Archive pour le 17 mars, 2014

San Patrizio

San Patrizio dans immagini sacre St-Patrick-of-Ireland_b

http://aidanharticons.com/wp-content/uploads/2012/08/St-Patrick-of-Ireland_b.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 17 mars, 2014 |Pas de commentaires »

17 MARZO – SAN PATRIZIO VESCOVO –

http://www.santiebeati.it/dettaglio/26400

SAN PATRIZIO VESCOVO

17 MARZO – MEMORIA FACOLTATIVA

BRITANNIA (INGHILTERRA), 385 CA – DOWN (ULSTER), 461

«Arrivato in Irlanda, ogni giorno portavo al pascolo il bestiame, e pregavo spesso nella giornata; fu allora che l’amore e il timore di Dio invasero sempre più il mio cuore, la mia fede crebbe e il mio spirito era portato a far circa cento preghiere al giorno e quasi altrettanto durante la notte, perché allora il mio spirito era pieno di ardore». Patrizio nasce verso il 385 in Britannia da una famiglia cristiana. Verso i 16 anni viene rapito e condotto schiavo in Irlanda, dove rimane prigioniero per 6 anni durante i quali approfondisce la sua vita di fede secondo il brano della Confessione che abbiamo letto all’inizio. Fuggito dalla schiavitù, ritorna in patria. Trascorre qualche tempo con i genitori, poi si prepara per diventare diacono e prete. In questi anni raggiunge probabilmente il continente e fa delle esperienze monastiche in Francia. Ha ormai 40 anni e sente forse la nostalgia di ritornare nell’isola verde. Qui c’è bisogno di evangelizzatori e qualcuno fa il suo nome come vescovo missionario. Egli si prepara, ma la famiglia è restia a lasciarlo partire, mentre degli oppositori gli rimproverano una scarsa preparazione. Nel 432, tuttavia, egli è di nuovo sull’isola. Accompagnato da una scorta, predica, battezza, conferma, celebra l’Eucarestia, ordina presbiteri, consacra monaci e vergini. Il successo missionario è grande, ma non mancano gli assalti di nemici e predoni, e neppure le malignità dei cristiani. Patrizio scrive allora la Confessione per respingere le accuse e celebrare l’amore di Dio che l’ha protetto e guidato nei suoi viaggi così pericolosi. Muore verso il 461. È il patrono dell’Irlanda e degli irlandesi nel mondo.

Patronato: Irlanda
Etimologia: Patrizio = di nobile discendenza, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Trifoglio

Martirologio Romano: San Patrizio, vescovo: da giovane fu portato prigioniero dalla Britannia in Irlanda; recuperata poi la libertà, volle entrare tra i chierici; fatto ritorno nella stessa isola ed eletto vescovo, annunciò con impegno il Vangelo al popolo e diresse con rigore la sua Chiesa, finché presso la città di Down in Irlanda si addormentò nel Signore.
San Patrizio è il patrono e l’apostolo dell’Isola Verde e la sua opera diede tanto frutto; infatti in Irlanda la predicazione del Vangelo non ha avuto nessun martire, sebbene i nativi fossero forti guerrieri e i suoi abitanti sono da sempre fierissimi cristiani.
Patrizio nacque nella Britannia Romana nel 385 ca. da genitori cristiani appartenenti alla società romanizzata della provincia.
Il padre Calpurnio era diacono della comunità di Bannhaven Taberniae, loro città d’origine e possedeva anche un podere nei dintorni.
Il giovane Patrizio trascorse la sua fanciullezza e l’adolescenza in serenità, ricevendo un’educazione abbastanza elevata; a 16 anni villeggiando nel podere del padre, venne fatto prigioniero insieme a migliaia di vittime dai pirati irlandesi e trasferito sulle coste nordiche dell’isola, qui fu venduto come schiavo.
Il padrone gli affidò il pascolo delle pecore; la vita grama, la libertà persa, il ritrovarsi in terra straniera fra gente che parlava una lingua che non capiva, la solitudine con le bestie, resero a Patrizio lo stare in questa terra verde e bellissima, molto spiacevole, per cui tentò ben due volte la fuga ma inutilmente.
Dopo sei anni di servitù, aveva man mano conosciuto i costumi dei suoi padroni, imparandone la lingua e così si rendeva conto che gli irlandesi non erano così rozzi come era sembrato all’inizio.
Avevano un organizzazione tribale che si rivelava qualcosa di nobile e i rapporti tra le famiglie e le tribù erano densi di rispetto reciproco.
Certo non erano cristiani e adoravano ancora gli idoli, ma cosa poteva fare lui che era ancora uno schiavo; quindi era sempre più convinto che doveva fuggire e il terzo tentativo questa volta riuscì.
Si imbarcò su una nave in partenza con il permesso del capitano e dopo tre giorni di navigazione sbarcò su una costa deserta della Gallia, era la primavera del 407, l’equipaggio e lui camminarono per 28 giorni durante i quali le scorte finirono, allora gli uomini che erano pagani, spinsero Patrizio a pregare il suo Dio per tutti loro; il giovane acconsentì e dopo un poco comparve un gruppo di maiali, con cui si sfamarono.
Qui i biografi non narrano come lasciò la Gallia e raggiunse i suoi; ritornato in famiglia Patrizio sognò che gli irlandesi lo chiamavano, interpretò ciò come una vocazione all’apostolato fra quelle tribù ancora pagane e avendo ricevuto esperienze mistiche, decise di farsi chierico e di convertire gl’irlandesi.
Si recò di nuovo in Gallia (Francia) presso il santo vescovo di Auxerre Germano, per continuare gli studi, terminati i quali fu ordinato diacono; la sua aspirazione era di recarsi in Irlanda ma i suoi superiori non erano convinti delle sue qualità perché poco colto.
Nel 431 in Irlanda fu mandato il vescovo Palladio da papa Celestino I, con l’incarico di organizzare una diocesi per quanti già convertiti al cristianesimo.
Patrizio nel frattempo completati gli studi, si ritirò per un periodo nel famoso monastero di Lérins di fronte alla Provenza, per assimilare con tutta la sua volontà la vita monastica, convinto che con questo carisma poteva impiantare la Chiesa tra i popoli celti e scoti, come erano chiamati allora gli irlandesi.
Con lo stesso scopo si recò in Italia nelle isole di fronte alla Toscana, per visitare i piccoli monasteri e capire che metodo fosse usato dai monaci per convertire gli abitanti delle isole.
Non è certo che abbia incontrato il papa a Roma, comunque secondo recenti studi, Patrizio fu consacrato vescovo e nominato successore di Palladio intorno al 460, finora gli antichi testi dicevano nel 432, in tal caso Palladio primo vescovo d’Irlanda avrebbe operato un solo anno, invece è più probabile che sia arrivato nell’isola intorno al 432 e confuso dai cronisti con Patrizio, perché il cognome di Palladio o il suo secondo nome, era appunto Patrizio.
Il metodo di evangelizzazione fu adatto ed efficace, gli irlandesi (celti e scoti) erano raggruppati in un gran numero di tribù che formavano piccoli stati sovrani (tuatha), quindi occorreva il favore del re di ogni singolo territorio, per avere il permesso di predicare e la protezione nei viaggi missionari.
Per questo scopo Patrizio faceva molti doni ai personaggi della stirpe reale ed anche ai dignitari che l’accompagnavano. Il denaro era in buona parte suo, che attingeva dalla vendita dei poderi paterni che aveva ereditato, non chiedendo niente ai suoi fedeli convertiti per evitare rimproveri d’avarizia.
La conversione dei re e dei nobili a cui mirava per primo Patrizio, portava di conseguenza alla conversione dei sudditi. Introdusse in Irlanda il monachesimo che di recente era sorto in Occidente e un gran numero di giovani aderirono con entusiasmo facendo fiorire conventi di monaci e vergini.
Certo non tutto fu facile, le persone più anziane erano restie a lasciare il paganesimo e inoltre Patrizio e i suoi discepoli dovettero subire l’avversione dei druidi (casta sacerdotale pagana degli antichi popoli celtici, che praticavano i riti nelle foreste, anche con sacrifici umani), i quali lo perseguitarono tendendogli imboscate e una volta lo fecero prigioniero per 15 giorni.
Patrizio nella sua opera apostolica ed organizzativa della Chiesa, stabilì delle diocesi territoriali con vescovi dotati di piena giurisdizione, i territori diocesani in genere corrispondevano a quelli delle singole tribù.
Non essendoci città come nell’impero romano, Patrizio seguendo l’esempio di altri santi missionari dell’epoca, istituì nelle sue cattedrali Capitoli organizzati in modo monastico come centri pastorali della zona (Sinodo).
Predicò in modo itinerante per alcuni anni, sforzandosi di formare un clero locale, infatti le ordinazioni sacerdotali furono numerose e fra questi non pochi discepoli divennero vescovi.
Secondo gli “Annali d’Ulster” nel 444, Patrizio fondò la sua sede ad Armagh nella contea che oggi porta il suo nome; evangelizzò soprattutto il Nord e il Nord-Ovest dell’Irlanda, nel resto dell’Isola ebbe dal 439 l’aiuto di altri tre vescovi continentali, Secondino, Ausilio e Isernino, la cui venuta non è tanto chiaro se per aiuto a Patrizio o indipendentemente da lui e poi uniti nella collaborazione reciproca.
Benché il santo vescovo vivesse per carità di Cristo fra ‘stranieri e barbari’ da anni, in cuor suo si sentì sempre romano con il desiderio di rivedere la sua patria Britannia e quella spirituale la Gallia; ma la sua vocazione missionaria non gli permise mai di lasciare la Chiesa d’Irlanda che Dio gli aveva affidato, in quella che fu la terra della sua schiavitù.
Patrizio ebbe vita difficile con gli eretici pelagiani, che per ostacolare la sua opera ricorsero anche alla calunnia, egli per discolparsi scrisse una “Confessione” chiarendo che il suo lavoro missionario era volere di Dio e che la sua avversione al pelagianesimo scaturiva dall’assoluto valore teologico che egli attribuiva alla Grazia; dichiarandosi inoltre ‘peccatore rusticissimo’ ma convertito per grazia divina.
L’infaticabile apostolo concluse la sua vita nel 461 nell’Ulster a Down, che prenderà poi il nome di Downpatrick.
Durante il secolo VIII il santo vescovo fu riconosciuto come apostolo nazionale dell’Irlanda intera e la sua festa al 17 marzo, è ricordata per la prima volta nella ‘Vita’ di s. Geltrude di Nivelles del VII secolo.
Intorno al 650, s. Furseo portò alcune reliquie di s. Patrizio a Péronne in Francia da dove il culto si diffuse in varie regioni d’Europa; in tempi moderni il suo culto fu introdotto in America e in Australia dagli emigranti cattolici irlandesi.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi |on 17 mars, 2014 |Pas de commentaires »

ECUMENISMO: È GIUNTA L’ORA DEL CORAGGIO CRISTIANO – KURT KOCH, L’OSSERVATORE ROMANO

http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2014/01/ecumenismo-%C3%A8-giunta-lora-del-coraggio-cristiano.html

ECUMENISMO: È GIUNTA L’ORA DEL CORAGGIO CRISTIANO

KURT KOCH, L’OSSERVATORE ROMANO, 18 GENNAIO 2014

Quest’anno, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) è sotto una stella ecumenica particolarmente buona. Il tema della Settimana è tratto dal primo capitolo della prima lettera ai Corinzi, in cui Paolo lancia un veemente appello all’unità e pone una domanda che interpella la nostra coscienza: «Cristo è stato forse diviso?» (1 Corinzi, 1, 13).

Di fronte a questa domanda, viene subito da pensare alla tragica situazione della cristianità divisa, poiché la frattura della Chiesa tuttora esistente va intesa come divisione di ciò che per sua natura è indivisibile, ovvero l’unità del Corpo di Cristo.
È proprio questo doloroso problema che ha animato la stesura del decreto del concilio Vaticano II sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio, della cui promulgazione ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario.
Fin dal suo primo articolo, il decreto enuncia la convinzione di fede fondamentale secondo cui da Cristo «la Chiesa è stata fondata una ed unica» e la contrappone alla costatazione empirica che esiste un gran numero di Chiese e Comunità ecclesiali che propongono se stesse agli uomini «come la vera eredità di Gesù Cristo». Poiché ciò potrebbe suscitare una fatale impressione, «come se Cristo stesso fosse diviso», il concilio afferma che tale separazione «si oppone apertamente alla volontà di Cristo», è «di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura».
Davanti all’importanza della posta in gioco dell’ecumenismo, il decreto annuncia già nella sua prima frase che uno dei principali intenti del concilio Vaticano II è «promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani» (Unitatis redintegratio, 1).
Con questa chiara affermazione, il decreto sull’ecumenismo esprime la convinzione conciliare che l’impegno ecumenico della Chiesa cattolica non è un’opzione, ma una responsabilità vincolante. La serietà di tale compito è evidenziata anche dal fatto che il decreto sull’ecumenismo è stato promulgato alla fine della terza sessione, lo stesso giorno della costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, ovvero il 21 novembre 1964. Questo legame estrinseco suggerisce il nesso intrinseco che il decreto sull’ecumenismo, soprattutto nel suo primo capitolo sui «principi cattolici sull’ecumenismo», ha con la costituzione dogmatica sulla Chiesa e dimostra che il cammino ecumenico intrapreso dalla Chiesa cattolica con il concilio ha il suo fondamento nella natura teologica stessa della Chiesa. Così come, nel concilio, a livello generale, i decreti rappresentano perlopiù concretizzazioni delle questioni esposte in una costituzione per la vita pratica della Chiesa, nello stesso senso il decreto sull’ecumenismo va letto sullo sfondo della costituzione dogmatica sulla Chiesa e non deve mai essere interpretato in opposizione a essa.
Questa idea di uno stretto legame tra i due documenti conciliari corrisponde pienamente alla convinzione del grande Papa conciliare Paolo VI, per il quale l’impegno ecumenico era un importante leit motiv anche e precisamente per il rinnovamento conciliare della Chiesa cattolica e per la sua auto-comprensione, tanto che si può parlare di una vera e propria interazione tra l’apertura ecumenica della Chiesa cattolica e il rinnovamento della sua ecclesiologia. Già all’inizio della seconda sessione del concilio, nel suo significativo discorso di apertura, Paolo VI sottolineava che il riavvicinamento ecumenico tra i cristiani e le Chiese separati era uno degli intenti principali, ovvero il dramma spirituale, per cui il concilio Vaticano II era stato convocato. E al momento della promulgazione del decreto sull’ecumenismo, egli dichiarò che tale documento spiegava e completava la costituzione dogmatica sulla Chiesa: ea doctrina explicationibus completa. Tale espressione mostra chiaramente che Papa Paolo VI non attribuiva minimamente al decreto sull’ecumenismo un valore teologico inferiore, ma lo associava, nella sua fondamentale importanza teologica, alla costituzione dogmatica sulla Chiesa.
Analogamente, il beato Papa Giovanni Paolo II, nella sua lungimirante enciclica sull’impegno ecumenico Ut unum sint, ha ribadito l’affermazione fondamentale secondo la quale il decreto sull’ecumenismo «si ricollega prima di tutto all’insegnamento sulla Chiesa della costituzione Lumen gentium, nel suo capitolo che tratta del popolo di Dio» (Ut unum sint, 8). Papa Giovanni Paolo II ha ricordato così che il cammino ecumenico è il cammino della Chiesa e che «esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione» (Ut unum sint, 20). Davanti ai vari dubbi sorti sia tra i fautori che tra i detrattori dell’ecumenismo, egli ha sottolineato in maniera inequivocabile che la Chiesa, con il concilio Vaticano II, «si è impegnata in modo irreversibile a percorrere la via della ricerca ecumenica, ponendosi così all’ascolto dello Spirito del Signore, che insegna come leggere attentamente i “segni dei tempi”» (Ut unum sint, 3).
Succedendo a Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI, già nel suo primo messaggio dopo l’elezione al soglio pontificio, ha definito «impegno primario» il compito di «lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Questa è la sua ambizione, questo il suo impellente dovere». Infatti, l’ecumenismo rappresenta per la Chiesa un «impegno fondamentale» che «deriva dalla sua stessa missione»: «Oggi il dialogo ecumenico non può più essere separato dalla realtà e dalla vita nella fede delle nostre Chiese senza arrecar loro danno».
Questa convinzione viene condivisa anche da Papa Francesco e sviluppata ulteriormente. Come egli ha osservato espressamente nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, l’impegno per l’unità non può essere «mera diplomazia o un adempimento forzato», ma deve trasformarsi in «una via imprescindibile dell’evangelizzazione» e porsi al servizio della credibilità dell’annuncio cristiano (Evangelii gaudium, 246).
Queste chiare prese di posizione del magistero testimoniano il fondamento ecclesiologico dell’impegno ecumenico e quindi l’irreversibilità del cammino ecumenico intrapreso con il concilio. Commentando lo svolgimento del concilio Joseph Ratzinger — che partecipò al Vaticano II come perito — individuava nel decreto sull’ecumenismo il dischiudersi di «un atteggiamento totalmente nuovo davanti ai fratelli cristiani separati» e ciò «sia nei confronti del cristianesimo riformato che, in modo del tutto particolare, nei riguardi delle Chiese dell’Oriente».
In questo contesto, dobbiamo ricordare che lo stesso 21 novembre 1964 veniva promulgato un altro importante documento conciliare, ovvero il decreto sulle Chiese cattoliche orientali, Orientalium Ecclesiarum. In questo decreto, le Chiese cattoliche orientali, che, da un lato, sono vicine a quelle orientali per quanto riguarda la teologia e la liturgia, la disciplina e il diritto e, dall’altro, vivono la loro tradizione orientale nella comunione con Roma e considerano questa unità come essenziale per la loro identità ecclesiale, sono chiamate ad assumersi una particolare responsabilità ecumenica nella promozione dell’unità tra i cristiani, soprattutto con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali: «Alle Chiese orientali aventi comunione con la Sede apostolica romana, compete lo speciale ufficio di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo i principi del decreto sull’ecumenismo promulgato da questo santo concilio» (Orientalium Ecclesiarum, 24). Quanto seriamente debba essere intesa questa particolare responsabilità lo si capisce anche dalla conclusione del decreto sulle Chiese cattoliche orientali, in cui si afferma esplicitamente che tutte le disposizioni giuridiche del documento «sono stabilite per le presenti condizioni, fino a che la Chiesa cattolica e le Chiese orientali separate si uniscano nella pienezza della comunione» (Orientalium Ecclesiarum, 30 a).
Il concilio attribuisce così alle disposizioni giuridiche contenute nel decreto un carattere viatorio e transitorio, che Papa Giovanni Paolo II ribadisce ulteriormente nella costituzione apostolica Sacri canones del 1990 sulla promulgazione del Codice dei canoni delle Chiese orientali (Cceo), sottolineando chiaramente che tali canoni hanno validità «fino a che saranno abrogati o verranno modificati dalle più alte autorità della Chiesa per giusti motivi». Se, tra questi giusti motivi, viene menzionato come quello più importante la «piena comunione di tutte le Chiese dell’Oriente con la Chiesa cattolica», allora il chiaro limite temporale della validità del Cceo si rivela quale conseguenza della particolare responsabilità ecumenica delle Chiese cattoliche orientali. Esse esercitano infatti un’importante funzione ecumenica di ponte e prestano il loro grande contributo aiutando la cristianità a respirare più intensamente con i suoi due polmoni. Tale apporto ecumenico diventa realmente percepibile se visto all’interno del più ampio contesto ecumenico.
A questo più ampio contesto ecumenico fa riferimento il decreto sull’ecumenismo soprattutto nel terzo capitolo, in cui si parla delle Chiese e Comunità ecclesiali separate dalla sede apostolica romana e del cammino di riconciliazione da percorrere fino all’unità. Davanti alle tante scissioni verificatesi nei duemila anni di storia del cristianesimo, il decreto distingue due tipi fondamentali di divisione della Chiesa, affermando in modo introduttivo che occorre prestare attenzione alle «due principali categorie di scissioni che hanno intaccato l’inconsutile tunica di Cristo» (Unitatis redintegratio, 13), ovvero, da un lato, il grande scisma dell’xi secolo tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente e, più esattamente, tra Roma e i patriarcati orientali e, dall’altro, le divisioni all’interno della Chiesa d’Occidente nel XVI secolo.
È auspicabile che nell’anno in cui commemoriamo il cinquantesimo anniversario della promulgazione del decreto sull’ecumenismo possano essere intrapresi coraggiosi passi ecumenici in entrambe le direzioni. Nella prospettiva di un superamento della divisione della Chiesa d’Occidente, si dovranno portare avanti in maniera più approfondita i preparativi per una commemorazione comune dei 500 anni della Riforma, prevista nel 2017, nello spirito del documento elaborato dalla Commissione luterana-cattolica per l’unità che s’intitola From Conflict to Communion e che si articola intorno a tre aspetti fondamentali: in primo luogo, la gratitudine e la gioia per il reciproco avvicinamento che, nella vita e nella fede, ha avuto luogo nel corso degli ultimi cinquant’anni; in secondo luogo, il rincrescimento e il pentimento per i fraintendimenti, il male e le ferite che cattolici e luterani hanno arrecato gli uni agli altri negli ultimi cinquecento anni; in terzo luogo, la speranza che la commemorazione comune della Riforma diventi un’opportunità per compiere ulteriori passi verso la piena unità.
Momento focale del 2014 è soprattutto la commemorazione dell’incontro storico tra il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Athenagoras, e il Vescovo di Roma, Papa Paolo VI, tenutosi a Gerusalemme cinquant’anni fa e più precisamente nei giorni 5 e 6 gennaio 1964. L’allora annunciata volontà rispettiva di ristabilire la carità tra le due Chiese, suggellata dal bacio fraterno tra i due capi di Chiesa in nome dei due fratelli Andrea e Pietro, rimane tuttora ai nostri occhi icona duratura della disponibilità ecumenica alla riconciliazione.
Non si trattava di ristabilire semplicemente una carità interpersonale e umanitaria, ma di ravvivare la carità ecclesiale, ovvero la comunità agapica tra le Chiese. Poiché il bacio fraterno e l’agape rappresentano, nel loro senso più profondo, il rito e il concetto stesso dell’unità eucaristica, il ristabilimento della comunione ecclesiale deve sfociare anche nella comunione eucaristica. Infatti, là dove l’agape esiste seriamente come realtà ecclesiale, essa, per poter essere credibile, deve diventare anche agape eucaristica, come hanno espresso congiuntamente a Gerusalemme il patriarca Athenagoras e Papa Paolo VI e come lo stesso patriarca ortodosso ha ribadito nel 1968 con la sua appassionata dichiarazione: «È giunta l’ora del coraggio cristiano. Ci amiamo gli uni gli altri; professiamo la stessa fede comune; incamminiamoci insieme verso la gloria del sacro Altare comune» (Tomos Agapis, 277).
Questo memorabile incontro di Gerusalemme preparò la strada all’evento storico del 7 dicembre 1965, quando, poco tempo prima della conclusione del concilio, nella cattedrale del Fanar a Costantinopoli e nella basilica di San Pietro a Roma i più alti rappresentanti delle due Chiese tolsero «dalla memoria e dal mezzo della Chiesa», come si legge nella loro Dichiarazione comune, le reciproche sentenze di scomunica dell’anno 1054, per evitare che esse fossero «un ostacolo al riavvicinamento nella carità». Il patriarca Athenagoras e Papa Paolo VI, agendo in nome delle loro Chiese e compiendo un chiaro atto giuridico, dichiararono in maniera vincolante che i tragici eventi del 1054 non appartenevano più al contenuto ufficiale delle Chiese. Con tale atto, il veleno della scomunica è stato tolto dall’organismo della Chiesa e il segno della divisione è stato sostituito dal simbolo della carità, o, per dirla con le parole dell’allora teologo Joseph Ratzinger: «La relazione di un “amore raffreddato”, di “opposizioni, di diffidenza e di antagonismi” è stata sostituita dalla relazione di amore e di fratellanza, il cui simbolo è il bacio fraterno».
L’incontro del 1964 e l’atto del 1965 costituiscono il punto di partenza del dialogo ecumenico della carità e della verità tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, dialogo che deve essere ulteriormente approfondito, sia oggi che nel futuro. Per questo, ci auguriamo che la commemorazione dello storico incontro avvenuto a Gerusalemme cinquant’anni fa, soprattutto attraverso un rinnovato incontro tra i rappresentanti di entrambe le Chiese, il patriarca Bartolomeo e Papa Francesco, possa alimentare nuovamente la speranza nel dono della comunione ecclesiale e approfondire il desiderio per l’unità nell’Eucaristia, desiderio che nel 1964 era così fortemente presente.
Specialmente alla luce di questo anniversario, la nostra viva speranza è che il 2014, anno in cui si commemora la promulgazione di tre importanti documenti del concilio Vaticano II, si trovi sotto una buona stella anche e soprattutto dal punto di vista ecumenico. La costituzione dogmatica sulla Chiesa, il decreto sull’ecumenismo e il decreto sulle Chiese cattoliche orientali sono oggi la Magna charta della Chiesa cattolica e continueranno a esserlo anche nel futuro.

Kurt Koch
Cardinale presidente del Pontificio Consiglio
per la promozione dell’unità dei cristiani

Publié dans:Cardinali, ecumenismo |on 17 mars, 2014 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31