanto gli è stato ordinato con uno stile che qualche commentatore definisce “militare”: Abram esegue gli ordini ricevuti, ma non sarà sempre così, perché già in Genesi 15 e ancor più in Genesi 18 vedremo Abram domandare, discutere, anche contrattare con il Signore (la salvezza di Sodoma e Gomorra).
Il testo ci presenta subito anche un secondo incontro in Betel (12,7-9), quando il Signore rinnova la sua promessa (discendenza e terra): “Alla tua discendenza io darò questo paese”.
Neppure in questa occasione sentiamo parlare Abram, ma non si può neppure dire che egli rimanga passivo. Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso È una eziologia che ci spiega la fondazione del santuario di Betel, ed è (crediamo) il primo atto di culto di Israele per il suo Dio.
Per Abramo non è ancora il momento per una residenza definitiva, infatti: “Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb, cioè nel deserto.
Terminiamo queste note con una citazione dell’autore della Lettera agli Ebrei: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.” (Eb11,3).

16 MARZO 2014 – 2A DOMENICA A – QUARESIMA : « QUESTI È IL FIGLIO MIO PREDILETTO…

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/3-QuaresimaA-2014/Omelie-Quaresima/02-Dom-Quaresima-A-2014/09-2aDomenica-A-2014-MM.htm

16 MARZO 2014| 2A DOMENICA A – QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« QUESTI È IL FIGLIO MIO PREDILETTO, NEL QUALE MI SONO COMPIACIUTO. ASCOLTATELO »

Le tre letture di questa seconda domenica di Quaresima sono collegate tra di loro dal tema della « chiamata di Dio »; Dio chiama ciascuno di noi ad una particolare missione, ed attende la nostra risposta, nella fede.
Nel libro della Genesi, Dio chiama Abramo: gli ordina di partire, di lasciare tutto, la patria, la casa, la famiglia.
In cambio gli promette una nuova terra ed una lunga discendenza: « Farò di te una nazione grande… sarà grande il tuo nome e sarai una benedizione ».
Ma quali garanzie Dio dà ad Abramo, oltre alla sua promessa? Umanamente parlando, nessuna! Al momento della partenza, Abramo non conosce neppure il nome della terra promessa, né dove si trovi. Dio gli dice semplicemente: « Parti verso il paese che io ti indicherò ».
Per quanto poi riguarda la discendenza, la promessa appare quanto mai difficile, se non impossibile, data l’età avanzata sia di Abramo, sia della moglie Sara. Unica garanzia è la parola di Dio, la fedeltà di Dio alle sue promesse.
« Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore », perché si fidò completamente del Signore e credette alla sua Parola.
Abramo comprende che questa chiamata implica per lui un esodo, un’uscita da tutto il suo mondo, un abbandono di tutte le sue sicurezze umane: patria, casa, affetti, mezzi materiali. Da parte sua Dio non deluderà le attese di Abramo, e non verrà meno alle sue promesse. Abramo raggiungerà la « terra promessa », avrà la sua discendenza, diventerà padre di una moltitudine di credenti.
La chiamata di Abramo è immagine della chiamata del cristiano.
S. Paolo, nella seconda lettura, scrivendo a Timoteo, dice: « Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa… in Cristo Gesù ».
Vocazione santa la nostra, perché è dono di Dio, fonte di ogni santità, che ci vuole santi e ci attende in Paradiso santi tra Santi; perché siamo chiamati alla salvezza nostra ed a cooperare alla salvezza di tutti: « Soffri anche tu con me per il Vangelo » dice Paolo a Timoteo.
Come quella di Abramo, anche la nostra chiamata implica ed esige un esodo, un’uscita, un abbandono, un distacco. Dobbiamo uscire dalle nostre vedute, dalle nostre sicurezze troppo umane e troppo terrene; dobbiamo uscire dal nostro egoismo, e dalla schiavitù delle nostre abitudini.
E la nostra risposta alla chiamata del Signore non può essere che quella della fede. Dobbiamo fidarci di Dio, lasciarci guidare da lui, seguire le vie che Egli ci indica attraverso la sua Parola: « La benevolenza di Dio… è stata rivelata …con l’apparizione del salvatore nostro Gesù Cristo » ci ricorda ancora Paolo. E la voce del Padre ci dice: « Gesù è il figlio mio prediletto nel quale ho posto le mie compiacenze. Ascoltatelo! »Anche nel brano del Vangelo, nell’episodio della Trasfigurazione sul Tabor, troviamo il tema della chiamata alla salvezza, il tema della vocazione cristiana.
Gesù aveva annunciato agli Apostoli la sua passione e morte, ed aveva detto loro: « Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ».
Gli apostoli erano rimasti sconcertati! Non potevano pensare che il Cristo finisse condannato alla morte di croce! Avevano sempre pensato ad un Messia glorioso, trionfatore dei suoi nemici, ed erano quindi ben lontani dal seguirlo sulla via della croce.
Con la Trasfigurazione, Gesù dà loro un segno della sua divinità, un’anticipazione della sua futura glorificazione, una dimostrazione che l’ultima parola non sarà la morte sul Calvario, ma la Risurrezione.
Dopo la Trasfigurazione, Gesù invita Pietro, Giacomo e Giovanni, a scendere dal monte ed a continuare con Lui il cammino verso Gerusalemme, verso il Calvario. « Alzatevi e non temete! »
Ora i tre Apostoli possono capire che il Calvario è solo una tappa, obbligata sì, ma non la fine. Possono capire che non devono temere di seguire Gesù, anche portando il loro peso di sofferenza. Possono fidarsi di Lui!Anche a noi Gesù vuol far comprendere che cosa significhi « essere suoi discepoli », in che cosa consista cioè la nostra « vocazione cristiana ».
Siamo chiamati a seguirlo, non solo ad ascoltarlo nei suoi insegnamenti; siamo chiamati a condividere il suo trionfo sul peccato e sulla morte, ma attraverso la via obbligata della croce e dell’impegno nella sofferenza.
La Trasfigurazione ci garantisce che possiamo fidarci di Gesù, che possiamo credere alla sua Parola, che non saremo ingannati.
In questa quaresima chiediamoci allora se crediamo veramente in Gesù, se ci fidiamo sul serio di Lui, se seguiamo fedelmente la sua strada.
Forse la nostra vita è ancora vissuta nella mediocrità e nel compromesso; forse ci lasciamo ancora incantare dalle sirene e dalle facili promesse del mondo; forse abbiamo ancora paura di « abbandonare la nostra terra », le nostre sicurezze, i nostri egoismi…
Preghiamo allora, con l’intercessione di Maria:
« Signore, aumenta la nostra fede; fa che ci fidiamo di Te completamente, fa che Ti ascoltiamo davvero, e Ti seguiamo dovunque tu ci condurrai ».

Mario MORRA SDB

MOSES ON MOUNT SINAI

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Publié dans:immagini sacre |on 13 mars, 2014 |Pas de commentaires »

HO INCONTRATO MIO « PADRE »,VI HO APPOGGIATO LA MIA STANCHEZZA – INCONTRO CON PAPA BENEDETTO (2009)

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RIFLESSIONE DI UN PRETE ROMANO DOPO L’INCONTRO CON IL PAPA

 HO INCONTRATO MIO « PADRE »,VI HO APPOGGIATO LA MIA STANCHEZZA

DON MASSIMO TELLAN (« AVVENIRE », 28/2/’09)

Venerdì pomeriggio, il primo Venerdì del nostro « itinerario quaresimale », il Venerdì che segue il consueto incontro del « Clero Romano » con il suo Vescovo, il Papa. La grande « Sala delle Benedizioni » che ci ha accolti è ormai vuota; finito il « vociare » festante che accoglie il Papa, e le mani protese verso di lui nel desiderio di un contatto che esprima l’affetto filiale. Spenti i riflettori dei « media », intenti a cogliere chissà quale novità possa dire il Santo Padre ai suoi Sacerdoti, impegnati nel duro « lavoro pastorale ». Eppure il cuore e l’anima non vogliono archiviare questo incontro, non vogliono voltare pagina come, sovente, la nostra « sbrigativa » società ci induce a fare. Cuore ed anima vogliono fare memoria di un evento che non è uno fra i tanti della nostra Diocesi, ma che vuol essere l’incontro per eccellenza, l’incontro del « Presbiterio » col suo « Pastore », il suo riferimento, la sua guida. Un appuntamento nel quale le distanze, che talvolta si respirano con il « Palazzo oltre Tevere », si annullano attraverso un abbraccio che sostiene, un segno che testimonia l’unità del « Presbiterio » col suo Vescovo e che – come ha sottolineato, con la sincerità che lo contraddistingue, il Cardinale Vicario Agostino Vallini – vuol essere un sereno e costruttivo scambio di esperienze in spirito di autentica familiarità. Questo appuntamento è anche un’opportunità per « domandare », sollecitare risposte alle provocazioni che ci arrivano dal nostro essere « Chiesa tra la gente », per riportare « esperienze pastorali » vissute, dal condividere perplessità e angosce, gioie e speranze. Ma, accanto alle risposte che il nostro Vescovo ci offre con puntualità e « sagacia », ciò che permane e vivifica è l’incontro in se stesso, l’opportunità di un confronto aperto e disponibile con un « Pastore » unico al mondo perché successore di « Pietro », la « roccia », colui che segna la rotta e apre la strada nella « sequela » di Cristo. Tutti noi viviamo immersi in questo tempo a tal punto da esserne segnati interiormente e talvolta « affaticati ». Le domande che agitano il cuore dell’uomo; le nuove problematiche « etiche », sollevate anche dai recenti « fatti di cronaca »; le difficoltà nel costruire « comunità » che siano luoghi di accoglienza e « testimonianza evangelica » nella carità, in un mondo sempre più diffidente e « chiuso »: sono realtà con cui dobbiamo misurarci. Talora l’entusiasmo cede il passo alla stanchezza, la « passione pastorale » è mortificata dal non avere « riscontri » immediati. Capita che una « patina di scoraggiamento » possa minare anche la nostra speranza. Che fare? Dove guardare? In chi trovare una « parola franca » che ci incoraggi, ci sproni a non distogliere lo sguardo da « Cristo risorto », nostra « speranza »? È questo il significato più vero del nostro trovarci col Papa. Spesso si sente dire, da fior di psicologi, che viviamo una stagione nella quale « non vi sono più padri »; ma prima della psicologia è il cuore dell’uomo che rivela l’esigenza di trovare una « paternità » che non lo faccia sentire solo e disorientato in questo mondo. La Chiesa indica all’uomo il volto di Dio come « Padre », ma perché questa « paternità » sia credibile deve renderla visibile con coloro che sono chiamati a esserne testimoni e strumenti. Come « Pastori » delle nostre « comunità » cerchiamo di rivelare questa « paternità » di Dio. Ma, nel contempo, come collaboratori del Vescovo e figli di Dio con tutto il suo « popolo », cerchiamo in Lui il volto e l’autorevolezza amorevole di un vero « Padre ». Abbiamo anche noi bisogno di non sentirci soli e disorientati, di trovare « prossimità » di cuore per noi stessi e rinnovato slancio per quanto possiamo e dobbiamo offrire a quanti ci sono affidati. Mi torna in mente il « Discorso alla Luna » del Beato Giovanni XXIII: «È un fratello che parla a voi, diventato « Padre » per la volontà di nostro Signore». È questo lo spirito che mi muove ogni volta che devo incontrare il mio Vescovo, questo quello che desidero e spero di trovare nel Papa. Questo il senso di un momento che è diventato una « consuetudine », ma è insieme un « seme di novità » per la mia vita di uomo e di Sacerdote.

 

L’UMILTA’ – PADRE RANIERO CANTALAMESSA

http://digilander.libero.it/rinnovamento/documenti/cate_063.html

L’UMILTA’

 PADRE RANIERO CANTALAMESSA

 Insegnamento tenuto a Chiaravalle Milanese, durante l’Incontro regionale dei Rinnovamento lombardo, Pentecoste 1979. Inizio questo insegnamento richiamando un brano della Parola di Dio che si trova in Luca, cap. 14; si tratta della parabola sulla scelta dell’ultimo posto a tavola, che termina con la frase: « Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato  » (Le 14,7-11). Noi siamo convenuti qui, oggi, pieni di gioiosa attesa, perché vogliamo fare la nostra Pentecoste. La Pentecoste è un evento grande per la Chiesa. Ma che cosa possiamo mettere noi, di nostro, per fare la Pentecoste? Assolutamente niente! La Pentecoste la decide solo Dio; la Potenza che scende dall’alto, scende dall’alto e basta; non la si può strappare a forza dalla terra. Tutto ciò che c’è di positivo, di dono, nella Pentecoste, ci viene da Dio; è il Padre che stabilisce il modo, il tempo e la misura per ognuno. Che cosa possiamo fare noi, allora, per avere la nostra Pentecoste, se non possiamo fare nulla di « positivo »? Possiamo fare il vuoto, che permetta allo Spirito Santo di venire! Creare il vuoto significa metterci in atteggiamento di profonda, sincera umiltà davanti a Dio. In questo, Maria preparò gli apostoli a ricevere la prima Pentecoste: li aiutò a farsi piccoli, umili e docili. Basta saper leggere tra le righe. Quando gli apostoli si erano trovati insieme l’ultima volta, in quello stesso cenacolo, prima della passione del Signore, sappiamo che discutevano ancora tra loro chi fosse il più grande (cfr. Le 22,24ss). Ora che Maria, « l’umile ancella », ha fatto loro scuola di umiltà, durante quella memorabile « novena », ritroviamo gli stessi uomini nello stesso posto, nel cenacolo, ma non discutono più su chi è il più grande; sono invece « assidui e concordi nella preghiera ». Parliamo dunque dell’umiltà poiché essa appare la migliore preparazione a ricevere lo Spirito Santo. Con questo insegnamento intendo anche completare il discorso fatto a Rimini sulla « sobria ebbrezza dello Spirito », sviluppando un punto che in quell’occasione fu appena accennato. e precisamente il significato dell’aggettivo « sobria ». Che ci sia una « ebbrezza » dello Spirito, come ci fu il giorno stesso di Pentecoste, questo dipende da Dio; ma da noi dipende l’essere sobri »,e oggi vediamo che questo vuol dire anche essere « umili ».

L’umiltà di Gesù Gesù terminava la sua parabola degli invitati al banchetto dicendo che chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Ma cosa significa « umiliarsi »? Sono sicuro che se domandassi a varie persone cos’è per loro l’umiltà, otterrei tante risposte diverse, ognuna contenente una parte di verità, ma incomplete. Se lo domandassi a un uomo che è portato per temperamento alla violenza, a far valere il proprio punto di vista con forza, forse mi risponderebbe: « l’umiltà è non alzare la voce, non fare il prepotente in casa, essere più mite e arrendevole Se lo domandassi a una ragazza, forse mi risponderebbe: « l’umiltà è non essere vanitosa, non volere attirare lo sguardo degli altri, non vivere solo per se stessi o per la facciata… » Un sacerdote mi risponderebbe: « Essere umili significa riconoscersi peccatore, avere un sentimento basso di se stesso Ma è facile capire che così non si è toccata ancora la radice dell’umiltà. Per scoprire la vera radice dell’umiltà bisogna, come sempre, rivolgersi all’unico Maestro che è Gesù. Egli ha detto: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore  » (Mt 11,29). Per un po’ di tempo, confesso che questa frase di Gesù mi ha molto stupito. Infatti: dov’è che Gesù si mostra umile? Leggendo il vangelo non si incontra mai la benché minima ammissione di colpa da parte di Gesù. Questa è anzi una delle prove più convincenti dell’unicità e della divinità di Cristo: Gesù è l’uníco uomo che è passato sulla faccia della terra, ha incontrato amici e nemici senza dover mai dire: « Ho sbagliato! », senza chiedere mai perdono a nessuno, neppure al Padre. La sua coscienza ci appare un cristallo: nessun senso di colpa la sfiora. Di nessun altro uomo, di nessun fondatore di religione, si legge una cosa simile. Dunque Gesù non è stato umile, se per umiltà intendiamo parlare o sentire bassamente di sé, ammettere di avere sbagliato. « Chi di voi – egli può dire con sicurezza – può convincermi di peccato? » (Gv 8,46). Eppure questo stesso Gesù dice con altrettanta sicurezza: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore  » (Mt 11,29). Allora vuol dire che l’umiltà non è proprio quella cosa che il più delle volte noi pensiamo, ma qualcos’altro che dobbiamo scoprire dai vangeli. Che cosa ha fatto Gesù per essere e dirsi « umile »? Una cosa semplicissima: si è abbassato, è sceso. Ma non con i pensieri o con le parole. No, no; con i fatti! Con i fatti Gesù è sceso, si è umiliato. Trovandosi nella condizione di Dio, nella gloria, cioè in quella condizione in cui non si può né desiderare né avere niente di meglio, è sceso; ha preso la condizione di servo, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte (cfr. Fil 2,6ss). Una volta iniziata questa discesa vertiginosa da Dio a schiavo, non si è fermato ancora; ha continuato a scendere, tutta la vita. Si mette in ginocchio per lavare i piedi ai suoi apostoli; dice: « Io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22,27). Non si arresta finché non tocca il punto oltre il quale nessuna creatura può andare, che è la morte, Ma proprio là, nel punto estremo del suo abbassamento, lo raggiunge la potenza del Padre, cioè lo Spirito Santo, afferra il corpo di Gesù nella tomba, lo vivifica, lo risuscita e lo innalza alla sommità dei cieli, gli dà il Nome che è al di sopra di ogni altro nome e ordina che ogni ginocchio si pieghi davanti a lui. Ecco un esempio concreto, la realizzazione massima della parola: « Chi si umilia sarà esaltato ». Vista in questo specchio, che è Gesù, l’umiltà ci appare dunque non una questione di sentimenti, cioè un sentire se stessi in modo basso, ma una questione di fatti. di gesti concreti; non una questione di parole, ma di realtà, di azioni. L’umiltà è la disponibilità a scendere, a farsi piccoli e a servire i fratelli; è la volontà di servizio. E tutto questo, fatto per amore, non per altri scopi. Ci può essere un’attitudine al servizio dei fratelli anche in persone non credenti; dobbiamo ammettere onestamente che ci sono intorno a noi persone che non si dicono cristiane e tuttavia, in certi casi, ci danno l’esempio nel collocarsi accanto ai poveri, agli emarginati. La differenza sta nel fatto che, in un cristiano, tale disponibilità al servizio deve essere ispirata e come sostanziata di amore.

In un certo senso, possiamo dire che l’umiltà è gratuità, è abbassarsi senza alcun interesse proprio o calcolo. La parabola degli invitati al banchetto prosegue con queste parole di Gesù: « Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti » (Le 14,13ss). Questo è un servizio gratuito, perché non ci si aspetta nulla in cambio. In questo l’umiltà si rivela come la sorella gemella della carità, come un aspetto di quella agape, di cui S. Paolo tesse l’elogio nel capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi. Quando l’Apostolo dice che la carità « non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto … », intende dire che la carità è umile e l’umiltà è caritatevole. Essere umile secondo il modello di Gesù significa dunque spendersi gratuitamente, non vivere solo per se stessi (cfr. 2 Cor 5,15). Quando noi cerchiamo il plauso, i riconoscimenti, manchiamo di umiltà perché rompiamo la gratuità. In quel momento stiamo ricercando la nostra ricompensa. lo posso andare in un posto a parlare e tornare a casa con una duplice ricompensa: o in soldi, o in compiacenza di me stesso. In tutti e due i casi Gesù mi dice: Hai ricevuto la tua ricompensa.

Umiltà e sobrietà In noi, quasi mai l’umiltà è questa cosa così limpida e pura, cioè abbassarsi a servire per amore. Essa comporta sempre anche qualcosa di negativo, cioè un rinnegarsi, uno sconfessare ciò che c’è di distorto nelle nostre intenzioni e nelle nostre azioni. Un discendere da noi stessi, prima che andare verso gli altri. Quando è Gesù che « scende », lo fa da un’altezza reale, oggettiva, perché è il Santo di Dio (cfr. Gv 6,69). Quando invece siamo noi uomini a « scendere », non ci abbassiamo da un’altezza reale, vera, ma da una pseudo-altezza, da una altezza falsa; ci abbassiamo da un’altezza alla quale ci siamo indebitamente innalzati con l’orgoglio, con la vanità, con l’ira… In noi perciò l’umiltà è sempre anche una virtù « negativa », che serve a rinnegare qualcosa di cattivo che c’è in noi per cui tendiamo a elevarci al di sopra del prossimo. n questo senso si dice giustamente che l’umiltà è verità. E’ ripristinare la verità circa noi stessi, è riconoscere che il nostro posto non è stare sopra gli altri, ma sotto. S. Teresa d’Avila ha scritto: « Mi chiedevo una volta perché il Signore ama tanto l’umiltà, e mi venne in mente d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e l’umiltà è verità ». Anche S. Paolo parla in questi termini dell’umiltà quando dice: « Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso » (Gal 6,3). Per l’Apostolo, si potrebbe dire che l’umiltà è soprattutto sobrietà spirituale, cioè un sentire in modo sobrio, sano, non eccessivo, non esaltato, di se stessi. Dice: « Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione » (Rm 12,3). Nell’originale greco, la frase suona: « Valutatevi in modo sobrio ». Poco dopo insiste dicendo: « Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi » (Rm 12,16). Quest’umiltà-sobrietà consiste dunque in un sano realismo che ci permette di essere nella verità dinanzi a Dio. Noi non perseguiamo una verità astratta, non vogliamo essere come lo psicanalista che cerca di portare l’uomo alla verità su di sé, in modo che egli si liberi dai suoi complessi. Noi perseguiamo un’altra verità; la verità che cerchiamo è quella che permette di essere veri davanti a Dio, prima ancora che davanti a se stessi e agli altri, anche se queste cose ne derivano di conseguenza. t scritto di Dio che egli è buono e generoso con l’uomo sincero, ma diventa l’astuto » con il perverso, cioè con chi ha il cuore menzognero (cfr. Sal 18,27). Una cosa Dio esige sopra tutte da chi si accosta a lui: 1a sincerità del cuore » (cfr. Sal 5 1,8)

L’umiltà di Dio Dicevo che l’umiltà presenta in noi degli aspetti negativi, di rinnegamento, di sacrificio, di croce, proprio perché noi siamo peccatori e abbiamo bisogno di togliere il male che c’è in ogni nostra azione. Ma se è cosi, dove trovare quell’umiltà allo stato puro che non finirà neppure con la morte e che non dice alcuna relazione con il peccato? La prima risposta che viene spontanea alle labbra è: in Gesù di Nazareth! Ma, a pensarci bene, dobbiamo dire che neppure in lui si trova quell’umiltà allo stato puro, senza alcuna relazione con il peccato. E’ vero infatti che Gesù è l’uomo senza peccato, innocente e santo; è vero che non aveva peccati propri, tuttavia aveva preso su di sé i peccati degli altri uomini e davanti a Dio figurava come « il peccato ». Anche in Gesù, dunque, il suo umiliarsi facendosi obbediente fino alla morte presenta un aspetto di espiazione, cioè di riferimento al peccato. Solo nella seconda venuta, alla fine dei tempi – dice l’epistola agli Ebrei – egli verrà senza più alcuna relazione con il peccato (cfr. Eb 9,28). Allora – insisto – dove troviamo l’umiltà allo stato puro, quel puro e gratuito abbassarsi a servire per amore? Abbiamo bisogno di arrivare a toccare questo fondamento perché da esso la virtù dell’umiltà trae tutta la sua forza e il suo fascino. La troviamo in Dio, nella Trinità! C’è una preghiera di S. Francesco d’Assisi, sicuramente autentica (si conserva in Assisi, nella basilica del Santo, scritta di suo pugno); in questa preghiera intitolata « Laudi di Dio Altissimo », il Poverello intreccia una lode magnifica del Dio Uno e Trino, dicendo tra l’altro: « Tu sei carità, tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei sicurezza, tu sei giustizia, tu sei temperanza Quando lessi la prima volta quell’espressione: « Tu sei umiltà », dissi fra me: « Padre mio S. Francesco, qui non ti capisco più! Forse ti sei lasciato prendere la mano; stavi facendo un elenco delle virtù che si trovano in Dio e vi hai messo dentro anche l’umiltà, senza pensare che l’umiltà è una virtù che non può trovarsi nella Trinità che è tutta gloria, santità, splendore ». Ma sbagliavo io! Il Santo aveva ragione. Anzi egli ci ha dato, con quelle parole, una delle definizioni più delicate e più sublimi di Dio: Dio è umiltà! Se umiltà significa scendere da se stessi per amore, Dio è umiltà perché, dalla posizione in cui si trova, non può far altro che scendere; sopra di lui non c’è nulla, perciò egli non può salire, innalzarsi. Quando fa qualcosa « fuori di sé » (ad extra), Dio non può che « abbassarsi », umiliarsi. Ed è quello che ha sempre fatto dalla creazione del mondo. La storia della salvezza non è che la storia delle successive « umiliazioni » di Dio. Così la vede infatti S. Francesco: « Ecco – scrive – ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare » (FF n. 144); e parlando dell’eucaristia esclama: « Guardate, frati, l’umiltà di Dio! » (FF n. 221). In seguito, mi sono accorto che questa era stata già un’idea familiare ai Padri della Chiesa. Essi parlavano della synkatábasis di Dio, parola che, tradotta, vuol dire « condiscendenza », cioè farsi piccolo per potersi accostare all’uomo e scendere al suo livello. S. Giovanni Crisostomo – a cui tale termine era particolarmente caro – dice che già la creazione è un atto della condiscendenza di Dio; che la rivelazione biblica – il fatto che Dio si adatti a balbettare il linguaggio umano – è un atto della condiscendenza di Dio; tale è pure e soprattutto l’Incarnazione. Ma anche la Pentecoste che stiamo celebrando è un atto di umiltà di Dio. Perché parliamo di « discesa » dello Spirito Santo, se non per lo stesso motivo, e cioè che ogni intervento di Dio a favore dell’uomo è una condiscendenza, un umiliarsi? Nel caso della Pentecoste, lo Spirito Santo si abbassa, assumendo dei poveri segni come sono il fuoco, il vento, le lingue. Si abbassa ad abitare in povere creature di carne facendone il suo tempio. (Soffermiamoci un istante in preghiera su questa scoperta; ringraziamo il Signore perché ha voluto « uscire » da se stesso per amore nostro, dandoci un meraviglioso esempio di umiltà). Dopo ciò ho capito perché S. Francesco, nel « Cantico delle creature », scrive: « Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta ». Uacqua è umile perché, come Dio, dalla posizione in cui si trova non sale mai, ma sempre scende, scende, fino a raggiungere il punto più basso; tende sempre ad occupare l’ultimo posto. Dio è umiltà: che cosa abbiamo scoperto con ciò? Solo un’idea teologica in più? No, abbiamo scoperto il vero motivo per cui dobbiamo essere umili. Noi dobbiamo essere umili per essere figli del Padre nostro, per « riprendere » dal nostro legittimo Padre. Perché se non siamo umili, noi non riprendiamo dal Padre nostro che è nei cieli, ma da un altro padre ben diverso. Chi è, nell’universo, colui che ha come suo movimento proprio il salire, il dare la scalata? Chi è colui che dice: « Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il mio trono… mi farò uguale all’Altissimo? » (Is 14,13-14). Non lo nominiamo neppure, per non fargli questo onore nel giorno di Pentecoste, tanto sappiamo bene di chi si tratta. Bisogna dunque essere umili per riprendere dal Padre nostro, altrimenti Gesù deve dire anche a noi quello che diceva ai farisei che si credevano figli di Abramo: ‘ »Voi fate le opere di un padre che non è Abramo… » (cfr. Gv 8,38ss).

Umili con chi? L’esercizio dell’umiltà Adesso possiamo porci la domanda iniziale: « Che cos’è l’umiltà », ma da un altro punto di vista, molto più profondo. L’umiltà è un atteggiamento verso noi stessi, verso gli altri, o verso Dio? Anni addietro, feci una meditazione sull’umiltà in cui sostenevo che essa non è un atteggiamento verso se stessi o verso gli altri, ma solo verso Dio. Adesso devo correggermi: l’umiltà è tutto questo insieme: è un modo di stare davanti a sé, davanti agli altri e davanti a Dio, pur rimanendo qualcosa di profondamente unitario. Ho detto sopra che l’umiltà è sorella gemella della carità; come la carità si esprime in due atteggiamenti legati intimamente tra di loro: « Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso », così è dell’umiltà. L’umiltà vera consiste nell’essere umili con Dio e umili con il prossimo: le due cose insieme. Non si può essere umili dinanzi a Dio, nella preghiera, se non lo si è con i fratelli. Essere umili davanti a Dio significa essere bambini, essere gli anawin biblici, cioè i poveri che non hanno nessuno su cui appoggiarsi se non Dio solo; significa non confidare né nei carri né nei cavalli, né sulla propria intelligenza, né sulla propria giustizia. E tutto questo va benissimo. Ma se tu non sei umile con il fratello che vedi, come puoi dire di essere umile con Dio che non vedi? Se tu non lavi i piedi al fratello che vedi, cosa significa il tuo voler lavare i piedi a Dio che non vedi? I piedi di Dio sono i tuoi fratelli! Come si vede, si possono dire dell’umiltà le medesime cose che Giovanni dice della carità (cfr. I Gv 4,20). Ci sono persone (io sono certamente tra queste), le quali sono capaci di dire di se stesse tutto il male possibile e immaginabile; che, in preghiera, fanno delle autoaccuse di una schiettezza e di un coraggio ammirevoli. Dunque, sono umili davanti a Dio e verso se stessi. Ma appena un fratello accenna a prendere sul serio le loro confessioni, o si azzarda a dire, di essi, una piccola parte di quello che si son detti da soli, sono scintille! Non era vera umiltà la loro. Il vero umile è colui che si guarda in Dio, in lui scopre ciò che è, e poi trasfonde questa verità nel rapporto con i fratelli. L’umiltà che stiamo scoprendo è un bene che scende dal cielo; essa è quel « dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce » (cfr. Ge 1, l 7). Non è una pianta che spunta naturalmente sulla nostra terra; il mondo non la conosce. Questa è la sapienza dei Vangelo che confonde la sapienza del mondo. Su questo terreno le due sapienze si scontrano frontalmente, tanto che S. Paolo può dire: « Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio » (1Cor 3,18ss). Lo vediamo chiaramente intorno a noi: il mondo, invece di coltivare l’umiltà, esalta l’orgoglio; quando si vuol fare un comiplimento a qualcuno, si dice che « ha dell’orgoglio ». Il mondo è strutturato sul valore dell’arrivismo, del fare carriera, cioè salire più in alto nella scala sociale. Dalla scuola in su, che cosa si inculca ai giovani se non di fare carriera, di affermarsi al di sopra degli altri, di primeggiare? Il modo di pensare di Gesù è semplicemente diverso di novanta gradi. E tuttavia bisogna non cadere in errore. A che cosa mira l’umiltà evangelica? Forse a creare una comunità di rassegnati, di gente inerte, priva di slancio, che non traffica i talenti? Assolutamente no! Il filosofo che affermava questo (Nietzsche), non aveva capito niente del Vangelo. L’umiltà evangelica non significa che tu non devi trafficare i talenti ricevuti; al contrario. La differenza rispetto al mondo è che questi tuoi talenti tu non li impieghi solamente per te stesso, per porti al di sopra degli altri e dominarli, ma li impieghi per il servizio degli altri; non per essere servito, ma per servire,

Umiltà nel matrimonio Vorrei ora accennare ad alcuni ambiti particolari in cui l’umiltà si rivela particolarmente necessaria. Anzitutto quello della famiglia: come e perché essere umili nel matrimonio. lo dico che l’urniltà è stata inventata da Dio anche per salvare i matrimoni. Il matrimonio, inteso come l’amore tra l’uomo e la donna, nasce dall’umiltà. Innamorarsi di un’altra persona – quando si tratta di un vero fatto di innamoramento – è il più radicale atto di umiltà che si possa immaginare. Significa andare da un altro e dirgli: lo non mi basto, io non sono sufficiente a me stesso; ho bisogno del tuo essere. E’ come stendere la mano e chiedere in elemosina a un’altra creatura un po’ del suo essere. Ripeto: è l’atto di umiltà più radicale. Dio ha creato l’uomo bisognoso, mendicante; ha inscritto l’umiltà nella sua stessa carne, quando li ha creati maschio e femmina, cioè incompleti. Ne ha fatto, fin dall’origine, due esseri in movimento, in ricerca l’uno dell’altro, « insoddisfatti » ognuno di se stesso. Ha posto così la creatura umana come su un piano inclinato verso l’alto, non verso il basso, perché l’unione doveva elevarlo dall’altro sesso, all’Altro per eccellenza che è Dio stesso. Dunque, il matrimonio nasce dall’umiltà, e se nasce dall’umiltà della condizione umana non può sopravvivere che nell’umiltà. S. Paolo diceva ai coniugi cristiani: « Rivestitevi… di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri » (Col 3,12ss). L’umiltà e il perdono sono come il lubrificante che permette, giorno per giorno, di sciogliere ogni principio di ruggine, di abbattere i piccoli muri di incomprensione e di risentimento, prima che diventino grandi muri che non si possono più abbattere. Gli sposi devono vigilare a che 1`altro padre », quello spurio, non instauri tra di loro la logica della ripicca, della rivincita… Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: Perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è perdere, ma vincere, vincere il vero nemico dell’amore che è il nostro egoismo, il nostro « io ».

Umiltà nel Rinnovamento Il Rinnovamento ha bisogno di famiglie rinnovate e le famiglie, abbiamo visto, si rinnovano anche con l’umiltà. à l’amore, certo, che rinnova le famiglie, ma è l’umiltà che rende possibile l’amore. Ma in questa circostanza, devo dire una parola anche a proposito dell’umiltà nel « Rinnovamento ». Se il Rinnovamento, come è stato detto molto giustamente, è « restituire il potere a Dio », allora Si capisce quanto l’umiltà sia urgente nel Rinnovamento nello spirito. L’umiltà è ciò che preserva il Rinnovamento dallo sciuparsi in cosa umana. Bisogna che periodicamente noi rimettiamo il, potere nelle mani di Dio, e questo si fa con l’umiltà. Bisogna che impariamo a dire, con l’Apocalisse e con la liturgia della Chiesa: « Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli! ». Ogni volta che dimentichiamo questo e facciamo centro sulle persone, sono disastri, come a Corinto. I nostri incontri di preghiera talvolta soffrono di questo: non c’è abbastanza pulizia di tutto l’elemento umano. L’umiltà nel Rinnovamento è importante quanto è importante l’isolante nell’elettricità. Più alta è la tensione della corrente che passa in un filo, più deve essere spesso ed efficiente l’isolante; altrimenti: corto circuito! Ricordo vagamente le nozioni che ci inculcava, a questo proposito, il mio vecchio professore di fisica al liceo: « L’isolante – diceva – è una materia inerte e vile, ma è assolutamente indispensabile, come lo sono i fili di rame che trasportano la corrente. Questi servono a trasportare la corrente, quello a non disperderla. I progressi che si fanno nella tecnica della conduzione dell’elettricità devono sempre essere accompagnati da un proporzionato progresso nella tecnica dell’isolamento. Altrimenti, corto circuito! ». In particolare, l’umiltà deve risplendere negli animatori e in chi svolge qualche ministero, come me in questo momento. Bisogna che ci lasciamo contestare senza reagire subito come chi si sente offeso, bisogna che ci lasciamo ammonire e correggere dai fratelli; bisogna che ci lasciamo sostituire e, anzi, che preveniamo in ciò i responsabili, senza che debbano dircelo più volte prima che capiamo. Una tentazione possibile nel Rinnovamento è quella di volersi sempre trovare in quel punto preciso dove, secondo noi, « passa » la corrente dello Spirito, essere sempre nell’occhio del ciclone, cioè, fuori metafora, là dove c’è la persona più famosa, il gruppo più dotato… Se il Signore ci fa capire queste cose è perché ci vuole liberare da esse. E’ bene voler essere nel punto dove agisce lo Spirito di Dio; solo che il punto dove agisce lo Spirito non è dove c’è la persona più in vista, perché lo Spirito di Dio è di preferenza nel nascondimento. Se dunque noi vogliamo essere veramente nell’occhio del ciclone dello Spirito, corriamo a occupare l’ultimo posto. Lì, lo Spirito trovò Maria e la riempì della sua potenza. Il Rinnovamento ha bisogno di vocazioni al nascondimento. Chi oggi sente per sé questa vocazione, dica subito il suo « si », insieme con Maria. Bisogna che ci lasciamo tutti strappare a fatica dall’ultimo posto; i fratelli devono incontrare resistenza a tirarci via dal l’ultimo posto, non dal primo. Occorre poi umiltà anche nei rapporti tra noi del Rinnovamento e i fratelli che servono il Signore in altri gruppi e realtà ecclesiali. Mai una mentalità da « eletti », che sciupa tutto. Non sentiamoci « carismatici », nel senso di persone dotate di particolari poteri, di trascinatori, ma solo nel senso di servitori dello Spirito. Abbiamo ricercato la radice dell’umiltà e l’abbiamo scoperta in Dio; abbiamo considerato il suo tronco, i rami; adesso cerchiamo di coglierne i frutti. I frutti dell’umiltà sono tantissimi, e uno più squisito dell’altro, ma a me piace soffermarmi su questi due soli frutti: l’umiltà attira la compiacenza di Dio, l’umiltà ci riconcilia con i fratelli. L’umile è guardato da Dio con occhio di padre, con tenerezza e simpatia. Il profeta Isaia ci fa seguire lo sguardo di Dio che si volge qua e là per l’universo in cerca di un posto dove posarsi, e non lo trova perché tutto è suo, tutto è uscito dalle sue mani; finché trova un « cuore contrito e umiliato » e in esso si riposa (cfr. Is 66.2). E’ scritto: »Eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano » (Sal 138,6). Come il Signore, dalla posizione in cui è, non può salire sopra di sé, così, si direbbe, non può guardare sopra di sé; come non può che scendere, così non può che guardare in basso. « Se tu ti innalzi, egli si allontana da te, se invece ti abbassi, egli si inchina verso di te » (S. Agostino, Ser. 21,2). Per questo Maria dice: « Ha guardato l’umiltà della sua serva  » (Lc 1,48). L’altro frutto, dicevo, riguarda i fratelli. L’umiltà conquista gli uomini. à una cosa curiosa: il mondo non coltiva l’umiltà, gli uomini in genere non sono umili; tuttavia sanno riconoscere a prima vista chi è umile e non sanno resistere all’umile. Non c’è difesa, né del Rinnovamento, né della Chiesa, che valga tanto quanto un atto di vera umiltà.

Termino recitando con voi il Salmo 131 che canta proprio i frutti dell’ umiltà: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze (la sobrietà!), lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia « .

Raniero Cantalamessa – La sobria ebbrezza dello Spirito – Edizioni RnS – Roma

The British Library, David praying

The British Library, David praying dans immagini sacre G70030-66b

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Publié dans:immagini sacre |on 12 mars, 2014 |Pas de commentaires »

QUARESIMA: ESODO DI LIBERTÀ DALLA FAME DI POSSEDERE LA VITA, LE PERSONE E DIO – LECTIO

http://www.zenit.org/it/articles/quaresima-esodo-di-liberta-dalla-fame-di-possedere-la-vita-le-persone-e-dio

QUARESIMA: ESODO DI LIBERTÀ DALLA FAME DI POSSEDERE LA VITA, LE PERSONE E DIO

LECTIO DIVINA PER LA I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Parigi, 08 Marzo 2014 (Zenit.org) Mons. Francesco Follo 

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la I Domenica di Quaresima (Anno A).

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LECTIO DIVINA

Quaresima: esodo di libertà dalla fame di possedere la vita, le persone e Dio
Rito Romano – I Domenica di Quaresima – Anno A – 9 marzo 2014
Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

Rito Ambrosiano – I Domenica di Quaresima
Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11

1) Quaresima: 40 giorni di esodo per andare verso la Terra promessa.

Il modo più sicuro di partecipare alla Quaresima è, come suggerisce la liturgia di oggi, prima Domenica di Quaresima, di ricordare e rivivere quello che furono per lui i 40 giorni di digiuno e preghiera passati nel deserto e che si conclusero con il superamento di tre prove.
Nel racconto che Gesù stesso fece ai suoi discepoli, le tre tentazioni, che ricapitolano questo tempo di prova, lasciano abbastanza chiaramente capire che, in un combattimento che prefigurava la sua agonia, Lui scelse l’amore del Padre e la carità per noi e iniziò a bere il calice della Nuova Alleanza, che sarebbe stata sigillata con la sua offerta sulla Croce.
Questo amore offerto è rifiutato ci è presentato già nella prima lettura, presa dal libro della Genesi, ci mostra che l’uomo è polvere plasmata dalle “mani creative” di Dio e animata dal Suo soffio di vita e di carità. Poche righe dopo, sempre il libro della Genesi illumina il dramma delle scelte sbagliate di fronte al bene e al male, un male che nasce nel cuore dell’uomo, dalle sue scelte, dai suoi rifiuti, dal suo ostinarsi a seguire i propri criteri, anziché i criteri di Dio. Ci viene chiesto di riflettere sulla gravità del rifiuto di inserirsi nel disegno di Dio, pretendendo un’autonomia assoluta nel decidere ciò che è bene e ciò che male. E’ la pretesa di essere alla pari di Dio, di essere Dio a noi stessi e agli altri.
? Poi, nella seconda lettura, ricavata dalla Lettera ai Romani, vediamo che San Paolo si riferisce al racconto della Genesi e mette a confronto il comportamento di Adamo e quello di Cristo e i risultati del loro agire. La ribellione e la disobbedienza del primo hanno causato la separazione da Dio e la morte di tutti gli uomini, l’obbedienza perfetta di Cristo, invece, ha ottenuto a tutti la pienezza della grazia e della vita. Adamo ed Eva sperimentano che la propria presunzione li ha allontanati tra loro, dal creato e da Dio. Gesù, invece, ricuce questo strappo e annulla questa distanza.
Infine, la pagina del Vangelo di Matteo che ci è offerta oggi come terza lettura, ripropone la stessa tentazione di Adamo ed Eva, ma mostra come Gesù ne esce vittorioso e ci indica le vie per realizzare un’esistenza fedele a Dio, una vita libera dal male profondo che ci minaccia.
Il diavolo mette in dubbio la figliolanza divina di Gesù (“Se sei Figlio di Dio …”) che era stata affermata al momento del battesimo sulle rive del fiume Giordano. In effetti, la tentazione non riguarda né il pane, né le cose, perché quelle son quel che sono, ma come vivere la nostra relazione con le cose, con le persone, con Dio. La possiamo vivere da figlio di Dio, come Gesù, oppure rifiutare la paternità amorosa di Dio che offre un rapporto stabile, vivo e vivificante con Lui.
Dio offre un’alleanza tra due libertà: la sua, che è iniziativa d’amore infinito, e la nostra, che è chiamata a fiorire e vivere della e per la libertà amorosa di Dio.
Se con la grazia superiamo la tentazione, Dio dilata il nostro cuore, che può così avere in dono Lui, che è l’Amore, e ci dona di bene operare per rendere tutta la vita una lode a Lui.

2) Fame e deserto.
Un dato non secondario è che il Vangelo di oggi ci dice che Gesù è tentato da Satana dopo quaranta giorni e nottti di digiuno e, quindi, Gesù ha fame.
Ma non si tratta solo di una fame corporale, come ogni essere umano Gesù ha tre fami:
a- di vita, che tenta l’uomo al possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane),
b- di relazioni umane che possono essere d’amicizia o di potere, simboleggiata dall’offerta di potere,
c- di onnipotenza, che spinge a soffocare il desiderio di Dio cioè l’anelito di infinito e di libertà senza limiti, inducendo alla tentazione di progettare la propria esistenza secondo i criteri umani della facilità, del successo, del potere, dell’apparenza, dell’immagine, vale a dire la tentazione di adorare il Menzognero (il diavolo) invece di adorare il Vero Amore provvidente.
Gesù però sceglie un altro criterio, quello della fedeltà al progetto di Dio, a cui aderisce pienamente e di cui è Parola fatta carne per redimerci assumendo la nostra condizione, segnata dalla povertà e dalla sofferenza, scegliendo con coraggio di farsi servo di tutti. ?
Per vincere queste prove, questa fame di vita, di relazioni e di Dio l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora una frase di Sant’Agostino: Quando sei colto dai morsi della fame – e possiamo aggiungere anche della tentazione – lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita, lascia che Cristo sia il tuo Pane di Vita.
A questo punto, penso sia giusto chiedersi perché per digiunare Gesù andò nel deserto.
Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato così per Mosè, che conobbe la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), per il popolo uscito dalla schiavitù che sperimentò la fatica della libertà. Così fu per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1a Re 19,18). Dunque anche Gesù rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni[2], prima di iniziare il suo ministero pubblico.
Gesù l’ha fatt per insegnarci di vivere la vita come esodo nel deserto come è stato per il popolo ebraico e come deve essere la Chiesa, pellegrina verso il Cielo. Questo significa non poter programmare la propria vita, non poterne disporre, doversi abbandonare a una Parola di promessa. Dio dice anche a noi: “Nulla ti mancherà, ma tutto dovrai attendere da me”. È questo il significato della fede: non solamente l’assenso a un corpo di dottrine ma il fidarsi di un amore, il credere all’amore: a quell’amore che ha iniziato senza di tè (l’uscita dall’Egitto come per noi l’uscita dal grembo di nostra madre), ma che potrà continuare soltanto se troverà la nostra adesione.
Ci è chiesto di tradurre il nostro comportamento quotidiano la « cura » di noi stessi in quell’Altro che ci ha liberata.
La quasi totalità di noi è chiamata a esistere domani non nella situazione di emergenza del deserto, ma nella situazione di normalità di una terra da coltivare e da abitare. Tuttavia tutto noi siamo chiamati a portarvi lo stesso atteggiamento di fondo: vivere su quella terra ma con un cuore di deserto.
Questo cuore è chiesto particolarmente alle Vergini Consacrate, che nella solitudine fisica sono chiamate ad un tu per tu con Dio: parlare al cuore.
Il deserto, la solitudine verginale è il luogo privilegiato, il luogo dove si sta a tu per tu con Dio. Lo Sposo non può costringere la sposa ad amarLo. Il Signore però ha un mezzo infallibile, come lo descrisse, ad esempio il profeta Osea. All’inizio, al cap 2, Osea parla di questo adulterio terrificante, il tornare ad adorare gli idoli che i vecchi padri hanno adorato; il Signore addolorato, angosciato, interviene e dice che ha un mezzo e lo metterà in azione, riporterà di nuovo il popolo nel deserto, gli indicherà di nuovo le strade antiche, parlerà di nuovo al suo cuore, nel deserto, appunto quando le categorie malefiche, i diaframmi opachi sono caduti; allora il cuore dell’uomo, cioè la sua intelligenza, ed il cuore di Dio, cioè la divina Sapienza stanno a tu per tu e l’incontro è immediato, possibile e fecondo.
Le Vergini consacrate vivono il “deserto” della loro vocazione come della disponibilità totale. La loro è una spiritualità della disponibilità generosa verso gli altri, della disponibilità totale verso il Signore da cui attendono tutto.
Con la preghiera, l’elemosina ed il digiuno, impariamo tutti questa disponibilità per camminiare uniti nel “deserto” quaresimale, e della vita, così la fame diventerà desiderio santo di Dio e saremo la Tenda dove l’Emmanuele, il Dio sempre con noi, avrà stabile dimora.

NOTE
[1] L’interpretazione cristiana dell’Esodo è guidata da quella lettura che si è soliti chiamare “tipologica”: tutto ciò che riguarda Israele (vicende e personaggi, riti e istituzioni) è la figura – il typos, appunto – di quanto accade in Cristo e nella Chiesa. Riprendiamo brevemente le fasi principali dell’Esodo per vedere in che modo esse vengono riprese e reinterpretate in funzione dell’evento cristiano.
Prima tappa: l’Egitto (e il Faraone) è inteso come figura del peccato. Soprattutto di quella condizione universale di peccato che teneva schiava l’umanità prima di Cristo. Ma Egitto può essere anche colui, che provoca il peccato: Satana; oppure la sua trascrizione storica, l’idolatria pagana. Di conseguenza, la liberazione dall’Egitto attraverso il passaggio del Mar Rosso sarà la figura del battesimo, e l’agnello pasquale immolato assurgerà a simbolo di Cristo nella sua passione.
La tappa del deserto è ripresa come figura della vita del credente in cammino. In essa compaiono, come per Israele, la prova e la tentazione; ma anche la protezione divina vi si dispiega con particolare intensità: i miracoli dell’Esodo diventano il miracolo dell’esistenza sacramentale: la roccia-Cristo da cui zampilla l’acqua battesimale, e la manna diventata eucaristia. Il deserto può essere interiorizzato come cammino individuale dell’anima verso la contemplazione e la perfezione spirituale; o può essere vissuto come itinerario Quaresima preparazione delle celebrazioni pasquali.
Il senso cristiano della Legge è riscontrato, sulla linea paolina, nella condensazione di tutte le leggi etico-sociali nella carità; mentre le leggi rituali trovano la loro verità nel culto cristiano.
Finalmente, la terra promessa ripropone il motivo sacramentale: il passaggio del Giordano, come già quello del Mar Rosso, rimanda al battesimo, mentre nel “paese dove scorre latte e miele” i Padri della Chiesa leggono una suggestiva figura del banchetto eucaristico. Accanto a questa, e ancor più frequente, è l’interpretazione della terra promessa come immagine della vita definitiva con Dio.
Si può riassumere il tutto dicendo che il senso tipologico dell’Esodo è l’itinerario del popolo cristiano dalla schiavitù del peccato attraverso il battesimo e l’esistenza in fede e carità fino alla patria celeste.
[2] Quaranta è un numero simbolico, in questo caso, oltre a collegarsi ai quarant’anni passati dal Popolo di Israele nel deserto, sta a significare tutta una generazione, cioè Gesù, facendosi uomo, è stato tentato per tutta la sua vita.

L’INFINITO OLTRE LA SIEPE (…Giacomo Leopardi)

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L’INFINITO OLTRE LA SIEPE

15 SETTEMBRE 2013

Mi risuona alla mente, come canto del cuore, “L’infinito” che Leopardi compone nel settembre del 1819. In questo delicato idillio il poeta dipinge, con contenuta dolcezza, il puro ritmo dell’immensità percepito e accolto da un animo illeso che contempla lo scorrere e il mutare di un mondo infinito.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Oltre la siepe c’è l’infinito nella sua misteriosa immensità. Oltre l’orizzonte vive l’universo nella sua imperscrutabile varietà. Siepe e orizzonte delimitano lo sguardo umano. Fissare il cielo, amplificare l’orizzonte, aprirsi all’infinito, tuffarsi nell’immenso: ecco il segreto dell’uomo che vuole realizzare se stesso vivendo nello spazio del tempo proiettato oltre la siepe, aldilà dell’orizzonte. La vera grandezza dell’uomo è collegata alla sua innata capacità di aprirsi all’infinità degli spazi cosmici e lasciarsene catturare.
Come gli alberi, che con le radici succhiano la linfa dal cuore della terra e con i rami protesi verso l’alto bevono il sole dal cielo, così l’uomo che cammina sulla terra spazia con lo sguardo della sua intelligenza oltre i vasti orizzonti del cosmo e del mistero. Arroccarsi nel proprio “piccolo mondo antico”, ma più che “antico”, “vecchio”, lì dove si trovano le inconsistenti sicurezze di una realtà che non è o non è più, fa vivere in un’apparente e fragile stabilità. Ciò può essere comodo, ma non costruttivo di una storia in perpetua evoluzione.
All’uomo spesso manca la capacità di quest’ampio sguardo che si proietta sull’eterno infinito ed è per questo che egli non si rende conto che la creazione è “bella e buona” proprio perché è infinitamente varia negli orizzonti, nelle prospettive, nei colori, nei sapori, negli odori, nei suoni e in tutte quelle straordinarie espressioni che la rendono sinfonicamente affascinante e armoniosamente variegata, nonostante la siepe e l’orizzonte.
La figura di Leopardi è la più alta testimonianza della crisi religiosa dell’uomo moderno. Le sue opere sono l’espressione poetica più raffinata di questa crisi fatta di solitudine e di aspirazione a una felicità che pare non trovi sbocco alcuno. Proprio all’interno di questa crisi, acutamente percepita e mai superata, la poesia di Leopardi s’illumina di una sua particolare religiosità. Certo non è la profonda e robusta fede cristiana del Manzoni, ma, in quel dolce naufragare nell’infinito, ritengo che il poeta superi l’infinita vanità del tutto. E il rifiuto della fede, che per lui è protesta contro la falsa immagine di Dio, diventa provocazione allo stesso Dio affinché si riveli e parli. Il Dio del poeta, identificato all’inizio della sua esperienza religiosa con la “diva Natura”, col trascorrere degli anni si trasformò in una sorta di potere malvagio che vuole l’infelicità dell’uomo condannandolo alla morte. Questo suo sofferto “credo” nasce dall’ambiente familiare che respira, dagli studi e dalle letture che assimila, dal contatto con una sorta di fede cristiana che per lui è senza vita e senza forza. Leopardi aspira a un’esperienza religiosa più pura e più vera. Con la sua poesia raffigura quell’uomo moderno che lotta contro Dio e, allo stesso tempo, non può fare a meno di Lui. Al poeta, evidentemente, manca il vero volto di Dio rivelatosi in Cristo.
Nel canto idilliaco L’Infinito, Leopardi trascrive, con sobria dolcezza e interiore energia, i ritmi dell’immensità attraverso il vento che stormisce tra le piante, che percuote e risuona come eco di fremiti infiniti, che dà l’idea dello scorrere del tempo nella quiete dello spazio dove avvengono le vicende degli uomini e del cosmo.
Prima d’immergersi nel pensiero dell’infinito, Leopardi volge lo sguardo sull’idea corporea dello spazio per coglierne il musicale di un’armonia senza fine che sgorga dagli sguardi del suo cuore di poeta. Se la siepe gli impedisce la visione della curva estrema del cielo, sedendo e mirando il suo pensiero lo proietta aldilà di quella stessa siepe fino a intravedere, ammirato, interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Visione e ascolto si armonizzano così nello scorrere del tempo: la visione è lo spazio infinito, l’ascolto è il suono del silenzio celeste e arcano. Spazio e silenzio immergono il poeta in quella pace intima che quasi lo spaura: gli manca, infatti, il salto di fede dall’infinito cosmico all’Eterno Infinito. E mentre paragona l’infinito dello spazio con quello del tempo, interviene la musica dello stormire del vento tra le fronde che increspa la quiete della sua immaginazione e lo richiama alla realtà. Il silenzio infinito e il canto del vento gli evocano il mistero dell’eterno, il tempo trascorso che non è più e il suono vivo del tempo presente.
Leopardi non annega in una vuota immensità, ma, immergendosi nell’infinito, dà a esso un volto e un suono che trae dal suo animo che guarda mirando, interminati spazi… e sovrumani silenzi. Il pensiero che vaga diventa così un divino sognare, quasi dolce naufragare nel vasto mare dell’infinito lì dove raggiunge la sovrumana profondissima quiete.
Per l’uomo di fede, oltre la siepe che il guardo esclude di quell’orizzonte che a sua volta lo delimita, c’è sempre l’Eterno Infinito come suprema Bellezza, ineffabile Armonia e sommo Amore.
L’uomo è stato creato per l’Infinito. Non è un oggetto sulla terra, non è un frammento del cosmo caduto per caso. L’uomo è persona, è soggetto autocosciente, dotato di volontà libera e responsabile, è persona redenta da Cristo, con duplice vocazione: temporale ed eterna. L’umanesimo integrale dona alla persona immanenza e trascendenza: l’interiorità caratterizza l’aspetto immanente, la proiezione verso Dio e verso i fratelli, quello trascendente. Così, tra spazio e tempo, con lo sguardo immerso nell’infinito creaturale e nell’Infinito trascendente, germoglia il canto nuovo della teandrica avventura della vita. 

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