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The Temptation of Adam and Eve (Spain; 10th century)

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Publié dans:immagini sacre |on 10 mars, 2014 |Pas de commentaires »

L’UOMO/DONNA ALL’ORIGINE – DEL CARDINALE ANGELO SCOLA

http://www.sanpaolo.org/vita/0907vp/0907vp68.htm

L’UOMO/DONNA ALL’ORIGINE

DEL CARDINALE ANGELO SCOLA

Festival biblico di Vicenza
La bellezza della Scrittura svela il mistero di Dio e risponde agli interrogativi che emergono dall’esperienza più profonda dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Bibbia viene affermato che l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio.
Il dossier raccoglie alcuni interventi tenuti durante il Festival della comunicazione di Alba (Cn) e il 5° Festival biblico di Vicenza. Si passa così dai mezzi di comunicazione ai contenuti, come l’analisi del card. Scola in apertura.
«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna» (Pr 30,18-19).
Con potenti immagini l’autore del libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.

I bambini e i ragazzi in generale sono stati i destinatari principali dei due festival.
A Vicenza hanno costruito il più lungo disegno del mondo sulla Bibbia (30 maggio).

L’uomo/donna
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema. L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la « strada dell’uomo attraverso la donna » (Pr 30,18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia 1985, Brescia, p. 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi « sposta » (differenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità.

A immagine di Dio
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità e alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un’affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,26-28). A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».

Aldo M. Valli con il cardinale Scola che sta esponendo la lectio magistralis
da noi pubblicata.
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda ». [...] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: « Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta ». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può tanto meno dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Si capisce perché per il libro della Genesi a un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.

La differenza sessuale
Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al « fuori di sé ». E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (4,9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta d’imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a sua immagine.

La Premiata Forneria Marconi con il concerto « La Buona Novella e altre storie di volti »
chiude il Festival il 2 giugno a Piazza dei Signori.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13,3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.
Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio? Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza» (op. cit., pp. 144-145).

La tentazione dell’idolatria
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20,3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.

L’intervento di mons. Giancarlo Bregantini.
Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (34,1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato suo Figlio tra noi come via alla verità e alla vita.

La parola e i gesti di Gesù
Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che egli, in netta antitesi con i costumi del suo tempo, porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma l’assoluta dignità e la singolare vocazione.
Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cf Lc 7,37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «Si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cf Gv 4,5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, comprese quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.

Un altro dei relatori: Enzo Bianchi.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili: da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38) e per questo Gesù dice «le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7,47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11); a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7,13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15,21-28).
«[L’uomo e la donna]», scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! »» (Gv 19,26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel « luogo » deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come sé stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (5,32-33).

cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia

Il Volto dei volti
Il tema di questa edizione del Festival biblico è stato
« I volti delle Scritture ». Dai volti biblici ai nostri il passo è breve e passa per quello di Cristo.
Il Festival biblico è un’idea tutta vicentina che gli scorsi anni ha riscosso un buon successo di pubblico e di critica e che in tante diocesi italiane è stata seguita con curiosità e ammirazione. La formula, infatti, è parsa originale e interessante sia per i contenuti che per le modalità e i linguaggi adoperati.
Il tema di questa quinta edizione del Festival è « I volti delle Scritture ». Esso, oltre a porre attenzione ai vari « volti », alle varie « facce » dell’esperienza umana « configurata » dai diversi libri della Bibbia con i loro generi letterari, stili e contesti, allude primariamente e direttamente ai « volti » dei « personaggi » umani e divini che parlano e agiscono nella Bibbia e attraverso essa, in particolare al « Volto dei volti », quello di Gesù Cristo, in cui si rivela il Volto di Dio e la sua viva presenza. Un richiamo particolare viene anche fatto al « volto » di Paolo di Tarso di cui quest’anno celebriamo il bimillenario della nascita.
Quelli biblici sono volti che ci vengono incontro, ci guardano in faccia, ci parlano. Come diceva il filosofo di origine ebraica Emmanuel Levinas, il volto dell’altro, traccia dell’infinito, m’incontra nella sua maestà e umiltà parlandomi e così mi invita a una relazione che non ha misura comune con il potere che normalmente si tende a esercitare gli uni sugli altri. In questo – sempre secondo Levinas – il volto altrui, povero e signore, non limita ma promuove la mia libertà facendo nascere in me la bontà come responsabilità per l’altro.
Ora si può dire che se questo vale per ogni volto umano, vale ancor più per quello di Gesù Cristo, volto del Dio vivente, e affidabile. Così sono i « volti » di tutti gli uomini e le donne del mondo, dunque anche quello di ciascuno di noi, che ritrovano nel « volto » di Gesù – il volto che svela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione – e nei volti dei personaggi biblici lo specchio e le parole nei quali comprendersi più profondamente riconoscendo la bellezza della propria e dell’altrui vita e la chiamata a una fraternità/responsabilità dalle dimensioni universali.

+ Cesare Nosiglia
arcivescovo di Vicenza

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE – Gianfranco Ravasi

http://digilander.libero.it/davide.arpe/AngeliNondiviniRavasi.htm

ANGELI: FIGURE SOVRUMANE, MA NON DIVINE

da “Bibbia: domande scomode” a cura di Gianfranco Ravasi

Nel calendario liturgico il 2 ottobre reca la memoria degli Angeli custodi, una celebrazione piuttosto recente all’interno della liturgia cattolica (l’introduzione nel calendario romano ha la data del 1615). Pochi giorni prima, il 29 settembre, si è avuta invece la festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: la data fu scelta sulla base dell’antico martirologio del VI secolo che in quel giorno commemorava la dedicazione, avvenuta nel V secolo, di una basilica in onore di san Michele sulla via Sala­ria a Roma. Ecco, noi vorremmo, in modo molto sintetico, illustrare questa figura biblica di forte rilievo e dai contorni piuttosto variegati.
Infatti, dalla prima pagina della Bibbia con i «Cherubini dalla fiamma della spada folgorante», posti a guardia del giardino dell’Eden (Gen 3,24) fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, le Sacre Scritture sono animate dalla presenza di queste figure sovrumane ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con moda­lità differenti. Il nome stesso ebraico, mal’ak, e greco, ànghelos, ne denota la funzione: significa, infatti, “messaggero”. Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la “necessità” (L ‘angelo necessario è il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari (a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali e accolta nella liturgia e nella pietà popolare. Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e “altro” rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il “messaggero”. E per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto “l’angelo del Signore”, ma subito dopo è «Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè!» (cf Esodo 3,2-4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva. [...] Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (34,8; 91,11-12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell”’angelo custode”, bene raffigurata nell’angelo Azaria­Raffaele del libro di Tobia. Il compito dell’angelo è, quindi, quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, «gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella risurrezione e nell’ascensione come splendore della ascesa in Dio». La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi come sarebbe con la luce divina diretta. L’angelo è un segno dell’Unico che dev’essere adorato, Dio; è solo un indice puntato verso l’unico mistero, quello divino; è un mediatore al servizio dell’unico perfetto Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Signore: «A quale degli angeli — si chiede la Lettera agli Ebrei (1,5) — Dio ha detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?»
È, quindi, pericolosa la deriva cui ha condotto il movimento di New Age con l’immissione di elementi magico-esoterici e di “misteriose presenze” nella concezione degli angeli. L’angelo può, infatti, per questa via sconfinare parados­salmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana soprattutto popolare, ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la Lettera di Giuda che parla di «angeli che non conservarono lo loro dignità ma lasciarono la propria dimora» (v. 6); oppure ci si può riferire alla Seconda Lettera di Pietro che presenta «gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno» (2,4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene.
Gianfranco Ravasi, Angeli: figure sovrumane, ma non divine in Vita Pastorale, periodici S. Paolo n. 10/2006 p. 56.

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