Archive pour le 27 mars, 2014

A Greek Orthodox icon of Christ in Golgotha, by Theophanes the Cretan (1500s)

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CONFESSIONE E STORIA DELLE INDULGENZE

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CONFESSIONE E STORIA DELLE INDULGENZE

BY RENATO VADALA

Definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione perché concede la remissione dei peccati e riconcilia il peccatore con Dio, la Confessione è il processo di purificazione che consente la riammissione allo stato di grazia di chi è venuto meno ai precetti della conversione ricevuti con il Battesimo.
La Confessione è chiamata anche sacramento del Perdono perché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente il perdono e la pace.
Per i cattolici la Confessione è il sacramento più ostico e difficile da accettare perché impone al penitente di rivelare i suoi peccati ad altra persona, anche se questi è un sacerdote, che è ministro di Dio, e nel segreto confessionale. Sono molti, infatti, i credenti che rinunciano a confessarsi e partecipano ugualmente al sacramento dell’Eucarestia, perché ritengono che sia più giusto chiedere direttamente perdono a Dio delle proprie colpe, come avviene per i protestanti, senza la mediazione del sacerdote. La rinuncia del mondo protestante al rito della Confessione è sostenuta dal convincimento che sia stata la Chiesa e non Gesù Cristo a istituire e imporre questo sacramento per ottenere il perdono dei propri peccati.
Per rispondere a questa errata interpretazione occorre rifarsi alle Sacre Scritture dalle quali si evince inconfutabilmente che non è stata la Chiesa a concepire il sacramento della Confessione ma lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, perché solo Dio ha il potere di rimettere i peccati, e che l’esercizio di questo potere è stato affidato da Dio stesso a Cristo e, quindi, alla Chiesa.
Questo principio è stato assunto dal Concilio di Trento come verità dogmatica e per questo motivo chi si pone contro questa verità non manifesta tutta intera la fede cattolica.
In un passo del Vangelo si legge di come Gesù esercitò questo potere divino dicendo al paralitico che gli Scribi gli avevano portato davanti: “ti siano rimessi tuoi peccati” e di come abbia dato questo potere agli Apostoli quando disse: “ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. Gesù che è Dio e che ha il potere di rimettere i peccati, dona agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, l’esercizio di questo stesso potere di rimettere i peccati.
Non c’è dubbio che il potere di assolvere o condannare sia un potere giudiziario e che per poterlo esercitare è necessario che i peccati siano confessati alla Chiesa, e per la Chiesa ai sacerdoti che sono i successori degli Apostoli.
Una accurata analisi storica ci consente di asserire come l’esercizio del sacramento della Confessione, dalle origini della Chiesa, sia stato assolto sempre dall’ordine sacerdotale.
Una prima traccia la troviamo sin dal I secolo nel “Didachè” o “Dottrina dei dodici Apostoli”, antichissimo scritto quasi contemporaneo ai Vangeli di Matteo, Marco e Luca, che rappresenta la sintesi dell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli, dove si legge: “nella Chiesa confesserai i tuoi peccati”.
Un’altra traccia antica è quella di San Cipriano, Vescovo di Cartagine (205 d.C.), che rivolgendosi ai cristiani li esorta con queste parole: “vi prego, fratelli, di confessare ciascuno il proprio delitto, mentre chi ha peccato è ancora su questa terra, mentre è ancora possibile confessarsi, mentre la soddisfazione, come pure la remissione fatta per mezzo dei sacerdoti è gradita al Signore”.
Altre testimonianze autorevoli sono quelle di San Metodio, (311 d.C.), Vescovo di Olimpo nella Licia: “al vescovo, sacerdote figlio del vero arcisacerdote, manifesti ognuno la sua propria piaga” e di San Basilio (379 d. C.), Vescovo di Cesarea: “i preposti della Chiesa ricevono dai colpevoli la confessione dei loro segreti di cui non è stato testimonio nessuno tranne Dio”.
Conseguenza della confessione e dell’assoluzione del peccatore è la remissione della colpa e della pena eterna. Pur nella riconciliazione con Dio restano, tuttavia, gli effetti derivanti dalla natura stessa del peccato che necessitano di una successiva purificazione, la cosiddetta pena temporale. Per superare ed eliminare il debito della pena temporale, la Chiesa ha fatto ricorso alle indulgenze.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’indulgenza “la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autorativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi”.
La storia delle indulgenze inizia con l’età apostolica, che si identifica con l’epoca dei dodici Apostoli. Nell’arco di tempo dall’età apostolica fino all’VIII secolo, il cammino della penitenza era pubblico e comportava severe mortificazioni; in tale contesto le indulgenze avevano lo scopo di ottenere una riduzione o la remissione della pena canonica (privazione di un bene spirituale o temporale) attraverso le implorazioni ai martiri. Con il loro sacrificio, i martiri, in punto di morte, trasmettevano al Vescovo una supplica, detta “supplices belli martyrum”, con la quale si invocava l’applicazione dell’indulgenza a favore del penitente che ne avrebbe fatto richiesta.
In un secondo periodo, che si estende dall’VIII al XIV secolo, si pervenne a una attenuazione della severità della penitenza, che da pubblica divenne privata, consentendo la concessione dell’indulgenza a quanti acquisivano meriti per la loro partecipazione a opere di misericordia, alle crociate e ai pellegrinaggi. Significativo di questo periodo è l’indulgenza concessa da Papa Bonifacio VIII in occasione del primo Giubileo nel 1300, applicata ai pellegrini che si fossero recati a Roma in visita alle Basiliche.

Foto Fabio Pignata

Il terzo periodo, che va dal XIV al XVI secolo, vide l’allargamento della pratica dell’indulgenza, che divenne un vero e proprio abuso quando fu introdotta l’usanza di poterla ottenere con offerte di denaro a favore di opere di apostolato, le cosiddette “oblationes”. L’errata convinzione che con le offerte di denaro era possibile liberarsi non soltanto dalla pena temporale ma anche dalla colpa, sminuiva fortemente il concetto della Confessione e del Perdono e diede luogo a una dura reazione da parte di alcuni teologi, tra i quali San Tommaso d’Aquiino, e allo scisma protestante di Martin Lutero. Il “mercato delle indulgenze”, che tanti danni procurò alla Chiesa, ebbe fine con il Concilio di Trento (1545-1563), che mise ordine agli abusi con l’abolizione della raccolta di denaro e con la riaffermazione delle dottrine della Chiesa.

Nel quarto periodo, che parte dal XVI secolo fino ai nostri giorni, la concessione delle indulgenze è stata regolamentata dai Pontefici che si sono succeduti sempre nel segno della continuità del significato originario. L’ultima riforma in materia è stata quella di Papa Paolo VI che, con la Costituzione apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus” del 1967, pone i fondamentali dottrinali delle indulgenze e contiene norme che ne regolano l’uso e la concessione.

Cosimo Lasorsa
Nel redigere le nuove norme, si è cercato, in particolar modo, di stabilire una nuova misura con l’indulgenza parziale, di apportare una congrua riduzione al numero delle indulgenze plenarie e di dare alle indulgenze cosiddette reali e locali una forma più semplice e dignitosa. L’indulgenza è plenaria o parziale a seconda che liberi in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati.

Cosimo Lasorsa

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014 (cfr 2Cor 8,9))

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/messages/lent/documents/papa-francesco_20131226_messaggio-quaresima2014_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo
Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22).
Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29).
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza
Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.
Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.
Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera.
Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.
Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 26 dicembre 2013

Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire 

‘EBED JHWH – 8IL SERVO SOFFERENTE, ISAIA)

http://www.donalfonsocapuano.it/index.php?option=com_phocadownload&view=category&id=1:catechesi&download=16:i-canti-del-servo-sofferente-2&Itemid=62.

PARROCCHIA SANTA MARIA DELLA CONSOLAZIONE

I VENERDÌ DI QUARESIMA 2004

‘EBED JHWH

Fino al secolo XVIII, i cristiani interpretarono i testi isaiani che parlano di un servo sofferente sulla scia del Nuovo Testamento, e solo in quest’epoca si affacciò in ambito cristiano un diverso modo di lettura, già tipico del giudaismo, che vedeva riflessa nell’esperienza tragica del servo quella di tutto il popolo d’Israele (o di parte di esso, cioè di coloro che erano tornati rinnovati dall’esperienza dell’esilio). Si deve inoltre ricordare che fino a quell’epoca il libro di Isaia era visto come un tutto organico e appunto al suo interno possiamo rilevare come l’appellativo di <<servo>> sia applicato a più referenti: con esso infatti si indica semplicemente uno schiavo, ma con tale significato il vocabolo ricorre sole due volte nel libro; con <<servo>> si designa invece il profeta stesso, il popolo d’Israele; un personaggio la cui identificazione non trova concordi gli esegeti e infine, al plurale, si indicano i ministri del re assiro, i proseliti, i fedeli Israeliti. Risulta immediatamente da questa breve rassegna che l’attribuzione del titolo di servo non è univoca, anche se dentro un blocco compatto di capitoli (40-50) la preminenza è data all’applicazione a Israele.
Da quando lo studio critico della Bibbia ha mostrato che nel libro canonico del profeta Isaia sono raccolti gli oracoli di tre profeti vissuti in epoche diverse e impegnati a fronteggiare situazioni diverse, il punto di vista è decisamente mutato.
In effetti i passi in cui l’appellativo di servo è applicato al popolo appartengono tutti al Secondo Isaia, così come quei passi in cui non vi è accordo tra gli esegeti sull’identificazione del personaggio in questione (la domanda del funzionario etiope resta attualissima!).
Nel 1892, un esegeta tedesco, B.Duhm, pubblicò un commentario a Isaia in cui propose di isolare entro il Secondo Isaia quattro canti che si riferivano a un “servo” anonimo: Isaia 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12. Questi quattro poemi sarebbero stati composti da un autore post-esilico, vissuto dopo il Secondo Isaia, che avrebbe scritto sotto l’influsso letterario del Secondo Isaia, di Geremia e del libro di Giobbe. Un redattore posteriore avrebbe introdotto i cantici (che in origine appartenevano a un’opera più ampia andata perduta) nel testo del Secondo Isaia.
Secondo Duhm, il <<servo>> dei canti era un maestro della Torah, una guida della comunità giudaica ritornata in Giudea dopo l’esilio. Era un servitore fedele di JHWH, da lui eletto e illuminato, con una missione nei confronti di Israele e degli altri popoli, e visse la sua missione nel silenzio e nella sofferenza che gli inflissero i membri del suo stesso popolo.
Questa interpretazione ha praticamente determinato tutta la ricerca successiva, la quale si è incentrata soprattutto sulla identificazione del <<servo>>, per individuare il personaggio della storia d’Israele corrispondente alla figura che il profeta delinea, ma nessuna proposta ha finora trovato un ragguardevole consenso.
Un’altra linea di ricerca ha invece tentato di dimostrare che i canti del “servo” sono ben inseriti nella raccolta attribuita al Secondo Isaia e perciò vanno compresi al suo interno. Al di là delle differenti interpretazioni, un fatto è comunque ragguardevole: il “servo” di cui si parla nei canti è descritto in modo diverso dalle altre sezioni del libro.
I canto
Isaia 42:1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.

Dio parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito.

Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.

Il termine mispat ricorre tre volte, in assoluto, ad indicare il contenuto della predicazione del Servo: ma come interpretare questa parola?
Il servo deve:
• diffondere tutt’intorno la verità;
• proclamare il diritto di Dio;
• ristabilire la giustizia di Dio.
In fondo potremmo tenere insieme queste possibilità diverse, pensando alla signoria di Dio, al suo essere proclamato e riconosciuto come A e W.
Isaia 42:2 Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
Isaia 42:3 non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

Il servo non usa la forza per imporsi, non condanna a morte, non spegne la speranza.

Proclamerà il diritto con fermezza;
Isaia 42:4 non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Si prospetta il rischio che il servo perda la convinzione e la perseveranza. Si
apre una prospettiva di universalismo
Riassumendo
Dio presenta il suo servo, da Lui eletto, per ristabilire la Sua Signoria su tutta la terra. Il servo non userà la forza e passerà attraverso una forma di travaglio.
II canto
Isaia 49:1 Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Isaia 49:2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

Si tratta di una tipica vocazione profetica modellata su uno schema che è lo
stesso per Isaia 6, 1-13, Geremia 1, 4-10 ed Ezechiele 2, 3 – 3, 9.

Isaia 6, 1-13

Si tratta di un racconto in tre scene:
1) Incontro con Dio (Is 6,1-5)
2) Purificazione (Is 6,6-7)
3) Vocazione-Missione (Is 6,8-13)
Nella prima scena l’uomo incontra Dio; da notare la distanza qualitativa espressa mediante la simbologia spaziale (Dio sta in alto mentre il profeta piccolo piccolo si rannicchia in un cantuccio) e la simbologia fonetica (nella descrizione di ciò che il profeta vede e sente abbondano termini ebraici gutturali che riempiono la bocca mentre nelle parole del profeta prevalgono suoni sibilanti e brevi); significativo il fatto che il profeta senta la sua impurità come localizzata sulle labbra, a significare programmaticamente il senso profondo della sua elezione.
Nella seconda scena assistiamo ad un evento quasi sacramentale; gesti (carbone ardente poggiato sulle labbra) e parole (quelle dell’angelo) combinati insieme trasformano il profeta da uomo impuro e lontano da Dio ad uomo degno di ascoltare e parlare con Dio; anche qui le labbra sono punto di riferimento costante.
L’ultima scena presenta il tema della chiamata-risposta-missione, che è un annunciare per non essere ascoltato con conseguenze negative (la distruzione) epositive (il resto).
In sintesi: il profeta è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli
altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell’annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell’essere suo testimone. Non ascoltato, né compreso, il profeta rimane esposto a tutte le difficoltà.

Isaia 49:3 Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».

Il servo sembra essere identificato con Israele. Ma si tratta di una glossa,
come dimostreranno i versetti successivi.
Isaia 49:4 Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».

Compare lo scoraggiamento del giusto che non vede i frutti del suo lavoro.
Ne troviamo un esempio in Sal 73 (72).
Isaia 49:5 Ora disse il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
- poiché ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –

Questi versetti dimostrano che nei precedenti l’identificazione del servo con
Israele era frutto di una glossa.
Isaia 49:6 mi disse: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

Viene ribadito anche qui l’universalismo della missione del servo.

Riassumendo
Il servo, rivolgendosi alle nazioni, si presenta come un Profeta inviato da Dio
ad Israele per la salvezza.
Il servo, dopo una fase di scoraggiamento, si riprende e Dio rilancia la sua
missione per tutte le nazioni.

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