Archive pour mars, 2014

‘EBED JHWH – 8IL SERVO SOFFERENTE, ISAIA)

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PARROCCHIA SANTA MARIA DELLA CONSOLAZIONE

I VENERDÌ DI QUARESIMA 2004

‘EBED JHWH

Fino al secolo XVIII, i cristiani interpretarono i testi isaiani che parlano di un servo sofferente sulla scia del Nuovo Testamento, e solo in quest’epoca si affacciò in ambito cristiano un diverso modo di lettura, già tipico del giudaismo, che vedeva riflessa nell’esperienza tragica del servo quella di tutto il popolo d’Israele (o di parte di esso, cioè di coloro che erano tornati rinnovati dall’esperienza dell’esilio). Si deve inoltre ricordare che fino a quell’epoca il libro di Isaia era visto come un tutto organico e appunto al suo interno possiamo rilevare come l’appellativo di <<servo>> sia applicato a più referenti: con esso infatti si indica semplicemente uno schiavo, ma con tale significato il vocabolo ricorre sole due volte nel libro; con <<servo>> si designa invece il profeta stesso, il popolo d’Israele; un personaggio la cui identificazione non trova concordi gli esegeti e infine, al plurale, si indicano i ministri del re assiro, i proseliti, i fedeli Israeliti. Risulta immediatamente da questa breve rassegna che l’attribuzione del titolo di servo non è univoca, anche se dentro un blocco compatto di capitoli (40-50) la preminenza è data all’applicazione a Israele.
Da quando lo studio critico della Bibbia ha mostrato che nel libro canonico del profeta Isaia sono raccolti gli oracoli di tre profeti vissuti in epoche diverse e impegnati a fronteggiare situazioni diverse, il punto di vista è decisamente mutato.
In effetti i passi in cui l’appellativo di servo è applicato al popolo appartengono tutti al Secondo Isaia, così come quei passi in cui non vi è accordo tra gli esegeti sull’identificazione del personaggio in questione (la domanda del funzionario etiope resta attualissima!).
Nel 1892, un esegeta tedesco, B.Duhm, pubblicò un commentario a Isaia in cui propose di isolare entro il Secondo Isaia quattro canti che si riferivano a un “servo” anonimo: Isaia 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12. Questi quattro poemi sarebbero stati composti da un autore post-esilico, vissuto dopo il Secondo Isaia, che avrebbe scritto sotto l’influsso letterario del Secondo Isaia, di Geremia e del libro di Giobbe. Un redattore posteriore avrebbe introdotto i cantici (che in origine appartenevano a un’opera più ampia andata perduta) nel testo del Secondo Isaia.
Secondo Duhm, il <<servo>> dei canti era un maestro della Torah, una guida della comunità giudaica ritornata in Giudea dopo l’esilio. Era un servitore fedele di JHWH, da lui eletto e illuminato, con una missione nei confronti di Israele e degli altri popoli, e visse la sua missione nel silenzio e nella sofferenza che gli inflissero i membri del suo stesso popolo.
Questa interpretazione ha praticamente determinato tutta la ricerca successiva, la quale si è incentrata soprattutto sulla identificazione del <<servo>>, per individuare il personaggio della storia d’Israele corrispondente alla figura che il profeta delinea, ma nessuna proposta ha finora trovato un ragguardevole consenso.
Un’altra linea di ricerca ha invece tentato di dimostrare che i canti del “servo” sono ben inseriti nella raccolta attribuita al Secondo Isaia e perciò vanno compresi al suo interno. Al di là delle differenti interpretazioni, un fatto è comunque ragguardevole: il “servo” di cui si parla nei canti è descritto in modo diverso dalle altre sezioni del libro.
I canto
Isaia 42:1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.

Dio parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito.

Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.

Il termine mispat ricorre tre volte, in assoluto, ad indicare il contenuto della predicazione del Servo: ma come interpretare questa parola?
Il servo deve:
• diffondere tutt’intorno la verità;
• proclamare il diritto di Dio;
• ristabilire la giustizia di Dio.
In fondo potremmo tenere insieme queste possibilità diverse, pensando alla signoria di Dio, al suo essere proclamato e riconosciuto come A e W.
Isaia 42:2 Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
Isaia 42:3 non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

Il servo non usa la forza per imporsi, non condanna a morte, non spegne la speranza.

Proclamerà il diritto con fermezza;
Isaia 42:4 non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Si prospetta il rischio che il servo perda la convinzione e la perseveranza. Si
apre una prospettiva di universalismo
Riassumendo
Dio presenta il suo servo, da Lui eletto, per ristabilire la Sua Signoria su tutta la terra. Il servo non userà la forza e passerà attraverso una forma di travaglio.
II canto
Isaia 49:1 Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Isaia 49:2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

Si tratta di una tipica vocazione profetica modellata su uno schema che è lo
stesso per Isaia 6, 1-13, Geremia 1, 4-10 ed Ezechiele 2, 3 – 3, 9.

Isaia 6, 1-13

Si tratta di un racconto in tre scene:
1) Incontro con Dio (Is 6,1-5)
2) Purificazione (Is 6,6-7)
3) Vocazione-Missione (Is 6,8-13)
Nella prima scena l’uomo incontra Dio; da notare la distanza qualitativa espressa mediante la simbologia spaziale (Dio sta in alto mentre il profeta piccolo piccolo si rannicchia in un cantuccio) e la simbologia fonetica (nella descrizione di ciò che il profeta vede e sente abbondano termini ebraici gutturali che riempiono la bocca mentre nelle parole del profeta prevalgono suoni sibilanti e brevi); significativo il fatto che il profeta senta la sua impurità come localizzata sulle labbra, a significare programmaticamente il senso profondo della sua elezione.
Nella seconda scena assistiamo ad un evento quasi sacramentale; gesti (carbone ardente poggiato sulle labbra) e parole (quelle dell’angelo) combinati insieme trasformano il profeta da uomo impuro e lontano da Dio ad uomo degno di ascoltare e parlare con Dio; anche qui le labbra sono punto di riferimento costante.
L’ultima scena presenta il tema della chiamata-risposta-missione, che è un annunciare per non essere ascoltato con conseguenze negative (la distruzione) epositive (il resto).
In sintesi: il profeta è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli
altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell’annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell’essere suo testimone. Non ascoltato, né compreso, il profeta rimane esposto a tutte le difficoltà.

Isaia 49:3 Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».

Il servo sembra essere identificato con Israele. Ma si tratta di una glossa,
come dimostreranno i versetti successivi.
Isaia 49:4 Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».

Compare lo scoraggiamento del giusto che non vede i frutti del suo lavoro.
Ne troviamo un esempio in Sal 73 (72).
Isaia 49:5 Ora disse il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
- poiché ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –

Questi versetti dimostrano che nei precedenti l’identificazione del servo con
Israele era frutto di una glossa.
Isaia 49:6 mi disse: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

Viene ribadito anche qui l’universalismo della missione del servo.

Riassumendo
Il servo, rivolgendosi alle nazioni, si presenta come un Profeta inviato da Dio
ad Israele per la salvezza.
Il servo, dopo una fase di scoraggiamento, si riprende e Dio rilancia la sua
missione per tutte le nazioni.

The Annunciation by Joos Van Cleve, 1525

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Publié dans:immagini sacre |on 24 mars, 2014 |Pas de commentaires »

L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER) – DAL LIBRO « LA FIGLIA DI SION »

http://it.mariedenazareth.com/8438.0.html?&L=4

L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER) – DAL LIBRO « LA FIGLIA DI SION »

Nel suo libro La figlia di Sion, Papa Benedetto XVI, allora Cardinale J. Ratzinger, il racconto dell’Annunciazione è fonte di numerose meditazioni. Egli, andando diritto all’essenziale, apre la via ai principali approfondimenti che il lettore trova poi a sua disposizione.

Il luogo
Anzitutto, è già importante la localizzazione che Luca presenta in voluta contrapposizione con la precedente storia di Giovanni Battista.
L’annuncio della nascita del Battista avviene nel Tempio di Gerusalemme, è fatto ad un sacerdote che sta svolgendo la sua funzione e avviene, per così dire, nell’ordinamento ufficiale, come prescritto dalla legge, in conformità al culto, al luogo e alle funzioni.
L’annuncio della nascita del Messia viene fatto a Maria, ad una donna, in un luogo insignificante della semi-pagana Galilea che né Flavio Giuseppe né il Talmud nominano. Tutto ciò era « insolito per la sensibilità ebraica.
Ora Dio si rivela dove e quando Lui vuole ». Incomincia una vita nuova, al centro della quale non vi è il tempio ma l’umanità semplice di Gesù Cristo. È Egli ora il vero tempio, la tenda dell’incontro.

Il saluto a Maria
Il saluto a Maria (Lc 1,28-32) è stato formulato con stretto riferimento a Sof. 3,14-17 : è Maria la figlia di Sion alla quale sono rivolte le espressioni di quel testo, a lei viene detto « Gioisci » ; a lei viene detto che il Signore viene a lei; è lei che viene sollevata dall’angoscia perché il Signore è con lei per salvarla. [...]
Maria rimase turbata (Lc 1,29) a questo messaggio. Il suo turbamento non deriva dalla non comprensione o da quella paura pusillanime alla quale lo si vorrebbe talvolta far risalire. Deriva dalla commozione prodotta dagli incontri con Dio, di quelle gioie incommensurabili che sono capaci di commuovere le nature più dure.
Nel saluto dell’angelo compare il motivo portante con cui Luca presenta la figura di Maria in genere: è lei, in persona, la vera Sion alla quale si sono rivolte le speranze da tutte le rovine della storia.
È lei il vero Israele, nel quale si uniscono inseparabilmente Antica e Nuova Alleanza, Israele e Chiesa.
È lei il « popolo di Dio » , che porta frutto per la potenza della grazia di Dio.

Un concepimento misterioso
Dobbiamo infine fare attenzione anche all’espressione con la quale, in modo preciso, viene descritto il mistero del nuovo concepimento e della nuova nascita: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo ». [...]
La prima immagine fa riferimento al racconto della creazione ( Gn 1,2) e caratterizza quindi l’avvenimento come una nuova creazione: il Dio, il cui Spirito aleggiava sugli abissi, chiamò l’essere dal nulla. Egli che, come « Spirito creatore », è la ragione di tutto ciò che è, questo Dio inaugura qui una nuova creazione. Viene perciò sottolineato con ogni energia il taglio radicale che la venuta di Cristo significa: la sua novità è tale che essa raggiunge anche il fondamento dell’essere; è tale che può venire solamente dalla potenza creatrice di Dio stesso, non da altre parti.
La seconda immagine « su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo », appartiene alla teologia cultuale d’Israele; essa rimanda alla nube che stende la sua ombra sul Tempio ed indica così la presenza di Dio. Maria appare come la tenda santa sulla quale comincia ad agire la presenza nascosta di Dio.

J. Ratzinger (Papa Benedetto XVI)
La figlia di Sion, Jaca Book, Milano 1979, p.41-43

GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (2000) – 25 MARZO 2000 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/travels/documents/hf_jp-ii_hom_20000325_nazareth_it.html

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA NELLA BASILICA DELL’ANNUNCIAZIONE

Israele – Nazareth – SABATO, 25 MARZO 2000 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

«Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola» (Angelus).

Signor Patriarca,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Reverendo Padre Custode,
Carissimi Fratelli e Sorelle,

1. 25 marzo 2000, solennità dell’Annunciazione nell’Anno del Grande Giubileo: oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth. Ho desiderato tornare nella città di Gesù, per sentire ancora una volta, a contatto con questo luogo, la presenza della donna della quale sant’Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4). Qui è particolarmente facile comprendere perché tutte le generazioni chiamino Maria beata (cfr Lc 2, 48).
Saluto cordialmente Sua Beatitudine il Patriarca Michel Sabbah, e lo ringrazio per le gentili parole di introduzione. Con l’Arcivescovo Boutros Mouallem e tutti voi, Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, gioisco della grazia di questa solenne celebrazione. Sono lieto di avere l’opportunità di salutare il Ministro Generale Francescano Padre Giacomo Bini, che mi ha accolto al mio arrivo, e di esprimere al Custode, Padre Giovanni Battistelli, come pure ai Frati della Custodia l’ammirazione dell’intera Chiesa per la devozione con la quale svolgete la vostra vocazione unica. Con gratitudine rendo omaggio alla fedeltà al compito affidatovi dallo stesso san Francesco e confermato dai Pontefici nel corso dei secoli.
2. Siamo qui riuniti per celebrare il grande mistero che si è compiuto qui duemila anni fa. L’evangelista Luca colloca chiaramente l’evento nel tempo e nello spazio: «Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Per comprendere però ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l’eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
Il disegno divino è rivelato gradualmente nell’Antico Testamento, in particolare nelle parole del profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (7, 14). Emmanuele: Dio con noi. Con queste parole viene preannunciato l’evento unico che si sarebbe compiuto a Nazareth nella pienezza dei tempi, ed è questo evento che celebriamo oggi con gioia e felicità intense.
3. Il nostro pellegrinaggio giubilare è stato un viaggio nello spirito, iniziato sulle orme di Abramo, «nostro padre nella fede» (Canone Romano; cfr Rm 4, 11-12). Questo viaggio ci ha condotti oggi a Nazareth, dove incontriamo Maria, la più autentica figlia di Abramo. È Maria, più di chiunque altro, che può insegnarci cosa significa vivere la fede di «nostro padre». Maria è in molti modi chiaramente diversa da Abramo; ma in maniera più profonda «l’amico di Dio» (cfr Is 41, 8) e la giovane donna di Nazareth sono molto simili.
Entrambi ricevono una meravigliosa promessa da Dio. Abramo sarebbe diventato padre di un figlio, dal quale sarebbe nata una grande nazione. Maria sarebbe divenuta Madre di un Figlio che sarebbe stato il Messia, l’Unto del Signore. Dice Gabriele «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33).
Sia per Abramo sia per Maria la promessa giunge del tutto inaspettata. Dio cambia il corso quotidiano della loro vita, sconvolgendone i ritmi consolidati e le normali aspettative. Sia ad Abramo sia a Maria la promessa appare impossibile. La moglie di Abramo, Sara, era sterile e Maria non è ancora sposata: «Come è possibile?», chiede all’angelo. «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
4. Come ad Abramo, anche a Maria viene chiesto di rispondere «sì» a qualcosa che non è mai accaduto prima. Sara è la prima delle donne sterili della Bibbia che a concepire per potenza di Dio, proprio come Elisabetta sarà l’ultima. Gabriele parla di Elisabetta per rassicurare Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio» (Lc 1, 36).
Come Abramo, anche Maria deve camminare al buio, affidandosi a Colui che l’ha chiamata. Tuttavia, anche la sua domanda «come è possibile?» suggerisce che Maria è pronta a rispondere «sì», nonostante le paure e le incertezze. Maria non chiede se la promessa sia realizzabile, ma solo come si realizzerà. Non sorprende, pertanto, che infine pronunci il suo fiat: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole Maria si dimostra vera figlia di Abramo e diviene la Madre di Cristo e Madre di tutti i credenti.
5. Per penetrare ancora più profondamente questo mistero, ritorniamo al momento del viaggio di Abramo quando ricevette la promessa. Fu quando accolse nella propria casa tre ospiti misteriosi (cfr Gn 18, 1-15) offrendo loro l’adorazione dovuta a Dio: tres vidit et unum adoravit. Quell’incontro misterioso prefigura l’Annunciazione, quando Maria viene potentemente trascinata nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso il fiat pronunciato da Maria a Nazareth, l’Incarnazione è diventata il meraviglioso compimento dell’incontro di Abramo con Dio. Seguendo le orme di Abramo, quindi, siamo giunti a Nazareth per cantare le lodi della donna «che reca nel mondo la luce» (inno Ave Regina Caelorum).
6. Siamo però venuti qui anche per supplicarla. Cosa chiediamo noi pellegrini, in viaggio nel Terzo Millennio Cristiano, alla Madre di Dio? Qui, nella città che Papa Paolo VI, quando visitò Nazareth, definì «La scuola del Vangelo. Qui s’impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (Allocuzione a Nazareth, 5 gennaio 1964) prego innanzitutto per un grande rinnovamento della fede di tutti i figli della Chiesa. Un profondo rinnovamento di fede: non solo un atteggiamento generale di vita, ma una professione consapevole e coraggiosa del Credo: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est».
A Nazareth, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52), chiedo alla Santa Famiglia di ispirare tutti i cristiani a difendere la famiglia contro le numerose minacce che attualmente incombono sulla sua natura, la sua stabilità e la sua missione. Alla Santa Famiglia affido gli sforzi dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà a difendere la vita e a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
A Maria, la Theotókos, la grande Madre di Dio, consacro le famiglie della Terra Santa, le famiglie del mondo.
A Nazareth, dove Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, chiedo a Maria di aiutare la Chiesa ovunque a predicare la «buona novella» ai poveri, proprio come ha fatto Lui (cfr Lc 4, 18). In questo «anno di grazia del Signore», chiedo a Lei di insegnarci la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo nel servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, senza preferenze e senza pregiudizi.

«O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen» (Memorare).

 

La Samaritana

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http://www.latracciameditazioni.it/2013/02/22/il-seme-e-il-germoglio/

Publié dans:immagini sacre |on 21 mars, 2014 |Pas de commentaires »

COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%205,1-11

COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

1 Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

COMMENTO
Romani 5,1-11
La speranza cristiana
L’appartenenza Rm 5 alla prima parte della lettera (cc. 1-4), in cui si tratta il grande tema della giustificazione mediante la fede, è molto probabile. Sembra infatti che l’apostolo porti qui a termine il discorso riguardante appunto la giustificazione, riservando ai capitoli seguenti la soluzione di alcuni problemi che questa dottrina solleva. In Rm 5,1-11 l’apostolo mette in luce la prospettiva escatologica della giustificazione, mentre nei versetti successivi tratta il tema della vittoria sul peccato che essa comporta. Nella prima parte del capitolo egli sostiene anzitutto che di fronte alle dolorose tribolazioni della vita il credente è sostenuto oltre che dalla fede, anche dalla speranza e dall’amore (vv. 1-5). In un secondo momento mostra come l’esperienza attuale della riconciliazione con Dio sia garanzia della salvezza finale (vv. 6-11).
Le tre virtù “teologali” (vv. 1-5)
La giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 1). La frase inizia con il participio aoristo passivo «giustificati» (dikaiôthentes), con cui si indica chiaramente un evento avvenuto nel passato e ormai acquisito: per i destinatari della lettera, così come per lo stesso Paolo, la giustificazione mediante la fede rappresenta ormai un dato di fatto che ha cambiato radicalmente la loro vita. Egli prosegue perciò affermando che ormai «siamo in pace» (eirênên echomen, abbiamo pace) nei confronti di (pros) Dio. Questa frase potrebbe anche essere intesa come un’esortazione: ma da tutto il contesto risulta che con essa si vuole semplicemente sottolineare la nuova realtà che si è verificata nel credente.
Il termine «pace» indica l’esatto opposto della situazione che precede la giustificazione, quella cioè caratterizzata dalla manifestazione dell’ira di Dio. Nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. Alla fine dei tempi il pellegrinaggio di tutti i popoli al monte del tempio del Signore alla ricerca della parola di JHWH comporterà l’eliminazione della guerra e una pace universale (Is 2,2-5). Questa pace viene presentata come opera di un discendente di Davide, il quale verrà a consolidare e rafforzare il regno con il diritto e la giustizia (Is 9,5-6). Non solo l’umanità, ma anche tutto il cosmo sarà coinvolto in essa (Is 11,6). Infine è significativo che la pace, strettamente collegata con la giustizia, sia presentata come un dono dello Spirito (Is 32,15-17). Per l’apostolo questa pace è il dono più grande di Cristo.
La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni: «Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (v. 2). La grazia (charis) a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo. A differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, il quale solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur), essi sono sempre al cospetto di Dio. La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella «gloria di Dio», di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati (cfr. Rm 3,23), ma dà la «speranza» (elpis) di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono «vantarsi» (kauchaomai), perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti (cfr. 3,27; 4,2). Il «già» e il «non ancora» caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.

Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di realtà che solitamente non sono collegate con essa: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (vv. 3-4). Paolo si riferisce alle «tribolazioni» (thlipseis) della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la «pazienza» (ypomonê), cioè la capacità di resistere coraggiosamente ai colpi destabilizzanti della prova; questa pazienza si trasforma in una «virtù provata» (dokimê), la quale non è altro che la capacità ormai consolidata di far fronte alle difficoltà della vita, senza perdere l’orientamento verso la meta finale. Da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una «speranza» ancora più forte. Il venir meno dei puntelli umani fa sì che il credente riponga sempre più la sua speranza in Dio.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (v. 5). La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’«amore» (agapê) che lo Spirito santo «riversa» (ekcheô) nei loro cuori. Nella Bibbia l’amore è anzitutto un attributo di Dio in forza del quale egli sceglie Israele come suo popolo, liberandolo dai suoi nemici e introducendolo nella terra promessa (cfr. Os 11,1; Dt 7,7-8); in forza dell’alleanza Dio esige che Israele lo ami con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5), lasciandosi così coinvolgere pienamente nel suo progetto di salvezza (clausola fondamentale). Ciò comporta che ogni israelita sia disposto ad «amare il prossimo suo come se stesso» (Lv 19,18), osservando i comandamenti del decalogo che riguardano la pratica della giustizia nei rapporti vicendevoli.
Ma siccome il cuore degli israeliti si è indurito, diventando incapace di amare, Dio promette di intervenire su di esso per trasformarlo e rinnovarlo. Secondo le profezie escatologiche Dio scriverà su di esso la sua legge (Ger 31,33), sostituirà il cuore di pietra con un cuore di carne e porrà dentro di esso il suo Spirito affinché possano osservare le sue leggi (Ez 36,27); infine applicherà sul loro cuore il segno della circoncisione affinché possano amare il loro Dio (Dt 30,6). L’apostolo si serve di queste profezie, fondendo insieme soprattutto Ez 36,27 e Dt 30,6, per delineare una prerogativa essenziale dei credenti. L’«amore di Dio» che lo Spirito Santo effonde nei cuori è l’amore con cui Dio ama, operando nel cuore del credente la risposta dell’amore, che necessariamente avrà come termine Dio stesso e il prossimo. In questo brano l’espressione «amore di Dio» è dunque molto ricca, perché indica un amore che, una volta donato e ricevuto, non può che diventare il principio di una vita vissuta nell’amore. Il ruolo che in questo processo compete allo Spirito verrà illustrato successivamente (cfr. 8,1-27).

La riconciliazione (vv. 6-11)
Nella seconda parte del brano Paolo esordisce richiamando ai romani l’opera compiuta da Cristo per i credenti: «Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. » (v. 6). Cristo dunque è morto per persone che non meritavano nulla. Essi infatti erano «peccatori» (astheneis, deboli): con questo termine egli indica qui non i fratelli ancora legati all’osservanza delle norme rituali giudaiche (cfr. Rm 14,2), ma coloro che sono sotto il dominio del peccato. Essi erano non solo deboli, ma anche «empi» (asebeis), cioè privi di un rapporto vitale con Dio. Ma proprio per essi Cristo morì nel tempo stabilito.
Egli commenta quanto ha appena affermato mettendo in luce il carattere straordinario della morte di Cristo: «Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (vv. 7-8). A volte può capitare che un uomo sia disposto a morire per una persona giusta: non sono infrequenti i casi in cui la dedizione verso una persona amata (figlio, coniuge o amico) spinge fino al sacrificio della vita. Ma Cristo ha fatto una cosa che, umanamente parlando, è inconcepibile: egli è morto per noi proprio mentre eravamo ancora peccatori. E in questo gesto supremo si è manifestato l’amore di Dio per tutti noi.
Infine l’apostolo fa un ragionamento a fortiori: «A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui» (v. 9). Se Dio è giunto al punto di dimostrare mediante Cristo un amore così grande per noi quando eravamo ancora peccatori, a maggior ragione ora che siamo giustificati ci salverà per mezzo di Cristo dall’ira finale.
L’apostolo ripete poi lo stesso ragionamento introducendo il concetto di riconciliazione: «Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita (v. 10). Egli sottolinea dunque che Dio, avendoci dato la riconciliazione mediante la morte di Cristo quando eravamo nemici, non potrà non condurci alla salvezza finale ora che siamo stati riconciliati.
Nel linguaggio comune il verbo «riconciliare» (katallassô) indica la pacificazione che avviene tra due persone o nazioni nemiche. Essa è il risultato della riparazione offerta alla parte innocente da colui che si ritiene o è considerato colpevole; nel caso di parti ugualmente colpevoli, essa è il frutto di un onorevole compromesso. L’iniziativa della riconciliazione è presa dunque dal colpevole oppure dalle due parti in causa. Nei rapporti tra Dio e l’uomo invece è Dio stesso che riconcilia con sé coloro che a causa del peccato sono diventati suoi nemici: la riconciliazione dunque, non diversamente dall’espiazione, non è un atto dell’uomo che «placa» Dio, facendogli cambiare atteggiamento nei propri confronti, ma un atto di Dio che trasforma l’uomo, liberandolo dal suo peccato e stabilendo con lui quella pace di cui l’apostolo ha parlato all’inizio (5,1; cfr. 2Cor 5,18-21).
La riconciliazione rappresenta il primo passo verso la salvezza, che viene indicata con un verbo al futuro (sôzêsometha, saremo salvati): con esso l’apostolo vuole sottolineare che la salvezza definitiva, che consiste nell’incontro personale con Dio, è una realtà escatologica, ma al tempo stesso imminente, perché gli ultimi tempi sono già iniziati (cfr. Rm 13,11). Mentre la riconciliazione ha avuto luogo «per mezzo della morte del Figlio suo», la salvezza finale si attuerà «mediante la sua vita»: la morte di Cristo ha messo dunque in moto un processo che egli stesso, ormai vivo in forza della sua risurrezione, porterà un giorno a compimento facendo sì che i credenti diventino partecipi della sua nuova vita.
Infine Paolo conclude: «Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione» (v. 11). In forza della riconciliazione così ottenuta, il credente può ora «gloriarsi» in Dio. Paolo ritorna qui al tema del vanto in Dio, che spetta a chi ha ottenuto la giustificazione e accetta con coraggio le tribolazioni della vita (cfr. vv. 2-3). Mentre esclude qualsiasi tentativo di gloriarsi davanti a Dio a causa delle proprie opere buone (cfr. 4,2), Paolo trova del tutto logico che il credente si vanti in Dio a motivo di quanto è stato compiuto in lui per mezzo di Gesù Cristo (cfr. 1Cor 1,29.31).

Linee interpretative
Dio poteva pretendere una pesante riparazione da parte dell’uomo peccatore, invece è intervenuto lui stesso per riconciliarlo gratuitamente con sé, trasformandolo da nemico in amico. Il dono più grande che la giustificazione comporta è proprio questa trasformazione interiore, che pone l’uomo in un rapporto nuovo non solo con Dio, ma anche con i suoi simili. La vita del credente è così caratterizzato da un dinamismo interiore che si manifesta come fede vissuta, che genera speranza e amore. Con questa ricca dotazione il credente può camminare spedito verso il compimento finale, senza perdersi d’animo a motivo delle tribolazioni che ancora lo aspettano. Su ciò si basa la fiducia che deve accompagnare il credente nella sua nuova vita: egli infatti può ormai vantarsi non solo in Dio, ma anche nelle tribolazioni che lo attendono, in quanto già fin d’ora assapora in modo anticipato la gloria stessa che un giorno Dio gli conferirà in modo pieno.
La forza del messaggio cristiano sta per Paolo soprattutto nella sua capacità di toccare il cuore dei credenti, trasformando i loro sentimenti, desideri e aspirazioni, in pratica tutta la loro visione del mondo e della vita. L’uomo non diventa giusto per una costrizione esterna o per una decisione personale, ma perché è trasformato interiormente dalla grazia di Dio. I suoi doni non presuppongono la buona volontà dell’uomo che per definizione è peccatore, ma la creano, dandogli così la possibilità di vivere spontaneamente secondo la sua volontà. Colui che è stato giustificato va verso una pienezza di gioia e di realizzazione personale di cui fin d’ora percepisce i segni anticipatori. La speranza cristiana non si basa infatti su un fideismo cieco, ma sulla gioia interiore che emerge quotidianamente nel confronto con le tribolazioni e nell’esercizio di un amore che sgorga spontaneamente dal cuore.
La salvezza viene presentata in questo testo come una grande opera di riconciliazione. Si tratta di un movimento che parte direttamente da Dio quando l’uomo è ancora lontano e incapace di riconciliarsi con lui. Senza far leva su nessun merito da parte di un’umanità ancora immersa nel peccato, Dio si china su di essa e, per mezzo del suo Figlio, la chiama a sé. In questa opera di salvezza si mostra tutta la sua condiscendenza e il suo amore gratuito per le sue creature. Il ruolo storico di Gesù è quello del mediatore tra Dio e l’uomo. La sua opera raggiunge il suo culmine nella morte in croce, quando egli manifesta fino in fondo di essere dalla parte dell’umanità peccatrice, senza l’attesa di alcun ritorno da parte sua. È proprio sulla croce che Gesù appare come il riconciliatore per eccellenza, il quale offre agli stessi crocifissori la possibilità di ritornare sui loro passi.
La riconciliazione dell’umanità peccatrice con Dio comporta necessariamente la riconciliazione tra le persone e i gruppi che ne fanno parte. Di fatto il nuovo rapporto con Dio attuato da Gesù diventa visibile ed efficace nella misura in cui ciascuno è capace di stabilire nuovi rapporti con chiunque, nonostante le divergenze e le perdite materiali cui potrebbe andare incontro. In pratica l’opera compiuta da Dio per mezzo di Cristo appare in tutta la sua ricchezza quando persone diverse instaurano un rapporto di vera fraternità e solidarietà. La giustificazione non è quindi solo un movimento verticale, con risvolti che si potranno cogliere unicamente nell’altra vita; essa è invece una spinta al rinnovamento che si esercita nei rapporti tra persone. Solo se dà origine a una vita riconciliata la giustificazione acquisita mediante la fede diventa motore efficace di salvezza.
Il cristianesimo non consiste dunque in un complesso di dogmi o di norme morali da accettarsi ciecamente, ma è piuttosto una scuola di vita in cui l’uomo è educato, mediante la fede, all’amore e alla speranza. Il titolo più grande che compete a Gesù è dunque quello di «Maestro». Un Maestro che, sebbene fisicamente assente, porta continuamente a termine la sua opera mediante lo Spirito santo, che rappresenta la personificazione di quella potenza divina che sgorga dal suo esempio e porta i discepoli ad immedesimarsi con lui.

BRANO BIBLICO: ES 17,3-7 – MASSA E MERIBA

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DON MARCO PRATESI

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (24/02/2008)

BRANO BIBLICO: ES 17,3-7 – MASSA E MERIBA

Come Abramo, Israele cammina nel deserto in immediata obbedienza alla bocca di Dio, che di volta in volta indica il percorso da fare (v. 1). Come Abramo, il popolo che è sua stirpe deve imparare a fidarsi di Dio. I nomi di Massa e Meriba sono entrati nella memoria di Israele, e della Chiesa, come emblema di quei momenti nei quali di fronte alle difficoltà la fede soccombe.
La difficoltà fa emergere quanto giace nel profondo del cuore, ci mette alla prova (cf. Dt 8,2). Ciò che serpeggiava più o meno inavvertito nell’ombra trova espressione e viene improvvisamente alla luce. Da questo punto di vista essa ha una funzione educativa fondamentale. Consente una conoscenza altrimenti irraggiungibile, non tanto a Dio, che ci conosce comunque, quanto all’uomo, che prende coscienza di sé, ed è posto con maggiore lucidità di fronte alle scelte.
Nell’episodio qui narrato (che leggiamo anche, in altra tradizione, in Nm 20,1-13) la sfiducia in Dio assume due forme.
La prima, alla quale si lega il nome Meriba, è la scontentezza per l’operato di Dio, la protesta nei suoi confronti, che porta a una « vertenza bilaterale »: Dio viene chiamato in tribunale, il tribunale umano, per giustificarsi, rendere conto del suo operato.
La seconda, cui si riferisce il toponimo Massa, è il sottoporre Dio alla propria verifica, stando non in rapporto con lui ma al di fuori di esso, cioè in qualche modo al di sopra di lui.
La negatività di questi atteggiamenti sta qui: il rapporto di fiducia è infranto; si pretende di affrontare e risolvere la difficoltà tirandosi fuori da esso. È il contrario di quanto fa Mosè. Anche lui si trova in grave difficoltà, ma non immagina di risolverla per conto proprio, magari scaricando la responsabilità su Dio che, in effetti, aveva preso l’iniziativa di far uscire il popolo dall’Egitto e deciso l’itinerario da seguire. Mosè si rivolge a Dio, non esce dal rapporto, ci resta dentro, consentendo così anche al popolo di superare, non però senza conseguenze, quella difficile tappa.
Possiamo dunque, anzi dobbiamo, esprimere tutti i nostri dubbi e le nostre insoddisfazioni. Diversamente, la nostra fede sarebbe astratta, imbalsamata: una fede del genere si può reggere soltanto finché non ne va della vita (v. 3). Quando fidarsi diventa rischioso, il cuore non può non prorompere in una serie di domande, dubbi, incertezze, paure. Tuttavia questo è decisivo: che tutto dobbiamo dire a Dio, portarlo di fronte a lui, anche gridando. In questo il Salterio, con tutte le sue angosce puntualmente ricondotte al rapporto col Signore, è perennemente esemplare. Anche Giobbe ce lo mostra: possiamo protestare, possiamo urlare di fronte a Dio.
Invece, nel momento in cui l’istanza ultima diventa un’altra, qualunque essa sia, allora noi non stiamo più affidando la nostra vita al Signore ma a qualcun altro, si tratti di noi stessi o di altre forze; allora noi stiamo nuovamente gustando « dell’albero della conoscenza del bene e del male »; allora noi rischiamo seriamente di perire nel deserto e non arrivare al traguardo: « per quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: ‘popolo sviato di cuore sono essi, non hanno conosciuto le mie vie’. Perciò giurai nella mia ira: ‘Non entreranno nel mio riposo’ » (Sal 95,10-11).

23 MARZO 2014 | 3A DOMENICA A -QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

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23 MARZO 2014 | 3A DOMENICA A -QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

Lectio Divina : Gv 4,5-42

Gv 4 è un racconto impressionante per la sua complessità narrativa ed il suo potere di evocazione. Stanco del cammino, a mezzogiorno, Gesù si intrattiene da solo a solo con una donna semipagana, in un posto che ricorda il passato patriarcale, comune a giudei e samaritani (4,6-12). La donna, e le tre confessioni che fa, provocate da Gesù, (4,19: Profeta; 4,29: Cristo; 4,42: Salvatore del mondo), insieme con l’entrata in scena dei discepoli (4,27.31) e degli abitanti della regione (4,30.39) indicano la presenza di tre scene (4,5-26.27-38.39-42). L’acqua (4,7.10.11.13.14.15) è il primo tema di un dialogo che avviene presso il pozzo di Giacobbe (4,6.11.12.14); adorare/rendere culto è il secondo (4,20.21.22.23.24). Quando compaiono nuovi personaggi, cambia il tema del dialogo e lo scenario si complica; la loro presenza pare introdurre nuovi motivi: i discepoli, che erano andati a comprare qualcosa da mangiare (4,8.31) sono sorpresi dal discorso di Gesù sulla volontà del Padre come alimento (4,31-38); i samaritani, vedendo Gesù, non avranno bisogno della testimonianza della donna per credere in lui (4,39-40).
Come Gesù con la samaritana, l’evangelista guida noi, lettori, a rifare il percorso personale di fede e scoprire in colui che ha sete colui il quale può dissetarci, nello sconosciuto colui che ci conosce intimamente. Dovremmo avere pazienza per lasciarci guidare e coraggio per riconoscere i nostri bisogni più nascosti, ma non meno reali; e se, come la samaritana, ci lasciamo guidare, conosceremo meglio Gesù e lo riconosceremo subito. Mentre i discepoli cercano di dar da mangiare a Gesù, Gesù si adopera per rendere credente un popolo.
In quel tempo, 5 Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.
Le dice Gesù: « Dammi da bere ».
[8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi.]
9 Allora la donna samaritana gli dice:
« Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? »
[I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.]
10 Gesù le risponde: « Se tu conosci il dono di Dio e chi è lui che ti dice: ‘dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva ».
11 Gli dice la donna: « Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame? »
13 Gesù le risponde:
« Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna ».
Gli dice la donna:
15″Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ».
16Le dice: « Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui »
17Gli risponde la donna: « Io non ho marito »
Le dice Gesù: « Hai detto bene: ‘io non ho marito’. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero ».
19 Gli replica la donna: « Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare »
21Gesu le dice: « Credimi, donna, viene l’ora in cui nè su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità ». 25 Gli rispose la donna: « So che deve venire il messia, chiamato cristo; quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa ». 26 Le dice Gesù: « Sono io, che parlo con te ». 27In quel momento giunsero i discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: ‘Che cosa cerchi?’ o ‘Di che cosa parli con lei?’. 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
29″Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?
30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: Rabbì, manga ».
32 Ma egli rispose loro: ‘Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete ».
33 E i discepoli si domandavano l’un l’altro: « Qualcuno gli ha forse portato da mangiare? »
34Gesù disse loro: « Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica ».
39 Molti samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava:
« Mi ha detto tutto quello che ho fatto »
40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola e alla donna 42dicevano:
« Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo ».
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
L’episodio si apre descrivendo l’incontro di Gesù con una samaritana; si crea così la scena (4,5-6), il cui centro è costituito da due lunghi dialoghi (4,7-26.31-38) attraverso i quali Gesù si svela in modo progressivo alla donna e ai discepoli, affinché poi, alla fine, i samaritani in blocco accolgano Gesù come salvatore del mondo (4,42). È significativo che mentre la conversazione con la donna è iniziata da una richiesta di Gesù, quella con i discepoli parte con un loro invito; la prima, è stata motivata nella sete di Gesù; la seconda, nel volere dei discepoli di far mangiare a Gesù. Dalla sete di Gesù si svolge un cammino di fede che percorre la donna; invece, i discepoli non sapranno di cosa ha veramente fame Gesù.
Protagonista indiscutibile è Gesù, che non esce mai di scena e che si va dando a conoscere progressivamente (4,10.22.25.32.42). I titoli: giudeo (4,9), più grande di Giacobbe (4,12), profeta (4,19), messia (4,29), salvatore del mondo (4,42) segnalano le tappe fondamentali della rivelazione della sua identità personale e del cammino di fede di chi le pronuncia. Significativo risulta, e tanto!, che nel dialogo con i discepoli l’unico titolo usato sia quello anodino di maestro. Salvatore – il titolo che chiude questo itinerario di fede – è un titolo divino nella tradizione biblica; in bocca dei samaritani è molto rivelatore: in un mondo in cui abbondano i salvatori, siano dei o imperatori, Gesù è proclamato salvatore universale, la massima confessione di fede possibile per i pagani. Gesù, attraverso un incontro personale, ha avviato la missione ad gentes, restando due giorni tra essi.
Un dettaglio non indifferente: la donna rimase con Gesù un tempo così lungo da ‘scandalizzare’ i discepoli; Gesù rimase con i samaritani due giorni; in ambedue i casi, questo rimanere accanto a Gesù portò alla fede. I discepoli si erano allontanati dal maestro, certo con una buona ragione…, ma saranno gli unici che non fanno una professione di fede.
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Un Gesù solitario, stanco e assetato, verrà alla fine riconosciuto come il salvatore del mondo: uno stato di necessità, inizi così poveri, possono condurre ad una stupenda professione di fede, se c’è Gesù. Una debolezza tanto umana in Gesù non impedisce di arrivare alla fede in Lui. Perché non mi piace tanto trovarmi con un Gesù impotente, fiacco, solo? Che Gesù abbia sentito bisogno di ristoro, come me, lo fa tanto normale e meno affidabile? La necessità di Gesù non è finta. Era affaticato, e se si tiene in mente il motivo della mancanza dei discepoli attorno, pure affamato.
La samaritana trova Gesù presso il pozzo, perché pure lei ha bisogno d’acqua. La sua necessità, del tutto ordinaria, spiega l’inaspettato incontro. Quel momento, mezzogiorno, era insolito perché una donna venisse ad attingere acqua; di solito si faceva di buon mattino. L’incontro è casuale, ma guidato pure dalla necessità – quotidiana – della donna. Come fare per convertire le mie più ordinarie necessità in opportunità per trovarmi, con Gesù? Quali sarebbero i bisogni più normali che mi porterebbero da Lui?
Il ‘cammino’ della samaritana – che percorre sempre attraverso un dialogo sostenuto – comincia con una domanda di Gesù, domanda normale se lui non fosse giudeo. Ma Gesù chiede per essere richiesto, desidera per essere desiderato, domanda per essere domandato; mostra la sua vera sete per salvare la donna dai suoi più intimi bisogni. « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice… Per entrare in contatto con la donna, Lui si fa ‘alla misura’ della sua indigenza. Ma questo ‘dettaglio’ di amante salvatore non sarà accolto finché la donna non scopre la sua povertà. Le basterebbe col ‘riconoscere il dono’, cioè col riconoscerlo come il Donante. Anche se la mia povertà è tappa e motivo della venuta di Gesù a me, Lui è sempre dono non di acqua di pozzo ma di acque che convertono in sorgente chi le beve. Non basta dunque conoscere le proprie indigenze, è preciso riconoscere Gesù come dono del Padre, come quello che disseta la mia sete e soddisfa – e gratuitamente – i miei più intimi bisogni.
La seconda tappa inizia quando la donna desidera il dono offerto da Gesù, un’acqua migliore che quella del pozzo di Giacobbe, dono del patriarca ai suoi figli. Lei la chiede perché non voleva avere più sete né necessità di attingere più acqua; Lui le scopre una più personale, intima, necessità, quella di essere amata. Prima di essere ‘svelata’ da Gesù, l’ha dovuto desiderare come soddisfazione per la sua sete; ma Gesù non si conforma con ‘appagare’ normali bisogni, fa emergere in noi i più profondi, i peggio riconosciuti, i mai confessati. Non sempre, e non tutti, siamo disposti a venir cosi scoperti, svelati e nudi, nei nostri più intimi bisogni; e proprio perciò temiamo di trovarci con Lui e resistiamo a vederlo come dono.
‘Conosciuta’ nella sua intimità, la samaritana crede; la sua professione di fede è ancora imperfetta, ma ha cominciato ad affidarsi a Gesù come profeta e Gli confida una sua profonda preoccupazione, che è quella del suo popolo: dove e come adorare il vero Dio. L’adoratore di Dio in spirito è verità deve prima affrontare la propria esistenza, senza ingannarsi né mascherarsi, accettando quello che è. Il Dio di Gesù non vuole essere adorato dove gli adoratori pensano che ci sia; il Dio adorabile è spirito e vita; i suoi adoratori debbono essere come Lui.
Ultima tappa del cammino di fede della samaritana – conclusione e garanzia – è la testimonianza: Mi ha detto tutto quello che ho fatto, ripeterà. Per credere, bisogna trovare; è stato l’incontro personale nella mutua conversazione, che ha portato alla fede. E chi crede diventa testimone, chi ha fede la pubblica. Dopo i samaritani crederanno…, dopo aver vissuto accanto a lui due giorni. Restare con Gesù – anche se solo due giorni – può fare credente un popolo. Perché la mia permanenza di lunghi anni nel seguire Gesù non riesce a rendermi credente in lui? Non sarà che, come i discepoli, ci diamo da fare per soddisfare le necessità materiali – quella di mangiare cibo – e dimentichiamo la sete di Lui che vive in noi?
3 – PREGARE : Desiderare che si realizzi in me quello che ho ascoltato
Aspettaci, Signore, al pozzo dell’ incontro, nell’ora più insolita ma provvidenziale che scocca per ognuno.
Presentati e parlaci per primo, tu mendicante di noi, affaticati per noi.
Distoglici, pian piano, da tanti desideri, da tanti amori effimeri che ancora ci trattengono.
Sciogli l’indifferenza, i pregiudizi, i dubbi e le paure, libera la fede.
Scava in noi il vuoto di Te in cui viviamo, riempilo di un desiderio inestinguibile di Te.
Fa’ emergere la sete, attraici con il tuo dono. Da’ nome a quella sete che dentro ci brucia,
senza che sappiamo chiamarla con il suo vero nome.
Riportaci in noi stessi, nel centro più segreto dove nessun altro giunge e ci sei Tu.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

Gesù benedice i bambini

Gesù benedice i bambini dans immagini sacre hristos-binecuvantand+copiii
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Publié dans:immagini sacre |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »

DUM MEDIUM SILENTIUM TENERENT OMNIA (Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa…

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/predicheeckhart.htm#dum

DUM MEDIUM SILENTIUM TENERENT OMNIA

(cfr. . “Dum medium silentium tenerent omnia… – Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente, o Signore, venne dal tuo trono regale” (Ant. al Magn. 26 Dicembre).

Noi qui, nella temporalità, facciamo festa a riguardo della nascita eterna, che Dio Padre ha compiuto e senza tregua compie nell’eternità, e questa stessa nascita si è compiuta ora nel tempo, nella natura umana. Sant’Agostino dice: che mi giova che questa nascita avvenga continuamente e tuttavia non avvenga in me? Molto mi importa, invece, che essa avvenga in me.
Vogliamo ora parlare di questa nascita, come essa avviene in noi e viene compiuta nell’anima buona, quando Dio Padre parla la sua parola eterna nell’anima perfetta. Infatti, quello che dico lo si deve intendere in riferimento ad un uomo buono, perfetto, che ha camminato ed ancora cammina sulle vie del Signore, e non in riferimento all’uomo naturale, non esercitato, giacché questo è del tutto lontano e ignorante di tale nascita.
Il sapiente dice una parola: « Quando tutte le cose erano in mezzo al silenzio, venne in me dall’alto, dal trono regale, una parola segreta ». Questa predica tratterà di questa parola.
Bisogna qui notare tre cose. In primo luogo: dove Dio Padre pronunci nell’anima la sua parola, dove sia il luogo per questa nascita e dove l’anima sia recettiva per questa opera; bisogna infatti che sia nella parte più pura, più nobile e più fine che l’anima può offrire. Veramente, se Dio Padre, nella sua intera onnipotenza, potesse dare all’anima nella sua natura qualcosa di più nobile, e l’anima potesse ricevere da lui qualcosa di più nobile, Dio Padre dovrebbe attendere questa nobiltà per realizzare la nascita. Perciò, l’anima in cui deve compiersi questa nascita deve mantenersi completamente pura, e vivere in perfetta nobiltà, del tutto raccolta e nell’interiorità, senza disperdersi con i cinque sensi nella molteplicità delle creature, ma del tutto interiore e raccolta in se stessa nello stato più puro: quello è il suo luogo, e tutto ciò che è inferiore fa resistenza.
La seconda parte di questa predica tratta di come l’uomo debba comportarsi di fronte a questa opera, o parola, o nascita; se sia per lui più utile cooperare, per ottenere che questa nascita avvenga e sia compiuta in lui – ad esempio formando in se stesso, nel suo intelletto e nel suo pensiero, una rappresentazione ed esercitandosi in essa, meditando: Dio è saggio, onnipotente ed eterno, ed altre cose simili che può pensare su Dio – se questo sia più utile e vantaggioso per la nascita paterna, o se invece che l’uomo si spogli e si liberi di ogni pensiero, parola ed opera, e di ogni rappresentazione, e si mantenga completamente in passività di fronte a Dio, inattivo, lasciando che Dio operi in lui: come dunque l’uomo serve meglio a questa nascita?
Il terzo punto è l’utilità, quanto grande essa sia, che sta in questa nascita.
Fate ora attenzione alla prima parte: voglio farvi questa dimostrazione con argomenti naturali, perché la possiate comprendere da soli, anche se io credo più alla Scrittura che a me stesso; ma per voi è meglio una esposizione così dimostrata.
Prendiamo dapprima la parola che suona: « In mezzo al silenzio mi fu detta una parola segreta ». Ah, Signore, dove è il silenzio e dove il luogo in cui questa parola viene pronunciata? Noi diciamo, come già prima ho detto: è nella parte più pura che l’anima può offrire, nella parte più nobile, nel fondo, nell’essenza dell’anima, ovvero nella parte più segreta dell’anima; là tace il « mezzo », perché là non è mai giunta creatura né immagine, né là conosce l’anima l’operare o il sapere; là non sa niente di immagine alcuna, sia essa di se stessa o di qualsiasi altra creatura.
Tutte le opere che l’anima compie, le compie per mezzo delle sue potenze: quel che conosce, lo conosce con l’intelletto; se si ricorda di qualcosa, lo fa con la memoria; se deve amare, lo fa con la volontà; e così tutto opera per mezzo delle potenze e con il suo essere. Tutto il suo operare all’esterno si appoggia sempre su qualche elemento intermedio. La facoltà visiva opera solo attraverso gli occhi, altrimenti non può operare o concedere alcuna visione; e così è anche con tutti gli altri sensi: l’anima effettua tutte le sue operazioni all’esterno grazie a qualche elemento intermedio. Nell’essere, però, non v’è alcuna opera; infatti le potenze, con cui essa opera, fluiscono dal fondo dell’essere, e in questo fondo tace il « mezzo »: qui domina solo la quiete e la festa per questa nascita e per questa opera, perché Dio Padre parla là la sua parola. Questo fondo è infatti, per sua natura, accessibile soltanto alla essenza divina, senza mediazione, e a niente altro. Dio entra qui nell’anima con la sua interezza, non con una parte; Dio entra qui nel fondo dell’anima. Nessuno tocca il fondo dell’anima, se non Dio solo. La creatura non può entrare nel fondo dell’anima; essa deve rimanere fuori, nelle potenze. Là l’anima scorge l’immagine della creatura, per mezzo di cui essa è stata accolta e ospitata. Infatti, quando le potenze dell’anima entrano in contatto con la creatura, ne attingono e ne creano una immagine e somiglianza, e la attirano in sé. In questo modo esse conoscono la creatura. Più vicino all’anima la creatura non può giungere, e l’anima mai si avvicina a una creatura, se prima non ha accolto in sé la sua immagine senza sforzo. Proprio per mezzo di questa immagine presente, l’anima si avvicina alle creature; infatti l’immagine è qualcosa che l’anima, con le sue potenze, forma dalle cose. Sia che si tratti di una pietra, di un destriero, di un uomo, sia di qualsivoglia altra cosa, che essa vuol conoscere, essa tira fuori l’immagine, che prima aveva accolto in sé, ed in questo modo può unirsi con quell’oggetto.
Ma quando l’uomo riceve in tal modo un’immagine, essa deve necessariamente esser giunta dall’esterno, attraverso i sensi. Per questo motivo niente è così ignoto all’anima come se stessa. Un maestro dice infatti che l’anima non può formare o estrarre immagini di se stessa. Perciò essa non può conoscersi con nulla. Infatti le immagini giungono sempre attraverso i sensi, e dunque essa non può avere alcuna immagine di se stessa. Così essa conosce tutte le altre cose, ma non se stessa. Di nessuna cosa sa così poco, come di se stessa, proprio a causa di questo elemento mediatore.
Tu devi sapere però che l’anima al suo interno è libera e sgombra da ogni elemento mediatore e da ogni immagine, e questo è il motivo per cui Dio può unirsi con essa liberamente, senza immagini o somiglianze. Ogni capacità che tu riconosci a un maestro, non puoi fare a meno di attribuirla a Dio in grado infinito. Più un maestro è saggio e potente, più immediatamente realizza la sua opera, e più è semplice. L’uomo ha bisogno di molti mezzi nelle sue opere esteriori, e prima di compierle come le ha progettate, ha bisogno di grosso allestimento. Il sole invece, nella sua maestria, compie la sua opera, che è l’illuminare, con grande rapidità: appena diffonde il suo chiarore, nello stesso istante il mondo è pieno di luce in ogni parte. Ancora più in alto è l’angelo, che ha bisogno di mezzi ancor minori per operare, ed ha anche meno immagini. Il più alto dei serafini ha una sola immagine: tutto quello che gli altri, sotto di lui, concepiscono nella molteplicità, egli lo comprende nell’unità. Ma Dio non ha bisogno di alcuna immagine, e non ne ha: Dio opera nell’anima senza quel « mezzo », immagine o somiglianza; opera nel fondo dell’anima, dove mai è giunta una immagine, ma soltanto Dio stesso col suo proprio essere. Nessuna creatura può farlo!
Come il Padre genera il Figlio nell’anima? Come lo fanno le creature in immagini e somiglianze? Niente affatto! Lo fa nel modo in cui egli genera nell’eternità, né più né meno. E dunque, come lo genera là? Fate attenzione! Dio Padre ha uno sguardo perfetto in se stesso ed una profonda, completa conoscenza di se stesso, attraverso se stesso, non attraverso immagini. Così dunque Dio Padre genera suo Figlio in vera unità della natura divina. Vedete, nello stesso identico, e non in altro, modo, Dio Padre genera il Figlio nel fondo dell’anima e nella sua essenza, e si unisce così con essa. Infatti, se vi fosse là un’immagine, non vi sarebbe vera unità; in questa vera unità risiede la sua intera beatitudine. Ora potreste dire che nell’anima non vi sono, per natura, niente altro che immagini. Niente affatto! Se questo fosse vero, l’anima non sarebbe mai beata. Dio non potrebbe creare una creatura nella quale tu potessi trovare perfetta beatitudine; altrimenti non sarebbe Dio la più alta beatitudine e l’ultimo scopo, mentre invece è proprio della sua natura e del suo volere essere inizio e fine di ogni cosa. Nessuna creatura può essere la tua beatitudine, e non può neppure essere quaggiù la tua perfezione; infatti alla perfezione di questa vita – che sono tutte le virtù insieme – segue la perfezione della vita eterna. Perciò tu devi necessariamente stare e permanere nell’essere e nel fondo: là Dio ti deve toccare con la sua semplice essenza, senza la mediazione di nessuna immagine. Nessuna immagine ha di mira o propone se stessa, ma piuttosto ha di mira e propone sempre ciò di cui è immagine. E poiché si hanno immagini solo di ciò che è al di fuori di noi, e che viene tratto all’interno tramite i sensi, e ciò continuamente rimanda a quello di cui è immagine, sarebbe allora impossibile poter divenire beati attraverso un’immagine. Perciò devono là dominare il silenzio e la pace, e là il Padre deve parlare, generare il Figlio ed operare le sue opere senza immagini.
La seconda questione è: cosa deve fare l’uomo per ottenere e meritare che questa nascita avvenga in lui e sia compiuta; se sia meglio che l’uomo si studi di compiere qualcosa – si raffiguri Dio o diriga verso di lui il suo pensiero -, o che piuttosto si mantenga nel silenzio, nella pace e nella quiete, e lasci parlare ed operare in sé Dio, aspettando soltanto l’azione di Dio. Ripeto quel che ho detto: questo compito e questo comportamento riguardano soltanto gli uomini buoni e perfetti, che hanno assimilato in sé l’essenza di tutte le virtù, in maniera tale che le virtù sgorghino da essi in modo essenziale, senza il loro agire, e che soprattutto hanno viva in se stessi la preziosa vita e la nobile dottrina di nostro Signor Gesù Cristo. Tali uomini devono sapere che la cosa migliore e più nobile per giungere a questa vita, è tacere, e lasciar parlare ed operare Dio. Questa parola viene pronunciata là dove tutte le potenze si ritirano dalle loro opere ed immagini. Perciò è detto: « In mezzo al silenzio fu parlata a me la parola segreta ». Ancora su ciò: quanto più puoi condurre le tue potenze verso l’unità, nell’oblio di tutte le cose e delle loro immagini che hai accolto in te, tanto più puoi allontanarti dalle creature e dalle loro immagini, e tanto più sei vicino a questa parola e pronto a riceverla. Se tu potessi perdere la conoscenza di tutte le cose, perderesti anche quella del tuo proprio corpo, come accadde a san Paolo, quando disse: « Se fossi nel corpo o no, non lo so; Dio solo lo sa! ». Lo spirito aveva allora completamente portato in sé tutte le potenze, in modo tale che egli aveva dimenticato il corpo; non erano più attive né la memoria né la ragione, né i sensi, né le potenze che avrebbero dovuto esercitare influsso sui sensi per sostenere il corpo; il fuoco e il calore vitale erano sospesi, e perciò il corpo non venne meno in quei tre giorni in cui egli non mangiò né bevve. Lo stesso accadde a Mosè, quando digiunò quaranta giorni sul monte, e tuttavia non divenne per questo più debole; egli fu, anzi, nell’ultimo giorno tanto forte quanto nel primo. Così dunque l’uomo deve sottrarsi a tutti i sensi, rivolgere verso l’interno tutte le potenze e permanere nell’oblio di tutte le cose e di se stesso. Perciò un maestro si rivolge all’anima così: sfuggi all’agitazione delle opere esteriori! Fuggi ancora e nasconditi di fronte al tumulto dei pensieri interiori, perché essi provocano inquietudine! Se Dio deve pronunciare la sua parola nell’anima, essa deve essere in pace e in quiete: allora egli parla la sua parola e se stesso nell’anima – non un’immagine, ma se stesso.
Dionigi dice: Dio non ha immagine o somiglianza di se stesso, perché egli è nell’essenza tutto il bene la verità e l’essere. Dio opera tutte le opere, in se stesso e fuori di se stesso, in un attimo. Non immaginare che, quando Dio fece il cielo e la terra e tutte le cose, abbia fatto oggi l’una e domani l’altra. Mosè scrive così, ma sapeva molto di più: fece così per amore del popolo, che altrimenti non avrebbe potuto capirlo. Dio non fece altro che questo: volle, parlò – e le cose furono! Dio opera senza mediazione e senza immagine, e quanto più tu sei senza immagine, tanto più sei aperto al suo operare, e quanto più sei rivolto all’interno e dimentico di te stesso, tanto più sei vicino a lui.
Perciò Dionigi esortava il suo discepolo Timoteo, dicendo: caro figlio Timoteo, tu devi, con i sensi non turbati, uscire da te stesso, sopra te stesso e sopra tutte le tue potenze, sopra la facoltà del conoscere e sopra l’intelletto, sopra l’opera, il modo e l’essere, nella nascosta, silenziosa tenebra, per giungere alla conoscenza dell’ignoto e superdivino Dio. Bisogna sottrarsi a tutte le cose. A Dio ripugna operare in immagini.
Potresti ora chiedere: cosa dunque opera Dio senza immagine, nel fondo e nell’essere? Io non posso saperlo, perché le potenze possono concepire solo in immagini, devono concepire e conoscere tutte le cose nelle loro immagini proprie. Non possono conoscere un cavallo nell’immagine di un uomo, e perciò, in quanto tutte le immagini giungono dall’esterno, rimane loro nascosto quel che Dio opera nel fondo; ciò è per l’anima la cosa più utile. Infatti questo non-sapere la sospinge come verso qualcosa di meraviglioso, di cui essa va alla ricerca, giacché esperimenta bene che esso v’è, ma non sa come e cosa sia. Quando, invece, l’uomo conosce la ragione della cosa, subito se ne stanca, e cerca qualcos’altro da provare, e vive perciò sempre in tormentato desiderio di conoscere, e non ha mai attenzione costante. Soltanto questa conoscenza che non conosce mantiene l’anima in costante attenzione, e la sospinge sempre alla ricerca.
Perciò dice il sapiente: « Nel mezzo della notte, quando tutte le cose tacevano nella quiete, mi fu detta una parola segreta; essa venne nascostamente, come un ladro ». Come può dire « parola », se era segreta? La natura della parola è proprio quella di manifestare ciò che è nascosto. Essa si aprì e risplendette davanti a me, per rivelarmi qualcosa, e mi annunziò Dio – per questo si chiama Parola. Mi era nascosto cosa essa fosse, e questo fu il suo venire furtivo, in un bisbiglio e nel silenzio, per rivelarsi. Vedete, proprio perché è nascosta, bisogna inseguirla. Essa risplendeva, ed era tuttavia nascosta: ciò indica che noi dobbiamo anelare e sospirare per essa. San Paolo ci esorta a cercarla fino a trovarne le tracce, e a non darsi per vinti finché non la si afferra. Quando fu rapito al terzo cielo, nella rivelazione di Dio, ed ebbe viste tutte le cose, non dimenticò niente al suo ritorno, ma tutto era per lui nascosto giù, nel fondo dell’anima, dove l’intelletto non può arrivare. Perciò dovette cercarne le tracce e raggiungerlo in sé, non fuori di sé. Infatti ciò è del tutto interiore, non esterno, ma completamente interiore. Egli sapeva bene questo, e perciò disse: « Sono sicuro che né la morte né altro tormento può separarmi da quel che provo in me ».
A questo proposito un maestro pagano disse una bella parola ad un altro maestro: « Mi accorgo di qualcosa in me, che risplende nella mia mente; sento con certezza che è qualcosa, ma non so comprendere cosa sia; mi sembra però che, se potessi capirlo, conoscerei tutta la verità ». Allora disse l’altro maestro: « Bene! Lascia perdere! Se tu potessi capirlo, avresti completamente la verità e la vita eterna ».
In questo senso parlò anche sant’Agostino: io avverto qualcosa in me, che risplende davanti alla mia anima: se ciò giungesse a compimento e permanenza in me, sarebbe la vita eterna. È qualcosa che si nasconde e pur tuttavia si manifesta; giunge a guisa di ladro, per portar via e rubare all’anima tutte le cose. Ma nel mostrarsi e manifestarsi un poco, può stimolare l’anima ed attrarla a sé, e derubarla e spogliarla di se stessa. Perciò disse il profeta: « Signore, togli ad essi il loro spirito e dà loro il tuo ». Questo intendeva anche l’anima innamorata, quando disse: « La mia anima si fuse e si sciolse, quando l’amato parlò la sua parola »; quando giunse, dovetti andarmene. Anche Cristo intendeva questo, quando disse: « Chi lascia qualcosa per amor mio, riceverà il centuplo in cambio, e chi mi vuole avere, deve spogliarsi di se stesso e di tutte le cose, e chi vuole servirmi, deve seguire me, non può seguire i suoi interessi ».
Ora potresti dire: ma via, signore, voi volete rovesciare il corso naturale dell’anima ed agire contro la sua natura! La sua natura è infatti quella di percepire attraverso i sensi ed in immagini; volete rovesciare quest’ordine? No certo! Cosa sai tu della nobiltà che Dio ha posto nell’anima, e che ancora non è stata completamente descritta, ma è ancora nascosta? Infatti, quelli che hanno descritto le nobili proprietà dell’anima, non erano ancora andati oltre al punto in cui li aveva condotti la loro ragione naturale; non erano mai giunti nel fondo: perciò molto doveva loro rimaner nascosto e sconosciuto. Ecco perché il profeta disse: « Voglio sedere e tacere, ed ascoltare quel che Dio dice in me ». Perché è così nascosta, perciò venne questa parola nella notte, nella tenebra. San Giovanni dice: « La luce risplendette nella tenebra; essa venne nella sua proprietà, e tutti quelli che la accolsero ebbero il potere di diventare figli di Dio ».
Notate ora l’utilità e il frutto di questa parola segreta e di questa tenebra. Non solo il Figlio del Padre celeste viene generato in questa tenebra, che è suo luogo proprio: anche tu sei là generato come figlio dello stesso Padre celeste, e in nessun altro modo, ed egli dà anche a te quel potere. Riconosci ora quanto grande è questa utilità! In tutta la verità che ogni maestro, con la propria ragione e conoscenza, ha mai insegnato o mai insegnerà fino al giorno del Giudizio, non ha mai compreso neppure la più piccola parte di questo sapere e di questo fondo. Anche se può chiamarsi un non-sapere, un non-conoscere, esso contiene tuttavia molto di più di ogni sapere e di ogni conoscenza al di fuori di esso. Infatti questo non-sapere ti attira e conduce lontano da tutte le conoscenze ed anche da te stesso. Ciò intendeva Cristo, quando disse: « Chi non rinnega se stesso e non lascia padre e madre e tutto quel che è esteriore, non è degno di me », come se dicesse: chi non abbandona tutta la esteriorità delle creature, non può essere concepito né generato in questa divina nascita. Ti ci conduce, invece, davvero, il fatto di spogliarti di te stesso e di tutto quel che è esteriore. Veramente io credo e sono certo che l’uomo che permanesse saldamente in questa posizione, non potrebbe mai essere separato da Dio, in nessun modo. Io dico che non può assolutamente cadere in peccato mortale: vorrebbe piuttosto soffrire la più atroce delle morti, che compiere il più piccolo dei peccati mortali, come del resto hanno fatto i santi. Io dico, anzi, che egli non potrebbe, neppure una volta, compiere un peccato veniale volontariamente, o permetterlo ad altri, potendolo impedire. Un tale uomo diventa così rivolto, attirato ed abituato a quello soltanto – cioè a Dio – che non si potrebbe rivolgere su un altro sentiero, distogliendo tutti i suoi sensi e le sue forze da quello.
In questa nascita ci aiuti Dio, che oggi è nato di nuovo come uomo. Che egli ci aiuti nell’eterno, perché noi, deboli creature, nasciamo in lui divinamente. Amen.

Publié dans:meditazioni, MISTICA |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »
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