Archive pour le 14 mars, 2014

Beato Angelico, Trasfigurazione del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 14 mars, 2014 |Pas de commentaires »

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

http://www.tanogabo.it/religione/trasfigurazione.htm

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

La manifestazione particolare della sua vera identità, identità divina, identità gloriosa, identità che Gesù, anzi che Dio stesso concede oggi ai discepoli, ai tre discepoli più vicini a lui, gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, e grazie a loro anche a noi…
Una celebrazione allora che ha come suo fondamento un avvenimento storico, una cosa realmente accaduta, un miracolo della vita pubblica di Gesù, prima della sua Pasqua, prima della sua morte e della risurrezione gloriosa, prima di questi ma che racchiude in sé significati profondi, significati che vanno al di là di questa sua morte e della risurrezione, perché il Signore si mostra, si fa vedere così come è veramente, glorioso.
Un punto fondamentale di questo evento, un punto che la caratterizza questa festa, che la caratterizza in modo particolare, univoco è la Teofania. Che cosa significa questa parola?

Teofania è la manifestazione, manifestazione di Dio, ma una manifestazione solenne, grande…

Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi, molti casi delle manifestazioni di Dio. Dio appariva spesso al popolo eletto. Lo sapevano vedere, riconoscere gli israeliti, forse più di noi… Uno dei segni della sua presenza, di Dio, era la nube, la nube che sia alzava sopra la tenda, nel deserto. O roveto ardente, o terremoto, o la vittoria miracolosa sui nemici… Erano tutte le manifestazioni, teofanie appunto di Dio che voleva essere vicino all’uomo, vicino a noi.
Ma tutte queste manifestazioni veterotestamentarie erano solo un anticipo, una preparazione alla manifestazione definitiva, alla manifestazione massima, la manifestazione della redenzione, della venuta del Signore Gesù Cristo, nato, vissuto tra noi, morto e risuscitato; Gesù, Uomo – Dio. Anche se noi aspettiamo ancora un’altra manifestazione del Signore, l’ultima manifestazione di Gesù, quella della fine dei tempi. Quando ritornerà il Signore con le schiere degli angeli, quando dividerà i buoni dai cattivi.
La manifestazione dunque… la teofania sul Monte, la conferma da parte di Dio Padre, della missione del Cristo della missione che Gesù ha da compiere nel mondo… «Questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo» è il massimo della Teofania. Dio Padre, in presenza dei profeti antichi, di Mosé, di Elia, dei profeti, coloro che hanno preparato la venuta del Messia; in presenza poi dei discepoli, degli Apostoli, dei testimoni prescelti… ecco Dio Padre proclama Cristo suo Figlio, anzi, Figlio prediletto, in cui egli si compiace…
C’è però un’altra parola che non vorrei ci sfuggisse. Questo è il Figlio prediletto, dice, ma dice anche: «Ascoltatelo». Il Padre ci dà un ordine preciso, l’ordine di ascoltare il messaggio del Figlio, di ascoltare Gesù. Anche la Madonna Ss.ma alle nozze di Cana, lei che «ascoltava, meditava e portava le parole di Dio nel proprio cuore, dice ai servi: ascoltatelo, «fate quello che vi dirà». Che significa dunque ascoltare Gesù? Ascoltare… non sentire…! Ascoltare è compiere i suoi comandamenti e particolarmente il primo dei comandamenti, quello dell’Amore. Ascoltare il Signore è comportarsi come egli si è comportato, come lui è vissuto sulla terra, vivere dall’esempio che Gesù ci ha lasciato… E lui ha trascorso tutta la sua vita facendo la volontà di Dio, facendo del bene a tutti, aiutando i bisognosi, sanando i malati, predicando la Buona Novella del Regno di Dio.
Tanti parteciperanno all’Eucaristia oggi. L’Eucaristia è la manifestazione, la nostra teofania di Dio. Non le accompagnano né terremoti, né nubi o saette. Qui però abbiamo tra noi, nelle nostre mani Dio stesso, Dio che si lascia pregare, sentire, toccare, gustare, perfino mangiare… Dio che mangiato nel pane inizia in noi l’opera sua, inizia in noi la nostra trasfigurazione, entra dentro di noi e ci trasfigura, trasforma dal di dentro, quasi dall’interno… Ecco la festa della trasfigurazione, di Dio, di Gesù, ma anche la festa della nostra trasfigurazione, la profezia di ciò che dobbiamo diventare noi.
E quando scenderemo dal monte, quando torneremo a casa nostra, ai nostri impegni, dopo l’Eucaristia, possiamo continuare ad essere trasfigurati, luminosi, bianchi, per contagiare con la nostra esperienza, con il nostro esempio anche gli altri.
Il Signore ce lo conceda. 

L’AVVENTURA DI ABRAMO NEL LIBRO DELLA GENESI 1 – LA VOCAZIONE DI ABRAMO (GEN 12,1-9)

http://www.diocesi.lodi.it/moduli/pubblicazioni/documenti/pubblicazioni_1395_0609AbrVoc.rtf.

L’AVVENTURA DI ABRAMO NEL LIBRO DELLA GENESI

1 – LA VOCAZIONE DI ABRAMO (GEN 12,1-9)

Abramo non compare in scena all’improvviso nel libro della Genesi, ma il suo ingresso viene anticipato, in modo poco appariscente, al termine del cap. 11 nella genealogia “da Sem ad Abramo” di tradizione sacerdotale. Da essa sappiamo che un certo Terach ebbe tre figli – Abramo ed altri due -, e che dalla terra natale in Ur dei Caldei, non lontano dall’attuale ben nota città iraqena di Nasiriyah, uscì con tutto il suo clan per migrare nel paese di Canaan (Gen11,31a), ma si fermarono a Carran, vicino all’attuale Sanliurfa, in Turchia non lontano dal confine con la Siria, e vi si stabilirono (Gen11,31b)
Il progetto iniziale del clan prevedeva quindi di percorrere tutta la “mezzaluna fertile” dal suo estremo est vicino al Golfo Persico al suo estremo ovest in Palestina, ma la realizzazione di Terach si ferma a metà del progetto. Dio però è di un altro parere, e allora ripropone il progetto interrotto da Terach a suo figlio Abramo.
1Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. 2Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. 3Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan 6e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei.
7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: «Alla tua discendenza io darò questo paese». Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb.
Il testo biblico non dice perché Terach, padre di Abramo, si era fermato con tutti quelli del suo clan a metà della migrazione verso il paese di Canaan. E quando Terach muore all’età di 205 anni (11,32) ed Abram gli succede come capo clan, neppure allora essi muovono le tende.
Una conferma in tal senso ce la fornisce proprio l’inizio del nostro brano, quando il Signore dice ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Se riflettiamo su questa frase, non possiamo non esserne sorpresi, perché Carran non era “il suo paese” e “la sua patria”. Abram era nato e cresciuto nella città di Ur, a più di 400 km di distanza. Quanto alla casa di suo padre, ora era Abram il capoclan che prendeva le decisioni e “la casa di suo padre” lo avrebbe seguito nell’attuazione di queste. Ecco perché, una volta escluso che a Carran fossero “le radici” di Abram, l’unico motivo che li tratteneva a Carran era che “lì si stava bene”, c’era disponibilità di acqua, pascoli, luoghi adatti per le tende, buoni rapporti con i vicini .
“ . verso il paese che io ti indicherò.”: Sapendo dalle pagine seguenti della Genesi quale è la destinazione finale, viene da pensare che Dio voglia rilanciare con Abram il progetto originario di migrazione fino al paese di Canaan, voluto da Dio e “insabbiato” da Terach. Questa è solo una nostra supposizione, ma abbastanza ben suffragata dal testo.
Si pensa in genere che l’umanità, prima di Abram, sia stata sostanzialmente politeista e egli sia stato, almeno simbolicamente, il primo monoteista della storia dell’uomo. Ma qui il Signore si presenta ad Abram con il tono di chi è già conosciuto, di chi parla sapendo di essere ascoltato e di chi con grande autorevolezza può dare ordini perentori: “Vattene …” E che si attende di essere obbedito.
Guardando ora la situazione dal punto di vista di Abram: se un dio sconosciuto lo avesse avvicinato e gli avesse dato ordini gravosi, cosa gli poteva impedire di rispondere: “Ma tu chi sei?
Se, come sappiamo, Abram ha invece creduto e obbedito, possiamo ritenere che quello era un Dio già precedentemente conosciuto, probabilmente già da suo padre Terach. Se Abram ha creduto e obbedito, possiamo supporre che quel Dio si fosse già precedentemente rivelato come un Dio credibile. Se non fosse stato così, come Abram avrebbe potuto credere ed obbedire?
Spesso questo “vattene dal tuo paese …” viene interpretato come indicatore della vocazione radicale con la quale Dio chiede all’uomo di lasciare tutto senza nessuna garanzia per il futuro. Ma questo, come abbiamo già visto, è vero solo in parte: in realtà Abram, partendo da Carran, non vi lascia molto e ci sarebbe molto da discutere sul “suo paese” sulla “sua patria” e sulla “casa di suo padre”; il testo biblico poi aggiunge che prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello (suo fratello Aran che era morto a Ur), e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. In particolare l’espressione tutte le persone che lì si erano procurate lascia intendere un seguito numeroso ed un clan agiato e potente. Più oltre la Genesi al cap. 14 ci informerà che il clan di Abramo era temibile anche sotto l’aspetto militare.
In ogni caso, anche se possiamo essere tentati di pensare che il testo biblico abbia un poco sopravvalutato il distacco da Carran, il fatto di levare le tende non è stato certamente indolore. In quale modo il Signore può aver convinto Abram a farlo? Dicendogli:” Farò di te un grande popolo … “.
In parte si vedono, in parte si intuiscono i termini della grande promessa che Dio fa ad Abram, e che saranno il leitmotiv della vita del patriarca: una grande discendenza e una terra, insieme alla costante ed efficace Sua benedizione.
Sappiamo che il Dio di Abram e nostro Dio mantiene sempre le sue promesse, ma … occorre fare qualche precisazione.
Quanto alla discendenza, quella “vera” a cui allude la promessa, passa per Isacco, il figlio che Abramo avrà solo quando sarà centenario, quasi a tempo scaduto. E notiamo che, poco dopo (cap. 22), questo figlio sarà rimesso in discussione, quando sarà chiesto ad Abram di offrirlo in sacrificio.
Quanto alla terra, Abramo arriverà abbastanza presto a risiedervi, ma solo “da ospite”. La terra di Canaan apparterrà non a lui, ma ai suoi discendenti, solo dopo alcune generazioni, dopo la schiavitù d’Egitto, dopo l’esperienza del deserto …
E l’appartenenza di questa terra non sarà mai definitiva. Ne è prova tutta la Bibbia (pensiamo alle varie dominazioni straniere citate dal testo sacro) e lo provano oggi i mass-media (il possesso di quella terra è sempre molto precario e conteso).
Prendiamo anche nota del fatto che, in questo primo incontro con Dio (12,1-3), Abram non parla e non chiede precisazioni o garanzie. Si limita ad eseguire quanto gli è stato ordinato con uno stile che qualche commentatore definisce “militare”: Abram esegue gli ordini ricevuti, ma non sarà sempre così, perché già in Genesi 15 e ancor più in Genesi 18 vedremo Abram domandare, discutere, anche contrattare con il Signore (la salvezza di Sodoma e Gomorra).
Il testo ci presenta subito anche un secondo incontro in Betel (12,7-9), quando il Signore rinnova la sua promessa (discendenza e terra): “Alla tua discendenza io darò questo paese”.
Neppure in questa occasione sentiamo parlare Abram, ma non si può neppure dire che egli rimanga passivo. Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso È una eziologia che ci spiega la fondazione del santuario di Betel, ed è (crediamo) il primo atto di culto di Israele per il suo Dio.
Per Abramo non è ancora il momento per una residenza definitiva, infatti: “Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb, cioè nel deserto.
Terminiamo queste note con una citazione dell’autore della Lettera agli Ebrei: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì, partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.” (Eb11,3).

16 MARZO 2014 – 2A DOMENICA A – QUARESIMA : « QUESTI È IL FIGLIO MIO PREDILETTO…

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/3-QuaresimaA-2014/Omelie-Quaresima/02-Dom-Quaresima-A-2014/09-2aDomenica-A-2014-MM.htm

16 MARZO 2014| 2A DOMENICA A – QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« QUESTI È IL FIGLIO MIO PREDILETTO, NEL QUALE MI SONO COMPIACIUTO. ASCOLTATELO »

Le tre letture di questa seconda domenica di Quaresima sono collegate tra di loro dal tema della « chiamata di Dio »; Dio chiama ciascuno di noi ad una particolare missione, ed attende la nostra risposta, nella fede.
Nel libro della Genesi, Dio chiama Abramo: gli ordina di partire, di lasciare tutto, la patria, la casa, la famiglia.
In cambio gli promette una nuova terra ed una lunga discendenza: « Farò di te una nazione grande… sarà grande il tuo nome e sarai una benedizione ».
Ma quali garanzie Dio dà ad Abramo, oltre alla sua promessa? Umanamente parlando, nessuna! Al momento della partenza, Abramo non conosce neppure il nome della terra promessa, né dove si trovi. Dio gli dice semplicemente: « Parti verso il paese che io ti indicherò ».
Per quanto poi riguarda la discendenza, la promessa appare quanto mai difficile, se non impossibile, data l’età avanzata sia di Abramo, sia della moglie Sara. Unica garanzia è la parola di Dio, la fedeltà di Dio alle sue promesse.
« Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore », perché si fidò completamente del Signore e credette alla sua Parola.
Abramo comprende che questa chiamata implica per lui un esodo, un’uscita da tutto il suo mondo, un abbandono di tutte le sue sicurezze umane: patria, casa, affetti, mezzi materiali. Da parte sua Dio non deluderà le attese di Abramo, e non verrà meno alle sue promesse. Abramo raggiungerà la « terra promessa », avrà la sua discendenza, diventerà padre di una moltitudine di credenti.
La chiamata di Abramo è immagine della chiamata del cristiano.
S. Paolo, nella seconda lettura, scrivendo a Timoteo, dice: « Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa… in Cristo Gesù ».
Vocazione santa la nostra, perché è dono di Dio, fonte di ogni santità, che ci vuole santi e ci attende in Paradiso santi tra Santi; perché siamo chiamati alla salvezza nostra ed a cooperare alla salvezza di tutti: « Soffri anche tu con me per il Vangelo » dice Paolo a Timoteo.
Come quella di Abramo, anche la nostra chiamata implica ed esige un esodo, un’uscita, un abbandono, un distacco. Dobbiamo uscire dalle nostre vedute, dalle nostre sicurezze troppo umane e troppo terrene; dobbiamo uscire dal nostro egoismo, e dalla schiavitù delle nostre abitudini.
E la nostra risposta alla chiamata del Signore non può essere che quella della fede. Dobbiamo fidarci di Dio, lasciarci guidare da lui, seguire le vie che Egli ci indica attraverso la sua Parola: « La benevolenza di Dio… è stata rivelata …con l’apparizione del salvatore nostro Gesù Cristo » ci ricorda ancora Paolo. E la voce del Padre ci dice: « Gesù è il figlio mio prediletto nel quale ho posto le mie compiacenze. Ascoltatelo! »Anche nel brano del Vangelo, nell’episodio della Trasfigurazione sul Tabor, troviamo il tema della chiamata alla salvezza, il tema della vocazione cristiana.
Gesù aveva annunciato agli Apostoli la sua passione e morte, ed aveva detto loro: « Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ».
Gli apostoli erano rimasti sconcertati! Non potevano pensare che il Cristo finisse condannato alla morte di croce! Avevano sempre pensato ad un Messia glorioso, trionfatore dei suoi nemici, ed erano quindi ben lontani dal seguirlo sulla via della croce.
Con la Trasfigurazione, Gesù dà loro un segno della sua divinità, un’anticipazione della sua futura glorificazione, una dimostrazione che l’ultima parola non sarà la morte sul Calvario, ma la Risurrezione.
Dopo la Trasfigurazione, Gesù invita Pietro, Giacomo e Giovanni, a scendere dal monte ed a continuare con Lui il cammino verso Gerusalemme, verso il Calvario. « Alzatevi e non temete! »
Ora i tre Apostoli possono capire che il Calvario è solo una tappa, obbligata sì, ma non la fine. Possono capire che non devono temere di seguire Gesù, anche portando il loro peso di sofferenza. Possono fidarsi di Lui!Anche a noi Gesù vuol far comprendere che cosa significhi « essere suoi discepoli », in che cosa consista cioè la nostra « vocazione cristiana ».
Siamo chiamati a seguirlo, non solo ad ascoltarlo nei suoi insegnamenti; siamo chiamati a condividere il suo trionfo sul peccato e sulla morte, ma attraverso la via obbligata della croce e dell’impegno nella sofferenza.
La Trasfigurazione ci garantisce che possiamo fidarci di Gesù, che possiamo credere alla sua Parola, che non saremo ingannati.
In questa quaresima chiediamoci allora se crediamo veramente in Gesù, se ci fidiamo sul serio di Lui, se seguiamo fedelmente la sua strada.
Forse la nostra vita è ancora vissuta nella mediocrità e nel compromesso; forse ci lasciamo ancora incantare dalle sirene e dalle facili promesse del mondo; forse abbiamo ancora paura di « abbandonare la nostra terra », le nostre sicurezze, i nostri egoismi…
Preghiamo allora, con l’intercessione di Maria:
« Signore, aumenta la nostra fede; fa che ci fidiamo di Te completamente, fa che Ti ascoltiamo davvero, e Ti seguiamo dovunque tu ci condurrai ».

Mario MORRA SDB

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