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Saint Paul, Saint Paul Cathedral, London

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Publié dans:immagini sacre |on 6 mars, 2014 |Pas de commentaires »

« LA CONVERSIONE A DIO CONSISTE SEMPRE NELLO SCOPRIRE LA SUA MISERICORDIA » (DM, VII, 13)

http://www.collevalenza.it/CeSAM/08_CeSAM_0091.htm

« LA CONVERSIONE A DIO CONSISTE SEMPRE NELLO SCOPRIRE LA SUA MISERICORDIA » (DM, VII, 13)

Domenico Cancian

Mi propongo di fare una semplice introduzione che aiuti la celebrazione dell’Amore Misericordioso nel momento in cui ci offre il perdono dei nostri peccati.
La celebrazione della Riconciliazione e della Eucaristia diventa il cuore del nostro incontro, verifica ed esperienza della verità di quanto abbiamo ascoltato in questi giorni. Ora, non « parliamo » della Misericordia divina; la ri-gustiamo, la ri-esperimentiamo in modo nuovo, lasciando che essa ci penetri l’animo, in un momento di preghiera calma che ci permetta di riscoprire questo privilegiato momento ecclesiale nel quale il Padre incontra e abbraccia i suoi figli.
Senza questo, il Convegno può correre il rischio di rappresentare solamente un’occasione di tipo teoretico e forse ideologico: abbiamo aumentato « il sapere », ma non la conoscenza-esperienza-viva dell’Amore di Dio che oggi vuole scuoterci per convertirci.
La conversione dell’uomo a Dio è centrale nel Vangelo: è messa in diretto rapporto con la salvezza. « Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5, 32). « … se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo » (Lc 13,5). « In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3).
Ora dobbiamo prendere atto che tutto il processo della nostra conversione avviene sotto l’influsso e la spinta della Misericordia divina, alla quale noi nella fede diamo il nostro assenso.

1. È l’Amore Misericordioso di Dio che ci fa prendere coscienza del nostro peccato.
Le culture non possono avere la pretesa che quanto non è da loro compreso non esista. Non possono, ad esempio, convincerci che l’uomo non è peccatore. Tuttavia, le culture del sospetto hanno paradossalmente (perché questa non era proprio la loro intenzione) contribuito a purificare la nostra comprensione di ciò che il peccato non è (teologia negativa). Non è un tabù che tradizionalmente ci blocca, non è l’errore puro e semplice, non è il condizionamento storico o psicologico, non è il limite umano, non è il complesso di colpa.
Che cos’è il peccato ce lo dice l’incontro interpersonale dell’Amore Misericordioso di Dio con l’uomo, finalmente disponibile ad ascoltare la verità tutta intera sulla sa vita. Proprio perché ci ama con Amore e con Misericordia, Dio scuote e sveglia la nostra coscienza fin nelle sue ultime pieghe. Con tutti i mezzi e con tutti i modi, inventando sempre occasioni, come la mamma col figlio, rispettando sempre, fino all’ultimo, la nostra libertà, e obbedendo Lui alla forza invincibile del suo Immenso Amore.
Abbiamo esempi svariati di interpellazioni di Dio che si dirigono alla responsabilità dell’uomo. Ora viene chiamato per nome e interrogato (« Adamo, dove sei?… Chi ti ha fatto sapere che eri nudo »? E a Caino: « Dov’è Abele, tuo fratello? …Che hai fatto »? cf Gen 3,9.11.13; 4.9-10).
In altre occasioni Dio incomincia un dialogo appassionato, teso a mostrare come il peccato sia un tradimento all’Amore suo (« Ascolta popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te Israele… Hai fatto questo e dovrei tacere? cf Sal 50; « O mio popolo, che male ti ho fatto? » cf Liturgia del venerdì santo. « Accusate vostra madre, accusatela, perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito! » cf Os 2.2).
Oppure, cosa per noi straordinaria, Dio ci lascia partire per le nostre strade senza dirci una parola. Ma Egli è lì ad aspettare col cuore in mano, sicuro del ritorno del figlio, pronto a riabbracciarlo e a fargli festa, vincendo in questo modo ogni dubbio sulla serietà dell’Amore capace di perdonare così (cf Lc 15, 11ss). Addirittura va incontro a chi si perde e arriva fino al fondo del burrone dove quel tale, che è pur sempre suo figlio, si è cacciato: lo prende su, lo cura, se lo mette sulle spalle (cf Lc 15, 4 ss).
Tantissimi sono i modi con cui il Signore interviene, ma sempre in essi riscopriamo la fantasia del Suo Amore che non ha il gusto di rimproverare con l’aria offesa e arrabbiata, come siamo soliti fare noi. Egli ci fa il servizio della verità. « Che farò quando ti accuserò?… Farò che tu ti veda… Perché vuoi nasconderti a te stesso? » (Sant’Agostino, Commento al Salmo 51). Il suo Amore, paziente, infinito, luminoso, ci fa prendere atto con onestà della triplice tentazione (cf Mt 4,1-11), o della triplice concupiscenza (cf 1 Gv 2,16) e del conseguente peccato (quando si dà il nostro consenso) che è in noi. Scopriamo che le matrici culturali dalle quali provengono il bene e il male del nostro mondo, radicano in noi. L’istinto di (pre)potenza, di violenza, di desiderio (cf relazione di Morra), insomma ogni forma di egoismo, con un certo gusto farisaico, muovono proprio dal cuore dei singoli uomini (cf Mt 7,15ss; 12,33ss).
Che cos’è il peccato se non l’inferno del nostro egoismo che respinge il mondo dell’Amore di Dio? « Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo… se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati » (Gv 8,23 s).
Lo Spirito di Cristo ci è dato per far luce sulla nostra situazione, per smascherare le nostre ingiustizie, per snidare le nostre responsabilità che ci impediscono il cammino della libertà, per suscitare in noi il desiderio e la volontà dell’entrare nel mondo di Dio come figli. Lui « convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia, al giudizio » (Gv 16,8 s). L’Amore di Cristo Crocifisso e Risorto, essendo l’Amore assoluto (= fino alla fine, fino all’incredibile) scopre la radicalità della nostra libertà, rispettata fino alla scelta dell’inferno e pur sempre chiamata ad arrendersi all’Amore che salva. « L’Amore di Dio – scrive U. Von Balthasar! – scopre la vera paura e il vero inferno » (Solo l’amore è credibile, Borla 1977, p. 95 s). Proprio perché egli è la nostra grazia, è anche il nostro vero giudice, ma per essere il nostro Liberatore. Allorché è stato conosciuto l’Amore, il peccato emerge con tutta chiarezza, le cose hanno il loro nome e finalmente possiamo superare la confusione di Babele. Anche perché l’uomo alla fine… deve pur sapere dove andare.
Quello sguardo d’Amore Crocifisso ci penetra fino in fondo, perché ci ha amati fino in fondo. « Se non fossi venuto e non avessi parlato non avrebbero alcun peccato: ma ora non hanno scusa per il loro peccato » (Gv 15,22). « Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12,32). Dio si è fatto Logos e questo si è fatto Amore (charis) e Verità (Aletheia): ecco la gloria di Dio!
Non ci resta che accogliere riconoscenti questa Grazia. « O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? » (Rom 2,4).

2. L’Amore Misericordioso ci attira al pentimento e suscita la nostalgia del ritorno alla casa del Padre.
Noi seguiamo Cristo, ma è più vero che Lui cerca noi. Noi andiamo a Cristo, ma è più vero che Lui viene a noi. Come il pastore in cerca della pecora perduta, Lui rifà tutta la strada del nostro allontanamento dalla sua casa: « ci insegue ». Ci viene dietro per prenderci come siamo e dove siamo, per offrirci le sue cure, caricarci sulle sue spalle e portarci dove dobbiamo andare.
È sempre là, a suscitare la nostalgia della sua casa, del suo seno, da dove siamo venuti e dove è giusto, bello, rimanere e vivere. « Vi supplichiamo in nome di Dio: lasciatevi riconciliare con Cristo » (2 Cor 5,20).
L’Amore solo convince l’uomo: è la violenza più dirompente, lo apre alla speranza, quella che non è utopia, ma realtà di salvezza riconosciuta e accettata. « Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo: rinnova i nostri giorni » (Lam 5,21).
Lo stesso castigo o correzione, molto presente nella bibbia, è il richiamo dell’amore. Il non-castigo sarebbe il disinteresse di Dio sulla nostra perdizione. La passione dell’Amore divino escogita tutti i modi per non lasciare che l’uomo si perda. Una preghiera di Madre Speranza, che poi è diventata il titolo di una raccolta di pensieri suoi, dice: « Castigami e salvami »!. Una Benedizione dell’Antico Testamento dice: « Il Signore nostro Dio sia con noi come è stato con i nostri Padri; non ci abbandoni e non ci respinga, ma volga piuttosto i nostri cuori verso di lui, perché seguiamo tutte le sue vie… Il vostro cuore sarà tutto dedito al Signore nostro Dio, perché cammini secondo i suoi decreti » (1Re 8,57 ss).
Il pentimento è dunque il riconoscere di essere inseguiti dall’Amore appassionato di Dio, pronto a rifare il nostro volto; è il lasciarsi conquistare (cf Fil 3,12), il lasciarsi sedurre (cf Ger 20, 7), dall’Amore di Dio, arrendendoci ad esso al fine di fare un’altra strada, quella dietro di Lui.

3. L’Amore Misericordioso perdonando cambia il nostro cuore
La giustificazione in Cristo, il suo perdono, è una nuova creazione che comporta una vera dimensione ontologica, un nuovo modo di essere da cui nasce un nuovo modo di agire. A partire da questa grazia del perdono comprendiamo come il peccato sia una profonda ferita che lacera le fibre del nostro essere, toccandoci nell’essenziale.
Infatti i termini che la Parola di Dio impiega per farci capire il perdono di Dio sono: cancellare, lavare, purificare, gettare via, dimenticare, togliere la sentenza di condanna, rimuovere, allontanare, dissipare, rimettere… Ma quello che più esprime l’intervento di Dio è il verbo « creare », collegato proprio come nella creazione all’opera dello Spirito. « Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20,22). Il passaggio dall’egoismo (peccato) all’amore (grazia) è opera dello Spirito di Dio, un intervento che comporta una vera creazione come progressivo inserimento ontologico nella vita del Risorto, per cui l’uomo diventa figlio di Dio. La remissione dei peccati sta per il cambio dell’uomo vecchio, ossia peccatore, in giusti-ficato, ossia nuovo. Muore il peccatore e risorge l’uomo secondo Dio: mistero di Cristo nel cristiano.
Nel Salmo 51 chiediamo: « Oh Dio, crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso » (12,14). L. Alonso Schökel scrive: « Il verbo creare suona con tutta la sua forza all’inizio di questi tre versi che chiamerò « epiclesi » perché sono una triplice petizione di spirito. Come nella creazione (Gen 1) lo Spirito di Dio si librava sull’oceano per formare il cosmo, così in questa preghiera si chiede che un triplice spirito ricrei il penitente. L’uomo non può con le sue forze alzarsi dal regno del peccato al regno della grazia: deve essere azione e dono di Dio. E trasferire un uomo dal peccato alla grazia è un modo di creare. Paolo dirà che dov’è un cristiano c’è una nuova creazione (2 Cor 5,17) » (Treinta Salmos: Poesia y Oraciòn, ed. Cristiandad, Madrid 1981, p. 217).
Infatti nel nuovo rito della Riconciliazione il Sacerdote stende la mano sul penitente, come quando stende la mano sulle offerte del pane e del vino per invocare lo Spirito (epiclesi), al fine di chiedere alla forza dello Spirito la trasformazione sostanziale del pane (Eucaristia) e del peccatore (Penitenza o Riconciliazione).
Un altro testo che, se non è ispirato direttamente al Salmo 51, appartiene allo stesso ambiente spirituale è il testo profetico di Ex 36,25 ss. Si tratta di un oracolo composto da un profeta che era stato sacerdote e che ora intende pronunciare in nome di Dio la formula di assoluzione o di perdono durante l’esilio (cf Ib, p. 224). Le espressioni più significative sono: « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… vi darò un cuore nuovo… metterò dentro di voi uno spirito nuovo… vi farò vivere secondo i miei statuti… voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio ».
Tutto questo si concretizza nei « perdonati » del Vangelo: vedi Zaccheo, la peccatrice, l’adultera, Matteo. Tutte persone che la grazia del perdono ha letteralmente trasformato. L’unica situazione che non è raggiungibile da questo intervento che è miracolo, è quella farisaica. Dei farisei Gesù dice: « Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane » (Gv 9,41). È la vera crisi della speranza, ben riconoscibile ai nostri giorni.
Laddove invece l’uomo si apre (crede) all’Amore di Dio, comincia l’esperienza umana che può essere intitolata: « L’uscita dalla caverna e la salita al monte Moria » (Cf. S. GRYGIEL, L’uomo visto dalla Vistola, CSEO, Bologna 1978, p. 96).

4. L’Amore Misericordioso ci fa vivere da uomini nuovi in questo mondo
Se il perdono trasforma il nostro essere, segue una nuova vita. Eccone le caratteristiche: – ci accompagna la gioia della nostra identità vera: sappiamo chi siamo, abbiamo un volto. Usciamo dalla confusione dell’istinto, del desiderio, del sentimento, della sola ragione, della sola volontà, intese o in modo separato o giustapposto o contraddittorio. Siamo figli di fronte al Padre, generati dal suo Amore. – riscopriamo il volto degli altri. Non sono più degli antagonisti, dei concorrenti, oppure degli amici perché la pensano come noi, senza mai dirci la verità. Sono fratelli, luogo della Presenza di Dio, perdonati anche loro da Dio, bisognosi del nostro perdono così come noi lo siamo del loro. Nasce l’amore fraterno: diventiamo capaci di amarci e di comprenderci, di sostenerci e di costruire insieme la comunione.
Nel rapporto con gli altri riscopriamo il senso del gratuito, per cui si supera la « cerchia » degli amici. « Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?… E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? » (Mt 5,46 s). E così amiamo disinteressatamente i poveri, i bisognosi, i bambini, i vecchi, i malati, certi che, proprio da loro che non hanno, riceviamo più di quel che diamo.
Impariamo lo stile dell’Amore Misericordioso. « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6,36). – Capiamo il senso del nostro andare, cioè della nostra storia personale e comunitaria. Il lavoro non è più la produzione semplice e meccanica dei beni di consumo, ma l’espressione di tutta la nostra creatività animata dall’amore. La famiglia non è la casa dove si mangia, si dorme, ci sono tutte le nostre comodità, ma l’ambiente accogliente e aperto alle necessità dei poveri, il luogo dove si sta bene perché si fa comunione, anzitutto con Dio. Il tempo libero non è gestito sulla base della soddisfazione dei bisogni artificiosi o indotti, ma servizio e festa allo stesso tempo, liberazione e distensione. Non abbiamo quella fretta assurda che ci fa frenetici, superficiali, disordinati. I fatti della storia, il presente e il futuro, non sono letti in chiave di pessimismo o di ottimismo, in modo unilaterale e di parte, ma con verità, realismo e fiducia in Dio e nell’uomo, convinti che è in atto una vera storia della salvezza che supera anche le nostre contraddizioni.
Viviamo il nostro tempo con molta Pace e con grande Responsabilità: la Pace di poter essere e rimanere nell’Amore di Dio che mai si stanca di operare con noi cose meravigliose, la Responsabilità di non tradire l’Amore di Dio e l’appello del fratello; la Pace come certezza che Dio ci può e ci vuole salvare in ogni situazione, anche la più disperata, la Responsabilità come sentire sulle nostre spalle il sempre possibile fallimento.
La Grazia dell’Amore che ci perdona, ci colloca al di là dell’autosufficienza presuntuosa o eroica e al di là della paura. Ci libera come uomini che hanno senso pieno nell’orizzonte di Dio (figli), popolo che sa vivere nella gioia e nel dolore, nelle fatiche e nel riposo, con l’animo contento, come un Inno all’Amore che si sta salvando. 

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII … CENTRI DELL’APOSTOLATO DELLA PREGHIERA – 1942

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/1943/documents/hf_p-xii_spe_19430117_apostolato-preghiera_it.html

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII AD UNA RAPPRESENTANZA DI CENTRI DELL’APOSTOLATO DELLA PREGHIERA*

Domenica, 17 gennaio 1942

Nel contemplarvi qui riuniti intorno a Noi, cari Crociati dell’Eucaristia, diletti Zelatori, Zelatrici, Direttori e membri dell’Apostolato della preghiera, Ci sembra di far Nostra, quasi rivivendola, una scena grandiosa e commossa che ci presenta la Sacra Scrittura. Noi vediamo, salito sulla vetta del monte Horeb, mentre il popolo di Dio combatteva nel piano, Mosè orante con le braccia e le mani alzate, preludente e inconscia immagine del gran Mediatore dalle braccia distese sulla croce. Ai fianchi del pregante Condottiero, per timore che gli venissero meno le forze in quell’implorante atto faticoso, ecco due dei suoi più fidi sorreggergli le braccia con filiale sollecitudine, pieni di fede nella efficacia della preghiera del loro Capo (Exod. 17).
Anche Noi da questo colle del Vaticano assistiamo ad una grande contesa, incomparabilmente più vasta e più fiera di quella, pur immane, che mette in conflitto, gli uni contro gli altri, i popoli della terra; contesa spirituale, la quale altro non è che un episodio della lotta permanente e intima del male contro il bene, di Satana contro Cristo.
Noi, le mani tese verso il cielo, sentiamo gravare sulle Nostre spalle il peso di una indicibile responsabilità, premere il Nostro cuore un dolore profondo, che trova in voi, fedelissimi, un conforto nel tenervi che fate a Noi dappresso, unendo la vostra preghiera alla Nostra, i vostri sacrifici alle Nostre pene, le vostre opere alle Nostre fatiche. Non siete voi forse che nel corso di ciascun mese « tutte le vostre preghiere, le vostre opere, le vostre sofferenze della giornata » dirigete alle grandi intenzioni generali della Vittima divina, alla riparazione dei peccati e alle intenzioni particolari che Noi stessi vi diamo per consegna?
1. Il mondo troppo spesso ha o si fa una idea ben meschina della forza della preghiera e di coloro che pregano; non vi vede se non una occupazione tranquillamente pia, o ansiosamente sollecita, o liricamente esaltata di anime assenti dalla terra e dalla vita comune e sociale, anime che chiama mistiche, senza comprendere la bellezza, la grandezza, il significato profondo di questa parola.
Era dunque assente dalla terra e si disinteressava del mondo la grande mistica Teresa di Avila, la cui opera era mossa e guidata dalla brama di strappare le regioni cattoliche all’errore invadente e dilacerante il grembo della Sposa di Cristo? (cfr. Sta. Teresa de Jesus, Camino de perfección c. I). Del resto, uno dei corifei del libero pensiero nel secolo scorso diede alla disdegnosa concezione di frivoli filosofanti una vigorosa smentita dicendo : « Teresa fu il vero avversario della Riforma: ella fonda un Ordine per combatterla con la preghiera, con le lagrime e con l’amore. Non si erano mai intesi simili gemiti dopo il Golgota ».
La preghiera, le lagrime, l’amore, sono in realtà grandi cose: sono i doni che ogni mattina voi presentate al Cuore di Gesù per mezzo del Cuore immacolato di Maria nella vostra offerta quotidiana dell’Apostolato della preghiera; sono i doni del cuor vostro al Cuore di Cristo, perché conforti voi e il mondo nei travagli e affanni di quaggiù.
Voi li offrite in unione col sacrificio che Gesù stesso da secoli offre continuamente sull’altare. Uniti come siete a Lui, anche la vostra preghiera deve salire verso l’Eterno Padre, da questa terra di cui voi prendete in mano e fate vostri tutti gli interessi.
Non si può infatti comprendere pienamente il carattere e il vigore della Chiesa né misurare adeguatamente i benefici effetti della sua azione, se non si tengono in conto e in particolare pregio le preghiere e i sacrifici in tal guisa offerti dai fedeli. La investigazione storica suole proporsi l’ardua impresa di esaminare e determinare, fino a qual segno e in quale grado la Chiesa, nei vari periodi della sua esistenza, sia pervenuta a compiere la missione affidatale. Noi non intendiamo qui di ponderare le difficoltà di ordine generale che una simile valutazione incontra, come pure prescindiamo dalla considerazione che sembra quasi impossibile di racchiudere in qualche modo entro i confini di formule storiche il tranquillo, ma, anche nei tempi di procella e di declinamento, sempre vigoroso torrente della quotidiana vita ed opera della Chiesa. In un punto però tale ricerca storica necessariamente fallisce. Il fine proprio di tutta l’azione della Chiesa è soprannaturale; perciò soltanto nell’altro mondo apparirà con luminosa chiarezza quali ingenti benefici essa ha apportati alla umana famiglia, quante anime, per virtù della preghiera e del sacrificio di Cristo e dei fedeli a Lui uniti, essa condusse a Dio e alla loro eterna felicità. Voi però, diletti figli e figlie, potete avere la lieta e sicura coscienza di appartenere, come seguaci del passato, come avanguardie del presente e dell’avvenire, all’esercito di coloro che, mediante quotidiani sacrifici e preghiere hanno cooperato, cooperano e coopereranno con Cristo al raggiungimento di quell’altissimo fine.
2. La vera preghiera del cristiano, da Gesù insegnata a tutti, ma che è, a titolo speciale, la vostra, è preghiera essenzialmente di apostolato. Essa assomma in sé la santificazione del nome di Dio, l’avvento e la diffusione del suo regno, la filiale adesione alle disposizioni della sua amorosa Provvidenza e alla sua volontà redentrice e beatificante; quindi, tutti gli interessi, materiali e spirituali, degli uomini : il pane quotidiano, il perdono dei peccati, l’unione fraterna che non conosce odi né rancori, il soccorso nelle tentazioni per non soccombervi, la liberazione da ogni male. Un così gran cumulo di favori da quale altra pienezza può venire se non dai tesori di Dio, di quel Dio che si degna di accordarli alla nostra preghiera? Ecco perché, nell’immensa sciagura e crisi del genere umano, Noi confidiamo nell’aiuto delle vostre orazioni più ancora che nell’abilità dei più saggi Uomini di Stato e nel valore dei più strenui combattenti. Davanti a Dio l’arma della preghiera e della fede è più potente che non le armi di acciaio e di bronzo.
Di ciò la storia non rende forse in ognuna delle sue pagine aperta testimonianza? Le grandi gesta della Sposa di Cristo sono state sempre avviate e sostenute dalla preghiera e dal sacrificio dei fedeli. La restaurazione ecclesiastica nel secolo undecimo fu preparata dal movimento dì Cluny, iniziato già cento anni prima: movimento di vita interiore, di preghiera, di più puri e severi costumi, che solcò il terreno all’opera dei grandi Uomini di Chiesa con a capo Gregorio VII. Date un rapido sguardo al secolo decimo sesto, così grave per la Cattolicità. Nei suoi primi decenni si odono da ogni parte alti lamenti di decadimento morale. Verso la fine del secolo ecco la Chiesa rifiorire in una forza giovanile, in una prosperità e santità, quali si conoscono soltanto nei suoi tempi più fortunosi e felici. Chi ha fatto un così mirabile cambiamento? La storia lo attribuisce al lavoro potente di riforma ecclesiastica, in modo particolare ai decreti del Concilio di Trento. Ma a che cosa sarebbero valsi tutti i programmi e i decreti di riforma senza la preparazione, la collaborazione e le preghiere dei grandi Santi, di cui quel secolo fu ricco come pochi altri nei fasti della Chiesa? Si è domandato con un senso di stupore in qual modo la Francia cattolica sia potuta sopravvivere alla tempesta della grande rivoluzione, che sembrava aver distrutto quasi ogni traccia di vita ecclesiastica. L’indagine storica ha risposto che il merito principale si deve ascrivere alla pietà e alla fede intrepida della donna cattolica. Ma questi sono soltanto pochi esempi fra mille.
Se ora la Chiesa si trova dinanzi a doveri immani e a molteplici cure: azione in favore della pace; opere di carità e di soccorso ai sofferenti; lavoro missionario; riconducimento degli increduli alla fede, dei fratelli separati alla unità della Chiesa, della civiltà odierna alla onestà del costume cristiano: come potrebbe essa sperare di portar a termine così formidabile impresa senza una falange dì oranti e di penitenti, le suppliche e i sacrifici dei quali ogni giorno salgono a Dio? A questa falange voi vi siete incorporati colla vostra promessa di fedeltà al Cuore del Salvatore divino. Domandate e riceverete.
3. Immensa nella sua brevità, l’orazione domenicale compendia e abbraccia la universalità dei bisogni del mondo : e tutti questi bisogni il Salvatore guarda e raccomanda al suo Padre celeste nei minimi particolari, perché ognuno singolarmente è a Lui presente e gli preme come se non ve ne fossero altri sulla terra. Ecco il vostro modello. Che se la povera natura umana non vale a tanto, né lo sguardo vostro arriva a vedere nell’insieme ogni minimo bisogno, ecco l’Apostolato della Preghiera che propone al vostro zelo non soltanto gli stessi interessi generali del Cuore di Gesù, che sono i veri interessi del mondo, ma inoltre successivamente qualche interesse particolare e preciso dell’ora presente.
Guardate i vostri piccoli « biglietti mensili »! Quale ampiezza e quale valore essi hanno per chi sa usarne come si conviene e si meritano! Essi fanno passare a vicenda e ritornare al vostro sguardo gli affanni e le angosce soprannaturali o naturali, fisiche o morali, personali o sociali; vi raccomandano per turno tutti i paesi, tutte le stirpi, tutte le condizioni della vita privata o pubblica; fanno sfilare sotto i vostri occhi e davanti al vostro pensiero e al vostro cuore le opere che, nella loro varietà, si studiano di rimediare a tutti i mali, di rispondere a tutte le necessità, di soddisfare tutte le giuste e nobili aspirazioni. Tocca a voi ogni mese di fissare il vostro spirito su queste intenzioni, affine di meglio comprenderne l’importanza e l’urgenza, di conoscere con maggior perspicacia ed amore le miserie che invocano il soccorso, le dedizioni che attendono a provvedervi. Quanto atte sono queste intenzioni ad allargare gli orizzonti del vostro spirito, a elevare e nobilitare le affezioni del vostro cuore!
Così voi non vi contenterete del vostro piccolo biglietto mensile. Santamente curiosi vorrete, grazie al vostro bel « Messaggero », seguire le vicissitudini della lotta spirituale, che si combatte nel mondo fra le due città, quella dell’amore e quella dell’odio. All’odio o all’amore spetterà la vittoria e il trionfo? Quale incertezza! Quale impressionante contemplazione! Quale studio angoscioso! E quando per trenta giorni voi avrete pregato, lavorato, sofferto, la nuova intenzione, che vi si proporrà per il mese seguente, non seppellirà come scomparsa quella che vi sarà costata tanta pena e tanto amore. Allora, anzi, modellandosi progressivamente su quella di Gesù, la vostra preghiera si farà più e più universale, ma non meno precisa, non meno intensa; in quei momenti vi sentirete irresistibilmente sospinti dall’amore al sacrificio attivo che non si tranquilla nella preghiera, finché la pena e la sofferenza non abbiano quasi toccato il limite delle forze; in quei momenti, secondo la scultorea espressione di un ignoto scrittore dell’antichità cristiana, consumati dall’ardore della carità, dalla veemenza del desiderio, voi non sarete più dei preganti, ma preghiere viventi (cfr. S. Gregorii M. in I Reg. 13, 2 – Migne PL t. 79 col. 338).
Noi non possiamo formare per voi, né per Noi stessi, voto più caro; la speranza che si effettui di giorno in giorno più perfettamente, esalta il Nostro animo in voi.
In cotesta Pia Associazione dell’Apostolato della preghiera ammiriamo infatti un pacifico esercito di preganti con Noi, di milioni di fedeli, che dietro al labaro di Cristo intuonano la divina orazione domenicale, la più potente invocazione che dalla terra si elevi al trono di Dio per la sua gloria, per i nostri bisogni e per quelli del mondo intiero. Con questa orazione sale al cielo anche il vostro ricco tesoro spirituale, aggiunto alle vostre preghiere e ai vostri sacrifici, cui nei mesti, gravosi e dolorosi tempi che volgono avete offerti a conforto e sostegno Nostro; salgono a quel Dio che è Padre delle misericordie, e da cui invochiamo su tutti voi, quale espressione del riconoscente animo Nostro, quell’abbondanza di favori spirituali, che corona grazia con grazia, e sublima nell’atmosfera dello spirito anche l’Obolo presentatoCi così generosamente, per il quale vi siamo pure gratissimi. Onde con tutto il Nostro affetto paterno al benemerito Direttore generale della vostra santa e immensa Associazione, allo zelantissimo ed eloquente Direttore Nazionale per l’Italia, ai Direttori diocesani e locali, a tutti i membri qui presenti e a quelli che da lungi sono uniti e si uniscono a voi, sparsi per il mondo, Crociati piccoli e grandi, Famiglie del Sacro Cuore, Zelatori e Zelatrici di ogni Nazione e di ogni grado, impartiamo l’Apostolica Nostra Benedizione.

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 

Publié dans:Papa Pio XII, preghiera (sulla) |on 6 mars, 2014 |Pas de commentaires »

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