Archive pour le 28 mars, 2014

A man born blind

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BRANO BIBLICO SCELTO – 1 SAMUELE 16,1B.4.6-7.10-13A

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Samuele%2016,1-13

BRANO BIBLICO SCELTO

1 SAMUELE 16,1B.4.6-7.10-13A

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: 1 « Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da lesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re ». 4 Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. 6 Quando Iesse e i suoi figli gli furono davanti, egli osservò Eliàb e chiese: « È forse davanti al Signore il suo consacrato? ».
7 Signore rispose a Samuele: « Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore ». 10 Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: « Il Signore non ha scelto nessuno di questi ».
11Samuele chiese a lesse: « Sono qui tutti i giovani? ». Rispose Iesse: « Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge ». Samuele ordinò a lesse: « Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui ». 12 Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto.
Disse il Signore: « Alzati e ungilo: è lui! ». 13 Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi.

COMMENTO
1 Samuele 16,1-13
Unzione di Davide

Il primo libro di Samuele si può dividere in tre grandi parti. La prima consiste nel ciclo che ha come protagonista Samuele, il personaggio dal quale lo scritto prende nome (1Sam 1-7); nella seconda parte (1Sam 8-15) si narra l’introduzione della monarchia, con la quale è strettamente collegata la storia del primo re, Saul. La terza parte del libro (1Sam 16-31; 2Sam 1) racconta le vicende che hanno portato Davide sul trono di Giuda e di Israele. Questa parte ha inizio con l’unzione di Davide come re successore di Saul, ormai rifiutato da Dio (1Sam 16,1-13). La liturgia propone questo brano con qualche taglio che lo rende più breve e scorrevole.
Il Signore dice a Samuele di non preoccuparsi più di Saul e gli ordina di riempire d’olio il suo corno e di recarsi da un certo Iesse, residente a Betlemme, per ungere come re uno dei suoi figli (v. 1). In questo contesto Iesse è un personaggio sconosciuto, che nel libro di Rut è presentato come un discendente di Giuda, figlio di Obed e padre di Davide (Rt 4,17-22; cfr. Is 11,1.10). Di fronte a questo ordine Samuele è perplesso perché teme che Saul si insospettisca e lo uccida. Dio allora gli suggerisce di prendere occasione da un sacrificio per presentarsi a Betlemme e incontrare la famiglia di Iesse; Dio stesso si incaricherà di fargli conoscere chi è colui che dovrà ungere come re.
Samuele fa quello che il Signore gli aveva comandato e va a Betlemme; gli anziani della città gli vengono incontro trepidanti e gli chiedono: «È pacifica la tua venuta?» (v. 4). La domanda degli anziani presuppone che il profeta possa portare l’annunzio non solo di qualche evento favorevole (shalom, pace) ma anche di qualche sventura che si sarebbe abbattuta sulla popolazione. Samuele li rassicura e dice che è venuto per un sacrificio, al quale invita anche Iesse e i suoi figli (v. 5).
Inizia qui la procedura per scoprire quale dei giovani sia stato scelto da Dio. Il primo, Eliab, ha tutte le caratteristiche che, umanamente parlando, dovrebbero essere proprie di un re (v. 6). Samuele pensa subito che si tratti della persona scelta da Dio, ma questi lo smentisce con queste parole: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (v. 7). Si suppone che il giovane fosse di bel aspetto e di alta statura, ma queste caratteristiche non sono tali da farne l’eletto di Dio. Il criterio della scelta divina sembra qui in contrasto con quello adottato per Saul, il quale era un uomo di alta statura (1Sam 10,23-24) e un valoroso soldato (9,2): si può supporre che siano state proprio le sue eccellenti caratteristiche a farlo inorgoglire a causarne la caduta. Ora Dio prende invece come criterio della sua scelta il cuore dell’uomo. È dal cuore che provengono le scelte e le decisioni fondamentali della vita: per questo l’israelita deve amare Dio con tutto il cuore (Dt 6,5). Solo Dio, che conosce il cuore dell’uomo (cfr. Gb 10,4; Sal 147,10-11; Pr 15,11; Ger 11,20), potrà indicare chi è l’eletto.
Viene poi presentato a Samuele il secondogenito, poi il terzogenito, ma ambedue sono scartati (vv. 8-9). Lo stesso si verifica anche per gli altri fratelli (v. 10). Samuele chiede allora a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Iesse risponde: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Sembra che per Iesse questo ragazzino non sia neppure da prendere in considerazione. Ma Samuele gli dice: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui» (v. 11). Egli lo manda a chiamare, e il narratore lo descrive così: «Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto». Allora il Signore dice a Samuele: «Alzati e ungilo: è lui!». Il racconto termina così: «Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi. Samuele si alzò e andò a Rama» (vv. 12-13). L’unzione era il rito con il quale venivano intronizzati i re di Israele. In forza dell’unzione il re riceveva l’appellativo di «Messia», unto, in greco Christos, appellativo che dopo l’esilio sarà riservato al re degli ultimi tempi. Lo Spirito era una prerogativa dei Giudici (cfr. Gdc 3,10) e del primo re Saul (cfr. 1Sam 10,6), ma in questi casi si trattava di una presenza solo temporanea. Ora invece Davide riceve il dono della Spirito in modo continuativo in quanto per tutta la sua vita godrà del favore di JHWH.

Linee interpretative
L’unzione ufficiale di Davide come re di Giuda e poi di tutto Israele avverrà successivamente (2Sam 2,4; 5,3). Questo racconto, che con ogni probabilità risale alla redazione finale del libro, ha invece lo scopo di mettere tutta la vicenda di Davide sotto il segno dell’elezione divina. Ciò era particolarmente importante per un personaggio che si è fatto avanti in contrasto con il re legittimo e poteva essere considerato come un usurpatore. Ciò che egli compirà in seguito, anche se poco raccomandabile dal punto di vista della morale jahwista, apparirà quindi come parte di un piano provvidenziale in forza del quale egli sarà il capostipite della dinastia regale di Giuda e il progenitore del Messia.
Spesso si trova nella Bibbia, soprattutto nei racconti riguardanti i patriarchi, l’idea secondo cui Dio antepone il secondogenito al primogenito, capovolgendo così i criteri umani che riservavano al primogenito particolari privilegi. Davide invece non viene scelto perché è l’ultimogenito, ma perché il suo cuore è fedele a Dio. Egli infatti sarà qualificato come colui che è stato fedele a Dio con tutto il cuore (cfr. 1Re 3,6; 14,8; 15,3). Egli dunque rappresenta un ideale di sovrano che in seguito non ha trovato imitatori, se non in qualche misura Ezechia e Giosia. Per la sua fedeltà a Dio, Davide diventa figura del Messia, cioè dell’Unto di Dio che sarà inviato negli ultimi tempi per portare la salvezza definitiva al suo popolo.

SANT’AGOSTINO -OMELIA 17 – GUARIGIONE DI UN PARALITICO ALLA PISCINA PROBATICA

http://www.augustinus.it/italiano/commento_vsg/index2.htm

SANT’AGOSTINO -OMELIA 17

GUARIGIONE DI UN PARALITICO ALLA PISCINA PROBATICA.

Discendere nell’acqua agitata significava credere umilmente nella passione del Signore. In essa veniva guarito uno solo per significare l’unità. Non veniva guarito nessun altro, perché chiunque si separi dall’unità, non può essere guarito.

[Il paralitico guarito simbolo di unità.]
1. Non ci si dovrebbe meravigliare che Dio abbia compiuto un miracolo; ci sarebbe da meravigliarsi se lo avesse compiuto un uomo. Dovrebbe riempirci di meraviglia e di gaudio più il fatto che il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo sia diventato uomo, che non il fatto che egli abbia compiuto cose divine in mezzo agli uomini. E’ più importante per la nostra salvezza ciò che egli si è fatto per gli uomini, che non ciò che ha fatto tra gli uomini; e conta più l’aver guarito i vizi delle anime che non l’aver guarito le malattie dei corpi mortali. Ma siccome l’anima stessa non conosceva colui che doveva guarirla, e aveva nella carne occhi per vedere i fatti fisici mentre non aveva ancora occhi sani nel cuore per conoscere Dio che era nascosto, il Signore fece delle cose che essa poteva vedere, per guarire quegli altri occhi che non erano capaci di vederlo. Egli entrò in un luogo dove giaceva una grande moltitudine d’infermi, ciechi, zoppi, paralitici; e siccome era il medico delle anime e dei corpi, ed era venuto per guarire tutte le anime dei credenti in lui, fra tutti ne scelse uno da guarire, a significare l’unità. Se consideriamo superficialmente e secondo il modo umano d’intendere e di conoscere le cose, non troveremo qui né un grande miracolo se pensiamo alla potenza di lui, né un atto di grande bontà se pensiamo alla sua benignità. Erano tanti, gli infermi, e uno solo fu guarito: eppure il Signore, con una sola parola, avrebbe potuto rimetterli tutti in piedi. Che cosa dobbiamo concludere, se non che quella potenza e quella bontà operavano più con lo scopo che le anime intendessero attraverso i suoi gesti il senso che essi possiedono in ordine alla salute eterna, che non allo scopo di procurare un qualche beneficio ai corpi in ordine alla salute temporale? Perché la salute dei corpi, quella vera, che attendiamo dal Signore, si otterrà alla fine dei secoli quando risorgeranno i morti: allora, ciò che vivrà non morrà più, ciò che sarà guarito non si ammalerà più; chi sarà stato saziato non avrà più né fame né sete, ciò che allora sarà rinnovato non invecchierà più. Se consideriamo, adesso, i fatti operati dal Signore e salvatore nostro Gesù Cristo, vediamo che gli occhi dei ciechi che egli aprì, furono richiusi dalla morte, e le membra dei paralitici da lui ricompaginate, furono nuovamente disgregate dalla morte; e così tutta la salute ridonata temporaneamente alle membra mortali, alla fine è venuta meno, mentre l’anima che ha creduto è passata alla vita eterna. Con la guarigione di questo infermo il Signore ha voluto offrire un grande segno all’anima che avrebbe creduto, i cui peccati egli era venuto a rimettere e le cui infermità era venuto a guarire con la sua umiliazione. Intendo parlare come posso del profondo mistero di questo fatto e di questo segno, secondo che il Signore mi vorrà concedere, contando sulla vostra attenzione e sulla vostra preghiera in soccorso alla mia debolezza. Alla mia insufficienza supplirà il Signore, con l’aiuto del quale io faccio quello che posso.
2. So di avervi parlato più d’una volta di questa piscina che aveva cinque portici, nei quali giaceva una grande moltitudine di infermi: quanto dirò non sarà una cosa nuova per molti di voi. Non è inutile però ritornare sulle cose già dette: così chi non le conosce ancora potrà apprenderle, e chi le conosce potrà approfondirle. Non sarà necessario soffermarci a lungo: basterà una breve esposizione. Penso che quella piscina e quell’acqua significhino il popolo giudaico. Che le acque simboleggiano i popoli ce lo dice chiaramente Giovanni nell’Apocalisse, quando, essendogli state mostrate molte acque e avendo egli chiesto che cosa significassero, gli fu risposto che le acque sono i popoli (cf. Apoc 17, 15). Quell’acqua, dunque, cioè quel popolo, era circondato dai cinque libri di Mosè come da cinque portici. Ma quei libri erano destinati a rivelare l’infermità, non a guarire gli infermi. La legge infatti costringeva gli uomini a riconoscersi peccatori, ma non li assolveva. Perciò, la lettera senza la grazia creava dei colpevoli, che, riconoscendosi tali, sarebbero stati liberati dalla grazia. E’ quanto dice l’Apostolo: Se infatti fosse stata concessa una legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge. Perché, allora, è stata data la legge? Continua l’Apostolo: La Scrittura però ha tutto rinchiuso sotto il peccato, affinché ai credenti la promessa fosse concessa in virtù della fede in Gesù Cristo (Gal 3, 21-22). Niente di più chiaro. Non ci danno, forse, queste parole, la spiegazione dei cinque portici e della moltitudine degli infermi? I cinque portici rappresentano la legge. Perché i cinque portici non riuscivano a guarire gli infermi? Perché se fosse stata concessa una legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge. Perché non riuscivano a guarire quelli che contenevano? Perché la Scrittura ha rinchiuso tutto sotto il peccato, affinché ai credenti la promessa fosse concessa in virtù della fede in Gesù Cristo.
3. E come mai guarivano nell’acqua agitata, quanti non riuscivano a guarire nei portici? Infatti, si vedeva l’acqua improvvisamente agitata e non si vedeva chi era ad agitarla. E’ da credere che ciò avvenisse per virtù angelica, non senza allusione ad un mistero. Non appena l’acqua veniva agitata, il primo malato che riusciva ad immergervisi, guariva; dopo di lui, chiunque altro si gettasse nell’acqua, lo faceva inutilmente. Che significa questo, se non che è venuto un solo Cristo per il popolo giudaico e, con le sue grandi opere, con i suoi insegnamenti salutari, ha turbato i peccatori; con la sua presenza ha agitato le acque provocando la sua passione? Ma agitò l’acqua rimanendo nascosto. Infatti, se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Scendere nell’acqua agitata significa, dunque, credere umilmente nella passione del Signore. Nella piscina veniva guarito uno solo a significare l’unità. Chiunque arrivasse dopo, non veniva guarito perché fuori dell’unità non si può guarire.

[Il significato sacro del numero quaranta.]
4. Vediamo ora che cosa ha voluto significare il Signore con quell’uno che solo fra tutti i malati guarì, allo scopo, come abbiamo già detto, di conservare il mistero dell’unità. Riscontrò negli anni della sua malattia un numero che simboleggiava l’infermità. Era ammalato da trentotto anni (Io 5, 5). Va spiegato un po’ meglio come questo numero si riferisca più alla malattia che alla guarigione. Fate attenzione, vi prego: il Signore mi aiuterà a parlare in modo adeguato, sicché voi possiate sentire quanto basta. Il quaranta è un numero sacro ed è simbolo di perfezione. Credo che ciò sia noto a vostra Carità. Lo attestano insistentemente le divine Scritture. Il digiuno, come sapete, ricevette il suo carattere sacro da questo numero. Mosè digiunò quaranta giorni (cf. Ex 34, 28), altrettanto Elia (cf. 3 Reg 19, 8), e lo stesso Signore e salvatore Gesù Cristo con il suo digiuno arrivò a questo numero di giorni (cf. Mt 4, 2). Ora, Mosè rappresenta la Legge, Elia i Profeti, il Signore il Vangelo. Per questo apparvero tutti e tre su quel monte, dove il Signore si mostrò ai discepoli sfolgorante nel volto e nella veste (cf. Mt 17, 1-3). Egli apparve in mezzo a Mosè ed Elia, quasi a significare che il Vangelo riceveva testimonianza dalla Legge e dai Profeti (cf Rom 3, 21). Tanto nella Legge, dunque, quanto nei Profeti e nel Vangelo, il numero quaranta appare legato al digiuno. Ora, il digiuno vero e completo, il digiuno perfetto, consiste nell’astenersi dall’iniquità e dai piaceri illeciti del mondo: affinché rinnegando l’empietà e le cupidigie del secolo, si viva in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà. Quale ricompensa, secondo l’Apostolo, è riservata a tale digiuno? Continua dicendo: aspettando quella beata speranza e la manifestazione della gloria del beato Iddio, e Salvatore nostro Gesù Cristo (Tit 2, 12-13). Noi celebriamo in questo mondo come una quarantena di astinenza quando viviamo bene, quando ci asteniamo dalla iniquità e dai piaceri illeciti; e siccome questa astinenza non sarà senza una ricompensa, aspettiamo quella beata speranza e la manifestazione della gloria del grande Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo. In virtù di questa speranza, quando la speranza sarà diventata realtà, riceveremo in ricompensa un denaro. E’ la ricompensa che, secondo il Vangelo, vien data agli operai della vigna (cf Mt 20, 9-10). Ricordate? Spero infatti di non dovervi sempre ricordare tutto, come a gente rozza ed incolta. Si riceverà, dunque, come ricompensa un denaro corrispondente al numero dieci, che, addizionato a quaranta, fa cinquanta. Per questo celebriamo nella penitenza i quaranta giorni prima della Pasqua, e nella letizia, come chi ha ricevuto la ricompensa, i cinquanta giorni dopo la Pasqua. A questa salutare disciplina di opere buone, cui si riferisce il numero quaranta, si viene ad aggiungere il denaro del riposo e della felicità, e si ha così il numero cinquanta.
5. Lo stesso Signore Gesù ha voluto significare questo più chiaramente, quando, dopo la risurrezione, passò in terra quaranta giorni con i suoi discepoli (cf. Act 1, 3); e, asceso al cielo nel quarantesimo giorno, dopo altri dieci giorni, inviò il dono dello Spirito Santo (cf. Act 2, 1-4). Questi misteri sono stati prefigurati, e i segni hanno preceduto la realtà. Di tali segni ci nutriamo, in attesa di giungere alle realtà permanenti. Siamo operai che ancora stanno lavorando nella vigna; terminato il giorno, compiuta l’opera, ci verrà data la ricompensa. Ma quale operaio può resistere fino alla ricompensa se non si nutre durante il lavoro? Tu non dai al tuo operaio soltanto la mercede, ma gli procuri altresì l’alimento necessario per ristorarsi durante la fatica. Sì, nutri colui al quale darai la ricompensa. Con questi contenuti della Scrittura il Signore intende nutrire anche noi che ci affatichiamo a scoprirli. Se ci fosse negata la gioia che ci viene dall’intelligenza dei misteri, verremmo meno nella fatica e nessuno giungerebbe alla ricompensa.

[La carità compimento della legge.]
6. In che senso, ora, il numero quaranta è simbolo dell’opera compiuta? Forse perché la legge è stata articolata in dieci precetti, e doveva essere predicata in tutto il mondo, il quale mondo si compone di quattro parti: oriente, occidente, mezzogiorno e settentrione; per cui, moltiplicando il numero dieci per quattro, abbiamo quaranta. Oppure, perché il Vangelo, che è in quattro libri, è il compimento della legge, secondo quanto nel Vangelo stesso è detto: Non sono venuto per abolire la legge, ma per compierla (Mt 5, 17), Sia per una ragione, sia per l’altra, sia per un’altra ancora che a noi sfugge, anche se non sfugge a chi è più dotto, è certo che il numero quaranta indica una certa perfezione nelle buone opere, perfezione che consiste soprattutto nell’esercizio dell’astinenza dai desideri illeciti del mondo, cioè nel digiuno inteso nel senso più vero. Ascolta ancora l’Apostolo che dice: La carità è il compimento della legge (Rom 13, 10). E donde nasce la carità? Dalla grazia di Dio, dallo Spirito Santo. Non proviene da noi, non ne siamo noi gli autori. E’ dono di Dio, e grande dono di Dio: La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rom 5, 5). La carità, dunque, compie la legge, come giustamente è stato detto: La carità è il compimento della legge. Cerchiamola, questa carità, come il Signore ci raccomanda. Ricordate il mio proposito: spiegare il significato dei trentotto anni di quell’infermo; perché quel numero trentotto debba riferirsi piuttosto alla malattia che alla guarigione. La carità, dicevo, è il compimento della legge. Il numero quaranta indica il compimento della legge in tutte le azioni, e la carità ci vien presentata in due precetti. Fate attenzione, vi prego, e fissate nella vostra memoria quanto vi dico, per non esporvi al disprezzo della parola, facendo diventare l’anima vostra una strada dove il seme gettato non germoglia: Verranno gli uccelli e se lo mangeranno (Mc 4, 4). Accogliete e tutto custodite nel vostro cuore. Due sono i precetti della carità che il Signore raccomanda: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente; e amerai il prossimo tuo come te stesso. A questi due precetti si riduce tutta la Legge e i Profeti (Mt 22, 37-40). A ragione quella povera vedova che mise due spiccioli nel tesoro del tempio per offerta a Dio, diede tutto ciò che aveva per vivere (cf. Lc 21, 2-4); così, per guarire quell’infermo ferito dai briganti, l’albergatore ricevette due monete (cf. Lc 10, 35); così, Gesù passò due giorni presso i Samaritani per rafforzarli nella carità (cf. Io 4, 40). Essendo dunque il numero due simbolo di una cosa buona, per mezzo di esso viene soprattutto inculcata la carità distinta in due precetti. Ora, se il numero quaranta significa perfezione della legge, e se la legge non si compie se non mediante il duplice precetto della carità, ti fa meraviglia che quell’uomo fosse infermo da quarant’anni meno due?
7. Vediamo ora in che modo misterioso il Signore guarì questo infermo. E’ venuto infatti il Signore, maestro della carità, pieno di carità, a ricapitolare – come di lui era stato predetto – la parola sulla terra (Is 10, 23; 28, 22; Rom 9, 28), e a mostrare che nei due precetti della carità tutta la Legge e tutti i Profeti sono riassunti. In questi due precetti sono racchiusi Mosè col suo digiuno di quaranta giorni, ed Elia con il suo; e questo numero anche il Signore scelse a propria testimonianza. Il paralitico è guarito dal Signore in persona; ma prima che cosa gli dice Gesù? Vuoi essere guarito? (Io 5, 6). Quello risponde che non ha un uomo che lo immerga nella piscina. Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. Unico infatti è Iddio, unico anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù (1 Tim 2, 5). E’ venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione? Alzati – gli dice il Signore – prendi il tuo lettuccio e cammina (Io 5, 8). Tre cose gli ha detto: Alzati, prendi il tuo lettuccio, cammina. Ma la parola alzati, non espresse il comando di qualcosa da farsi, ma l’atto stesso della guarigione. All’infermo già guarito, il Signore ordina poi due cose: Prendi il tuo lettuccio e cammina. Ora io vi domando: non bastava ordinargli: cammina? oppure dire soltanto alzati? Una volta alzatosi guarito, sicuramente non sarebbe rimasto là. Non si sarebbe alzato per camminare? Mi colpisce anche il fatto che il Signore abbia comandato due cose a quell’uomo che egli aveva trovato infermo da quarant’anni meno due. Era come comandargli le altre due cose che gli mancavano per arrivare a quaranta.

[Per vedere Dio bisogna amare il prossimo.]
8. Come, adesso, possiamo vedere simboleggiati in questi due ordini del Signore – Prendi il tuo lettuccio e cammina – i due precetti? Ricordiamo insieme, o fratelli, quali sono questi due precetti. Essi infatti debbono essere ben presenti in voi: non dovete richiamarli alla mente solo quando ve li ricordiamo; anzi, mai devono cancellarsi dai vostri cuori. Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi (Lc 10, 27). Questo è ciò che dovete pensare sempre, meditare sempre, ricordare sempre, praticare sempre, compiere sempre alla perfezione. L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare. Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (1 Io 4, 20). Ti vien detto: ama Dio. Se tu mi dici: mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio (Io 1, 18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l’evangelista afferma: Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1 Io 4, 16). Ama dunque il prossimo, e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio. Comincia dunque con l’amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, e porta in casa tua chi è senza tetto; se vedi un ignudo, vestilo, e non disprezzare chi è della tua carne. Facendo così, che cosa succederà? Allora sì che quale aurora eromperà la tua luce (Is 58, 7-8). La tua luce è il tuo Dio. Egli è per te luce mattutina, perché viene a te dopo la notte di questo mondo. Egli non sorge né tramonta, risplende sempre. Sarà luce mattutina per te che ritorni, lui che per te era tramontato quando t’eri perduto. Dunque, con quel prendi il tuo lettuccio e cammina, mi sembra che il Signore voglia dire: ama il tuo prossimo.

[Camminare insieme.]
9. Rimane oscuro e richiede spiegazione, a mio parere, il fatto che il Signore comanda l’amore del prossimo nell’atto in cui ordina di prendere il lettuccio, non sembrandoci conveniente che il prossimo venga paragonato ad una cosa piuttosto banale e inanimata, come è un lettuccio. Non si offenda il prossimo, se il Signore ce lo raccomanda per mezzo di una cosa priva di anima e di intelligenza. Lo stesso Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo fu chiamato pietra angolare, destinato a riunire in sé due muri, cioè due popoli (cf. Eph 2, 14-20). Fu chiamato anche rupe, da cui scaturì l’acqua: E quella rupe era Cristo (1 Cor 10, 4). Che meraviglia, dunque, se il prossimo è simboleggiato nel legno del lettuccio, dal momento che Cristo fu simboleggiato nella rupe? Non qualsiasi legno, tuttavia, è simbolo del prossimo, come non qualsiasi rupe era simbolo di Cristo, ma quella rupe da cui scaturiva l’acqua per gli assetati; né una qualunque pietra, ma la pietra angolare che unì in sé i due muri di opposta provenienza. Così non devi vedere il simbolo del prossimo in qualsiasi legno, ma nel lettuccio. Ora io ti domando: perché proprio nel lettuccio viene simboleggiato il prossimo, se non perché quel tale mentre era infermo veniva portato nel lettuccio, e, una volta guarito, era lui a portare il lettuccio? Cosa dice l’Apostolo? Portate i pesi gli uni degli altri, e così voi adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2). La legge di Cristo è la carità, e la carità non si compie se non portiamo i pesi gli uni degli altri. Sopportatevi a vicenda con amore, – aggiunge l’Apostolo – e studiatevi di conservare l’unita dello spirito mediante il vincolo della pace (Eph 4, 2-3). Quando tu eri infermo venivi portato dal tuo prossimo; adesso che sei guarito devi essere tu a portare il tuo prossimo: Portate i pesi gli uni degli altri, e così voi adempirete la legge di Cristo. E’ così, o uomo, che tu completerai ciò che ti mancava. Prendi, dunque, il tuo lettuccio. E quando l’avrai preso, non fermarti, cammina! Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu camminerai. Quale cammino farai, se non quello che conduce al Signore Iddio, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Porta dunque colui assieme al quale cammini, per giungere a Colui con il quale desideri rimanere per sempre. Prendi, dunque, il tuo lettuccio e cammina.
10. Così fece quello, e i Giudei si scandalizzarono. Essi vedevano un uomo portare il suo giaciglio di sabato e non osavano prendersela col Signore che lo aveva guarito di sabato, perché temevano che rispondesse: Chi di voi, se un giumento gli cade nel pozzo, non lo tira fuori in giorno di sabato, e non lo salva? (cf. Lc 14, 5). Perciò non rimproveravano lui d’aver guarito un uomo di sabato, ma facevano osservazione a quell’uomo perché portava il suo giaciglio. Ammesso che non si dovesse rinviare la guarigione, era lecito dare quell’ordine? Perciò dicevano: Non ti è lecito fare quello che fai, portar via il tuo lettuccio. E quello appellandosi all’autore della sua guarigione: Chi mi ha guarito, mi ha detto: Prendi il tuo letto e cammina. Potevo non accettare un ordine da chi avevo ricevuto la guarigione? E quelli: Chi è quell’uomo che ti ha detto: Prendi il tuo letto e cammina? (Io 5, 10-12).
11. Il guarito non sapeva chi fosse l’uomo che gli aveva dato quell’ordine. Gesù infatti – dopo aver compiuto il miracolo e dato l’ordine – era scomparso tra la folla (Io 5, 13). Notate questo particolare. Noi portiamo il prossimo e camminiamo verso Dio; e allo stesso modo che noi non vediamo ancora Colui verso il quale camminiamo, così quello non conosceva ancora Gesù. E’ un mistero che ci viene suggerito: noi crediamo in Colui che ancora non vediamo, ed Egli per non esser visto, scompare tra la folla. E’ difficile scorgere Cristo in mezzo alla folla. La nostra anima ha bisogno di solitudine. Nella solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio. Prendi il tuo lettuccio, porta il tuo prossimo, dal quale sei stato portato; e cammina, per raggiungere Dio. Non cercare Gesù tra la folla, perché egli non è uno della folla: ha preceduto in tutti i modi la folla. Quel grande Pesce salì per primo dal mare, e siede in cielo ad intercedere per noi: egli solo, come grande sacerdote, è penetrato nel Santo dei Santi oltre il velo, mentre la folla rimane fuori. Cammina, tu che porti il prossimo; purché abbia imparato a portarlo, tu che eri abituato a farti portare. Insomma, tu ancora non conosci Gesù, ancora non vedi Gesù; ma ascolta ciò che segue. Siccome quello non abbandonò il suo lettuccio e seguitava a camminare, poco dopo Gesù lo incontrò nel tempio. Non lo aveva incontrato in mezzo alla folla, lo incontrò nel tempio. Il Signore Gesù vedeva lui sia tra la folla, sia nel tempio; l’infermo non riconobbe Gesù tra la folla, ma solo nel tempio. Quello, dunque, raggiunse il Signore: lo incontrò nel tempio, nel luogo sacro, nel luogo santo. E che cosa si sentì dire? Ecco, sei guarito; non peccare più, affinché non ti succeda di peggio (Io 5, 14).
12. Allora quell’uomo, dopo che ebbe visto Gesù e seppe che era lui l’autore della sua guarigione, senza indugio corse ad annunciare chi aveva visto: se ne andò a dire ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo (Io 5, 15). Quell’annuncio li riempì di furore: egli proclamava la sua salvezza, ma quelli non cercavano la propria.

[Il mistero del sabato.]
13. 1 Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva queste cose di sabato. Sentiamo che cosa risponde il Signore ai Giudei. Vi ho già detto cosa era solito rispondere, a proposito delle guarigioni operate di sabato: che loro non lasciavano perire, di sabato, i loro animali, alzandoli se caduti o nutrendoli. A proposito del giaciglio portato di sabato che cosa risponde? Agli occhi dei Giudei appariva senz’altro un’opera corporale, non la guarigione del corpo, ma l’attività del corpo, tanto più che questa non sembrava così necessaria come la guarigione. Ci riveli, dunque, il Signore, il mistero del sabato e il significato dell’osservanza di quel giorno di riposo temporaneamente prescritta ai Giudei, e ci insegni come questo mistero abbia trovato in lui il suo compimento. Il Padre mio – dice – continua ad agire ed anch’io agisco (Io 5, 16-17). Provocò in mezzo ad essi un grande tumulto: l’acqua è agitata dalla venuta del Signore, ma colui che la agita rimane nascosto. Tuttavia per l’agitazione dell’acqua, cioè per la passione del Signore, il mondo intero, come un solo grande malato, ottiene la guarigione.
14. Vediamo dunque la risposta della Verità: Il Padre mio continua ad agire e anch’io agisco. Allora non è vero quello che dice la Scrittura, che Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le sue opere (Gen 2, 2)? E il Signore contraddirebbe questa Scrittura, dovuta a Mosè, quando egli stesso dice ai Giudei: Se credeste a Mosè, credereste anche a me; di me infatti egli ha scritto (Io 5, 46)? Vediamo, dunque, se le parole di Mosè: nel settimo giorno Dio si riposò, non abbiano un altro significato. Dio infatti non aveva cessato di lavorare sospendendo l’opera della creazione, né aveva bisogno di riposo come l’uomo. Come poteva stancarsi colui che aveva fatto tutto mediante la parola? Tuttavia è vero che nel settimo giorno Iddio si riposò, ed è ugualmente vero ciò che dice Gesù: il Padre mio continua ad agire. Ma come potrà spiegare questo mistero un uomo ad altri uomini come lui, deboli come lui, come lui ignoranti e desiderosi di apprendere? E ammesso che un uomo abbia capito qualcosa, come potrà esprimerlo e spiegarlo a chi tanto difficilmente intende anche quando si riesce ad esprimere ciò che si capisce? Chi riuscirà, o miei fratelli, a spiegare a parole come possa Dio operare senza affaticarsi e riposarsi continuando ad operare? Aspettate, vi prego, di aver fatto ulteriori progressi nella via di Dio. Per vedere questo bisogna essere arrivati nel tempio di Dio, nel luogo santo. Caricatevi del prossimo e camminate. Arriverete a vedere Dio là dove non avrete più bisogno di parole umane.
15. Credo si possa dire, piuttosto, che il riposo di Dio nel settimo giorno era un grande segno misterioso dello stesso Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale dichiarò: Il Padre mio continua ad agire, e anch’io agisco. Anche il Signore Gesù è Dio. Egli è il Verbo di Dio, e voi avete sentito che in principio era il Verbo; e non un verbo qualsiasi, ma il Verbo era Dio, e tutte le cose furono fatte per mezzo di lui (Io 1, 1 3). Qui forse c’è il significato del riposo di Dio da tutte le sue opere nel settimo giorno. Leggete infatti il Vangelo e vedrete quante cose mirabili Gesù ha compiuto. Ha operato sulla croce la nostra salvezza, affinché si compissero in lui tutti gli oracoli dei profeti; fu coronato di spine, fu appeso alla croce; disse: Ho sete (Io 19, 28), e prese l’aceto di cui era imbevuta la spugna, affinché si adempisse la profezia: Nella mia sete mi hanno abbeverato con aceto (Ps 68, 22). Ma quando tutte le sue opere furono compiute, nel giorno sesto, reclinò il capo e rese lo spirito, e il sabato si riposò nel sepolcro da tutte le sue fatiche. Quindi è come se dicesse ai Giudei: Perché vi aspettate che io non operi di sabato? La legge del sabato vi è stata data in riferimento a me. Volgete l’attenzione alle opere di Dio: io ero presente quando esse venivano compiute e tutte sono state compiute per mio mezzo. Io so che il Padre mio continua ad agire. Il Padre ha creato la luce; egli disse: Sia fatta la luce (cf. Gen 1, 3); ma, se disse, vuol dire che operò per mezzo del Verbo. Ed io ero, io sono il suo Verbo; per mezzo mio attraverso quelle opere il mondo è stato creato, e per mezzo mio attraverso queste opere il mondo è governato. Il Padre mio operò allora, quando creò il mondo, e ancora adesso opera governando il mondo. Creando ha creato per mezzo mio, governando governa per mezzo mio. Questo ha detto il Signore, ma a chi? A dei sordi, a dei ciechi, a degli zoppi, a dei malati che non volevano saperne del medico, e nella loro pazzia volevano ucciderlo.
16. Proseguendo l’evangelista dice: Per questo, a maggior ragione, i Giudei volevano ucciderlo, perché non solo violava il sabato, ma chiamava Dio suo proprio Padre. E non chiamava Dio suo padre in senso generico, ma in senso preciso e unico: facendosi uguale a Dio (Io 5, 18). Infatti anche noi diciamo a Dio: Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6, 9); dalla Scrittura sappiamo anche che i Giudei dicevano a Dio: Sei tu il nostro padre (Is 63, 16; 64, 8). Non reagivano perché chiamava Dio suo padre in questo senso, ma perché lo chiamava padre suo in un senso assolutamente diverso da come lo chiamano gli uomini. I Giudei hanno capito ciò che invece gli Ariani non capiscono. Gli Ariani dicono che il Figlio non è uguale al Padre, e di qui l’eresia che affligge la Chiesa. Ecco, gli stessi ciechi, gli stessi che giunsero a uccidere Cristo, compresero il senso delle parole di Cristo. Non compresero che era lui il Cristo, tanto meno che era il Figlio di Dio, e tuttavia hanno compreso che con quelle parole egli si presentava come Figlio di Dio, uguale a Dio. Non sapevano chi fosse, ma si rendevano conto che si presentava come Figlio di Dio, perché chiamava Dio suo padre, facendosi uguale a Dio. Ma forse che non era uguale a Dio? Non era lui a farsi uguale a Dio, ma era Dio che lo aveva generato uguale a sé. Se di sua iniziativa si fosse fatto uguale a Dio, tale usurpazione lo avrebbe fatto cadere in disgrazia di Dio. Colui, infatti, che pretese di farsi uguale a Dio, senza esserlo, cadde in disgrazia (cf. Is 14, 14-15), e da angelo diventò diavolo, e propinò all’uomo il veleno della superbia per cui questi fu cacciato dal paradiso. Infatti, cosa suggerì all’uomo, che invidiava perché era rimasto in piedi mentre lui era caduto? Gustate il frutto, e diventerete come dèi (Gen 3, 5); cioè, carpite con la frode ciò che non siete, come ho fatto io che, avendo tentato di usurpare la natura divina, sono stato cacciato. Non si esprimeva proprio così, ma questo era il contenuto della sua tentazione. Cristo invece non era diventato, ma era nato uguale al Padre: è stato generato dalla stessa sostanza del Padre, come ce lo ricorda l’Apostolo: Egli, pur essendo della stessa forma di Dio, non stimò un’usurpazione l’essere uguale a Dio. Che significa non stimò un’usurpazione? Significa che non usurpò la sua uguaglianza con Dio, poiché la possedeva già fin dalla nascita. E noi, come potremo pervenire a colui che è uguale a Dio? Egli annientò se stesso col prendere forma di servo (Phil 2, 6-7). Annientò se stesso, non perdendo ciò che era, ma assumendo ciò che non era. I Giudei disprezzando questa forma di servo, erano incapaci di comprendere che Cristo Signore era uguale al Padre, benché non potessero dubitare che questo di sé egli affermava: anzi per questo lo perseguitavano. Gesù, tuttavia, li sopportava e cercava di guarire quelli che si accanivano contro di lui.

30 MARZO 2014 – 4A DOMENICA A – QUARESIMA – OMELIA

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30 MARZO 2014 | 4A DOMENICA A – QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : GV 9,1-41

Gv 9 è un racconto magistrale che non ha paralleli nella tradizione sinottica (anche se vi sono parecchi guarigioni di ciechi: Mc 8,22-26; Mt 9,27-31; Mc 10,46-52; Mt 20,29-34; Lc 18,35-43!). L’incontro di Gesù, luce del mondo (9,5), con un cieco di nascita descrive un preciso cammino di fede (9,11.17.33.38) e anche un percorso inarrestabile verso l’incredulità (9,2.34.41). Infatti, l’episodio si apre con una domanda dei discepoli: la cecità è peccato?; finirà mostrando che il peccato di cecità non sta nel non vedere la realtà, ma nel non credere in Gesù, luce del mondo.
Al racconto del miracolo (9,6-7) segue un dialogo continuato ad opera di diversi interlocutori – sempre presente o Gesù o il cieco – che si converte di fatto in un autentico processo sull’identità del guaritore: il centro d’interesse slitta dal cieco di nascita a Gesù luce del mondo. Il cieco, noto mendicante, attesta la propria guarigione davanti alla gente che lo conosce (9,8-12) e viene interrogato dai farisei (9,13-17.24-34), come pure i suoi genitori (9,18-23). Ad alcuni, quanto accaduto pone degli interrogativi, altri si costruiscono delle ragioni per negare l’evidenza (9,16). Il cieco, che è giunto prima alla luce (9,7) che alla fede (9,35-38), finirà per essere espulso dalla comunità (9,34); in realtà, nel processo che le autorità fanno al nuovo vedente (9,13-34), la sentenza non la emanano i giudici ma l’accusato in absentia, Gesù (9,40-41).

In quel tempo, 1Gesù pasando vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono:
« Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? ».
3Rispose Gesù;
« Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifeste le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiano le opere di colui che mi ha mandato finchè è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo sono la luce del mondo. »
6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse:
« Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe’, [che significa 'Inviato'].
Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano:
« Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? ».
9Alcuni dicevano:
« È lui » Altri dicevano:
« No, ma è uno che gli assomiglia »
Ed egli diveva: « Sono io!’
10Allora gli domandarono:
« In che modo ti sono stati aperti gli occhi?’
11 Egli rispose:
« L’uomo che si chiama Gesú ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: ‘Va’ a Sìloe e làvati’. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista ».
12Gli dissero: « Dov’è costui? »
Rispose: « Non lo so »

13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
« Mi ha messo el fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo ».
16Allora alcuni dei farisei dicevano:
« Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato ».
Altri invece dicevano:
« Come può un peccatore compiere segni di questo genere? ».
E c’era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco
« Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi? ».
Egli rispose: « È un profeta!.
18Ma i Giudei non credettero di lui che fossse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono:
« È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Como mai ora ci vede? »
20I genitori di lui risposero:
« Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma como ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui; ha l’età: chiedetelo a lui! ».
22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti, i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto como il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero:
« Ha l’età: chiedetelo a lui! ».
24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero:
« Da gloria a Dio!. Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore ».
Quello rispose: « Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: era cieco e ora ci vedo ».
Allora gli dissero:
« Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? ».
Rispose loro: « Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perchè volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? ».
Lo insultarono e dissero:
« Suo discepolo sei tu!. Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia »
Rispose loro quell’uomo:
« Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Do e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non averbbe potuto far nulla ». Gli replicarono:
« Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? » E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse:
« Tu, credi nel Figlio dell’uomo? » Egli rispose:
« E chi è, Signore, perchè io creda in lui? ». Gli disse Gesù:
« Lo hai visto: è colui che parla con te »
Ed egli disse: « Credo, Signore! ».
E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse:
« È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedano, vedano e quelli che vedono,, diventino ciechi ».
Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parolo e gli dissero:
« Siamo ciechi anche noi? »
Gesù rispose loro:
« Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane ».

1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Cammin facendo, Gesù vede un cieco di nascita, un uomo che non aveva mai visto la luce. Pur essendo fortuito, l’incontro è conseguenza dell’iniziativa di Gesù. E mentre Gesù vede l’uomo, i suoi discepoli si domandano perché è cieco. Dall’incontro con Gesù partirà la guarigione; dalla domanda dei discepoli, la discussione ‘teologica’.
Gesù non dà delle spiegazioni sull’origine della malattia, ma scagiona colui che ne soffre. Lui non è colpevole, ma è l’occasione affinché Dio manifesti la sua salvezza e Gesù, obbediente, la realizzi; il male è luogo e motivo perché Dio attui il bene. Prima di dare luce al cieco Gesù si dice luce del mondo.
Dopo l’autorivelazione, il miracolo, che viene sobriamente narrato: il gesto ‘ricorda’ l’atto creatore di Dio (Gn 2,7): solo chi è la luce dà luce. Lo fa in forma totalmente gratuita: né chiede fede, né spera riconoscenza. Ma prima ancora di cominciare a vedere, comincia ad obbedire, e va a lavarsi nella piscina di Sìloe. È la prima tappa del suo cammino di fede. A Sìloe potrà vedere: l’obbedienza che gli ottiene la guarigione è il suo modo di cominciare a credere.
Primi a reagire meravigliati sono i più vicini al cieco; i suoi conoscenti hanno dubbi sull’identità del cieco, non del fatto che può vedere. L’uomo dovrà provare che è lo stesso cieco di prima, raccontando il miracolo. Aprire gli occhi ai ciechi è compito del messia che verrà (cf. Is 42,6.7; 49,6.9). Il cieco può narrare quello che gli è accaduto, non conosce però chi è l’autore. In questo modo anch’essi, vicini e conoscenti, diventano testimoni del segno, anche se non credenti.
La testimonianza della propria esperienza è la seconda tappa verso la fede. Non importa se c’è da affrontare un lungo ‘processo’ e dei castighi. I farisei, avversari di Gesù, non del cieco, non possono negare il fatto, screditano l’autore: Dio non è con chi viola il sabato. Si basano su Dio e negano le opere di Dio!
Il miracolato non è creduto e rimane solo; pure i genitori l’abbandonano. Ma lui non può immaginarsi che non sia peccatore colui che lo ha guarito. Attorno a lui si crea divisione. Un’altra tappa nel lento processo verso la fede . Il cieco lo chiama profeta. In Gv questo titolo suole apparire quando è in gioco la missione di Gesù (4,19; 9,28). Fatto sta che mentre i giudici non vogliono arrendersi all’evidenza, il guarito va facendo un lento cammino di fede: confessare Cristo può portare a rotture familiari e all’emarginazione sociale.
L’uomo subisce nuovi interrogatori, più duri ed impegnativi: deve dare gloria a Dio…, negando le opere di Dio! Lui non giudica, si afferra ai fatti: era cieco, ora vede. Gli oppositori sanno invece che il taumaturgo è peccatore, ma non sanno da dove viene. A misura che l’interrogatorio si svolge, il cieco si va avvicinando sempre più alla fede (9.11.17) e alla condanna da quelli che vogliono vedere i fatti (9,34). Nella loro cecità risplende il loro peccato (9,41).
Gesù ritorna alla scena (9,35-38) per incontrarsi di nuovo con quest’uomo che è stato emarginato per averlo difeso. In questo secondo incontro – tappa centrale – arriva alla fede vera: prima conosceva il suo benefattore solo di nome (9,11), poi lo considera profeta (9,17) ed uomo accreditato da Dio (9,30-33), per finire confessandolo figlio dell’Uomo (9,35), meta dell’esperienza promessa al discepolo (1,51). Per riuscire a giungere alla fede (9,36) – tratto, questo, tipico di Gv – ha avuto bisogno di ritrovarsi con Gesù, che si lascia vedere da chi ha fede (9,37). La fede fa ‘vedere’ non solo Gesù, ma la sua vera identità e la sua missione.
Finisce così l’itinerario di fede del cieco di nascita, iniziato con l’apertura degli occhi alla luce e completato con una esplicita confessione di fede (9,38) in Gesù, figlio dell’uomo (9,35) e luce del mondo (9,5). Senza la parola del Gesù rincontrato (l’hai già visto, lo vedi), il cieco avrebbe continuato a vedere, ma non sarebbe giunto ad essere credente. La reazione di quest’uomo è di autentico cristiano: vede e crede, crede e adora (9,38), nonostante le avverse conseguenze.
Una frase finale di Gesù chiarisce tutto l’episodio (9,41). Vi è chi è incapace di vedere, come il cieco dalla nascita e vi è chi non vuole vedere, come i farisei: nel primo non vi è responsabilità, in questi il loro peccato rimane; è questa la cecità frutto del peccato, la negazione ostinata a ricevere Lui la luce del mondo (9,41; cf. 9,4-5).
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
La scena si apre con l’incontro di Gesù e i suoi discepoli con un handicappato; mentre Gesù vede l’uomo bisognoso di salvezza, i discepoli si domandano se è responsabile o meno della sua situazione. Due forme, contrastanti, di vedere il male trionfante nel prossimo: chi vede la sofferenza ed aiuta e chi si intrattiene immaginandone le cause. Con chi mi identifico meglio, con i discepoli o con Gesù? Dove mi porta a guardare il male? Trovarmi con il male mi porta a giudicare come cattivi chi lo soffre o a pensare alla loro salvezza?
Per vedere, il cieco deve obbedire ad uno strano mandato di uno sconosciuto. Gesù non richiede previamente fede in lui, ma ‘cieca’ sottomissione al suo commando. La luce arriverà subito agli occhi del cieco, ma la fede solo alla fine di un percorso fatto di obbedienza e di testimonianza. Non sarà perché mi manca la subordinazione a Dio che non riesco a vedermi libero dai miei mali? Non è l’indocilità con Dio la causa dei miei mali? E non mi dice niente che Gesù prima di dare la fede al cieco lo liberò dalla sua malattia?
Al cieco bastò, per essere sanato, un’obbedienza ‘cieca’: per credere in Gesù dovette testimoniare ripetutamente l’accaduto davanti ad un pubblico sempre più ostile. Credere in Gesù non risulta comodo; chi crede davvero, anche se solo in modo incerto e ‘con poche luci’, non risparmierà incomprensioni e calunnie, l’allontanamento dai familiari e l’esclusione della società. Quale prezzo pago per credere? Quale sono disposto a pagare per avere in Cristo il mio Salvatore?
Il cieco guarito deve ‘pagare’ un altro prezzo per la sua nuova ‘luce’, la sua fede in Gesù. Nella parte centrale, e più lunga, del racconto Gesù sparisce per lasciare al cieco di difendere la veracità del miracolo e l’identità di Gesù. Non solo riesce a far arrabbiare i suoi nemici, si allontana pure dai genitori. Resta solo, con la sua fede, testimoniando l’accaduto. Tutti vogliano vedere, tutti desideriamo vederci liberi dai nostri mali. Ma siano disposti a pagare il prezzo, per ottenere più luce ma perdere la stima persino dei nostri? Credere in Gesù è gratuito, ma ha conseguenze scomode, pericolose.
Nella malattia del cieco di nascita si manifestarono l’opere di Dio: Gesù dimostrò essere ‘la luce del mondo’ perché diede luce al cieco. Il male ha sempre un senso, anche se fa del male a chi lo soffre e fa pensare male a chi lo vede. Dio è nemico del male nell’uomo, come la luce lo è delle tenebre. Dove vince il male, sta per venire Dio, come dopo la notte arriva il giorno. Quale è la mia percezione del male nel mondo, nei prossimi, in me? Guardo il male come Gesù, mi avvicino ai malati come Lui? È per me il male che soffrono gli uomini l’occasione per andare incontro a loro e fare del bene.
3 – PREGARE : Prega il testo e desidera la volontà di Dio: cosa dico a Dio?
Eccoci, Signore Gesù, luce del Padre, ai tuoi piedi come ciechi ignari della loro infermità. Guardaci, figlio di Davide, come hai guardato il cieco che ti incontrò nel cammino. Sveglia in noi la luce del cuore, la fede in te, e saremo raggianti. Curaci, Signore Gesù con un tocco delle tue mani e con la Parola che apre occhi e cuore alla luce. Mandaci, Signore Gesù, alla piscina del lavacro di vita nuova, ma dacci la capacità di obbedire a ciò che ci comandi . Custodiscici, Gesù, nella prova della fede; e se ci lasci da soli, non ci lasciare senza fede capace di rispondere davanti agli increduli e senza il coraggio di perdere i nostri cari ma non perdere la tua luce. Rivelati in noi, Signore Gesù, luce di Dio, mettendo sulle nostre labbra il grido del cieco sanato: « Io credo, Signore! ».

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

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