Archive pour le 12 mars, 2014

The British Library, David praying

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Publié dans:immagini sacre |on 12 mars, 2014 |Pas de commentaires »

QUARESIMA: ESODO DI LIBERTÀ DALLA FAME DI POSSEDERE LA VITA, LE PERSONE E DIO – LECTIO

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QUARESIMA: ESODO DI LIBERTÀ DALLA FAME DI POSSEDERE LA VITA, LE PERSONE E DIO

LECTIO DIVINA PER LA I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Parigi, 08 Marzo 2014 (Zenit.org) Mons. Francesco Follo 

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la I Domenica di Quaresima (Anno A).

***
LECTIO DIVINA

Quaresima: esodo di libertà dalla fame di possedere la vita, le persone e Dio
Rito Romano – I Domenica di Quaresima – Anno A – 9 marzo 2014
Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

Rito Ambrosiano – I Domenica di Quaresima
Is 58, 4b-12b; Sal 102; 2Cor 5, 18-6,2; Mt 4, 1-11

1) Quaresima: 40 giorni di esodo per andare verso la Terra promessa.

Il modo più sicuro di partecipare alla Quaresima è, come suggerisce la liturgia di oggi, prima Domenica di Quaresima, di ricordare e rivivere quello che furono per lui i 40 giorni di digiuno e preghiera passati nel deserto e che si conclusero con il superamento di tre prove.
Nel racconto che Gesù stesso fece ai suoi discepoli, le tre tentazioni, che ricapitolano questo tempo di prova, lasciano abbastanza chiaramente capire che, in un combattimento che prefigurava la sua agonia, Lui scelse l’amore del Padre e la carità per noi e iniziò a bere il calice della Nuova Alleanza, che sarebbe stata sigillata con la sua offerta sulla Croce.
Questo amore offerto è rifiutato ci è presentato già nella prima lettura, presa dal libro della Genesi, ci mostra che l’uomo è polvere plasmata dalle “mani creative” di Dio e animata dal Suo soffio di vita e di carità. Poche righe dopo, sempre il libro della Genesi illumina il dramma delle scelte sbagliate di fronte al bene e al male, un male che nasce nel cuore dell’uomo, dalle sue scelte, dai suoi rifiuti, dal suo ostinarsi a seguire i propri criteri, anziché i criteri di Dio. Ci viene chiesto di riflettere sulla gravità del rifiuto di inserirsi nel disegno di Dio, pretendendo un’autonomia assoluta nel decidere ciò che è bene e ciò che male. E’ la pretesa di essere alla pari di Dio, di essere Dio a noi stessi e agli altri.
? Poi, nella seconda lettura, ricavata dalla Lettera ai Romani, vediamo che San Paolo si riferisce al racconto della Genesi e mette a confronto il comportamento di Adamo e quello di Cristo e i risultati del loro agire. La ribellione e la disobbedienza del primo hanno causato la separazione da Dio e la morte di tutti gli uomini, l’obbedienza perfetta di Cristo, invece, ha ottenuto a tutti la pienezza della grazia e della vita. Adamo ed Eva sperimentano che la propria presunzione li ha allontanati tra loro, dal creato e da Dio. Gesù, invece, ricuce questo strappo e annulla questa distanza.
Infine, la pagina del Vangelo di Matteo che ci è offerta oggi come terza lettura, ripropone la stessa tentazione di Adamo ed Eva, ma mostra come Gesù ne esce vittorioso e ci indica le vie per realizzare un’esistenza fedele a Dio, una vita libera dal male profondo che ci minaccia.
Il diavolo mette in dubbio la figliolanza divina di Gesù (“Se sei Figlio di Dio …”) che era stata affermata al momento del battesimo sulle rive del fiume Giordano. In effetti, la tentazione non riguarda né il pane, né le cose, perché quelle son quel che sono, ma come vivere la nostra relazione con le cose, con le persone, con Dio. La possiamo vivere da figlio di Dio, come Gesù, oppure rifiutare la paternità amorosa di Dio che offre un rapporto stabile, vivo e vivificante con Lui.
Dio offre un’alleanza tra due libertà: la sua, che è iniziativa d’amore infinito, e la nostra, che è chiamata a fiorire e vivere della e per la libertà amorosa di Dio.
Se con la grazia superiamo la tentazione, Dio dilata il nostro cuore, che può così avere in dono Lui, che è l’Amore, e ci dona di bene operare per rendere tutta la vita una lode a Lui.

2) Fame e deserto.
Un dato non secondario è che il Vangelo di oggi ci dice che Gesù è tentato da Satana dopo quaranta giorni e nottti di digiuno e, quindi, Gesù ha fame.
Ma non si tratta solo di una fame corporale, come ogni essere umano Gesù ha tre fami:
a- di vita, che tenta l’uomo al possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane),
b- di relazioni umane che possono essere d’amicizia o di potere, simboleggiata dall’offerta di potere,
c- di onnipotenza, che spinge a soffocare il desiderio di Dio cioè l’anelito di infinito e di libertà senza limiti, inducendo alla tentazione di progettare la propria esistenza secondo i criteri umani della facilità, del successo, del potere, dell’apparenza, dell’immagine, vale a dire la tentazione di adorare il Menzognero (il diavolo) invece di adorare il Vero Amore provvidente.
Gesù però sceglie un altro criterio, quello della fedeltà al progetto di Dio, a cui aderisce pienamente e di cui è Parola fatta carne per redimerci assumendo la nostra condizione, segnata dalla povertà e dalla sofferenza, scegliendo con coraggio di farsi servo di tutti. ?
Per vincere queste prove, questa fame di vita, di relazioni e di Dio l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora una frase di Sant’Agostino: Quando sei colto dai morsi della fame – e possiamo aggiungere anche della tentazione – lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita, lascia che Cristo sia il tuo Pane di Vita.
A questo punto, penso sia giusto chiedersi perché per digiunare Gesù andò nel deserto.
Nella tradizione biblica il deserto rappresentava il luogo della preparazione a una missione divina. Così era stato così per Mosè, che conobbe la rivelazione di Jahvè (Esodo 3,1 e ss), per il popolo uscito dalla schiavitù che sperimentò la fatica della libertà. Così fu per Elia, che vi ascoltò la parola divina (1a Re 19,18). Dunque anche Gesù rimase nella solitudine del deserto per quaranta giorni[2], prima di iniziare il suo ministero pubblico.
Gesù l’ha fatt per insegnarci di vivere la vita come esodo nel deserto come è stato per il popolo ebraico e come deve essere la Chiesa, pellegrina verso il Cielo. Questo significa non poter programmare la propria vita, non poterne disporre, doversi abbandonare a una Parola di promessa. Dio dice anche a noi: “Nulla ti mancherà, ma tutto dovrai attendere da me”. È questo il significato della fede: non solamente l’assenso a un corpo di dottrine ma il fidarsi di un amore, il credere all’amore: a quell’amore che ha iniziato senza di tè (l’uscita dall’Egitto come per noi l’uscita dal grembo di nostra madre), ma che potrà continuare soltanto se troverà la nostra adesione.
Ci è chiesto di tradurre il nostro comportamento quotidiano la « cura » di noi stessi in quell’Altro che ci ha liberata.
La quasi totalità di noi è chiamata a esistere domani non nella situazione di emergenza del deserto, ma nella situazione di normalità di una terra da coltivare e da abitare. Tuttavia tutto noi siamo chiamati a portarvi lo stesso atteggiamento di fondo: vivere su quella terra ma con un cuore di deserto.
Questo cuore è chiesto particolarmente alle Vergini Consacrate, che nella solitudine fisica sono chiamate ad un tu per tu con Dio: parlare al cuore.
Il deserto, la solitudine verginale è il luogo privilegiato, il luogo dove si sta a tu per tu con Dio. Lo Sposo non può costringere la sposa ad amarLo. Il Signore però ha un mezzo infallibile, come lo descrisse, ad esempio il profeta Osea. All’inizio, al cap 2, Osea parla di questo adulterio terrificante, il tornare ad adorare gli idoli che i vecchi padri hanno adorato; il Signore addolorato, angosciato, interviene e dice che ha un mezzo e lo metterà in azione, riporterà di nuovo il popolo nel deserto, gli indicherà di nuovo le strade antiche, parlerà di nuovo al suo cuore, nel deserto, appunto quando le categorie malefiche, i diaframmi opachi sono caduti; allora il cuore dell’uomo, cioè la sua intelligenza, ed il cuore di Dio, cioè la divina Sapienza stanno a tu per tu e l’incontro è immediato, possibile e fecondo.
Le Vergini consacrate vivono il “deserto” della loro vocazione come della disponibilità totale. La loro è una spiritualità della disponibilità generosa verso gli altri, della disponibilità totale verso il Signore da cui attendono tutto.
Con la preghiera, l’elemosina ed il digiuno, impariamo tutti questa disponibilità per camminiare uniti nel “deserto” quaresimale, e della vita, così la fame diventerà desiderio santo di Dio e saremo la Tenda dove l’Emmanuele, il Dio sempre con noi, avrà stabile dimora.

NOTE
[1] L’interpretazione cristiana dell’Esodo è guidata da quella lettura che si è soliti chiamare “tipologica”: tutto ciò che riguarda Israele (vicende e personaggi, riti e istituzioni) è la figura – il typos, appunto – di quanto accade in Cristo e nella Chiesa. Riprendiamo brevemente le fasi principali dell’Esodo per vedere in che modo esse vengono riprese e reinterpretate in funzione dell’evento cristiano.
Prima tappa: l’Egitto (e il Faraone) è inteso come figura del peccato. Soprattutto di quella condizione universale di peccato che teneva schiava l’umanità prima di Cristo. Ma Egitto può essere anche colui, che provoca il peccato: Satana; oppure la sua trascrizione storica, l’idolatria pagana. Di conseguenza, la liberazione dall’Egitto attraverso il passaggio del Mar Rosso sarà la figura del battesimo, e l’agnello pasquale immolato assurgerà a simbolo di Cristo nella sua passione.
La tappa del deserto è ripresa come figura della vita del credente in cammino. In essa compaiono, come per Israele, la prova e la tentazione; ma anche la protezione divina vi si dispiega con particolare intensità: i miracoli dell’Esodo diventano il miracolo dell’esistenza sacramentale: la roccia-Cristo da cui zampilla l’acqua battesimale, e la manna diventata eucaristia. Il deserto può essere interiorizzato come cammino individuale dell’anima verso la contemplazione e la perfezione spirituale; o può essere vissuto come itinerario Quaresima preparazione delle celebrazioni pasquali.
Il senso cristiano della Legge è riscontrato, sulla linea paolina, nella condensazione di tutte le leggi etico-sociali nella carità; mentre le leggi rituali trovano la loro verità nel culto cristiano.
Finalmente, la terra promessa ripropone il motivo sacramentale: il passaggio del Giordano, come già quello del Mar Rosso, rimanda al battesimo, mentre nel “paese dove scorre latte e miele” i Padri della Chiesa leggono una suggestiva figura del banchetto eucaristico. Accanto a questa, e ancor più frequente, è l’interpretazione della terra promessa come immagine della vita definitiva con Dio.
Si può riassumere il tutto dicendo che il senso tipologico dell’Esodo è l’itinerario del popolo cristiano dalla schiavitù del peccato attraverso il battesimo e l’esistenza in fede e carità fino alla patria celeste.
[2] Quaranta è un numero simbolico, in questo caso, oltre a collegarsi ai quarant’anni passati dal Popolo di Israele nel deserto, sta a significare tutta una generazione, cioè Gesù, facendosi uomo, è stato tentato per tutta la sua vita.

L’INFINITO OLTRE LA SIEPE (…Giacomo Leopardi)

http://www.korazym.org/9522/linfinito-la-siepe/#more-9522

L’INFINITO OLTRE LA SIEPE

15 SETTEMBRE 2013

Mi risuona alla mente, come canto del cuore, “L’infinito” che Leopardi compone nel settembre del 1819. In questo delicato idillio il poeta dipinge, con contenuta dolcezza, il puro ritmo dell’immensità percepito e accolto da un animo illeso che contempla lo scorrere e il mutare di un mondo infinito.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Oltre la siepe c’è l’infinito nella sua misteriosa immensità. Oltre l’orizzonte vive l’universo nella sua imperscrutabile varietà. Siepe e orizzonte delimitano lo sguardo umano. Fissare il cielo, amplificare l’orizzonte, aprirsi all’infinito, tuffarsi nell’immenso: ecco il segreto dell’uomo che vuole realizzare se stesso vivendo nello spazio del tempo proiettato oltre la siepe, aldilà dell’orizzonte. La vera grandezza dell’uomo è collegata alla sua innata capacità di aprirsi all’infinità degli spazi cosmici e lasciarsene catturare.
Come gli alberi, che con le radici succhiano la linfa dal cuore della terra e con i rami protesi verso l’alto bevono il sole dal cielo, così l’uomo che cammina sulla terra spazia con lo sguardo della sua intelligenza oltre i vasti orizzonti del cosmo e del mistero. Arroccarsi nel proprio “piccolo mondo antico”, ma più che “antico”, “vecchio”, lì dove si trovano le inconsistenti sicurezze di una realtà che non è o non è più, fa vivere in un’apparente e fragile stabilità. Ciò può essere comodo, ma non costruttivo di una storia in perpetua evoluzione.
All’uomo spesso manca la capacità di quest’ampio sguardo che si proietta sull’eterno infinito ed è per questo che egli non si rende conto che la creazione è “bella e buona” proprio perché è infinitamente varia negli orizzonti, nelle prospettive, nei colori, nei sapori, negli odori, nei suoni e in tutte quelle straordinarie espressioni che la rendono sinfonicamente affascinante e armoniosamente variegata, nonostante la siepe e l’orizzonte.
La figura di Leopardi è la più alta testimonianza della crisi religiosa dell’uomo moderno. Le sue opere sono l’espressione poetica più raffinata di questa crisi fatta di solitudine e di aspirazione a una felicità che pare non trovi sbocco alcuno. Proprio all’interno di questa crisi, acutamente percepita e mai superata, la poesia di Leopardi s’illumina di una sua particolare religiosità. Certo non è la profonda e robusta fede cristiana del Manzoni, ma, in quel dolce naufragare nell’infinito, ritengo che il poeta superi l’infinita vanità del tutto. E il rifiuto della fede, che per lui è protesta contro la falsa immagine di Dio, diventa provocazione allo stesso Dio affinché si riveli e parli. Il Dio del poeta, identificato all’inizio della sua esperienza religiosa con la “diva Natura”, col trascorrere degli anni si trasformò in una sorta di potere malvagio che vuole l’infelicità dell’uomo condannandolo alla morte. Questo suo sofferto “credo” nasce dall’ambiente familiare che respira, dagli studi e dalle letture che assimila, dal contatto con una sorta di fede cristiana che per lui è senza vita e senza forza. Leopardi aspira a un’esperienza religiosa più pura e più vera. Con la sua poesia raffigura quell’uomo moderno che lotta contro Dio e, allo stesso tempo, non può fare a meno di Lui. Al poeta, evidentemente, manca il vero volto di Dio rivelatosi in Cristo.
Nel canto idilliaco L’Infinito, Leopardi trascrive, con sobria dolcezza e interiore energia, i ritmi dell’immensità attraverso il vento che stormisce tra le piante, che percuote e risuona come eco di fremiti infiniti, che dà l’idea dello scorrere del tempo nella quiete dello spazio dove avvengono le vicende degli uomini e del cosmo.
Prima d’immergersi nel pensiero dell’infinito, Leopardi volge lo sguardo sull’idea corporea dello spazio per coglierne il musicale di un’armonia senza fine che sgorga dagli sguardi del suo cuore di poeta. Se la siepe gli impedisce la visione della curva estrema del cielo, sedendo e mirando il suo pensiero lo proietta aldilà di quella stessa siepe fino a intravedere, ammirato, interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.
Visione e ascolto si armonizzano così nello scorrere del tempo: la visione è lo spazio infinito, l’ascolto è il suono del silenzio celeste e arcano. Spazio e silenzio immergono il poeta in quella pace intima che quasi lo spaura: gli manca, infatti, il salto di fede dall’infinito cosmico all’Eterno Infinito. E mentre paragona l’infinito dello spazio con quello del tempo, interviene la musica dello stormire del vento tra le fronde che increspa la quiete della sua immaginazione e lo richiama alla realtà. Il silenzio infinito e il canto del vento gli evocano il mistero dell’eterno, il tempo trascorso che non è più e il suono vivo del tempo presente.
Leopardi non annega in una vuota immensità, ma, immergendosi nell’infinito, dà a esso un volto e un suono che trae dal suo animo che guarda mirando, interminati spazi… e sovrumani silenzi. Il pensiero che vaga diventa così un divino sognare, quasi dolce naufragare nel vasto mare dell’infinito lì dove raggiunge la sovrumana profondissima quiete.
Per l’uomo di fede, oltre la siepe che il guardo esclude di quell’orizzonte che a sua volta lo delimita, c’è sempre l’Eterno Infinito come suprema Bellezza, ineffabile Armonia e sommo Amore.
L’uomo è stato creato per l’Infinito. Non è un oggetto sulla terra, non è un frammento del cosmo caduto per caso. L’uomo è persona, è soggetto autocosciente, dotato di volontà libera e responsabile, è persona redenta da Cristo, con duplice vocazione: temporale ed eterna. L’umanesimo integrale dona alla persona immanenza e trascendenza: l’interiorità caratterizza l’aspetto immanente, la proiezione verso Dio e verso i fratelli, quello trascendente. Così, tra spazio e tempo, con lo sguardo immerso nell’infinito creaturale e nell’Infinito trascendente, germoglia il canto nuovo della teandrica avventura della vita. 

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