Archive pour le 20 mars, 2014

Gesù benedice i bambini

Gesù benedice i bambini dans immagini sacre hristos-binecuvantand+copiii
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Publié dans:immagini sacre |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »

DUM MEDIUM SILENTIUM TENERENT OMNIA (Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa…

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticacristiana/predicheeckhart.htm#dum

DUM MEDIUM SILENTIUM TENERENT OMNIA

(cfr. . “Dum medium silentium tenerent omnia… – Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente, o Signore, venne dal tuo trono regale” (Ant. al Magn. 26 Dicembre).

Noi qui, nella temporalità, facciamo festa a riguardo della nascita eterna, che Dio Padre ha compiuto e senza tregua compie nell’eternità, e questa stessa nascita si è compiuta ora nel tempo, nella natura umana. Sant’Agostino dice: che mi giova che questa nascita avvenga continuamente e tuttavia non avvenga in me? Molto mi importa, invece, che essa avvenga in me.
Vogliamo ora parlare di questa nascita, come essa avviene in noi e viene compiuta nell’anima buona, quando Dio Padre parla la sua parola eterna nell’anima perfetta. Infatti, quello che dico lo si deve intendere in riferimento ad un uomo buono, perfetto, che ha camminato ed ancora cammina sulle vie del Signore, e non in riferimento all’uomo naturale, non esercitato, giacché questo è del tutto lontano e ignorante di tale nascita.
Il sapiente dice una parola: « Quando tutte le cose erano in mezzo al silenzio, venne in me dall’alto, dal trono regale, una parola segreta ». Questa predica tratterà di questa parola.
Bisogna qui notare tre cose. In primo luogo: dove Dio Padre pronunci nell’anima la sua parola, dove sia il luogo per questa nascita e dove l’anima sia recettiva per questa opera; bisogna infatti che sia nella parte più pura, più nobile e più fine che l’anima può offrire. Veramente, se Dio Padre, nella sua intera onnipotenza, potesse dare all’anima nella sua natura qualcosa di più nobile, e l’anima potesse ricevere da lui qualcosa di più nobile, Dio Padre dovrebbe attendere questa nobiltà per realizzare la nascita. Perciò, l’anima in cui deve compiersi questa nascita deve mantenersi completamente pura, e vivere in perfetta nobiltà, del tutto raccolta e nell’interiorità, senza disperdersi con i cinque sensi nella molteplicità delle creature, ma del tutto interiore e raccolta in se stessa nello stato più puro: quello è il suo luogo, e tutto ciò che è inferiore fa resistenza.
La seconda parte di questa predica tratta di come l’uomo debba comportarsi di fronte a questa opera, o parola, o nascita; se sia per lui più utile cooperare, per ottenere che questa nascita avvenga e sia compiuta in lui – ad esempio formando in se stesso, nel suo intelletto e nel suo pensiero, una rappresentazione ed esercitandosi in essa, meditando: Dio è saggio, onnipotente ed eterno, ed altre cose simili che può pensare su Dio – se questo sia più utile e vantaggioso per la nascita paterna, o se invece che l’uomo si spogli e si liberi di ogni pensiero, parola ed opera, e di ogni rappresentazione, e si mantenga completamente in passività di fronte a Dio, inattivo, lasciando che Dio operi in lui: come dunque l’uomo serve meglio a questa nascita?
Il terzo punto è l’utilità, quanto grande essa sia, che sta in questa nascita.
Fate ora attenzione alla prima parte: voglio farvi questa dimostrazione con argomenti naturali, perché la possiate comprendere da soli, anche se io credo più alla Scrittura che a me stesso; ma per voi è meglio una esposizione così dimostrata.
Prendiamo dapprima la parola che suona: « In mezzo al silenzio mi fu detta una parola segreta ». Ah, Signore, dove è il silenzio e dove il luogo in cui questa parola viene pronunciata? Noi diciamo, come già prima ho detto: è nella parte più pura che l’anima può offrire, nella parte più nobile, nel fondo, nell’essenza dell’anima, ovvero nella parte più segreta dell’anima; là tace il « mezzo », perché là non è mai giunta creatura né immagine, né là conosce l’anima l’operare o il sapere; là non sa niente di immagine alcuna, sia essa di se stessa o di qualsiasi altra creatura.
Tutte le opere che l’anima compie, le compie per mezzo delle sue potenze: quel che conosce, lo conosce con l’intelletto; se si ricorda di qualcosa, lo fa con la memoria; se deve amare, lo fa con la volontà; e così tutto opera per mezzo delle potenze e con il suo essere. Tutto il suo operare all’esterno si appoggia sempre su qualche elemento intermedio. La facoltà visiva opera solo attraverso gli occhi, altrimenti non può operare o concedere alcuna visione; e così è anche con tutti gli altri sensi: l’anima effettua tutte le sue operazioni all’esterno grazie a qualche elemento intermedio. Nell’essere, però, non v’è alcuna opera; infatti le potenze, con cui essa opera, fluiscono dal fondo dell’essere, e in questo fondo tace il « mezzo »: qui domina solo la quiete e la festa per questa nascita e per questa opera, perché Dio Padre parla là la sua parola. Questo fondo è infatti, per sua natura, accessibile soltanto alla essenza divina, senza mediazione, e a niente altro. Dio entra qui nell’anima con la sua interezza, non con una parte; Dio entra qui nel fondo dell’anima. Nessuno tocca il fondo dell’anima, se non Dio solo. La creatura non può entrare nel fondo dell’anima; essa deve rimanere fuori, nelle potenze. Là l’anima scorge l’immagine della creatura, per mezzo di cui essa è stata accolta e ospitata. Infatti, quando le potenze dell’anima entrano in contatto con la creatura, ne attingono e ne creano una immagine e somiglianza, e la attirano in sé. In questo modo esse conoscono la creatura. Più vicino all’anima la creatura non può giungere, e l’anima mai si avvicina a una creatura, se prima non ha accolto in sé la sua immagine senza sforzo. Proprio per mezzo di questa immagine presente, l’anima si avvicina alle creature; infatti l’immagine è qualcosa che l’anima, con le sue potenze, forma dalle cose. Sia che si tratti di una pietra, di un destriero, di un uomo, sia di qualsivoglia altra cosa, che essa vuol conoscere, essa tira fuori l’immagine, che prima aveva accolto in sé, ed in questo modo può unirsi con quell’oggetto.
Ma quando l’uomo riceve in tal modo un’immagine, essa deve necessariamente esser giunta dall’esterno, attraverso i sensi. Per questo motivo niente è così ignoto all’anima come se stessa. Un maestro dice infatti che l’anima non può formare o estrarre immagini di se stessa. Perciò essa non può conoscersi con nulla. Infatti le immagini giungono sempre attraverso i sensi, e dunque essa non può avere alcuna immagine di se stessa. Così essa conosce tutte le altre cose, ma non se stessa. Di nessuna cosa sa così poco, come di se stessa, proprio a causa di questo elemento mediatore.
Tu devi sapere però che l’anima al suo interno è libera e sgombra da ogni elemento mediatore e da ogni immagine, e questo è il motivo per cui Dio può unirsi con essa liberamente, senza immagini o somiglianze. Ogni capacità che tu riconosci a un maestro, non puoi fare a meno di attribuirla a Dio in grado infinito. Più un maestro è saggio e potente, più immediatamente realizza la sua opera, e più è semplice. L’uomo ha bisogno di molti mezzi nelle sue opere esteriori, e prima di compierle come le ha progettate, ha bisogno di grosso allestimento. Il sole invece, nella sua maestria, compie la sua opera, che è l’illuminare, con grande rapidità: appena diffonde il suo chiarore, nello stesso istante il mondo è pieno di luce in ogni parte. Ancora più in alto è l’angelo, che ha bisogno di mezzi ancor minori per operare, ed ha anche meno immagini. Il più alto dei serafini ha una sola immagine: tutto quello che gli altri, sotto di lui, concepiscono nella molteplicità, egli lo comprende nell’unità. Ma Dio non ha bisogno di alcuna immagine, e non ne ha: Dio opera nell’anima senza quel « mezzo », immagine o somiglianza; opera nel fondo dell’anima, dove mai è giunta una immagine, ma soltanto Dio stesso col suo proprio essere. Nessuna creatura può farlo!
Come il Padre genera il Figlio nell’anima? Come lo fanno le creature in immagini e somiglianze? Niente affatto! Lo fa nel modo in cui egli genera nell’eternità, né più né meno. E dunque, come lo genera là? Fate attenzione! Dio Padre ha uno sguardo perfetto in se stesso ed una profonda, completa conoscenza di se stesso, attraverso se stesso, non attraverso immagini. Così dunque Dio Padre genera suo Figlio in vera unità della natura divina. Vedete, nello stesso identico, e non in altro, modo, Dio Padre genera il Figlio nel fondo dell’anima e nella sua essenza, e si unisce così con essa. Infatti, se vi fosse là un’immagine, non vi sarebbe vera unità; in questa vera unità risiede la sua intera beatitudine. Ora potreste dire che nell’anima non vi sono, per natura, niente altro che immagini. Niente affatto! Se questo fosse vero, l’anima non sarebbe mai beata. Dio non potrebbe creare una creatura nella quale tu potessi trovare perfetta beatitudine; altrimenti non sarebbe Dio la più alta beatitudine e l’ultimo scopo, mentre invece è proprio della sua natura e del suo volere essere inizio e fine di ogni cosa. Nessuna creatura può essere la tua beatitudine, e non può neppure essere quaggiù la tua perfezione; infatti alla perfezione di questa vita – che sono tutte le virtù insieme – segue la perfezione della vita eterna. Perciò tu devi necessariamente stare e permanere nell’essere e nel fondo: là Dio ti deve toccare con la sua semplice essenza, senza la mediazione di nessuna immagine. Nessuna immagine ha di mira o propone se stessa, ma piuttosto ha di mira e propone sempre ciò di cui è immagine. E poiché si hanno immagini solo di ciò che è al di fuori di noi, e che viene tratto all’interno tramite i sensi, e ciò continuamente rimanda a quello di cui è immagine, sarebbe allora impossibile poter divenire beati attraverso un’immagine. Perciò devono là dominare il silenzio e la pace, e là il Padre deve parlare, generare il Figlio ed operare le sue opere senza immagini.
La seconda questione è: cosa deve fare l’uomo per ottenere e meritare che questa nascita avvenga in lui e sia compiuta; se sia meglio che l’uomo si studi di compiere qualcosa – si raffiguri Dio o diriga verso di lui il suo pensiero -, o che piuttosto si mantenga nel silenzio, nella pace e nella quiete, e lasci parlare ed operare in sé Dio, aspettando soltanto l’azione di Dio. Ripeto quel che ho detto: questo compito e questo comportamento riguardano soltanto gli uomini buoni e perfetti, che hanno assimilato in sé l’essenza di tutte le virtù, in maniera tale che le virtù sgorghino da essi in modo essenziale, senza il loro agire, e che soprattutto hanno viva in se stessi la preziosa vita e la nobile dottrina di nostro Signor Gesù Cristo. Tali uomini devono sapere che la cosa migliore e più nobile per giungere a questa vita, è tacere, e lasciar parlare ed operare Dio. Questa parola viene pronunciata là dove tutte le potenze si ritirano dalle loro opere ed immagini. Perciò è detto: « In mezzo al silenzio fu parlata a me la parola segreta ». Ancora su ciò: quanto più puoi condurre le tue potenze verso l’unità, nell’oblio di tutte le cose e delle loro immagini che hai accolto in te, tanto più puoi allontanarti dalle creature e dalle loro immagini, e tanto più sei vicino a questa parola e pronto a riceverla. Se tu potessi perdere la conoscenza di tutte le cose, perderesti anche quella del tuo proprio corpo, come accadde a san Paolo, quando disse: « Se fossi nel corpo o no, non lo so; Dio solo lo sa! ». Lo spirito aveva allora completamente portato in sé tutte le potenze, in modo tale che egli aveva dimenticato il corpo; non erano più attive né la memoria né la ragione, né i sensi, né le potenze che avrebbero dovuto esercitare influsso sui sensi per sostenere il corpo; il fuoco e il calore vitale erano sospesi, e perciò il corpo non venne meno in quei tre giorni in cui egli non mangiò né bevve. Lo stesso accadde a Mosè, quando digiunò quaranta giorni sul monte, e tuttavia non divenne per questo più debole; egli fu, anzi, nell’ultimo giorno tanto forte quanto nel primo. Così dunque l’uomo deve sottrarsi a tutti i sensi, rivolgere verso l’interno tutte le potenze e permanere nell’oblio di tutte le cose e di se stesso. Perciò un maestro si rivolge all’anima così: sfuggi all’agitazione delle opere esteriori! Fuggi ancora e nasconditi di fronte al tumulto dei pensieri interiori, perché essi provocano inquietudine! Se Dio deve pronunciare la sua parola nell’anima, essa deve essere in pace e in quiete: allora egli parla la sua parola e se stesso nell’anima – non un’immagine, ma se stesso.
Dionigi dice: Dio non ha immagine o somiglianza di se stesso, perché egli è nell’essenza tutto il bene la verità e l’essere. Dio opera tutte le opere, in se stesso e fuori di se stesso, in un attimo. Non immaginare che, quando Dio fece il cielo e la terra e tutte le cose, abbia fatto oggi l’una e domani l’altra. Mosè scrive così, ma sapeva molto di più: fece così per amore del popolo, che altrimenti non avrebbe potuto capirlo. Dio non fece altro che questo: volle, parlò – e le cose furono! Dio opera senza mediazione e senza immagine, e quanto più tu sei senza immagine, tanto più sei aperto al suo operare, e quanto più sei rivolto all’interno e dimentico di te stesso, tanto più sei vicino a lui.
Perciò Dionigi esortava il suo discepolo Timoteo, dicendo: caro figlio Timoteo, tu devi, con i sensi non turbati, uscire da te stesso, sopra te stesso e sopra tutte le tue potenze, sopra la facoltà del conoscere e sopra l’intelletto, sopra l’opera, il modo e l’essere, nella nascosta, silenziosa tenebra, per giungere alla conoscenza dell’ignoto e superdivino Dio. Bisogna sottrarsi a tutte le cose. A Dio ripugna operare in immagini.
Potresti ora chiedere: cosa dunque opera Dio senza immagine, nel fondo e nell’essere? Io non posso saperlo, perché le potenze possono concepire solo in immagini, devono concepire e conoscere tutte le cose nelle loro immagini proprie. Non possono conoscere un cavallo nell’immagine di un uomo, e perciò, in quanto tutte le immagini giungono dall’esterno, rimane loro nascosto quel che Dio opera nel fondo; ciò è per l’anima la cosa più utile. Infatti questo non-sapere la sospinge come verso qualcosa di meraviglioso, di cui essa va alla ricerca, giacché esperimenta bene che esso v’è, ma non sa come e cosa sia. Quando, invece, l’uomo conosce la ragione della cosa, subito se ne stanca, e cerca qualcos’altro da provare, e vive perciò sempre in tormentato desiderio di conoscere, e non ha mai attenzione costante. Soltanto questa conoscenza che non conosce mantiene l’anima in costante attenzione, e la sospinge sempre alla ricerca.
Perciò dice il sapiente: « Nel mezzo della notte, quando tutte le cose tacevano nella quiete, mi fu detta una parola segreta; essa venne nascostamente, come un ladro ». Come può dire « parola », se era segreta? La natura della parola è proprio quella di manifestare ciò che è nascosto. Essa si aprì e risplendette davanti a me, per rivelarmi qualcosa, e mi annunziò Dio – per questo si chiama Parola. Mi era nascosto cosa essa fosse, e questo fu il suo venire furtivo, in un bisbiglio e nel silenzio, per rivelarsi. Vedete, proprio perché è nascosta, bisogna inseguirla. Essa risplendeva, ed era tuttavia nascosta: ciò indica che noi dobbiamo anelare e sospirare per essa. San Paolo ci esorta a cercarla fino a trovarne le tracce, e a non darsi per vinti finché non la si afferra. Quando fu rapito al terzo cielo, nella rivelazione di Dio, ed ebbe viste tutte le cose, non dimenticò niente al suo ritorno, ma tutto era per lui nascosto giù, nel fondo dell’anima, dove l’intelletto non può arrivare. Perciò dovette cercarne le tracce e raggiungerlo in sé, non fuori di sé. Infatti ciò è del tutto interiore, non esterno, ma completamente interiore. Egli sapeva bene questo, e perciò disse: « Sono sicuro che né la morte né altro tormento può separarmi da quel che provo in me ».
A questo proposito un maestro pagano disse una bella parola ad un altro maestro: « Mi accorgo di qualcosa in me, che risplende nella mia mente; sento con certezza che è qualcosa, ma non so comprendere cosa sia; mi sembra però che, se potessi capirlo, conoscerei tutta la verità ». Allora disse l’altro maestro: « Bene! Lascia perdere! Se tu potessi capirlo, avresti completamente la verità e la vita eterna ».
In questo senso parlò anche sant’Agostino: io avverto qualcosa in me, che risplende davanti alla mia anima: se ciò giungesse a compimento e permanenza in me, sarebbe la vita eterna. È qualcosa che si nasconde e pur tuttavia si manifesta; giunge a guisa di ladro, per portar via e rubare all’anima tutte le cose. Ma nel mostrarsi e manifestarsi un poco, può stimolare l’anima ed attrarla a sé, e derubarla e spogliarla di se stessa. Perciò disse il profeta: « Signore, togli ad essi il loro spirito e dà loro il tuo ». Questo intendeva anche l’anima innamorata, quando disse: « La mia anima si fuse e si sciolse, quando l’amato parlò la sua parola »; quando giunse, dovetti andarmene. Anche Cristo intendeva questo, quando disse: « Chi lascia qualcosa per amor mio, riceverà il centuplo in cambio, e chi mi vuole avere, deve spogliarsi di se stesso e di tutte le cose, e chi vuole servirmi, deve seguire me, non può seguire i suoi interessi ».
Ora potresti dire: ma via, signore, voi volete rovesciare il corso naturale dell’anima ed agire contro la sua natura! La sua natura è infatti quella di percepire attraverso i sensi ed in immagini; volete rovesciare quest’ordine? No certo! Cosa sai tu della nobiltà che Dio ha posto nell’anima, e che ancora non è stata completamente descritta, ma è ancora nascosta? Infatti, quelli che hanno descritto le nobili proprietà dell’anima, non erano ancora andati oltre al punto in cui li aveva condotti la loro ragione naturale; non erano mai giunti nel fondo: perciò molto doveva loro rimaner nascosto e sconosciuto. Ecco perché il profeta disse: « Voglio sedere e tacere, ed ascoltare quel che Dio dice in me ». Perché è così nascosta, perciò venne questa parola nella notte, nella tenebra. San Giovanni dice: « La luce risplendette nella tenebra; essa venne nella sua proprietà, e tutti quelli che la accolsero ebbero il potere di diventare figli di Dio ».
Notate ora l’utilità e il frutto di questa parola segreta e di questa tenebra. Non solo il Figlio del Padre celeste viene generato in questa tenebra, che è suo luogo proprio: anche tu sei là generato come figlio dello stesso Padre celeste, e in nessun altro modo, ed egli dà anche a te quel potere. Riconosci ora quanto grande è questa utilità! In tutta la verità che ogni maestro, con la propria ragione e conoscenza, ha mai insegnato o mai insegnerà fino al giorno del Giudizio, non ha mai compreso neppure la più piccola parte di questo sapere e di questo fondo. Anche se può chiamarsi un non-sapere, un non-conoscere, esso contiene tuttavia molto di più di ogni sapere e di ogni conoscenza al di fuori di esso. Infatti questo non-sapere ti attira e conduce lontano da tutte le conoscenze ed anche da te stesso. Ciò intendeva Cristo, quando disse: « Chi non rinnega se stesso e non lascia padre e madre e tutto quel che è esteriore, non è degno di me », come se dicesse: chi non abbandona tutta la esteriorità delle creature, non può essere concepito né generato in questa divina nascita. Ti ci conduce, invece, davvero, il fatto di spogliarti di te stesso e di tutto quel che è esteriore. Veramente io credo e sono certo che l’uomo che permanesse saldamente in questa posizione, non potrebbe mai essere separato da Dio, in nessun modo. Io dico che non può assolutamente cadere in peccato mortale: vorrebbe piuttosto soffrire la più atroce delle morti, che compiere il più piccolo dei peccati mortali, come del resto hanno fatto i santi. Io dico, anzi, che egli non potrebbe, neppure una volta, compiere un peccato veniale volontariamente, o permetterlo ad altri, potendolo impedire. Un tale uomo diventa così rivolto, attirato ed abituato a quello soltanto – cioè a Dio – che non si potrebbe rivolgere su un altro sentiero, distogliendo tutti i suoi sensi e le sue forze da quello.
In questa nascita ci aiuti Dio, che oggi è nato di nuovo come uomo. Che egli ci aiuti nell’eterno, perché noi, deboli creature, nasciamo in lui divinamente. Amen.

Publié dans:meditazioni, MISTICA |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »

I. RICCHEZZE DELLA BENEDIZIONE

http://www.oratorio.crocetta.org/BENEDIZIONE.htm

I. RICCHEZZE DELLA BENEDIZIONE

Spesso la benedizione evoca soltanto le forme più superficiali della religione, formule borbottate, pratiche vuote di senso, alle quali tanto più si tiene, quanto meno si ha fede. D’altra parte anche la tradizione cristiana vivente non ha ritenuto degli usi biblici se non i meno ricchi di senso, classificando i più importanti nelle categorie della grazia e del
ringraziamento. Di qui una vera indifferenza alle parole di benedizione ed anche alla realtà che esse possono designare.
Tuttavia l’ultimo gesto visibile di Cristo sulla terra, quello che egli lascia alla sua Chiesa e che l’arte cristiana di Bisanzio e delle cattedrali ha fissato, è la sua benedizíone (Lc 24, 50 s). Precisare nei particolari le ricchezze della benedizione biblica significa in realtà mettere in luce le meraviglie della generosità divina e la qualità religiosa dello stupore che questa generosità suscita nella creatura. La benedizione è un *dono che ha rapporto con la vita ed il suo mistero, ed
è un dono espresso mediante la parola ed il suo mistero. La benedizione è sia *parola che dono, sia dizione che bene (cfr. gr. eu-logbìa, lat. benedictio), perché il bene che essa apporta non è un oggetto preciso, un dono definito, perché non appartiene alla sfera dell’avere ma a quella dell’essere, perché non deriva dall’azione dell’uomo, ma dalla creazione di Dio. Benedire significa dire il dono creatore e vivificante, sia prima che si produca, sotto la forma di una preghiera, sia dopo avvenuto, sotto la forma del ringraziamento. Ma, mentre la preghiera di benedizione afferma in anticipo la generosità divina, il ringraziamento l’ha vista rivelarsi. In ebraico, come anche nelle lingue moderne, nonostante l’indebolimento che la parola ha subito, una sola radice (brk, collegata forse al *ginocchio ed all’*adorazione, forse anche alla forza vitale degli organi sessuali) serve a designare tutte le forme della benedizione, a tutti i suoi livelli. Poiché la benedizione è ad un tempo cosa donata, dono di qualche cosa e formulazione di questo dono, tre parole la esprimono: il sostantivo berakah, il verbo barek, l’aggettivo baruk. 1. Benedizione (berakah). – Anch suo senso più profano, più e nel materiale, quello di « dono », la parola implica una sfumatura sensibilissima di incontro umano. I doni offerti da Abigail a David (1 Sam 25,14-27), da David alla gente di Giuda (1 Sam 30, 26-31), da Naaman
guarito da Eliseo (2 Re 5,15), da Giacobbe ad Esaù (Gen 33,11) sono tutti destinati a suggellare un’unione o una *riconciliazione. Ma gli usi di gran lunga più frequenti della parola sono in contesto religioso: anche per designare le ricchezze più materiali, se è scelta la parola benedizione, si è per farle risalire a Dio e alla sua generosità (Prov 10, 6. 22; Eccli 33, 17), ed ancora alla stima delle persone perbene (Prov 11, 11; 28,20; Eccli 2,8). La benedizione evoca l’immagine di una sana prosperità, ma anche della generosità verso i disgraziati (Eccli 7, 32; Prov 11, 26) e sempre della benevolenza di Dio. Questa abbondanza e questa agiatezza è quel che gli Ebrei chiamano *pace, e le due parole sono sovente associate; ma, se evocano entrambe la stessa pienezza di *ricchezza, la ricchezza essenziale della benedizione è quella della *vita e della *fecondità; la benedizione fiorisce (Eccli 11, 22 ebr.) come un Eden (Eccli 40,17). Il suo simbolo privilegiato è l’*acqua (Gen 49,25; Eccli 39, 22); l’acqua è essa stessa una benedizione essenziale, indispensabile (Ez 34,26; Mal 3, 10); simultaneamente alla vita che alimenta sulla terra, per la sua origine ce. leste essa evoca la generosità e la gratuità di Dio, la sua potenza vivificante. L’oracolo di Giacobbe su Giuseppe raduna tutte
queste immagini, la vita feconda, l’acqua, il *cielo: « Benedizioni dei cieli dall’alto, benedizioni dell’abisso nelle profondità, benedizioni delle mammelle e del seno materno » (Gen 49, 25). Questa sensibilità alla generosità di Dio nei doni della natura prepara Israele ad accogliere le generosità della sua *grazia.
2- Benedire. – Il verbo presenta una gamma di usi molto vasta, dal saluto banale ri. volto allo sconosciuto per istrada (2 Re 4, 29) o dalle formule abituali di cortesia (Gea 47, 7. 10; 1 Sam 13, 10) fino ai doni più alti del favore divino. Colui che benedice è per lo più *Dio, e la sua benedizione fa sempre scaturire la vita (Sol 65, 11; Gen 24, 35; Giob 1, 10). Quindi soltanto gli esseri viventi sono suscettibili di riceverla; gli oggetti inanimati sono consacrati al servizio di Dio e santificati dalla sua presenza, ma non benedetti. Dopo Dio la sorgente della vita è il *padre, al quale spetta benedire. Più di qualunque altra, la sua benedizione è efficace, come è terribile la sua *maledizione (Eccli 3, 8), e bisogna che Geremia sia all’estremo delle forze per osare di maledire l’uomo che venne ad annunziare al padre suo che gli era nato un figlio (Ger 20, 15; cfr. Giob 3, 3). Per un singolare paradosso capita sovente che il debole benedica il potente
(Giob 29, 13; Sal 72, 13-16; Eccli 4, 5), che l’uomo osi benedire Dio. E questo perché, se il *povero non ha nulla da dare al ricco, e l’uomo nulla da dare a Dio, la benedizione stabilisce tra gli esseri una corrente vitale e reciproca, che permette all’inferiore di veder traboccare su di sé la generosità del potente. Non è assurdo benedire il Dio che è « al di sopra di tutte le benedizioni » (Neem 9, 5); significa semplicemente confessare la sua generosità e ringraziarlo, costituisce il primo dovere della creatura (Rom 1, 21). 3. Benedetto. – Il participio barulk è, tra tutte le parole di benedizione, la più forte. Costituisce il centro della formula tipica di benedizione israelitica: « Benedetto sia N…! ». Né semplice constatazione, né puro augurio, ancor più entusiastica della *beatitudine, questa formula scaturisce come un grido dinanzi ad un personaggio in cui Dio ha rivelato la sua potenza e la sua generosità e ha scelto « tra tutti »: Jael, « tra le donne della tenda » (Giud 5,24), Israele, « tra le nazioni » (Deut 33, 24), Maria, « tra le donne » (Lc 1, 42; cfr. Giudit 13, 18). Stupore dinanzi a quel che Dio può fare nel suo *eletto. La persona benedetta è nel mondo come una *rivelazione di Dio, a cui appartiene per un titolo speciale; è « benedetto da Jahve », come taluni esseri sono « sacri a Jahve ». Ma, mentre la *santità che consacra a Dio separa dal mondo profano, la benedizione fa dell’essere, che Dio designa, un punto di riunione ed una fonte di irradiazione. Il santo ed il benedetto appartengono entrambi a Dio;
ma il santo rivela piuttosto la sua grandezza inaccessibile, il benedetto la sua generosità inesauribile. Frequente e spontanea come il grido: « Benedetto N…! », anche la formula parallela: « Benedetto Iddio! » sgorga dall’impressione provata dinanzi ad un atto in cui Dio ha rivelato la sua *potenza. Essa non sottolinea tanto la grandezza dell’atto, quanto la sua meravigliosa opportunità, il suo carattere di segno. Nuovamente la benedizione è una reazione dell’uomo alla rivelazione di Dio (cfr. Gen 14, 20, Melchisedec; Gen 24, 27, Eliezer; Es 18, 10, Jetro; Rut 4, 14, Booz a Rut).
Infine, più di una volta, le due esclamazioni: « Benedetto N…! » e « Benedetto Iddio! » sono unite e si rispondono: « Benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra! – e benedetto il Dio altissimo, che ha consegnato i tuoi nemici nelle tue mani! » (Gen 14, 19 s; cfr. 1 Sam 25, 32 s; Giudit 13, 17 s). In questo ritmo completo appare la
vera natura della benedizione: è una esplosione estatica dinanzi ad un eletto da Dio, ma non si ferma all’eletto e risale fino a Dio che si è rivelato in questo segno. Egli è il baruk per eccellenza, il benedetto; possiede in pienezza ogni benedizione. Benedirlo non significa credere di aggiungere alcunché alla sua ricchezza, significa lasciarsi trasportare dall’entusiasmo di questa rivelazione ed invitare il mondo a *lodarla. La benedizione è sempre *confessione pubblica della potenza divina e *ringraziamento per la sua generosità.

III. STORIA DELLA BENEDIZIONE
Tutta la storia di Israele è la storia della benedizione promessa ad Abramo (Gen 12, 3) e data al mondo in Gesù, « *frutto benedetto » del « seno benedetto » di Maria (Lc 1, 42). Tuttavia negli scritti del VT l’attenzione rivolta alla benedizione presenta molte sfumature e la benedizione assume accenti diversissimi.
1. Fino ad Abramo. – Benedetti in origine dal creatore (Gen 1, 28), l’uomo e la donna con il loro peccato scatenano la *maledizione di Dio.Tuttavia, se sono maledetti il serpente (3, 14) ed il suolo (3, 17), non lo sono né l’uomo né la donna. Dal loro lavoro, dalla loro sofferenza, sovente a prezzo di un’agonia, continuerà a sorgere la vita (3, 16-19). Dopo il diluvio una nuova benedizione dà all’umanità potenza e fecondità (9, 1). Tuttavia il peccato non- cessa di dividere e di distruggere l’umanità; la benedizione di Dio a Sem ha come contropartita la maledizione di Canaan
(9, 26).
2. La benedizione dei patriarchi. – La benedizione di Abramo è invece di tipo nuovo. Senza dubbio, in un mondo che rimane diviso, Abramo avrà dei *nemici e Dio gli dimostrerà la sua fedeltà maledicendo chiunque (al singolare) lo maledirà, ma il caso deve rimanere un’eccezione, e il *disegno di Dio è di benedire « tutte le *nazioni della terra » (Gen 12, 3). Tutti i racconti della Genesi sono la storia di questa benedizione. a) Le benedizioni pronunziate dai padri, di carattere più arcaico, li presentano in atto di invocare sui loro figli, in genere al momento di morire, le potenze della *fecondità e della *vita, « la rugiada del cielo e le terre grasse » (Gen 27, 28), i torrenti di latte ed « il sangue dell’uva » (49, 11 s), la forza per schiacciare i loro avversari (27, 29; 49, 8 s), una terra in cui stabilirsi (27, 28; cfr. 27, 39; 49, 9) e perpetuare il loro *nome (48, 16; 49,8 …) ed il loro vigore. In questi brani ritmati ed in questi racconti si scorge il sogno delle tribù nomadi alla ricerca di un territorio, avide di difendere la loro indipendenza, ma già coscienti di formare una comunità attorno a qualche capo ed a clan privilegiati (cfr. Gen 49). È, insomma, il sogno della benedizione, quale spontaneamente gli uomini desiderano e sono disposti a conquistare con ogni sorta di mezzi, comprese la *violenza e l’astuzia (27 18 s). b) A questi ritornelli ed a questi racconti popolari la Genesi sovrappone,
non per sconfessarli, ma per collocarli al loro posto nell’azione di Dio, le promesse e le benedizioni pronunziate da Dio stesso. Anche qui si tratta di un *nome potente (Gen 12, 2), d’una discendenza innumerevole (15,5), d’una terra dove stabilirsi (13,14-17), ma Dio prende in mano l’avvenire dei suoi; cambia il loro nome (17, 5. 15), li fa passare attraverso la *tentazione (22, 1) e la fede (15, 6), fissa già loro un comandamento (12, 1; 17, 10). Intende soddisfare il *desiderio dell’uomo, ma a condizione che ciò avvenga nella fede.
3. Benedizione ed alleanza. – Questo legame tra la benedizione e il comandamento è il principio stesso dell’*alleanza: la *legge è il mezzo per far vivere un popolo « sacro a Dio » e per conseguenza « benedetto da Dio ». È quel che esprimono i riti d’alleanza. Nella mentalità religiosa del tempo il *culto è il mezzo privilegiato per assicurarsi la benedizione divina; per rinnovare, al contatto dei luoghi, dei tempi, dei riti sacri, la potenza vitale dell’uomo e del suo mondo, così breve e così fragile. Nella religione di Jahve il culto non è autentico se non nell’alleanza e nella
fedeltà alla legge. Le benedizioni del codice dell’alleanza (Es 23, 25), le minacce dell’assemblea di Sichem sotto Giosuè (Gios 24, 19), le grandi benedizioni del Deuteronomio (Deut 28, 1-14), suppongono tutte una carta d’alleanza che proclama le volontà divine, poi l’adesione del popolo, ed infine l’atto cultuale che sigilla l’accordo e gli conferisce valore sacro.
4. I profeti e la benedizione. – I *profeti non conoscono quasi il linguaggio della benedizione. L’azione di Dio in essi, che pure sono gli uomini della *parola e della sua efficacia (Is 55, 10 s), consci di essere da lui chiamati ed eletti, segni della sua opera (Is 8, 18), è troppo interiore, troppo pesante, troppo poco visibile e splendente per provo. care in essi ed attorno ad essi il grido di benedizione. Ed il loro messaggio che consiste nel ricordare le condizioni dell’alleanza e nel denunciarne le violazioni, non li porta punto a benedire. Tra gli schemi letterari che essi utilizzano, quello della maledizione è loro familiare, quello della benedizione è praticamente sconosciuto. È tanto più notevole il veder sorgere talora, nel bel mezzo di una maledizione di tipo classico, un’immagine od un’affermazione che proclama che la promessa di benedizione rimane intatta, che dalla desolazione sorgerà la vita come « un seme santo » (Is 6, 13). Così la
promessa della pietra angolare in Sion prorompe nel bel mezzo della maledizione contro i governanti insensati che credono la città invulnerabile (Is 28, 14-19), ed in Ezechiele la grande profezia dell’effusione dello spirito, tutta ripiena delle immagini della benedizione, l’acqua, la terra, le messi, conclude, per una logica divina, la condanna di Israele (Ez 36, 16- 38).
5. I canti di benedizione. – La benedizione è uno dei temi principali della *preghiera di Israele; è la risposta a tutta l’opera di Dio, che è rivelazione. È molto vicina al *ringraziamento, alla lode od alla *confessione e costruita sullo stesso schema, ma è più vicina di quelli all’evento in cui Dio si è rivelato, e conserva in genere un accento più semplice: « Benedetto Jahve che fece per me cose meravigliose! » (Sol 31, 22), « che non ci abbandonò ai loro denti » (Sol 124, 6), « che perdona tutti i tuoi peccati » (103, 2). Anche l’inno dei tre fanciulli nella fornace, che convoca l’universo per cantare la gloria del Signore, non perde di vista l’atto che Dio ha compiuto: « Poiché ci ha salvati dagli inferi » (Don 3, 88).

IV. BENEDETTI IN CRISTO
Come potrebbe il Padre, che ha dato per noi il suo proprio Figlio, rifiutarci alcunché (Rom 8, 32)? In lui ci ha donato tutto, e noi non manchiamo di alcun *dono della *grazia (1 Cor 1, 7) e « con *Abramo il credente » (Gal 3, 9; cfr. 3, 14) siamo « benedetti con ogni sorta di benedizioni spirituali » (Ef 1, 3). In lui rendiamo grazie al Padre dei suoi doni (Rom 1, 8; Ef 5,20; Col 3,17). I due movimenti della benedizione, la grazia che discende ed il *ringraziamento che risale, sono ricapitolati in *Gesù Cristo. Non c’è nulla al di là di questa benedizione, e la folla degli eletti, raccolti dinanzi al
trono e dinanzi all’agnello per cantare il loro trionfo finale, proclama a Dio: « Benedizione, gloria, sapienza, ringraziamento… per i secoli dei secoli! » (Apoc 7, 12). Se quindi tutto il NT non è che la benedizione perfetta ricevuta da Dio ed a lui rimandata, tuttavia è ben lungi dall’essere costantemente ripieno di parole di benedizione. Queste sono relativamente rare ed usate in contesti precisi, il che finisce per precisare esattamente il senso della benedizione
biblica. 1. Benedetto colui che viene! – I vangeli non offrono che un solo esempio di benedizione rivolta a Gesù, e cioè il grido della folla in occasione del suo ingresso a Gerusalemme, alla vigilia della passione: «Benedetto colui che viene! » (Mi 21, 9 par.). Nessuno tuttavia corrispose mai come Gesù al ritratto dell’essere benedetto, in cui Dio rivela, mediante splendidi *segni, la sua potenza e la sua bontà (cfr. Atti 10, 38). La sua venuta nel mondo suscita in Elisabetta (Lc 1, 42), in Zaccaria (1, 68), in Simeone (2, 28), nella stessa Maria (senza la parola, 1, 46 s) un’ondata di benedizioni. Egli ne è evidentemente il centro: Elisabetta proclama: « Benedetto il frutto del tuo seno! » (1,42). Personalmente, a parte l’esempio unico della domenica delle palme, egli non è mai benedetto direttamente. Questa assenza non deve dipendere da un caso. Forse riflette la distanza che si stabiliva spontaneamente tra Gesù e gli uomini: benedire qualcuno significa in certo modo unirsi a lui. Forse connota pure il carattere incompiuto della rivelazione di Cristo finché la sua opera non è consumata, l’oscurità che sussiste sulla sua persona fino alla sua morte e alla sua risurrezione. Nell’Apocalisse, invece, quando l’agnello, che era stato messo a morte, viene a prendere possesso del proprio dominio sul mondo, ricevendo il *libro in cui sono suggellati i destini dell’universo, l’intero cielo lo acclama: « Degno è l’agnello sgozzato di ricevere la potenza… la gloria e la benedizione » (Apoc 5, 12 s). La benedizione ha
qui la stessa portata e lo stesso valore della *gloria di Dio.
2. Il calice di benedizione. – Prima di moltiplicare i pani (Mi 14,19 par.), prima di distribuire il pane divenuto il suo corpo (Mi 26, 26 par.), prima di spezzare il pane ad Emmaus (Lc 24,30), Gesù pronuncia una benedizione, ed anche noi « benediciamo il calice di benedizione » (1 Cor 10, 16). Poco importa qui che, in questi testi, la benedizione designi un
gesto speciale, od una formula particolare, distinta dalle parole *eucaristiche propriamente dette, oppure non sia che il titolo dato alle parole che seguono: il fatto è che i racconti eucaristici associano strettamente la benedizione ed il ringraziamento, e che, in questa associazione, la benedizione rappresenta l’aspetto rituale e visibile, il gesto e la formula, mentre il ringraziamento esprime il contenuto dei gesti e delle parole. Tra tutti i riti che il Signore ha potuto compiere nella sua vita, questo è il solo che ci sia conservato, perché è il rito della nuova alleanza (Lc 22, 20). La benedizione vi trova il sue compimento totale; è un dono espresso in una parola immediatamente efficace; è il dono perfetto del padre ai suoi figli, tutta la sua grazia, ed il dono perfetto del Figlio che offre la sua vita al Padre, tutto il nostro ringraziamento unito al suo; è un dono di fecondità, un mistero di vita e di comunione. 3. La benedizione dello Spirito Santo. – Se il dono dell’eucaristia contiene tutta la benedizione di Dio in Cristo, se il suo ultimo atto è la
benedizione che egli lascia alla sua Chiesa (Lc 24, 51) e la benedizione che suscita in essa (24, 53), tuttavia il NT non dice mai che Gesù Cristo sia la benedizione del Padre. Di fatto la benedizione è sempre il *dono, la vita ricevuta ed assimilata. Ora il dono per eccellenza è lo *Spirito Santo., Non già che Gesù Cristo ci sia donato meno dello Spirito Santo, ma lo Spirito ci è donato per essere in noi il dono ricevuto da Dio. Il vocabolario del NT è espressivo. È vero che Cristo è nostro, ma è soprattutto vero che noi siamo di Cristo (cfr. 1 Cor 3,22; 2 Cor 10, 7). Dello Spirito, invece, si dice più volte che ci è dato (Mc 13, 11; Gv 3, 34; Atti 5,32; Rom 5, 5), che noi lo riceviamo (Gv 7,39; Atti 1,8; Rom 8,15) e lo possediamo (Rom 8,9; Apoc 3, 1), tanto che si parla spontaneamentp del «dono dello Spirito » (Atti 2, 38; 10, 45; 11, 17). La benedizione di Dio, nel senso pieno della parola, è il suo Spirito Santo. Ora questo dono divino, che è Dio stesso, porta tutti i caratteri della benedizione. I grandi temi della benedizione, l’acqua che rigenera, la nascita ed il rinnovamento, la vita e la fecondità, la pienezza e la pace, la gioia e la comunione dei cuori, sono parimenti i
*frutti dello Spirito.

I- GUILLET

Publié dans:BENEDIZIONE |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »

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