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La Samaritana

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COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

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COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

1 Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

COMMENTO
Romani 5,1-11
La speranza cristiana
L’appartenenza Rm 5 alla prima parte della lettera (cc. 1-4), in cui si tratta il grande tema della giustificazione mediante la fede, è molto probabile. Sembra infatti che l’apostolo porti qui a termine il discorso riguardante appunto la giustificazione, riservando ai capitoli seguenti la soluzione di alcuni problemi che questa dottrina solleva. In Rm 5,1-11 l’apostolo mette in luce la prospettiva escatologica della giustificazione, mentre nei versetti successivi tratta il tema della vittoria sul peccato che essa comporta. Nella prima parte del capitolo egli sostiene anzitutto che di fronte alle dolorose tribolazioni della vita il credente è sostenuto oltre che dalla fede, anche dalla speranza e dall’amore (vv. 1-5). In un secondo momento mostra come l’esperienza attuale della riconciliazione con Dio sia garanzia della salvezza finale (vv. 6-11).
Le tre virtù “teologali” (vv. 1-5)
La giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 1). La frase inizia con il participio aoristo passivo «giustificati» (dikaiôthentes), con cui si indica chiaramente un evento avvenuto nel passato e ormai acquisito: per i destinatari della lettera, così come per lo stesso Paolo, la giustificazione mediante la fede rappresenta ormai un dato di fatto che ha cambiato radicalmente la loro vita. Egli prosegue perciò affermando che ormai «siamo in pace» (eirênên echomen, abbiamo pace) nei confronti di (pros) Dio. Questa frase potrebbe anche essere intesa come un’esortazione: ma da tutto il contesto risulta che con essa si vuole semplicemente sottolineare la nuova realtà che si è verificata nel credente.
Il termine «pace» indica l’esatto opposto della situazione che precede la giustificazione, quella cioè caratterizzata dalla manifestazione dell’ira di Dio. Nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. Alla fine dei tempi il pellegrinaggio di tutti i popoli al monte del tempio del Signore alla ricerca della parola di JHWH comporterà l’eliminazione della guerra e una pace universale (Is 2,2-5). Questa pace viene presentata come opera di un discendente di Davide, il quale verrà a consolidare e rafforzare il regno con il diritto e la giustizia (Is 9,5-6). Non solo l’umanità, ma anche tutto il cosmo sarà coinvolto in essa (Is 11,6). Infine è significativo che la pace, strettamente collegata con la giustizia, sia presentata come un dono dello Spirito (Is 32,15-17). Per l’apostolo questa pace è il dono più grande di Cristo.
La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni: «Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (v. 2). La grazia (charis) a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo. A differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, il quale solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur), essi sono sempre al cospetto di Dio. La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella «gloria di Dio», di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati (cfr. Rm 3,23), ma dà la «speranza» (elpis) di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono «vantarsi» (kauchaomai), perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti (cfr. 3,27; 4,2). Il «già» e il «non ancora» caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.

Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di realtà che solitamente non sono collegate con essa: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (vv. 3-4). Paolo si riferisce alle «tribolazioni» (thlipseis) della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la «pazienza» (ypomonê), cioè la capacità di resistere coraggiosamente ai colpi destabilizzanti della prova; questa pazienza si trasforma in una «virtù provata» (dokimê), la quale non è altro che la capacità ormai consolidata di far fronte alle difficoltà della vita, senza perdere l’orientamento verso la meta finale. Da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una «speranza» ancora più forte. Il venir meno dei puntelli umani fa sì che il credente riponga sempre più la sua speranza in Dio.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (v. 5). La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’«amore» (agapê) che lo Spirito santo «riversa» (ekcheô) nei loro cuori. Nella Bibbia l’amore è anzitutto un attributo di Dio in forza del quale egli sceglie Israele come suo popolo, liberandolo dai suoi nemici e introducendolo nella terra promessa (cfr. Os 11,1; Dt 7,7-8); in forza dell’alleanza Dio esige che Israele lo ami con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5), lasciandosi così coinvolgere pienamente nel suo progetto di salvezza (clausola fondamentale). Ciò comporta che ogni israelita sia disposto ad «amare il prossimo suo come se stesso» (Lv 19,18), osservando i comandamenti del decalogo che riguardano la pratica della giustizia nei rapporti vicendevoli.
Ma siccome il cuore degli israeliti si è indurito, diventando incapace di amare, Dio promette di intervenire su di esso per trasformarlo e rinnovarlo. Secondo le profezie escatologiche Dio scriverà su di esso la sua legge (Ger 31,33), sostituirà il cuore di pietra con un cuore di carne e porrà dentro di esso il suo Spirito affinché possano osservare le sue leggi (Ez 36,27); infine applicherà sul loro cuore il segno della circoncisione affinché possano amare il loro Dio (Dt 30,6). L’apostolo si serve di queste profezie, fondendo insieme soprattutto Ez 36,27 e Dt 30,6, per delineare una prerogativa essenziale dei credenti. L’«amore di Dio» che lo Spirito Santo effonde nei cuori è l’amore con cui Dio ama, operando nel cuore del credente la risposta dell’amore, che necessariamente avrà come termine Dio stesso e il prossimo. In questo brano l’espressione «amore di Dio» è dunque molto ricca, perché indica un amore che, una volta donato e ricevuto, non può che diventare il principio di una vita vissuta nell’amore. Il ruolo che in questo processo compete allo Spirito verrà illustrato successivamente (cfr. 8,1-27).

La riconciliazione (vv. 6-11)
Nella seconda parte del brano Paolo esordisce richiamando ai romani l’opera compiuta da Cristo per i credenti: «Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. » (v. 6). Cristo dunque è morto per persone che non meritavano nulla. Essi infatti erano «peccatori» (astheneis, deboli): con questo termine egli indica qui non i fratelli ancora legati all’osservanza delle norme rituali giudaiche (cfr. Rm 14,2), ma coloro che sono sotto il dominio del peccato. Essi erano non solo deboli, ma anche «empi» (asebeis), cioè privi di un rapporto vitale con Dio. Ma proprio per essi Cristo morì nel tempo stabilito.
Egli commenta quanto ha appena affermato mettendo in luce il carattere straordinario della morte di Cristo: «Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (vv. 7-8). A volte può capitare che un uomo sia disposto a morire per una persona giusta: non sono infrequenti i casi in cui la dedizione verso una persona amata (figlio, coniuge o amico) spinge fino al sacrificio della vita. Ma Cristo ha fatto una cosa che, umanamente parlando, è inconcepibile: egli è morto per noi proprio mentre eravamo ancora peccatori. E in questo gesto supremo si è manifestato l’amore di Dio per tutti noi.
Infine l’apostolo fa un ragionamento a fortiori: «A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui» (v. 9). Se Dio è giunto al punto di dimostrare mediante Cristo un amore così grande per noi quando eravamo ancora peccatori, a maggior ragione ora che siamo giustificati ci salverà per mezzo di Cristo dall’ira finale.
L’apostolo ripete poi lo stesso ragionamento introducendo il concetto di riconciliazione: «Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita (v. 10). Egli sottolinea dunque che Dio, avendoci dato la riconciliazione mediante la morte di Cristo quando eravamo nemici, non potrà non condurci alla salvezza finale ora che siamo stati riconciliati.
Nel linguaggio comune il verbo «riconciliare» (katallassô) indica la pacificazione che avviene tra due persone o nazioni nemiche. Essa è il risultato della riparazione offerta alla parte innocente da colui che si ritiene o è considerato colpevole; nel caso di parti ugualmente colpevoli, essa è il frutto di un onorevole compromesso. L’iniziativa della riconciliazione è presa dunque dal colpevole oppure dalle due parti in causa. Nei rapporti tra Dio e l’uomo invece è Dio stesso che riconcilia con sé coloro che a causa del peccato sono diventati suoi nemici: la riconciliazione dunque, non diversamente dall’espiazione, non è un atto dell’uomo che «placa» Dio, facendogli cambiare atteggiamento nei propri confronti, ma un atto di Dio che trasforma l’uomo, liberandolo dal suo peccato e stabilendo con lui quella pace di cui l’apostolo ha parlato all’inizio (5,1; cfr. 2Cor 5,18-21).
La riconciliazione rappresenta il primo passo verso la salvezza, che viene indicata con un verbo al futuro (sôzêsometha, saremo salvati): con esso l’apostolo vuole sottolineare che la salvezza definitiva, che consiste nell’incontro personale con Dio, è una realtà escatologica, ma al tempo stesso imminente, perché gli ultimi tempi sono già iniziati (cfr. Rm 13,11). Mentre la riconciliazione ha avuto luogo «per mezzo della morte del Figlio suo», la salvezza finale si attuerà «mediante la sua vita»: la morte di Cristo ha messo dunque in moto un processo che egli stesso, ormai vivo in forza della sua risurrezione, porterà un giorno a compimento facendo sì che i credenti diventino partecipi della sua nuova vita.
Infine Paolo conclude: «Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione» (v. 11). In forza della riconciliazione così ottenuta, il credente può ora «gloriarsi» in Dio. Paolo ritorna qui al tema del vanto in Dio, che spetta a chi ha ottenuto la giustificazione e accetta con coraggio le tribolazioni della vita (cfr. vv. 2-3). Mentre esclude qualsiasi tentativo di gloriarsi davanti a Dio a causa delle proprie opere buone (cfr. 4,2), Paolo trova del tutto logico che il credente si vanti in Dio a motivo di quanto è stato compiuto in lui per mezzo di Gesù Cristo (cfr. 1Cor 1,29.31).

Linee interpretative
Dio poteva pretendere una pesante riparazione da parte dell’uomo peccatore, invece è intervenuto lui stesso per riconciliarlo gratuitamente con sé, trasformandolo da nemico in amico. Il dono più grande che la giustificazione comporta è proprio questa trasformazione interiore, che pone l’uomo in un rapporto nuovo non solo con Dio, ma anche con i suoi simili. La vita del credente è così caratterizzato da un dinamismo interiore che si manifesta come fede vissuta, che genera speranza e amore. Con questa ricca dotazione il credente può camminare spedito verso il compimento finale, senza perdersi d’animo a motivo delle tribolazioni che ancora lo aspettano. Su ciò si basa la fiducia che deve accompagnare il credente nella sua nuova vita: egli infatti può ormai vantarsi non solo in Dio, ma anche nelle tribolazioni che lo attendono, in quanto già fin d’ora assapora in modo anticipato la gloria stessa che un giorno Dio gli conferirà in modo pieno.
La forza del messaggio cristiano sta per Paolo soprattutto nella sua capacità di toccare il cuore dei credenti, trasformando i loro sentimenti, desideri e aspirazioni, in pratica tutta la loro visione del mondo e della vita. L’uomo non diventa giusto per una costrizione esterna o per una decisione personale, ma perché è trasformato interiormente dalla grazia di Dio. I suoi doni non presuppongono la buona volontà dell’uomo che per definizione è peccatore, ma la creano, dandogli così la possibilità di vivere spontaneamente secondo la sua volontà. Colui che è stato giustificato va verso una pienezza di gioia e di realizzazione personale di cui fin d’ora percepisce i segni anticipatori. La speranza cristiana non si basa infatti su un fideismo cieco, ma sulla gioia interiore che emerge quotidianamente nel confronto con le tribolazioni e nell’esercizio di un amore che sgorga spontaneamente dal cuore.
La salvezza viene presentata in questo testo come una grande opera di riconciliazione. Si tratta di un movimento che parte direttamente da Dio quando l’uomo è ancora lontano e incapace di riconciliarsi con lui. Senza far leva su nessun merito da parte di un’umanità ancora immersa nel peccato, Dio si china su di essa e, per mezzo del suo Figlio, la chiama a sé. In questa opera di salvezza si mostra tutta la sua condiscendenza e il suo amore gratuito per le sue creature. Il ruolo storico di Gesù è quello del mediatore tra Dio e l’uomo. La sua opera raggiunge il suo culmine nella morte in croce, quando egli manifesta fino in fondo di essere dalla parte dell’umanità peccatrice, senza l’attesa di alcun ritorno da parte sua. È proprio sulla croce che Gesù appare come il riconciliatore per eccellenza, il quale offre agli stessi crocifissori la possibilità di ritornare sui loro passi.
La riconciliazione dell’umanità peccatrice con Dio comporta necessariamente la riconciliazione tra le persone e i gruppi che ne fanno parte. Di fatto il nuovo rapporto con Dio attuato da Gesù diventa visibile ed efficace nella misura in cui ciascuno è capace di stabilire nuovi rapporti con chiunque, nonostante le divergenze e le perdite materiali cui potrebbe andare incontro. In pratica l’opera compiuta da Dio per mezzo di Cristo appare in tutta la sua ricchezza quando persone diverse instaurano un rapporto di vera fraternità e solidarietà. La giustificazione non è quindi solo un movimento verticale, con risvolti che si potranno cogliere unicamente nell’altra vita; essa è invece una spinta al rinnovamento che si esercita nei rapporti tra persone. Solo se dà origine a una vita riconciliata la giustificazione acquisita mediante la fede diventa motore efficace di salvezza.
Il cristianesimo non consiste dunque in un complesso di dogmi o di norme morali da accettarsi ciecamente, ma è piuttosto una scuola di vita in cui l’uomo è educato, mediante la fede, all’amore e alla speranza. Il titolo più grande che compete a Gesù è dunque quello di «Maestro». Un Maestro che, sebbene fisicamente assente, porta continuamente a termine la sua opera mediante lo Spirito santo, che rappresenta la personificazione di quella potenza divina che sgorga dal suo esempio e porta i discepoli ad immedesimarsi con lui.

BRANO BIBLICO: ES 17,3-7 – MASSA E MERIBA

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DON MARCO PRATESI

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A) (24/02/2008)

BRANO BIBLICO: ES 17,3-7 – MASSA E MERIBA

Come Abramo, Israele cammina nel deserto in immediata obbedienza alla bocca di Dio, che di volta in volta indica il percorso da fare (v. 1). Come Abramo, il popolo che è sua stirpe deve imparare a fidarsi di Dio. I nomi di Massa e Meriba sono entrati nella memoria di Israele, e della Chiesa, come emblema di quei momenti nei quali di fronte alle difficoltà la fede soccombe.
La difficoltà fa emergere quanto giace nel profondo del cuore, ci mette alla prova (cf. Dt 8,2). Ciò che serpeggiava più o meno inavvertito nell’ombra trova espressione e viene improvvisamente alla luce. Da questo punto di vista essa ha una funzione educativa fondamentale. Consente una conoscenza altrimenti irraggiungibile, non tanto a Dio, che ci conosce comunque, quanto all’uomo, che prende coscienza di sé, ed è posto con maggiore lucidità di fronte alle scelte.
Nell’episodio qui narrato (che leggiamo anche, in altra tradizione, in Nm 20,1-13) la sfiducia in Dio assume due forme.
La prima, alla quale si lega il nome Meriba, è la scontentezza per l’operato di Dio, la protesta nei suoi confronti, che porta a una « vertenza bilaterale »: Dio viene chiamato in tribunale, il tribunale umano, per giustificarsi, rendere conto del suo operato.
La seconda, cui si riferisce il toponimo Massa, è il sottoporre Dio alla propria verifica, stando non in rapporto con lui ma al di fuori di esso, cioè in qualche modo al di sopra di lui.
La negatività di questi atteggiamenti sta qui: il rapporto di fiducia è infranto; si pretende di affrontare e risolvere la difficoltà tirandosi fuori da esso. È il contrario di quanto fa Mosè. Anche lui si trova in grave difficoltà, ma non immagina di risolverla per conto proprio, magari scaricando la responsabilità su Dio che, in effetti, aveva preso l’iniziativa di far uscire il popolo dall’Egitto e deciso l’itinerario da seguire. Mosè si rivolge a Dio, non esce dal rapporto, ci resta dentro, consentendo così anche al popolo di superare, non però senza conseguenze, quella difficile tappa.
Possiamo dunque, anzi dobbiamo, esprimere tutti i nostri dubbi e le nostre insoddisfazioni. Diversamente, la nostra fede sarebbe astratta, imbalsamata: una fede del genere si può reggere soltanto finché non ne va della vita (v. 3). Quando fidarsi diventa rischioso, il cuore non può non prorompere in una serie di domande, dubbi, incertezze, paure. Tuttavia questo è decisivo: che tutto dobbiamo dire a Dio, portarlo di fronte a lui, anche gridando. In questo il Salterio, con tutte le sue angosce puntualmente ricondotte al rapporto col Signore, è perennemente esemplare. Anche Giobbe ce lo mostra: possiamo protestare, possiamo urlare di fronte a Dio.
Invece, nel momento in cui l’istanza ultima diventa un’altra, qualunque essa sia, allora noi non stiamo più affidando la nostra vita al Signore ma a qualcun altro, si tratti di noi stessi o di altre forze; allora noi stiamo nuovamente gustando « dell’albero della conoscenza del bene e del male »; allora noi rischiamo seriamente di perire nel deserto e non arrivare al traguardo: « per quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: ‘popolo sviato di cuore sono essi, non hanno conosciuto le mie vie’. Perciò giurai nella mia ira: ‘Non entreranno nel mio riposo’ » (Sal 95,10-11).

23 MARZO 2014 | 3A DOMENICA A -QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

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23 MARZO 2014 | 3A DOMENICA A -QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

Lectio Divina : Gv 4,5-42

Gv 4 è un racconto impressionante per la sua complessità narrativa ed il suo potere di evocazione. Stanco del cammino, a mezzogiorno, Gesù si intrattiene da solo a solo con una donna semipagana, in un posto che ricorda il passato patriarcale, comune a giudei e samaritani (4,6-12). La donna, e le tre confessioni che fa, provocate da Gesù, (4,19: Profeta; 4,29: Cristo; 4,42: Salvatore del mondo), insieme con l’entrata in scena dei discepoli (4,27.31) e degli abitanti della regione (4,30.39) indicano la presenza di tre scene (4,5-26.27-38.39-42). L’acqua (4,7.10.11.13.14.15) è il primo tema di un dialogo che avviene presso il pozzo di Giacobbe (4,6.11.12.14); adorare/rendere culto è il secondo (4,20.21.22.23.24). Quando compaiono nuovi personaggi, cambia il tema del dialogo e lo scenario si complica; la loro presenza pare introdurre nuovi motivi: i discepoli, che erano andati a comprare qualcosa da mangiare (4,8.31) sono sorpresi dal discorso di Gesù sulla volontà del Padre come alimento (4,31-38); i samaritani, vedendo Gesù, non avranno bisogno della testimonianza della donna per credere in lui (4,39-40).
Come Gesù con la samaritana, l’evangelista guida noi, lettori, a rifare il percorso personale di fede e scoprire in colui che ha sete colui il quale può dissetarci, nello sconosciuto colui che ci conosce intimamente. Dovremmo avere pazienza per lasciarci guidare e coraggio per riconoscere i nostri bisogni più nascosti, ma non meno reali; e se, come la samaritana, ci lasciamo guidare, conosceremo meglio Gesù e lo riconosceremo subito. Mentre i discepoli cercano di dar da mangiare a Gesù, Gesù si adopera per rendere credente un popolo.
In quel tempo, 5 Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.
Le dice Gesù: « Dammi da bere ».
[8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi.]
9 Allora la donna samaritana gli dice:
« Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? »
[I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.]
10 Gesù le risponde: « Se tu conosci il dono di Dio e chi è lui che ti dice: ‘dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva ».
11 Gli dice la donna: « Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame? »
13 Gesù le risponde:
« Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna ».
Gli dice la donna:
15″Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ».
16Le dice: « Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui »
17Gli risponde la donna: « Io non ho marito »
Le dice Gesù: « Hai detto bene: ‘io non ho marito’. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero ».
19 Gli replica la donna: « Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare »
21Gesu le dice: « Credimi, donna, viene l’ora in cui nè su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità ». 25 Gli rispose la donna: « So che deve venire il messia, chiamato cristo; quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa ». 26 Le dice Gesù: « Sono io, che parlo con te ». 27In quel momento giunsero i discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: ‘Che cosa cerchi?’ o ‘Di che cosa parli con lei?’. 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:
29″Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?
30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: Rabbì, manga ».
32 Ma egli rispose loro: ‘Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete ».
33 E i discepoli si domandavano l’un l’altro: « Qualcuno gli ha forse portato da mangiare? »
34Gesù disse loro: « Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica ».
39 Molti samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava:
« Mi ha detto tutto quello che ho fatto »
40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola e alla donna 42dicevano:
« Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo ».
1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
L’episodio si apre descrivendo l’incontro di Gesù con una samaritana; si crea così la scena (4,5-6), il cui centro è costituito da due lunghi dialoghi (4,7-26.31-38) attraverso i quali Gesù si svela in modo progressivo alla donna e ai discepoli, affinché poi, alla fine, i samaritani in blocco accolgano Gesù come salvatore del mondo (4,42). È significativo che mentre la conversazione con la donna è iniziata da una richiesta di Gesù, quella con i discepoli parte con un loro invito; la prima, è stata motivata nella sete di Gesù; la seconda, nel volere dei discepoli di far mangiare a Gesù. Dalla sete di Gesù si svolge un cammino di fede che percorre la donna; invece, i discepoli non sapranno di cosa ha veramente fame Gesù.
Protagonista indiscutibile è Gesù, che non esce mai di scena e che si va dando a conoscere progressivamente (4,10.22.25.32.42). I titoli: giudeo (4,9), più grande di Giacobbe (4,12), profeta (4,19), messia (4,29), salvatore del mondo (4,42) segnalano le tappe fondamentali della rivelazione della sua identità personale e del cammino di fede di chi le pronuncia. Significativo risulta, e tanto!, che nel dialogo con i discepoli l’unico titolo usato sia quello anodino di maestro. Salvatore – il titolo che chiude questo itinerario di fede – è un titolo divino nella tradizione biblica; in bocca dei samaritani è molto rivelatore: in un mondo in cui abbondano i salvatori, siano dei o imperatori, Gesù è proclamato salvatore universale, la massima confessione di fede possibile per i pagani. Gesù, attraverso un incontro personale, ha avviato la missione ad gentes, restando due giorni tra essi.
Un dettaglio non indifferente: la donna rimase con Gesù un tempo così lungo da ‘scandalizzare’ i discepoli; Gesù rimase con i samaritani due giorni; in ambedue i casi, questo rimanere accanto a Gesù portò alla fede. I discepoli si erano allontanati dal maestro, certo con una buona ragione…, ma saranno gli unici che non fanno una professione di fede.
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
Un Gesù solitario, stanco e assetato, verrà alla fine riconosciuto come il salvatore del mondo: uno stato di necessità, inizi così poveri, possono condurre ad una stupenda professione di fede, se c’è Gesù. Una debolezza tanto umana in Gesù non impedisce di arrivare alla fede in Lui. Perché non mi piace tanto trovarmi con un Gesù impotente, fiacco, solo? Che Gesù abbia sentito bisogno di ristoro, come me, lo fa tanto normale e meno affidabile? La necessità di Gesù non è finta. Era affaticato, e se si tiene in mente il motivo della mancanza dei discepoli attorno, pure affamato.
La samaritana trova Gesù presso il pozzo, perché pure lei ha bisogno d’acqua. La sua necessità, del tutto ordinaria, spiega l’inaspettato incontro. Quel momento, mezzogiorno, era insolito perché una donna venisse ad attingere acqua; di solito si faceva di buon mattino. L’incontro è casuale, ma guidato pure dalla necessità – quotidiana – della donna. Come fare per convertire le mie più ordinarie necessità in opportunità per trovarmi, con Gesù? Quali sarebbero i bisogni più normali che mi porterebbero da Lui?
Il ‘cammino’ della samaritana – che percorre sempre attraverso un dialogo sostenuto – comincia con una domanda di Gesù, domanda normale se lui non fosse giudeo. Ma Gesù chiede per essere richiesto, desidera per essere desiderato, domanda per essere domandato; mostra la sua vera sete per salvare la donna dai suoi più intimi bisogni. « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice… Per entrare in contatto con la donna, Lui si fa ‘alla misura’ della sua indigenza. Ma questo ‘dettaglio’ di amante salvatore non sarà accolto finché la donna non scopre la sua povertà. Le basterebbe col ‘riconoscere il dono’, cioè col riconoscerlo come il Donante. Anche se la mia povertà è tappa e motivo della venuta di Gesù a me, Lui è sempre dono non di acqua di pozzo ma di acque che convertono in sorgente chi le beve. Non basta dunque conoscere le proprie indigenze, è preciso riconoscere Gesù come dono del Padre, come quello che disseta la mia sete e soddisfa – e gratuitamente – i miei più intimi bisogni.
La seconda tappa inizia quando la donna desidera il dono offerto da Gesù, un’acqua migliore che quella del pozzo di Giacobbe, dono del patriarca ai suoi figli. Lei la chiede perché non voleva avere più sete né necessità di attingere più acqua; Lui le scopre una più personale, intima, necessità, quella di essere amata. Prima di essere ‘svelata’ da Gesù, l’ha dovuto desiderare come soddisfazione per la sua sete; ma Gesù non si conforma con ‘appagare’ normali bisogni, fa emergere in noi i più profondi, i peggio riconosciuti, i mai confessati. Non sempre, e non tutti, siamo disposti a venir cosi scoperti, svelati e nudi, nei nostri più intimi bisogni; e proprio perciò temiamo di trovarci con Lui e resistiamo a vederlo come dono.
‘Conosciuta’ nella sua intimità, la samaritana crede; la sua professione di fede è ancora imperfetta, ma ha cominciato ad affidarsi a Gesù come profeta e Gli confida una sua profonda preoccupazione, che è quella del suo popolo: dove e come adorare il vero Dio. L’adoratore di Dio in spirito è verità deve prima affrontare la propria esistenza, senza ingannarsi né mascherarsi, accettando quello che è. Il Dio di Gesù non vuole essere adorato dove gli adoratori pensano che ci sia; il Dio adorabile è spirito e vita; i suoi adoratori debbono essere come Lui.
Ultima tappa del cammino di fede della samaritana – conclusione e garanzia – è la testimonianza: Mi ha detto tutto quello che ho fatto, ripeterà. Per credere, bisogna trovare; è stato l’incontro personale nella mutua conversazione, che ha portato alla fede. E chi crede diventa testimone, chi ha fede la pubblica. Dopo i samaritani crederanno…, dopo aver vissuto accanto a lui due giorni. Restare con Gesù – anche se solo due giorni – può fare credente un popolo. Perché la mia permanenza di lunghi anni nel seguire Gesù non riesce a rendermi credente in lui? Non sarà che, come i discepoli, ci diamo da fare per soddisfare le necessità materiali – quella di mangiare cibo – e dimentichiamo la sete di Lui che vive in noi?
3 – PREGARE : Desiderare che si realizzi in me quello che ho ascoltato
Aspettaci, Signore, al pozzo dell’ incontro, nell’ora più insolita ma provvidenziale che scocca per ognuno.
Presentati e parlaci per primo, tu mendicante di noi, affaticati per noi.
Distoglici, pian piano, da tanti desideri, da tanti amori effimeri che ancora ci trattengono.
Sciogli l’indifferenza, i pregiudizi, i dubbi e le paure, libera la fede.
Scava in noi il vuoto di Te in cui viviamo, riempilo di un desiderio inestinguibile di Te.
Fa’ emergere la sete, attraici con il tuo dono. Da’ nome a quella sete che dentro ci brucia,
senza che sappiamo chiamarla con il suo vero nome.
Riportaci in noi stessi, nel centro più segreto dove nessun altro giunge e ci sei Tu.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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