Archive pour le 3 mars, 2014

Cristo in gloria circondato dalla compagnia del cielo

Cristo in gloria circondato dalla compagnia del cielo dans immagini sacre 347
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MERCOLEDÌ DELLE CENERI – STORIA

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MERCOLEDÌ DELLE CENERI

5 MARZO (CELEBRAZIONE MOBILE)

Il mercoledì delle Ceneri, la cui liturgia è marcata storicamente dall’inizio della penitenza pubblica, che aveva luogo in questo giorno, e dall’intensificazione dell’istruzione dei catecumeni, che dovevano essere battezzati durante la Veglia pasquale, apre ora il tempo salutare della Quaresima.
Lo spirito comunitario di preghiera, di sincerità cristiana e di conversione al Signore, che proclamano i testi della Sacra Scrittura, si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, al quale noi ci sottomettiamo umilmente in risposta alla parola di Dio. Al di là del senso che queste usanze hanno avuto nella storia delle religioni, il cristiano le adotta in continuità con le pratiche espiatorie dell’Antico Testamento, come un “simbolo austero” del nostro cammino spirituale, lungo tutta la Quaresima, e per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale, come un sacrificio reso al Dio della vita in unione con la morte del suo Figlio Unigenito. È per questo che il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, non ha senso di per sé, ma ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo.
Il rinnovamento pasquale è proclamato per tutta l’umanità dai credenti in Gesù Cristo, che, seguendo l’esempio del divino Maestro, praticano il digiuno dai beni e dalle seduzioni del mondo, che il Maligno ci presenta per farci cadere in tentazione. La riduzione del nutrimento del corpo è un segno eloquente della disponibilità del cristiano all’azione dello Spirito Santo e della nostra solidarietà con coloro che aspettano nella povertà la celebrazione dell’eterno e definitivo banchetto pasquale. Così dunque la rinuncia ad altri piaceri e soddisfazioni legittime completerà il quadro richiesto per il digiuno, trasformando questo periodo di grazia in un annuncio profetico di un nuovo mondo, riconciliato con il Signore.

Martirologio Romano: Giorno delle Ceneri e principio della santissima Quaresima: ecco i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e la salvezza delle anime. Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua.

Ascolta da RadioRai:

L’origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell’antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l’evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: « da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all’assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all’assoluzione ».
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell’imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l’importanza di questo segno.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell’uso delle ceneri.
1 – Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: « Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… » (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: « Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere » (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell’uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 – Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: « I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere » (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: « Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore » (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: « Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai » e « Convertitevi, e credete al Vangelo ». Adrien Nocent sottolinea che l’antica formula (Ricordati che sei polvere…) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi…) esprime meglio l’aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: « Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l’antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: « Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo ».
Il rito dell’imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l’omelia, sostituisce l’atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria « privilegiata » nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

Autore: Enrico Beraudo

LA RICONCILIAZIONE E L’ESPIAZIONE

http://www.parrocchiasantorosario.it/d_riconciliazione13.html

(Parrocchia di Statte, Taranto)

LA RICONCILIAZIONE E L’ESPIAZIONE

Nel vocabolario della Quaresima ci sono due termini che fanno parte del cammino di Conversione, i quali hanno un significato molto diverso da quello che noi siamo soliti attribuire: i due termini sono ôriconciliazioneö ed ôespiazioneö.
Secondo il nostro modo di pensare, la riconciliazione indica quel movimento, che parte da chi ha commesso una mancanza nei confronti di un altro, che porta la persona a chiedere scusa alla persona offesa, che spinge a invocare il suo perdono. Questo movimento lo si pu‗ vivere verso unÆaltra persona o verso Dio. Quando lo viviamo verso Dio, parliamo di Sacramento della Riconciliazione, che nasce dal nostro pentimento, e ci conduce a celebrare questo ôsegnoö per ottenere il perdono di Dio. Solitamente, lÆaltro termine, ôespiazioneö, Þ legato al primo, poichÚ ôespiareö significa, per noi, pagare pegno, sopportare un costo, sostenere una penitenza, un sacrificio, una rinuncia, quasi come rimborso per il danno o per lÆoffesa arrecata.
La domanda che ci poniamo Þ: questi significati sono gli stessi che la Bibbia attribuisce ai due termini? Dio intende dire la stessa cosa che diciamo noi?
Partiamo dalla Riconciliazione. Prendiamo, come esempio, uno dei brani in cui ricorre questa parola: ôse uno Þ in Cristo, Þ una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo per‗ viene da Dio, che ci ha riconciliati con sÚ mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. ╚ stato Dio infatti a riconciliare a sÚ il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dioö (2Cor 5,17-20).
Troviamo sia il verbo ôkatallßss¶ö, che vuol dire cambiare, scambiare, riconciliare quelli che sono in disaccordo, ritornare in buona relazione con qualcuno (il verbo ricorre in totale 6 volte nel N.T.), sia il sostantivo ôkatallaghÚö, che significa scambio, adattamento di una differenza (presuppone che ci fosse un equilibrio che Þ stato rotto), riconciliazione, restaurazione a favore di qualcuno (ricorre nel N.T. 4 volte): chi Þ il soggetto del verbo? Chi compie lÆazione della riconciliazione? Chi ne Þ il protagonista?
Il soggetto di questo verbo Þ sempre Dio, il quale non ne Þ mai lÆoggetto! Ci‗ significa che il protagonista non Þ lÆuomo, nonostante sia lui a dover chiedere perdono a Dio. EÆ Dio, invece, che interviene per offrire il suo perdono, per accogliere presso di sÚ lÆuomo, senza che lÆuomo abbia alcun merito, e questo per la gratuita e amorevole iniziativa di Dio.
Per avere unÆidea di quanto affermiamo, leggiamo il brano su riportato: ôTutto questo per‗ viene da Dio, che ci ha riconciliati con sÚ mediante Cristoà ╚ stato Dio infatti a riconciliare a sÚ il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpeö (vv. 18.19); e soprattutto il testo di Rm 5, dove Paolo ne parla in modo pi¨ esteso: ôMentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morý per gli empi nel tempo stabilitoà Dio dimostra il suo amore verso di noi perchÚ, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo Þ morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto pi¨ ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Ges¨ Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazioneö (Rm 5,6.8-11; cf. anche i passi paralleli).
Questo ministero della riconciliazione, che ha come fonte Dio, Þ innanzitutto, come abbiamo appena visto, un ministero ôcristologicoö, ma, poichÚ la Chiesa Þ il Sacramento di Cristo, il segno efficace della presenza e dellÆazione di Cristo nella storia e nel mondo, Þ anche un ministero ôecclesialeö, nel senso che continua, che si prolunga nellÆazione della comunitÓ ecclesiale: ôTutto questo per‗ viene da Dio,à mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazioneà affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostroö (vv. 18.19-20).
Il pentimento come si pone nei confronti di questa concezione della riconciliazione? Il pentimento non Þ la causa della riconciliazione, ma ne Þ lÆeffetto: non Þ il pentimento che provoca questa azione di Dio, ma Þ lÆazione di Dio, il suo amore sconvolgente, che spinge a pentirsi. Dunque, non ci si pente per timore, per paura di Dio, ma per questo amore smisurato di Dio, che mette in difficoltÓ e porta alla contrizione.
Riconciliare, per‗, non significa soltanto appianare, ritornare nellÆequilibrio che Þ stato rotto, bensý unÆazione di ôcreazioneö, o, per meglio dire, di ri-creazione: Dio quando interviene crea ex-novo: ôse uno Þ in Cristo, Þ una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuoveö (v. 17).
Quanto detto per la riconciliazione, vale anche per la ôespiazioneö. Cosa significa espiare? Chi espia?
LÆespiazione ebraica, il kippur, deriva dal verbo kipper, che significa ôpurificareö, ôperdonare i peccatiö, per cui il soggetto, il protagonista dellÆespiazione, lÆagente che opera non Þ lÆuomo, ma Dio. La traduzione greca, il verbo ilaskomai precisa ancora meglio il significato di tale azione: vuol dire ôpurificareö, ôperdonareö, ôusare graziaö. In sostanza Þ Dio che ôespiaö, contrariamente a quanto pensiamo, mentre noi ne siamo gli usufruitori.
EÆ esattamente ci‗ che abbiamo giÓ detto parlando della riconciliazione!

don Pompilio

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII (1.7.2962)

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_01071962_paenitentiam_it.html

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII (1.7.2962)
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA NELLA QUALE SI INVITA A FARE PENITENZA
PER IL BUON ESITO DEL CONCILIO (1)

Far penitenza dei propri peccati, secondo l’esplicito insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, costituisce per l’uomo peccatore il mezzo per ottenere il perdono e per giungere alla salvezza eterna. Appare quindi evidente quanto sia giustificato l’atteggiamento della chiesa cattolica, dispensatrice dei tesori della divina redenzione, la quale ha sempre considerato la penitenza come condizione indispensabile per il perfezionamento della vita dei suoi figli e per il suo miglior avvenire.
Per questo motivo, nella costituzione apostolica di indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo voluto rivolgere ai fedeli l’invito a prepararsi degnamente al grande avvenimento non solo con la preghiera e con la pratica ordinaria delle virtù cristiane, ma altresì con la volontaria mortificazione.(2)
Approssimandosi l’apertura del concilio, Ci sembra ben naturale rinnovare con maggior insistenza la stessa esortazione, poiché il Signore, pur essendo presente nella sua chiesa «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), si renderà allora ancor più vicino alle menti e ai cuori degli uomini attraverso la persona dei suoi rappresentanti secondo la sua stessa parola: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16).
Il concilio ecumenico, in realtà, essendo l’adunanza dei successori degli apostoli, cui il Salvatore divino affidò il mandato di ammaestrare tutte le genti, insegnando loro a osservare tutte le cose che egli aveva comandato (cf. Mt 28,19-20), vuol significare una più alta affermazione dei diritti divini sull’umanità redenta dal sangue di Cristo, e dei doveri che avvincono gli uomini al loro Dio e Salvatore.
Orbene, se interroghiamo i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, vediamo che ogni gesto di più solenne incontro tra Dio e l’umanità – per esprimerci con linguaggio umano – è stato sempre preceduto da un più suadente richiamo alla preghiera e alla penitenza. Infatti Mosè non consegna al popolo ebraico le tavole della legge divina se non quando esso ha fatto penitenza per i peccati di idolatria e di ingratitudine (cf. Es 32,6-35; 1 Cor 10,7). I profeti esortano incessantemente il popolo d’Israele a supplicare Dio con cuore contrito, per cooperare al compimento del disegno provvidenziale che accompagna tutta la storia del popolo eletto. Commovente è fra tutte la voce del profeta Gioele, che risuona nella sacra liturgia quaresimale: «Adesso dunque, dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime e nei sospiri. E squarciate i cuori vostri, e non le vostre vesti. Tra il vestibolo e l’altare i sacerdoti ministri del Signore giungeranno, e diranno: Perdona, o Signore, perdona al tuo popolo: e non abbandonare la tua eredità all’obbrobrio di essere dominata dalle nazioni» (Gioele 2,12-13.17).

I. La penitenza nell’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli
Anziché attenuarsi, tali inviti alla penitenza si fanno più solenni con la venuta del Figlio di Dio sulla terra. Ecco, infatti, che Giovanni Battista, il precursore del Signore, dà inizio alla sua predicazione col grido: «Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,1). E Gesù stesso non esordisce il suo ministero con l’immediata rivelazione delle sublimi verità della fede ma con l’invito a purificare la mente e il cuore da quanto potrebbe impedire la fruttuosa accoglienza della buona novella: «Da lì in poi cominciò Gesù a predicare e a dire: Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Più ancora che i profeti, il Salvatore esige dai suoi ascoltatori il cambiamento totale dello spirito, nel riconoscimento sincero e integrale dei diritti di Dio: «Ecco il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21); la penitenza è forza contro le forze del male; ci insegna lo stesso Gesù Cristo: «Il regno dei cieli si acquista con la forza, ed è preda di coloro che usano violenza» (Mt 11,12).
Uguale richiamo risuona nella predicazione degli apostoli. San Pietro, infatti, così parla alle turbe dopo la pentecoste, allo scopo di disporle a ricevere anch’esse il sacramento della rigenerazione in Cristo e i doni dello Spirito Santo: «Fate penitenza, e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). E l’apostolo delle genti ammonisce i romani che il regno di Dio non consiste nella prepotenza e negli sfrenati godimenti dei sensi, ma nel trionfo della giustizia e della pace interiore: «Poiché il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo» (Rm 14,17-18).
Non si deve credere che l’invito alla penitenza sia rivolto soltanto a coloro che devono entrare a far parte per la prima volta del regno di Dio. Tutti i cristiani, in realtà, hanno il dovere e il bisogno di far violenza a se stessi, o per respingere i propri nemici spirituali, o per conservare l’innocenza battesimale, o per riacquistare la vita della grazia perduta con la trasgressione dei divini precetti. Se è vero, infatti, che tutti coloro che sono divenuti membri della chiesa col santo battesimo partecipano della bellezza che Cristo le ha conferito, secondo le parole di san Paolo: «Cristo amò la chiesa, e diede se stesso per lei, allo scopo di santificarla, mondandola con la lavanda di acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la chiesa vestita di gloria, senza macchia e senza ruga, o altra tal cosa; ma che sia santa e immacolata» (Ef 5,26-27); è vero altresì che quanti hanno macchiato con gravi colpe la candida veste battesimale devono temere grandemente i castighi di Dio se non procurano di tornare a farsi candidi e splendenti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,14) col sacramento della penitenza e la pratica delle virtù cristiane. Anche ad essi quindi è indirizzato il severo monito dell’apostolo san Paolo: «Se uno che viola la legge di Mosè, sulla deposizione di due o tre testimoni, muore senza alcuna remissione: quanto più acerbi supplizi pensate voi, che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue dell’alleanza, in cui fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito della grazia? … È cosa orrenda cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,28-30).

I. 1 Il pensiero e la prassi della Chiesa
Venerabili fratelli, la chiesa, sposa diletta del Salvatore divino, è sempre rimasta santa e immacolata in se stessa per la fede che la illumina, i sacramenti che la santificano, le leggi che la governano, i numerosi membri che l’abbelliscono col decoro di eroiche virtù. Ma vi sono anche dei figli dimentichi della loro vocazione ed elezione, che deturpano in se stessi la celestiale bellezza e non riflettono in se medesimi le divine sembianze di Gesù Cristo.
Ebbene a tutti, più che parole di rimprovero e di minaccia, Noi amiamo rivolgere la paterna esortazione a tener presente questo confortante insegnamento del concilio di Trento, eco fedelissima della dottrina cattolica: «Rivestiti di Cristo, infatti, nel battesimo (Gal 3,27), per mezzo di esso diventiamo una creatura affatto nuova ottenendo la piena e integrale remissione di tutti i peccati; a tale novità e integrità, tuttavia, non possiamo arrivare per mezzo del sacramento della penitenza, senza nostro grande dolore e fatica, essendo ciò richiesto dalla divina giustizia, di modo che la penitenza giustamente è stata chiamata dai santi padri « un certo laborioso battesimo »».(3)

I. 2 L’esempio nei precedenti Concili
Il richiamo alla penitenza, dunque, come strumento di purificazione e di spirituale rinnovamento, non deve risonare come voce nuova all’orecchio del cristiano, ma come invito di Gesù stesso, che è stato sovente ripetuto dalla chiesa attraverso la voce della sacra liturgia, dei santi padri e dei concili. Così è da secoli che la chiesa supplica Dio nel tempo di quaresima: «L’anima nostra, che si castiga frenando la carne, viva presso di te con il desiderio di possederti»,(4) e anche: «Fa’ che, mitigando gli affetti terreni, comprendiamo più facilmente le cose celesti».(5)
Non vi è quindi da meravigliarsi se i Nostri predecessori, nel preparare la celebrazione dei concili ecumenici, si siano preoccupati di esortare i fedeli alla penitenza salutare. Ci basti ricordare alcuni esempi. Innocenzo III, approssimandosi il concilio Lateranense IV, esortava i figli della chiesa con queste parole: «All’orazione si aggiunga il digiuno e l’elemosina, affinché per mezzo di queste due ali la nostra preghiera più facilmente e più celermente voli alle orecchie di Dio misericordiosissimo, ed egli ci esaudisca benevolmente nel momento opportuno».(6) Gregorio X, con una lettera indirizzata a tutti i suoi prelati e cappellani, dispose che la solenne apertura del II Concilio Ecumenico di Lione fosse preceduta da tre giorni di digiuno.(7) Pio IX infine esortò tutti i fedeli, affinché nella purificazione dell’animo da ogni macchia di colpa o reato di pena, si preparassero degnamente e in perfetta letizia alla celebrazione del concilio ecumenico Vaticano: «Poiché è cosa manifesta che le preghiere degli uomini sono più accette a Dio, se costoro si rivolgeranno a lui con cuore mondo, cioè con l’animo purificato da ogni colpa».(8)

II. Opportuni suggerimenti in preparazione al Concilio Ecumenico Vaticano II
Seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, Noi pure, venerabili fratelli, desideriamo ardentemente invitare tutto il mondo cattolico – clero e laicato – a prepararsi alla grande celebrazione conciliare con la preghiera, le buone opere e la penitenza. E poiché la preghiera pubblica è il mezzo più efficace per ottenere le grazie divine, secondo la promessa stessa di Cristo: «Dove sono due o tre adunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), bisogna dunque che i fedeli tutti siano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) come nei primi tempi della chiesa, e impetrino da Dio con la preghiera e la penitenza che questo straordinario avvenimento produca quei frutti salutari, che sono nell’attesa di tutti; e cioè un tale ravvivamento della fede cattolica, un tale rifiorimento di carità e incremento del costume cristiano, che risvegli anche nei fratelli separati un vivo ed efficace desiderio di unità sincera e operosa, in un unico ovile sotto un solo pastore (cf. Gv 10,16).
A questo scopo esortiamo voi, venerabili fratelli, a indire in ogni parrocchia delle diocesi a ciascuno di voi affidate, nella immediata vicinanza del concilio stesso, una solenne novena in onore dello Spirito Santo per invocare sui padri del concilio l’abbondanza dei celesti lumi e delle divine grazie. A tale riguardo, vogliamo mettere a disposizione dei fedeli i beni del tesoro spirituale della chiesa, e perciò a tutti coloro che prenderanno parte alla novena suddetta verrà concessa l’indulgenza plenaria, da lucrarsi secondo le consuete condizioni.
Sarà anche opportuno indire nelle singole diocesi una funzione penitenziale propiziatoria. Questa funzione dovrà essere un fervido invito, accompagnato con un particolare corso di predicazione, ad opere di misericordia e di penitenza, con cui tutti i fedeli cerchino di propiziare Dio onnipotente e di implorare da lui quel vero rinnovamento dello spirito cristiano, che è uno degli scopi precipui del concilio. Infatti, giustamente osservava il Nostro predecessore Pio XI di venerata memoria: «La preghiera e la penitenza sono i due mezzi messi a disposizione da Dio nella nostra età per ricondurre ad esso la misera umanità qua e là errante senza guida; sono essi che tolgono via e riparano la causa prima e principale di ogni sconvolgimento, cioè la ribellione dell’uomo a Dio».(9)

II. 1 Necessità della penitenza interna ed esterna
Anzitutto è necessaria la penitenza interiore, cioè il pentimento e la purificazione dei propri peccati, che si ottiene specialmente con una buona confessione e comunione e con l’assistenza al sacrificio eucaristico. A questo genere di penitenza dovranno essere invitati tutti i fedeli durante la novena allo Spirito Santo. Sarebbero vane infatti le opere esteriori di penitenza, se non fossero accompagnate dalla mondezza interiore dell’animo e dal sincero pentimento dei propri peccati. In questo senso si deve intendere il severo monito di Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Che Dio allontani questo pericolo da tutti quelli che ci furono consegnati!
Inoltre i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri. Infatti lo stesso san Paolo, che era salito al terzo cielo e aveva raggiunto i vertici della santità, non esita ad affermare di se stesso: «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1 Cor 9,27); e altrove ammonisce: «Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocefisso la carne con le sue voglie» (Gal 5,24). E sant’Agostino insiste sulle stesse raccomandazioni in questa maniera: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell’umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine».(10)
La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato, nel nostro lavoro quotidiano e nell’esercizio delle virtù cristiane. Questa necessaria penitenza non solo vale a purificarci, a renderci propizio il Signore e a impetrare il suo aiuto per il felice e fruttuoso esito del prossimo concilio ecumenico, ma rende altresì più leggeri e quasi soavi le nostre pene, in quanto ci mette dinanzi la speranza del premio eterno: «Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria, che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18).

II. 2 Cooperare alla divina redenzione
Oltre le penitenze che dobbiamo necessariamente affrontare per i dolori inevitabili di questa vita mortale, bisogna che i cristiani siano così generosi da offrire a Dio anche mortificazioni volontarie, ad imitazione del nostro divin Redentore, il quale, secondo l’espressione del principe degli apostoli: «Una volta per tutte morì per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, allo scopo di condurci a Dio, messo a morte nella carne, ma reso alla vita nello spirito» (1 Pt 3,18). «Poiché, dunque, Cristo patì nella carne, armiamoci anche noi del medesimo pensiero» (cf. 1 Pt 4,1). Siano in ciò di esempio e di incitamento anche i santi della chiesa, le cui mortificazioni inflitte al loro corpo spesso innocentissimo ci riempiono di meraviglia e quasi ci sbigottiscono. Davanti a questi campioni della santità cristiana, come non offrire al Signore qualche privazione o pena volontaria da parte anche dei fedeli, che forse hanno tante colpe da espiare? Esse sono tanto più gradite a Dio, in quanto non vengono dall’infermità naturale della nostra carne e del nostro spirito, ma sono spontaneamente e generosamente offerte al Signore in olocausto di soavità.
È noto infine che il concilio ecumenico tende a incrementare da parte nostra l’opera della redenzione, che nostro Signore Gesù Cristo, «offertosi di sua spontanea volontà» (Is 53,7), è venuto a portare fra gli uomini non solo con la rivelazione della sua celeste dottrina, ma anche con lo spargimento volontario del suo sangue prezioso. Orbene, potendo ciascuno di noi affermare con san Paolo apostolo: «Godo di quel che patisco … e do compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo, a pro del corpo di lui, che è la chiesa» (Col 1,24), dobbiamo dunque godere anche noi di poter offrire a Dio le nostre sofferenze «per l’edificazione del corpo di Cristo» (Ef 4,12), che è la chiesa. Ci dobbiamo sentire anzi quanto mai lieti e onorati di essere chiamati a questa partecipazione redentrice della povera umanità, troppo spesso deviata dalla retta via della verità e della virtù.
Molti, purtroppo, invece della mortificazione e del rinnegamento di sé imposti da Gesù Cristo a tutti i suoi seguaci con le parole: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23), cercano piuttosto sfrenatamente i piaceri terreni, e deturpano e infiacchiscono le energie più nobili dello spirito. Contro questo modo di vivere sregolato, che scatena spesso le passioni più basse e porta a grave pericolo della salvezza eterna, bisogna che i cristiani reagiscano con la fortezza dei martiri e dei santi, che sempre hanno illustrato la chiesa cattolica. In tal modo tutti potranno contribuire, secondo il loro stato particolare, alla migliore riuscita del Concilio Ecumenico Vaticano II, che deve appunto portare a un rifiorimento della vita cristiana.

II. 3 Inviti conclusivi
Dopo queste paterne esortazioni, Noi confidiamo, venerabili fratelli, che non solo voi stessi con entusiasmo le accoglierete, ma stimolerete altresì ad accoglierle i Nostri figli del clero e del laicato sparsi in tutto il mondo. Se infatti, come è nell’aspettazione di tutti, il prossimo concilio ecumenico dovrà apportare un grandissimo incremento della religione cattolica; se in esso risonerà in modo ancor più solenne la «parola del regno», di cui si parla nella parabola del seminatore (Mt 13,19); se vogliamo che per mezzo di esso il «regno di Dio» si consolidi e si estenda sempre più nel mondo: il buon esito di tutto questo dipenderà in gran parte dalle disposizioni di coloro cui saranno rivolti i suoi insegnamenti di verità, di virtù, di culto pubblico e privato verso Dio, di disciplina, di apostolato missionario.
Perciò, venerabili fratelli, adoperatevi senza indugio con ogni mezzo che è in vostro potere, affinché i cristiani affidati alle vostre cure purifichino il loro spirito con la penitenza e si accendano a maggior fervore di pietà; di modo che la «buona semente», che in quei giorni sarà più largamente e abbondantemente sparsa, non venga da essi dispersa né soffocata, ma sia accolta da tutti con animo ben disposto e perseverante, ed essi dal grande avvenimento traggano copiosi e duraturi frutti per la loro eterna salvezza.
Da ultimo, Noi pensiamo che al prossimo concilio si possono giustamente applicare le parole dell’apostolo: «Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). Ma risponde ai disegni della provvidenza di Dio, che vengano distribuiti i suoi doni secondo le disposizioni d’animo di ciascuno. Pertanto coloro che vogliono essere filialmente docili a Noi che da lungo tempo Ci sforziamo di preparare i cuori dei cristiani a questo grandioso evento, diligentemente prestino attenzione anche a questo Nostro ultimo invito. Perciò dietro il Nostro e vostro esempio, venerabili fratelli, i fedeli – e in primo luogo i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i fanciulli, gli ammalati, i sofferenti – innalzino suppliche e compiano opere di penitenza, allo scopo di ottenere da Dio alla sua chiesa quell’abbondanza di lumi e di aiuti soprannaturali, di cui in quei giorni avrà speciale bisogno. Come, infatti, possiamo pensare che Dio non si muova a larghezza di celesti grazie, quando dai suoi figli riceve tale abbondanza di doni che spirano fervore di pietà e profumo di mirra?
Inoltre, tutto il popolo cristiano, in ossequio alla Nostra esortazione, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l’animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuranza dei loro doveri religiosi.
Se tutto ciò si avvererà, come è nei Nostri desideri, e voi potrete muovere dalle vostre diocesi verso Roma per la celebrazione del concilio recando con voi un così ricco tesoro di beni spirituali, si potrà legittimamente sperare che sorga una nuova e più fausta era per la chiesa cattolica.
Sorretti da questa speranza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al popolo affidati alle vostre cure, l’apostolica benedizione, pegno dei celesti favori e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.
Roma, presso San Pietro, il 1° luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C., anno IV del Nostro pontificato.

GIOVANNI PP. XXIII 

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