Archive pour mars, 2014

Chagall, Study to « Song of Song II »

Chagall,  Study to

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Publié dans:immagini sacre |on 31 mars, 2014 |Pas de commentaires »

SANT’EFREM IL SIRO: UN POETA CHE CELEBRA LA BELLEZZA DELLA MADONNA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/catechesi/08-09/01-Efrem_il_Siro.html

SANT’EFREM IL SIRO: UN POETA CHE CELEBRA LA BELLEZZA DELLA MADONNA

Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Testori… una lunghissima lista di poeti che hanno cantato la Madonna nei loro componimenti. Chi non ricorda le parole ispirate di Dante, nella preghiera alla Vergine che San Bernardo pronuncia nel canto XXXIII del Paradiso e che inizia con il celebre verso: “Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio”?
Sembra che nessun grande poeta nella storia della letteratura italiana abbia potuto resistere all’incanto che proviene dalla Madonna. Non ci sorprendiamo. La poesia è traduzione in parole dei frammenti della bellezza che il poeta, con la sua ispirazione, riesce a mettere insieme. La Madonna è la creatura in cui tutta la Bellezza si è raccolta.

Il primo poeta di Maria
Uno dei Padri della Chiesa, vissuti nel IV secolo, è, in ordine cronologico, il primo dei poeti mariani, quello che ha aperto la strada a tanti altri, di tutte le epoche e di tutte le lingue. Questo Padre della Chiesa si chiama Efrem. È un nome inusuale. Infatti egli è siriano, nativo di Nibisi, un’antichissima città che oggi si trova in Iraq. I cristiani della Siria e della Mesopotamia lo hanno sempre ritenuto un grande dottore e, ancora oggi, pur in mezzo alle immani difficoltà che devono affrontare, lo venerano con devozione.
I suoi componimenti, che assommano addirittura tre milioni di versi, sono ricchi di afflato mistico elevato al punto che Efrem è stato chiamato “la cetra dello Spirito Santo”. Se tutte le poesie scritte da Efrem sono dotate di bellezza, quelle in cui parla della Madonna sono veramente incantevoli perché sgorgano da un cuore teneramente filiale e così ad Efrem è stato giustamente attribuito anche il titolo di “il cantore di Maria”.
Efrem non è un teologo speculativo che scopre nuove idee. Egli, piuttosto, riferisce il contenuto tradizionale della fede, soprattutto i racconti della Bibbia, ma riveste questa materia di immagini liriche ed in questa sua capacità risiede il suo valore.

Tutto in me e tutto ovunque
Come i lettori assidui di “Maria Ausiliatrice” ricorderanno, già altri scrittori cristiani prima di Efrem, come Giustino ed Ireneo, avevano paragonato Maria ad Eva per mostrare, attraverso la contrapposizione, il ruolo esercitato dalla Madonna nella storia della salvezza. Efrem riprende lo stesso tema ma lo presenta con immagini poetiche veramente ispirate: “Guarda il mondo: due occhi ha avuto. Eva, l’occhio sinistro, quello cieco; Maria, occhio luminoso, quello destro. Per colpa dell’occhio sinistro si ottenebrò il mondo e rimase buio. Ma mediante Maria, occhio destro, s’illuminò il mondo con la luce celeste che abitò in lei e gli uomini ritrovarono l’unità”.
Quando vuole affermare la verginità di Maria, un articolo della fede alla quale la Chiesa ha sempre aderito, Efrem non propone dei ragionamenti per confutare gli avversari di questa verità, ma canta questo grande mistero rielaborando in modo poetico delle immagini tratte dalla Bibbia, come quella del roveto ardente che non si consuma: “Come il Sinai, io t’ho portato e non fui incendiata dal tuo fuoco tremendo, la tua fiamma non mi consumò”. Forse, tra i cristiani, non c’è celebrazione più dolce ed amata di quella del santo Natale. Tutti ci commuoviamo dinanzi al Presepe, anche le persone più severe e, persino, violente.
Naturalmente questo accade anche al nostro poeta siriano, Efrem, il quale, contemplando gli eventi accaduti a Betlemme, si lascia trasportare dal suo fervore religioso e poetico e mette sulla bocca della Madonna questi versi, una specie di ninna-nanna della Madre di Dio al Suo Bambino, che adora: “Maria effondeva il suo cuore con inimitabili accenti e cantava il suo canto di culla:
«Chi mai diede alla solitaria di concepire e dare alla luce colui che insieme è uno e molti, piccolo e grande, tutto in me e tutto dovunque? Il giorno in cui Gabriele entrò presso di me povera, in un istante mi ha fatto signora ed ancella. Perché io sono ancella della tua divinità, ma anche madre della tua umanità, o Signore e Figlio mio!»”.

Compartecipe della gloria
Qualche volta Efrem aggiunge dei particolari che non sono riportati nei Vangeli. Potremmo dire che si permette delle “licenze poetiche”. Una di queste è veramente felice e appare ragionevolmente vera. Si tratta della credenza secondo la quale il Signore Risorto sia apparso subito a sua Madre. Scrive Efrem: “Va’, di’ ai miei fratelli: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro».
Maria, come fu presente al primo miracolo, così ebbe le primizie della risurrezione dagli inferi”. Molti santi ed alcuni mistici hanno confermato questa opinione, molto radicata nella pietà popolare: Maria, come fu partecipe del dolore del Crocifisso, così per prima dovette gioire della gioia del Risorto. I poeti certe volte sono grandi teologi. Efrem ne è una dimostrazione.

Un prodigio la Madre Tua!
Nel far vibrare le corde del suo cuore, che sembra che non si stanchi mai di celebrare la bellezza e la grandezza di Maria, intuisce che c’è una profonda somiglianza tra la Madonna e la Chiesa. Entrambe sono accomunate da molteplici tratti. Come sempre, Efrem esprime questi concetti con la sua arte, delicata e robusta allo stesso tempo, impregnata di reminiscenze bibliche. “La Chiesa ci ha dato il pane vivo, al posto di quegli azimi che aveva dato l’Egitto. Maria ci ha dato il pane che nutre veramente, invece del pane della fatica che Eva ci aveva procurato”.
Un illustre studioso di Efrem e di tutta l’antica letteratura cristiana in lingua siriaca (una lingua molto simile a quella che parlava Gesù, l’aramaico), ha detto che per questo Padre della Chiesa la Vergine Santa è per lui una persona alla quale si sente intimamente legato e verso la quale si ritiene obbligato da un debito di immensa riconoscenza per il contributo offerto dalla Madonna alla salvezza dell’umanità. Efrem si sente attratto dalla Madonna.
Il mistero che promana dalla sua figura lo riempie di ammirazione e di stupore: “Nessuno, o Signore sa come chiamare la madre tua. Se la chiama Vergine, vi è la presenza del Figlio; se la chiama sposa, si rende conto che nessuno l’ha conosciuta. Un prodigio è la Madre tua! Il seno della madre tua ha sovvertito l’ordine delle cose. Il Creatore di tutte le cose vi entrò ricco e ne uscì mendicante. C’è un bambino nell’utero e il sigillo verginale rimase illeso. O grande portento!”. Efrem, pur esprimendosi con immacolato rispetto, si rivolge a Lei con quella confidenza da cui nasce la preghiera fiduciosa, come quella che riportiamo di seguito a conclusione della nostra presentazione del pensiero mariologico di Efrem il Siro, e che sembra anticipare di secoli, altre preghiere accorate alla Madre di Dio, composte da altri santi:
“O Maria, nostra mediatrice, in te il genere umano ripone tutta la sua gioia. Da te attende protezione. In te solo trova il suo rifugio. Ed ecco, anch’io vengo a te con tutto il mio fervore, perché non ho coraggio di avvicinarmi a tuo Figlio: pertanto imploro la tua intercessione per ottenere salvezza. O tu che sei compassionevole, o tu che sei la Madre del Dio di misericordia, abbi pietà di me”.

Roberto SPATARO
Studium Theologicum Salesianum / Gerusalemme

GIOVANNI PASCOLI – « E GESÙ RIVEDEVA, OLTRE IL GIORDANO… »

http://www.moscati.it/Italiano/Pascoli_MG.html

GIOVANNI PASCOLI

« E GESÙ RIVEDEVA, OLTRE IL GIORDANO… »

COMMENTO DI MONICA GAUDIOSI

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte
delle case, dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.

Egli si assise all’ombra d’una meta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sotterra il seme, non sarà chi mieta.

Egli parlava di granai ne’ Cieli:
e voi, fanciulli, intorno a lui correste
con nelle teste brune aridi steli.

Egli stringeva al seno quelle teste
brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,temo per l’inconsutile tua veste.

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:
– Il figlio – Giuda bisbigliò veloce –
d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra’ piedi:

Barabba ha nome il padre suo, che in croce
morirà. – Ma il Profeta, alzando gli occhi,
– No –, mormorò con l’ombra nella voce;

e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.
———————————

Una trama invisibile sottende le nostre vite, non frutto del caso ma di un’intelligenza suprema che crea, conserva e guida come la trama che sottende questa poco nota poesia di Giovanni Pascoli intitolata Gesù. Una trama di amore « passionale » che spinge Gesù ad andare incontro alla morte di croce, anche accettando di sottomettersi alla sorte di un pregiudicato.
Affiora il simbolismo di Pascoli attraverso scene campestri dall’aspetto mosso a causa della mietitura, scene quotidiane di fanciulli che giocano e di donne che siedono sulle porte salutandolo come « Profeta ».
Noi, provenienti da studi scolastici che ormai non comprendono questa composizione, d’altra parte poco conosciuta, siamo colti da meraviglia nell’apprendere come la sensibilità poetica di Pascoli sapesse creare versi così profondi su Gesù che, davvero profetico e « rivoluzionario » va consapevole incontro alla sua missione prendendo un bimbo sopra i suoi ginocchi, il figlio di quel Barabba che la folla sceglierà condannando Gesù alla croce.
Pascoli ci mostra Gesù già consapevole del giorno della passione che avanza repentinamente e che gli sarà riservato. Un Gesù che trasfigura i ricordi del Giordano, acque da lui santificate con la sua immersione, mentre riceve il battesimo di Giovanni. Lontano quel giorno in cui lo Spirito Santo rivelava la sua vera identità di Figlio di Dio… lontano dal momento presente che vede campi già « vissuti » dopo il lavoro della mietitura.
Valorizzando scene strappate alla quotidianità le donne vedendo passare Gesù, lo salutano dalle loro case riconoscendolo come Profeta, ma la sua mente va già al giorno del suo sacrificio… La morte incalza e si fa più vicina… e Gesù pensa a quel giorno in cui disconosciuto Profeta sarà.
Ma se il chicco di grano non muore sottoterra non porta frutto, così sarà per lui, se non andrà incontro alla morte invano sarà vissuto. Il pensiero e le parole di Gesù, sebbene umane, portano con sé sempre il riflesso del suo essere Divino, della sua libera accettazione della volontà del Padre: è lui il seme, è il Cielo il campo che contiene il raccolto abbondante della sua passione e noi siamo i frutti del Suo seminare.
Amato e ricercato da quei fanciulli dalle brune teste che vengono dai campi portando resti di steli aridi, mietuti, fra i capelli, egli li abbraccia disdegnando le premurose e quanto mai umane raccomandazioni e preoccupazioni di coloro che aveva scelto capi e portatori del suo messaggio. L’uno temendo per l’inconsutile veste, cioè per la sua preziosa tunica, l’altro avvertendolo, con un senso morale ristretto e troppo umano, che uno dei bambini che egli accarezza è figlio di un criminale, di Barabba. Ma Gesù pensa piuttosto a quanto ha sempre costituito il cuore del suo messaggio: l’Amore, che come l’universo abbraccia il mondo, esortando tutti a « rinascere » per divenire « eredi » del Regno del Cielo: « chi si fa piccolo come un bambino avrà parte all’eredità del Cielo ».
È in accordo con la sua missione che, infine, Gesù abbraccia proprio il figlio di colui che sa essere di Barabba, quel malfattore e ladro a cui verrà preferito dalla folla, mentre gli si riserverà in cambio il supplizio della croce!
Nelle nostre orecchie come un eco di quella voce che Gesù già sa di dover udire… di urla provenienti dalle folle in rissa: chi volete, Barabba o Gesù? L’innocente o il malfattore? La sorte per Barabba è certa, la croce lo attende, ma Gesù profetizza: « No »… e con voce sommessa prende il bimbo, figlio di quell’uomo, sui suoi ginocchi.
La poesia si chiude con questa immagine del bambino che Gesù accarezza, quasi a farci pensare che tutto in Lui si conclude con la più grande sottomissione, con il più grande abbandono alla volontà del Padre, facendosi uno con l’Amore del Padre che, attraverso il Figlio, stringe al suo seno tutti coloro che, facendosi « piccoli », sono da Lui ammaestrati e condotti a rinascere a nuova vita, ad essere « veraci » testimoni della sua morte e risurrezione.

Publié dans:Letteratura italiana |on 31 mars, 2014 |Pas de commentaires »

A man born blind

A man born blind dans immagini sacre healing-the-man-born-blind-fragment-1311

http://friarmusings.wordpress.com/2014/03/27/a-man-born-blind-interrogation/

Publié dans:immagini sacre |on 28 mars, 2014 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 SAMUELE 16,1B.4.6-7.10-13A

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Samuele%2016,1-13

BRANO BIBLICO SCELTO

1 SAMUELE 16,1B.4.6-7.10-13A

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: 1 « Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da lesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re ». 4 Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. 6 Quando Iesse e i suoi figli gli furono davanti, egli osservò Eliàb e chiese: « È forse davanti al Signore il suo consacrato? ».
7 Signore rispose a Samuele: « Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore ». 10 Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: « Il Signore non ha scelto nessuno di questi ».
11Samuele chiese a lesse: « Sono qui tutti i giovani? ». Rispose Iesse: « Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge ». Samuele ordinò a lesse: « Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui ». 12 Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto.
Disse il Signore: « Alzati e ungilo: è lui! ». 13 Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi.

COMMENTO
1 Samuele 16,1-13
Unzione di Davide

Il primo libro di Samuele si può dividere in tre grandi parti. La prima consiste nel ciclo che ha come protagonista Samuele, il personaggio dal quale lo scritto prende nome (1Sam 1-7); nella seconda parte (1Sam 8-15) si narra l’introduzione della monarchia, con la quale è strettamente collegata la storia del primo re, Saul. La terza parte del libro (1Sam 16-31; 2Sam 1) racconta le vicende che hanno portato Davide sul trono di Giuda e di Israele. Questa parte ha inizio con l’unzione di Davide come re successore di Saul, ormai rifiutato da Dio (1Sam 16,1-13). La liturgia propone questo brano con qualche taglio che lo rende più breve e scorrevole.
Il Signore dice a Samuele di non preoccuparsi più di Saul e gli ordina di riempire d’olio il suo corno e di recarsi da un certo Iesse, residente a Betlemme, per ungere come re uno dei suoi figli (v. 1). In questo contesto Iesse è un personaggio sconosciuto, che nel libro di Rut è presentato come un discendente di Giuda, figlio di Obed e padre di Davide (Rt 4,17-22; cfr. Is 11,1.10). Di fronte a questo ordine Samuele è perplesso perché teme che Saul si insospettisca e lo uccida. Dio allora gli suggerisce di prendere occasione da un sacrificio per presentarsi a Betlemme e incontrare la famiglia di Iesse; Dio stesso si incaricherà di fargli conoscere chi è colui che dovrà ungere come re.
Samuele fa quello che il Signore gli aveva comandato e va a Betlemme; gli anziani della città gli vengono incontro trepidanti e gli chiedono: «È pacifica la tua venuta?» (v. 4). La domanda degli anziani presuppone che il profeta possa portare l’annunzio non solo di qualche evento favorevole (shalom, pace) ma anche di qualche sventura che si sarebbe abbattuta sulla popolazione. Samuele li rassicura e dice che è venuto per un sacrificio, al quale invita anche Iesse e i suoi figli (v. 5).
Inizia qui la procedura per scoprire quale dei giovani sia stato scelto da Dio. Il primo, Eliab, ha tutte le caratteristiche che, umanamente parlando, dovrebbero essere proprie di un re (v. 6). Samuele pensa subito che si tratti della persona scelta da Dio, ma questi lo smentisce con queste parole: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (v. 7). Si suppone che il giovane fosse di bel aspetto e di alta statura, ma queste caratteristiche non sono tali da farne l’eletto di Dio. Il criterio della scelta divina sembra qui in contrasto con quello adottato per Saul, il quale era un uomo di alta statura (1Sam 10,23-24) e un valoroso soldato (9,2): si può supporre che siano state proprio le sue eccellenti caratteristiche a farlo inorgoglire a causarne la caduta. Ora Dio prende invece come criterio della sua scelta il cuore dell’uomo. È dal cuore che provengono le scelte e le decisioni fondamentali della vita: per questo l’israelita deve amare Dio con tutto il cuore (Dt 6,5). Solo Dio, che conosce il cuore dell’uomo (cfr. Gb 10,4; Sal 147,10-11; Pr 15,11; Ger 11,20), potrà indicare chi è l’eletto.
Viene poi presentato a Samuele il secondogenito, poi il terzogenito, ma ambedue sono scartati (vv. 8-9). Lo stesso si verifica anche per gli altri fratelli (v. 10). Samuele chiede allora a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Iesse risponde: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Sembra che per Iesse questo ragazzino non sia neppure da prendere in considerazione. Ma Samuele gli dice: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui» (v. 11). Egli lo manda a chiamare, e il narratore lo descrive così: «Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto». Allora il Signore dice a Samuele: «Alzati e ungilo: è lui!». Il racconto termina così: «Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi. Samuele si alzò e andò a Rama» (vv. 12-13). L’unzione era il rito con il quale venivano intronizzati i re di Israele. In forza dell’unzione il re riceveva l’appellativo di «Messia», unto, in greco Christos, appellativo che dopo l’esilio sarà riservato al re degli ultimi tempi. Lo Spirito era una prerogativa dei Giudici (cfr. Gdc 3,10) e del primo re Saul (cfr. 1Sam 10,6), ma in questi casi si trattava di una presenza solo temporanea. Ora invece Davide riceve il dono della Spirito in modo continuativo in quanto per tutta la sua vita godrà del favore di JHWH.

Linee interpretative
L’unzione ufficiale di Davide come re di Giuda e poi di tutto Israele avverrà successivamente (2Sam 2,4; 5,3). Questo racconto, che con ogni probabilità risale alla redazione finale del libro, ha invece lo scopo di mettere tutta la vicenda di Davide sotto il segno dell’elezione divina. Ciò era particolarmente importante per un personaggio che si è fatto avanti in contrasto con il re legittimo e poteva essere considerato come un usurpatore. Ciò che egli compirà in seguito, anche se poco raccomandabile dal punto di vista della morale jahwista, apparirà quindi come parte di un piano provvidenziale in forza del quale egli sarà il capostipite della dinastia regale di Giuda e il progenitore del Messia.
Spesso si trova nella Bibbia, soprattutto nei racconti riguardanti i patriarchi, l’idea secondo cui Dio antepone il secondogenito al primogenito, capovolgendo così i criteri umani che riservavano al primogenito particolari privilegi. Davide invece non viene scelto perché è l’ultimogenito, ma perché il suo cuore è fedele a Dio. Egli infatti sarà qualificato come colui che è stato fedele a Dio con tutto il cuore (cfr. 1Re 3,6; 14,8; 15,3). Egli dunque rappresenta un ideale di sovrano che in seguito non ha trovato imitatori, se non in qualche misura Ezechia e Giosia. Per la sua fedeltà a Dio, Davide diventa figura del Messia, cioè dell’Unto di Dio che sarà inviato negli ultimi tempi per portare la salvezza definitiva al suo popolo.

SANT’AGOSTINO -OMELIA 17 – GUARIGIONE DI UN PARALITICO ALLA PISCINA PROBATICA

http://www.augustinus.it/italiano/commento_vsg/index2.htm

SANT’AGOSTINO -OMELIA 17

GUARIGIONE DI UN PARALITICO ALLA PISCINA PROBATICA.

Discendere nell’acqua agitata significava credere umilmente nella passione del Signore. In essa veniva guarito uno solo per significare l’unità. Non veniva guarito nessun altro, perché chiunque si separi dall’unità, non può essere guarito.

[Il paralitico guarito simbolo di unità.]
1. Non ci si dovrebbe meravigliare che Dio abbia compiuto un miracolo; ci sarebbe da meravigliarsi se lo avesse compiuto un uomo. Dovrebbe riempirci di meraviglia e di gaudio più il fatto che il Signore e salvatore nostro Gesù Cristo sia diventato uomo, che non il fatto che egli abbia compiuto cose divine in mezzo agli uomini. E’ più importante per la nostra salvezza ciò che egli si è fatto per gli uomini, che non ciò che ha fatto tra gli uomini; e conta più l’aver guarito i vizi delle anime che non l’aver guarito le malattie dei corpi mortali. Ma siccome l’anima stessa non conosceva colui che doveva guarirla, e aveva nella carne occhi per vedere i fatti fisici mentre non aveva ancora occhi sani nel cuore per conoscere Dio che era nascosto, il Signore fece delle cose che essa poteva vedere, per guarire quegli altri occhi che non erano capaci di vederlo. Egli entrò in un luogo dove giaceva una grande moltitudine d’infermi, ciechi, zoppi, paralitici; e siccome era il medico delle anime e dei corpi, ed era venuto per guarire tutte le anime dei credenti in lui, fra tutti ne scelse uno da guarire, a significare l’unità. Se consideriamo superficialmente e secondo il modo umano d’intendere e di conoscere le cose, non troveremo qui né un grande miracolo se pensiamo alla potenza di lui, né un atto di grande bontà se pensiamo alla sua benignità. Erano tanti, gli infermi, e uno solo fu guarito: eppure il Signore, con una sola parola, avrebbe potuto rimetterli tutti in piedi. Che cosa dobbiamo concludere, se non che quella potenza e quella bontà operavano più con lo scopo che le anime intendessero attraverso i suoi gesti il senso che essi possiedono in ordine alla salute eterna, che non allo scopo di procurare un qualche beneficio ai corpi in ordine alla salute temporale? Perché la salute dei corpi, quella vera, che attendiamo dal Signore, si otterrà alla fine dei secoli quando risorgeranno i morti: allora, ciò che vivrà non morrà più, ciò che sarà guarito non si ammalerà più; chi sarà stato saziato non avrà più né fame né sete, ciò che allora sarà rinnovato non invecchierà più. Se consideriamo, adesso, i fatti operati dal Signore e salvatore nostro Gesù Cristo, vediamo che gli occhi dei ciechi che egli aprì, furono richiusi dalla morte, e le membra dei paralitici da lui ricompaginate, furono nuovamente disgregate dalla morte; e così tutta la salute ridonata temporaneamente alle membra mortali, alla fine è venuta meno, mentre l’anima che ha creduto è passata alla vita eterna. Con la guarigione di questo infermo il Signore ha voluto offrire un grande segno all’anima che avrebbe creduto, i cui peccati egli era venuto a rimettere e le cui infermità era venuto a guarire con la sua umiliazione. Intendo parlare come posso del profondo mistero di questo fatto e di questo segno, secondo che il Signore mi vorrà concedere, contando sulla vostra attenzione e sulla vostra preghiera in soccorso alla mia debolezza. Alla mia insufficienza supplirà il Signore, con l’aiuto del quale io faccio quello che posso.
2. So di avervi parlato più d’una volta di questa piscina che aveva cinque portici, nei quali giaceva una grande moltitudine di infermi: quanto dirò non sarà una cosa nuova per molti di voi. Non è inutile però ritornare sulle cose già dette: così chi non le conosce ancora potrà apprenderle, e chi le conosce potrà approfondirle. Non sarà necessario soffermarci a lungo: basterà una breve esposizione. Penso che quella piscina e quell’acqua significhino il popolo giudaico. Che le acque simboleggiano i popoli ce lo dice chiaramente Giovanni nell’Apocalisse, quando, essendogli state mostrate molte acque e avendo egli chiesto che cosa significassero, gli fu risposto che le acque sono i popoli (cf. Apoc 17, 15). Quell’acqua, dunque, cioè quel popolo, era circondato dai cinque libri di Mosè come da cinque portici. Ma quei libri erano destinati a rivelare l’infermità, non a guarire gli infermi. La legge infatti costringeva gli uomini a riconoscersi peccatori, ma non li assolveva. Perciò, la lettera senza la grazia creava dei colpevoli, che, riconoscendosi tali, sarebbero stati liberati dalla grazia. E’ quanto dice l’Apostolo: Se infatti fosse stata concessa una legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge. Perché, allora, è stata data la legge? Continua l’Apostolo: La Scrittura però ha tutto rinchiuso sotto il peccato, affinché ai credenti la promessa fosse concessa in virtù della fede in Gesù Cristo (Gal 3, 21-22). Niente di più chiaro. Non ci danno, forse, queste parole, la spiegazione dei cinque portici e della moltitudine degli infermi? I cinque portici rappresentano la legge. Perché i cinque portici non riuscivano a guarire gli infermi? Perché se fosse stata concessa una legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge. Perché non riuscivano a guarire quelli che contenevano? Perché la Scrittura ha rinchiuso tutto sotto il peccato, affinché ai credenti la promessa fosse concessa in virtù della fede in Gesù Cristo.
3. E come mai guarivano nell’acqua agitata, quanti non riuscivano a guarire nei portici? Infatti, si vedeva l’acqua improvvisamente agitata e non si vedeva chi era ad agitarla. E’ da credere che ciò avvenisse per virtù angelica, non senza allusione ad un mistero. Non appena l’acqua veniva agitata, il primo malato che riusciva ad immergervisi, guariva; dopo di lui, chiunque altro si gettasse nell’acqua, lo faceva inutilmente. Che significa questo, se non che è venuto un solo Cristo per il popolo giudaico e, con le sue grandi opere, con i suoi insegnamenti salutari, ha turbato i peccatori; con la sua presenza ha agitato le acque provocando la sua passione? Ma agitò l’acqua rimanendo nascosto. Infatti, se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1 Cor 2, 8). Scendere nell’acqua agitata significa, dunque, credere umilmente nella passione del Signore. Nella piscina veniva guarito uno solo a significare l’unità. Chiunque arrivasse dopo, non veniva guarito perché fuori dell’unità non si può guarire.

[Il significato sacro del numero quaranta.]
4. Vediamo ora che cosa ha voluto significare il Signore con quell’uno che solo fra tutti i malati guarì, allo scopo, come abbiamo già detto, di conservare il mistero dell’unità. Riscontrò negli anni della sua malattia un numero che simboleggiava l’infermità. Era ammalato da trentotto anni (Io 5, 5). Va spiegato un po’ meglio come questo numero si riferisca più alla malattia che alla guarigione. Fate attenzione, vi prego: il Signore mi aiuterà a parlare in modo adeguato, sicché voi possiate sentire quanto basta. Il quaranta è un numero sacro ed è simbolo di perfezione. Credo che ciò sia noto a vostra Carità. Lo attestano insistentemente le divine Scritture. Il digiuno, come sapete, ricevette il suo carattere sacro da questo numero. Mosè digiunò quaranta giorni (cf. Ex 34, 28), altrettanto Elia (cf. 3 Reg 19, 8), e lo stesso Signore e salvatore Gesù Cristo con il suo digiuno arrivò a questo numero di giorni (cf. Mt 4, 2). Ora, Mosè rappresenta la Legge, Elia i Profeti, il Signore il Vangelo. Per questo apparvero tutti e tre su quel monte, dove il Signore si mostrò ai discepoli sfolgorante nel volto e nella veste (cf. Mt 17, 1-3). Egli apparve in mezzo a Mosè ed Elia, quasi a significare che il Vangelo riceveva testimonianza dalla Legge e dai Profeti (cf Rom 3, 21). Tanto nella Legge, dunque, quanto nei Profeti e nel Vangelo, il numero quaranta appare legato al digiuno. Ora, il digiuno vero e completo, il digiuno perfetto, consiste nell’astenersi dall’iniquità e dai piaceri illeciti del mondo: affinché rinnegando l’empietà e le cupidigie del secolo, si viva in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà. Quale ricompensa, secondo l’Apostolo, è riservata a tale digiuno? Continua dicendo: aspettando quella beata speranza e la manifestazione della gloria del beato Iddio, e Salvatore nostro Gesù Cristo (Tit 2, 12-13). Noi celebriamo in questo mondo come una quarantena di astinenza quando viviamo bene, quando ci asteniamo dalla iniquità e dai piaceri illeciti; e siccome questa astinenza non sarà senza una ricompensa, aspettiamo quella beata speranza e la manifestazione della gloria del grande Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo. In virtù di questa speranza, quando la speranza sarà diventata realtà, riceveremo in ricompensa un denaro. E’ la ricompensa che, secondo il Vangelo, vien data agli operai della vigna (cf Mt 20, 9-10). Ricordate? Spero infatti di non dovervi sempre ricordare tutto, come a gente rozza ed incolta. Si riceverà, dunque, come ricompensa un denaro corrispondente al numero dieci, che, addizionato a quaranta, fa cinquanta. Per questo celebriamo nella penitenza i quaranta giorni prima della Pasqua, e nella letizia, come chi ha ricevuto la ricompensa, i cinquanta giorni dopo la Pasqua. A questa salutare disciplina di opere buone, cui si riferisce il numero quaranta, si viene ad aggiungere il denaro del riposo e della felicità, e si ha così il numero cinquanta.
5. Lo stesso Signore Gesù ha voluto significare questo più chiaramente, quando, dopo la risurrezione, passò in terra quaranta giorni con i suoi discepoli (cf. Act 1, 3); e, asceso al cielo nel quarantesimo giorno, dopo altri dieci giorni, inviò il dono dello Spirito Santo (cf. Act 2, 1-4). Questi misteri sono stati prefigurati, e i segni hanno preceduto la realtà. Di tali segni ci nutriamo, in attesa di giungere alle realtà permanenti. Siamo operai che ancora stanno lavorando nella vigna; terminato il giorno, compiuta l’opera, ci verrà data la ricompensa. Ma quale operaio può resistere fino alla ricompensa se non si nutre durante il lavoro? Tu non dai al tuo operaio soltanto la mercede, ma gli procuri altresì l’alimento necessario per ristorarsi durante la fatica. Sì, nutri colui al quale darai la ricompensa. Con questi contenuti della Scrittura il Signore intende nutrire anche noi che ci affatichiamo a scoprirli. Se ci fosse negata la gioia che ci viene dall’intelligenza dei misteri, verremmo meno nella fatica e nessuno giungerebbe alla ricompensa.

[La carità compimento della legge.]
6. In che senso, ora, il numero quaranta è simbolo dell’opera compiuta? Forse perché la legge è stata articolata in dieci precetti, e doveva essere predicata in tutto il mondo, il quale mondo si compone di quattro parti: oriente, occidente, mezzogiorno e settentrione; per cui, moltiplicando il numero dieci per quattro, abbiamo quaranta. Oppure, perché il Vangelo, che è in quattro libri, è il compimento della legge, secondo quanto nel Vangelo stesso è detto: Non sono venuto per abolire la legge, ma per compierla (Mt 5, 17), Sia per una ragione, sia per l’altra, sia per un’altra ancora che a noi sfugge, anche se non sfugge a chi è più dotto, è certo che il numero quaranta indica una certa perfezione nelle buone opere, perfezione che consiste soprattutto nell’esercizio dell’astinenza dai desideri illeciti del mondo, cioè nel digiuno inteso nel senso più vero. Ascolta ancora l’Apostolo che dice: La carità è il compimento della legge (Rom 13, 10). E donde nasce la carità? Dalla grazia di Dio, dallo Spirito Santo. Non proviene da noi, non ne siamo noi gli autori. E’ dono di Dio, e grande dono di Dio: La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rom 5, 5). La carità, dunque, compie la legge, come giustamente è stato detto: La carità è il compimento della legge. Cerchiamola, questa carità, come il Signore ci raccomanda. Ricordate il mio proposito: spiegare il significato dei trentotto anni di quell’infermo; perché quel numero trentotto debba riferirsi piuttosto alla malattia che alla guarigione. La carità, dicevo, è il compimento della legge. Il numero quaranta indica il compimento della legge in tutte le azioni, e la carità ci vien presentata in due precetti. Fate attenzione, vi prego, e fissate nella vostra memoria quanto vi dico, per non esporvi al disprezzo della parola, facendo diventare l’anima vostra una strada dove il seme gettato non germoglia: Verranno gli uccelli e se lo mangeranno (Mc 4, 4). Accogliete e tutto custodite nel vostro cuore. Due sono i precetti della carità che il Signore raccomanda: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente; e amerai il prossimo tuo come te stesso. A questi due precetti si riduce tutta la Legge e i Profeti (Mt 22, 37-40). A ragione quella povera vedova che mise due spiccioli nel tesoro del tempio per offerta a Dio, diede tutto ciò che aveva per vivere (cf. Lc 21, 2-4); così, per guarire quell’infermo ferito dai briganti, l’albergatore ricevette due monete (cf. Lc 10, 35); così, Gesù passò due giorni presso i Samaritani per rafforzarli nella carità (cf. Io 4, 40). Essendo dunque il numero due simbolo di una cosa buona, per mezzo di esso viene soprattutto inculcata la carità distinta in due precetti. Ora, se il numero quaranta significa perfezione della legge, e se la legge non si compie se non mediante il duplice precetto della carità, ti fa meraviglia che quell’uomo fosse infermo da quarant’anni meno due?
7. Vediamo ora in che modo misterioso il Signore guarì questo infermo. E’ venuto infatti il Signore, maestro della carità, pieno di carità, a ricapitolare – come di lui era stato predetto – la parola sulla terra (Is 10, 23; 28, 22; Rom 9, 28), e a mostrare che nei due precetti della carità tutta la Legge e tutti i Profeti sono riassunti. In questi due precetti sono racchiusi Mosè col suo digiuno di quaranta giorni, ed Elia con il suo; e questo numero anche il Signore scelse a propria testimonianza. Il paralitico è guarito dal Signore in persona; ma prima che cosa gli dice Gesù? Vuoi essere guarito? (Io 5, 6). Quello risponde che non ha un uomo che lo immerga nella piscina. Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. Unico infatti è Iddio, unico anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù (1 Tim 2, 5). E’ venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione? Alzati – gli dice il Signore – prendi il tuo lettuccio e cammina (Io 5, 8). Tre cose gli ha detto: Alzati, prendi il tuo lettuccio, cammina. Ma la parola alzati, non espresse il comando di qualcosa da farsi, ma l’atto stesso della guarigione. All’infermo già guarito, il Signore ordina poi due cose: Prendi il tuo lettuccio e cammina. Ora io vi domando: non bastava ordinargli: cammina? oppure dire soltanto alzati? Una volta alzatosi guarito, sicuramente non sarebbe rimasto là. Non si sarebbe alzato per camminare? Mi colpisce anche il fatto che il Signore abbia comandato due cose a quell’uomo che egli aveva trovato infermo da quarant’anni meno due. Era come comandargli le altre due cose che gli mancavano per arrivare a quaranta.

[Per vedere Dio bisogna amare il prossimo.]
8. Come, adesso, possiamo vedere simboleggiati in questi due ordini del Signore – Prendi il tuo lettuccio e cammina – i due precetti? Ricordiamo insieme, o fratelli, quali sono questi due precetti. Essi infatti debbono essere ben presenti in voi: non dovete richiamarli alla mente solo quando ve li ricordiamo; anzi, mai devono cancellarsi dai vostri cuori. Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi (Lc 10, 27). Questo è ciò che dovete pensare sempre, meditare sempre, ricordare sempre, praticare sempre, compiere sempre alla perfezione. L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare. Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (1 Io 4, 20). Ti vien detto: ama Dio. Se tu mi dici: mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio (Io 1, 18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l’evangelista afferma: Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1 Io 4, 16). Ama dunque il prossimo, e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio. Comincia dunque con l’amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, e porta in casa tua chi è senza tetto; se vedi un ignudo, vestilo, e non disprezzare chi è della tua carne. Facendo così, che cosa succederà? Allora sì che quale aurora eromperà la tua luce (Is 58, 7-8). La tua luce è il tuo Dio. Egli è per te luce mattutina, perché viene a te dopo la notte di questo mondo. Egli non sorge né tramonta, risplende sempre. Sarà luce mattutina per te che ritorni, lui che per te era tramontato quando t’eri perduto. Dunque, con quel prendi il tuo lettuccio e cammina, mi sembra che il Signore voglia dire: ama il tuo prossimo.

[Camminare insieme.]
9. Rimane oscuro e richiede spiegazione, a mio parere, il fatto che il Signore comanda l’amore del prossimo nell’atto in cui ordina di prendere il lettuccio, non sembrandoci conveniente che il prossimo venga paragonato ad una cosa piuttosto banale e inanimata, come è un lettuccio. Non si offenda il prossimo, se il Signore ce lo raccomanda per mezzo di una cosa priva di anima e di intelligenza. Lo stesso Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo fu chiamato pietra angolare, destinato a riunire in sé due muri, cioè due popoli (cf. Eph 2, 14-20). Fu chiamato anche rupe, da cui scaturì l’acqua: E quella rupe era Cristo (1 Cor 10, 4). Che meraviglia, dunque, se il prossimo è simboleggiato nel legno del lettuccio, dal momento che Cristo fu simboleggiato nella rupe? Non qualsiasi legno, tuttavia, è simbolo del prossimo, come non qualsiasi rupe era simbolo di Cristo, ma quella rupe da cui scaturiva l’acqua per gli assetati; né una qualunque pietra, ma la pietra angolare che unì in sé i due muri di opposta provenienza. Così non devi vedere il simbolo del prossimo in qualsiasi legno, ma nel lettuccio. Ora io ti domando: perché proprio nel lettuccio viene simboleggiato il prossimo, se non perché quel tale mentre era infermo veniva portato nel lettuccio, e, una volta guarito, era lui a portare il lettuccio? Cosa dice l’Apostolo? Portate i pesi gli uni degli altri, e così voi adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2). La legge di Cristo è la carità, e la carità non si compie se non portiamo i pesi gli uni degli altri. Sopportatevi a vicenda con amore, – aggiunge l’Apostolo – e studiatevi di conservare l’unita dello spirito mediante il vincolo della pace (Eph 4, 2-3). Quando tu eri infermo venivi portato dal tuo prossimo; adesso che sei guarito devi essere tu a portare il tuo prossimo: Portate i pesi gli uni degli altri, e così voi adempirete la legge di Cristo. E’ così, o uomo, che tu completerai ciò che ti mancava. Prendi, dunque, il tuo lettuccio. E quando l’avrai preso, non fermarti, cammina! Amando il prossimo e interessandoti di lui, tu camminerai. Quale cammino farai, se non quello che conduce al Signore Iddio, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Porta dunque colui assieme al quale cammini, per giungere a Colui con il quale desideri rimanere per sempre. Prendi, dunque, il tuo lettuccio e cammina.
10. Così fece quello, e i Giudei si scandalizzarono. Essi vedevano un uomo portare il suo giaciglio di sabato e non osavano prendersela col Signore che lo aveva guarito di sabato, perché temevano che rispondesse: Chi di voi, se un giumento gli cade nel pozzo, non lo tira fuori in giorno di sabato, e non lo salva? (cf. Lc 14, 5). Perciò non rimproveravano lui d’aver guarito un uomo di sabato, ma facevano osservazione a quell’uomo perché portava il suo giaciglio. Ammesso che non si dovesse rinviare la guarigione, era lecito dare quell’ordine? Perciò dicevano: Non ti è lecito fare quello che fai, portar via il tuo lettuccio. E quello appellandosi all’autore della sua guarigione: Chi mi ha guarito, mi ha detto: Prendi il tuo letto e cammina. Potevo non accettare un ordine da chi avevo ricevuto la guarigione? E quelli: Chi è quell’uomo che ti ha detto: Prendi il tuo letto e cammina? (Io 5, 10-12).
11. Il guarito non sapeva chi fosse l’uomo che gli aveva dato quell’ordine. Gesù infatti – dopo aver compiuto il miracolo e dato l’ordine – era scomparso tra la folla (Io 5, 13). Notate questo particolare. Noi portiamo il prossimo e camminiamo verso Dio; e allo stesso modo che noi non vediamo ancora Colui verso il quale camminiamo, così quello non conosceva ancora Gesù. E’ un mistero che ci viene suggerito: noi crediamo in Colui che ancora non vediamo, ed Egli per non esser visto, scompare tra la folla. E’ difficile scorgere Cristo in mezzo alla folla. La nostra anima ha bisogno di solitudine. Nella solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio. Prendi il tuo lettuccio, porta il tuo prossimo, dal quale sei stato portato; e cammina, per raggiungere Dio. Non cercare Gesù tra la folla, perché egli non è uno della folla: ha preceduto in tutti i modi la folla. Quel grande Pesce salì per primo dal mare, e siede in cielo ad intercedere per noi: egli solo, come grande sacerdote, è penetrato nel Santo dei Santi oltre il velo, mentre la folla rimane fuori. Cammina, tu che porti il prossimo; purché abbia imparato a portarlo, tu che eri abituato a farti portare. Insomma, tu ancora non conosci Gesù, ancora non vedi Gesù; ma ascolta ciò che segue. Siccome quello non abbandonò il suo lettuccio e seguitava a camminare, poco dopo Gesù lo incontrò nel tempio. Non lo aveva incontrato in mezzo alla folla, lo incontrò nel tempio. Il Signore Gesù vedeva lui sia tra la folla, sia nel tempio; l’infermo non riconobbe Gesù tra la folla, ma solo nel tempio. Quello, dunque, raggiunse il Signore: lo incontrò nel tempio, nel luogo sacro, nel luogo santo. E che cosa si sentì dire? Ecco, sei guarito; non peccare più, affinché non ti succeda di peggio (Io 5, 14).
12. Allora quell’uomo, dopo che ebbe visto Gesù e seppe che era lui l’autore della sua guarigione, senza indugio corse ad annunciare chi aveva visto: se ne andò a dire ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo (Io 5, 15). Quell’annuncio li riempì di furore: egli proclamava la sua salvezza, ma quelli non cercavano la propria.

[Il mistero del sabato.]
13. 1 Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva queste cose di sabato. Sentiamo che cosa risponde il Signore ai Giudei. Vi ho già detto cosa era solito rispondere, a proposito delle guarigioni operate di sabato: che loro non lasciavano perire, di sabato, i loro animali, alzandoli se caduti o nutrendoli. A proposito del giaciglio portato di sabato che cosa risponde? Agli occhi dei Giudei appariva senz’altro un’opera corporale, non la guarigione del corpo, ma l’attività del corpo, tanto più che questa non sembrava così necessaria come la guarigione. Ci riveli, dunque, il Signore, il mistero del sabato e il significato dell’osservanza di quel giorno di riposo temporaneamente prescritta ai Giudei, e ci insegni come questo mistero abbia trovato in lui il suo compimento. Il Padre mio – dice – continua ad agire ed anch’io agisco (Io 5, 16-17). Provocò in mezzo ad essi un grande tumulto: l’acqua è agitata dalla venuta del Signore, ma colui che la agita rimane nascosto. Tuttavia per l’agitazione dell’acqua, cioè per la passione del Signore, il mondo intero, come un solo grande malato, ottiene la guarigione.
14. Vediamo dunque la risposta della Verità: Il Padre mio continua ad agire e anch’io agisco. Allora non è vero quello che dice la Scrittura, che Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le sue opere (Gen 2, 2)? E il Signore contraddirebbe questa Scrittura, dovuta a Mosè, quando egli stesso dice ai Giudei: Se credeste a Mosè, credereste anche a me; di me infatti egli ha scritto (Io 5, 46)? Vediamo, dunque, se le parole di Mosè: nel settimo giorno Dio si riposò, non abbiano un altro significato. Dio infatti non aveva cessato di lavorare sospendendo l’opera della creazione, né aveva bisogno di riposo come l’uomo. Come poteva stancarsi colui che aveva fatto tutto mediante la parola? Tuttavia è vero che nel settimo giorno Iddio si riposò, ed è ugualmente vero ciò che dice Gesù: il Padre mio continua ad agire. Ma come potrà spiegare questo mistero un uomo ad altri uomini come lui, deboli come lui, come lui ignoranti e desiderosi di apprendere? E ammesso che un uomo abbia capito qualcosa, come potrà esprimerlo e spiegarlo a chi tanto difficilmente intende anche quando si riesce ad esprimere ciò che si capisce? Chi riuscirà, o miei fratelli, a spiegare a parole come possa Dio operare senza affaticarsi e riposarsi continuando ad operare? Aspettate, vi prego, di aver fatto ulteriori progressi nella via di Dio. Per vedere questo bisogna essere arrivati nel tempio di Dio, nel luogo santo. Caricatevi del prossimo e camminate. Arriverete a vedere Dio là dove non avrete più bisogno di parole umane.
15. Credo si possa dire, piuttosto, che il riposo di Dio nel settimo giorno era un grande segno misterioso dello stesso Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale dichiarò: Il Padre mio continua ad agire, e anch’io agisco. Anche il Signore Gesù è Dio. Egli è il Verbo di Dio, e voi avete sentito che in principio era il Verbo; e non un verbo qualsiasi, ma il Verbo era Dio, e tutte le cose furono fatte per mezzo di lui (Io 1, 1 3). Qui forse c’è il significato del riposo di Dio da tutte le sue opere nel settimo giorno. Leggete infatti il Vangelo e vedrete quante cose mirabili Gesù ha compiuto. Ha operato sulla croce la nostra salvezza, affinché si compissero in lui tutti gli oracoli dei profeti; fu coronato di spine, fu appeso alla croce; disse: Ho sete (Io 19, 28), e prese l’aceto di cui era imbevuta la spugna, affinché si adempisse la profezia: Nella mia sete mi hanno abbeverato con aceto (Ps 68, 22). Ma quando tutte le sue opere furono compiute, nel giorno sesto, reclinò il capo e rese lo spirito, e il sabato si riposò nel sepolcro da tutte le sue fatiche. Quindi è come se dicesse ai Giudei: Perché vi aspettate che io non operi di sabato? La legge del sabato vi è stata data in riferimento a me. Volgete l’attenzione alle opere di Dio: io ero presente quando esse venivano compiute e tutte sono state compiute per mio mezzo. Io so che il Padre mio continua ad agire. Il Padre ha creato la luce; egli disse: Sia fatta la luce (cf. Gen 1, 3); ma, se disse, vuol dire che operò per mezzo del Verbo. Ed io ero, io sono il suo Verbo; per mezzo mio attraverso quelle opere il mondo è stato creato, e per mezzo mio attraverso queste opere il mondo è governato. Il Padre mio operò allora, quando creò il mondo, e ancora adesso opera governando il mondo. Creando ha creato per mezzo mio, governando governa per mezzo mio. Questo ha detto il Signore, ma a chi? A dei sordi, a dei ciechi, a degli zoppi, a dei malati che non volevano saperne del medico, e nella loro pazzia volevano ucciderlo.
16. Proseguendo l’evangelista dice: Per questo, a maggior ragione, i Giudei volevano ucciderlo, perché non solo violava il sabato, ma chiamava Dio suo proprio Padre. E non chiamava Dio suo padre in senso generico, ma in senso preciso e unico: facendosi uguale a Dio (Io 5, 18). Infatti anche noi diciamo a Dio: Padre nostro che sei nei cieli (Mt 6, 9); dalla Scrittura sappiamo anche che i Giudei dicevano a Dio: Sei tu il nostro padre (Is 63, 16; 64, 8). Non reagivano perché chiamava Dio suo padre in questo senso, ma perché lo chiamava padre suo in un senso assolutamente diverso da come lo chiamano gli uomini. I Giudei hanno capito ciò che invece gli Ariani non capiscono. Gli Ariani dicono che il Figlio non è uguale al Padre, e di qui l’eresia che affligge la Chiesa. Ecco, gli stessi ciechi, gli stessi che giunsero a uccidere Cristo, compresero il senso delle parole di Cristo. Non compresero che era lui il Cristo, tanto meno che era il Figlio di Dio, e tuttavia hanno compreso che con quelle parole egli si presentava come Figlio di Dio, uguale a Dio. Non sapevano chi fosse, ma si rendevano conto che si presentava come Figlio di Dio, perché chiamava Dio suo padre, facendosi uguale a Dio. Ma forse che non era uguale a Dio? Non era lui a farsi uguale a Dio, ma era Dio che lo aveva generato uguale a sé. Se di sua iniziativa si fosse fatto uguale a Dio, tale usurpazione lo avrebbe fatto cadere in disgrazia di Dio. Colui, infatti, che pretese di farsi uguale a Dio, senza esserlo, cadde in disgrazia (cf. Is 14, 14-15), e da angelo diventò diavolo, e propinò all’uomo il veleno della superbia per cui questi fu cacciato dal paradiso. Infatti, cosa suggerì all’uomo, che invidiava perché era rimasto in piedi mentre lui era caduto? Gustate il frutto, e diventerete come dèi (Gen 3, 5); cioè, carpite con la frode ciò che non siete, come ho fatto io che, avendo tentato di usurpare la natura divina, sono stato cacciato. Non si esprimeva proprio così, ma questo era il contenuto della sua tentazione. Cristo invece non era diventato, ma era nato uguale al Padre: è stato generato dalla stessa sostanza del Padre, come ce lo ricorda l’Apostolo: Egli, pur essendo della stessa forma di Dio, non stimò un’usurpazione l’essere uguale a Dio. Che significa non stimò un’usurpazione? Significa che non usurpò la sua uguaglianza con Dio, poiché la possedeva già fin dalla nascita. E noi, come potremo pervenire a colui che è uguale a Dio? Egli annientò se stesso col prendere forma di servo (Phil 2, 6-7). Annientò se stesso, non perdendo ciò che era, ma assumendo ciò che non era. I Giudei disprezzando questa forma di servo, erano incapaci di comprendere che Cristo Signore era uguale al Padre, benché non potessero dubitare che questo di sé egli affermava: anzi per questo lo perseguitavano. Gesù, tuttavia, li sopportava e cercava di guarire quelli che si accanivano contro di lui.

30 MARZO 2014 – 4A DOMENICA A – QUARESIMA – OMELIA

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30 MARZO 2014 | 4A DOMENICA A – QUARESIMA | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

LECTIO DIVINA : GV 9,1-41

Gv 9 è un racconto magistrale che non ha paralleli nella tradizione sinottica (anche se vi sono parecchi guarigioni di ciechi: Mc 8,22-26; Mt 9,27-31; Mc 10,46-52; Mt 20,29-34; Lc 18,35-43!). L’incontro di Gesù, luce del mondo (9,5), con un cieco di nascita descrive un preciso cammino di fede (9,11.17.33.38) e anche un percorso inarrestabile verso l’incredulità (9,2.34.41). Infatti, l’episodio si apre con una domanda dei discepoli: la cecità è peccato?; finirà mostrando che il peccato di cecità non sta nel non vedere la realtà, ma nel non credere in Gesù, luce del mondo.
Al racconto del miracolo (9,6-7) segue un dialogo continuato ad opera di diversi interlocutori – sempre presente o Gesù o il cieco – che si converte di fatto in un autentico processo sull’identità del guaritore: il centro d’interesse slitta dal cieco di nascita a Gesù luce del mondo. Il cieco, noto mendicante, attesta la propria guarigione davanti alla gente che lo conosce (9,8-12) e viene interrogato dai farisei (9,13-17.24-34), come pure i suoi genitori (9,18-23). Ad alcuni, quanto accaduto pone degli interrogativi, altri si costruiscono delle ragioni per negare l’evidenza (9,16). Il cieco, che è giunto prima alla luce (9,7) che alla fede (9,35-38), finirà per essere espulso dalla comunità (9,34); in realtà, nel processo che le autorità fanno al nuovo vedente (9,13-34), la sentenza non la emanano i giudici ma l’accusato in absentia, Gesù (9,40-41).

In quel tempo, 1Gesù pasando vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono:
« Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? ».
3Rispose Gesù;
« Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifeste le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiano le opere di colui che mi ha mandato finchè è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo sono la luce del mondo. »
6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse:
« Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe’, [che significa 'Inviato'].
Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano:
« Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina? ».
9Alcuni dicevano:
« È lui » Altri dicevano:
« No, ma è uno che gli assomiglia »
Ed egli diveva: « Sono io!’
10Allora gli domandarono:
« In che modo ti sono stati aperti gli occhi?’
11 Egli rispose:
« L’uomo che si chiama Gesú ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: ‘Va’ a Sìloe e làvati’. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista ».
12Gli dissero: « Dov’è costui? »
Rispose: « Non lo so »

13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
« Mi ha messo el fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo ».
16Allora alcuni dei farisei dicevano:
« Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato ».
Altri invece dicevano:
« Come può un peccatore compiere segni di questo genere? ».
E c’era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco
« Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi? ».
Egli rispose: « È un profeta!.
18Ma i Giudei non credettero di lui che fossse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono:
« È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Como mai ora ci vede? »
20I genitori di lui risposero:
« Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma como ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui; ha l’età: chiedetelo a lui! ».
22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti, i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto como il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero:
« Ha l’età: chiedetelo a lui! ».
24 Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero:
« Da gloria a Dio!. Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore ».
Quello rispose: « Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: era cieco e ora ci vedo ».
Allora gli dissero:
« Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? ».
Rispose loro: « Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perchè volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? ».
Lo insultarono e dissero:
« Suo discepolo sei tu!. Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia »
Rispose loro quell’uomo:
« Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Do e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non averbbe potuto far nulla ». Gli replicarono:
« Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? » E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse:
« Tu, credi nel Figlio dell’uomo? » Egli rispose:
« E chi è, Signore, perchè io creda in lui? ». Gli disse Gesù:
« Lo hai visto: è colui che parla con te »
Ed egli disse: « Credo, Signore! ».
E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse:
« È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedano, vedano e quelli che vedono,, diventino ciechi ».
Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parolo e gli dissero:
« Siamo ciechi anche noi? »
Gesù rispose loro:
« Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane ».

1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Cammin facendo, Gesù vede un cieco di nascita, un uomo che non aveva mai visto la luce. Pur essendo fortuito, l’incontro è conseguenza dell’iniziativa di Gesù. E mentre Gesù vede l’uomo, i suoi discepoli si domandano perché è cieco. Dall’incontro con Gesù partirà la guarigione; dalla domanda dei discepoli, la discussione ‘teologica’.
Gesù non dà delle spiegazioni sull’origine della malattia, ma scagiona colui che ne soffre. Lui non è colpevole, ma è l’occasione affinché Dio manifesti la sua salvezza e Gesù, obbediente, la realizzi; il male è luogo e motivo perché Dio attui il bene. Prima di dare luce al cieco Gesù si dice luce del mondo.
Dopo l’autorivelazione, il miracolo, che viene sobriamente narrato: il gesto ‘ricorda’ l’atto creatore di Dio (Gn 2,7): solo chi è la luce dà luce. Lo fa in forma totalmente gratuita: né chiede fede, né spera riconoscenza. Ma prima ancora di cominciare a vedere, comincia ad obbedire, e va a lavarsi nella piscina di Sìloe. È la prima tappa del suo cammino di fede. A Sìloe potrà vedere: l’obbedienza che gli ottiene la guarigione è il suo modo di cominciare a credere.
Primi a reagire meravigliati sono i più vicini al cieco; i suoi conoscenti hanno dubbi sull’identità del cieco, non del fatto che può vedere. L’uomo dovrà provare che è lo stesso cieco di prima, raccontando il miracolo. Aprire gli occhi ai ciechi è compito del messia che verrà (cf. Is 42,6.7; 49,6.9). Il cieco può narrare quello che gli è accaduto, non conosce però chi è l’autore. In questo modo anch’essi, vicini e conoscenti, diventano testimoni del segno, anche se non credenti.
La testimonianza della propria esperienza è la seconda tappa verso la fede. Non importa se c’è da affrontare un lungo ‘processo’ e dei castighi. I farisei, avversari di Gesù, non del cieco, non possono negare il fatto, screditano l’autore: Dio non è con chi viola il sabato. Si basano su Dio e negano le opere di Dio!
Il miracolato non è creduto e rimane solo; pure i genitori l’abbandonano. Ma lui non può immaginarsi che non sia peccatore colui che lo ha guarito. Attorno a lui si crea divisione. Un’altra tappa nel lento processo verso la fede . Il cieco lo chiama profeta. In Gv questo titolo suole apparire quando è in gioco la missione di Gesù (4,19; 9,28). Fatto sta che mentre i giudici non vogliono arrendersi all’evidenza, il guarito va facendo un lento cammino di fede: confessare Cristo può portare a rotture familiari e all’emarginazione sociale.
L’uomo subisce nuovi interrogatori, più duri ed impegnativi: deve dare gloria a Dio…, negando le opere di Dio! Lui non giudica, si afferra ai fatti: era cieco, ora vede. Gli oppositori sanno invece che il taumaturgo è peccatore, ma non sanno da dove viene. A misura che l’interrogatorio si svolge, il cieco si va avvicinando sempre più alla fede (9.11.17) e alla condanna da quelli che vogliono vedere i fatti (9,34). Nella loro cecità risplende il loro peccato (9,41).
Gesù ritorna alla scena (9,35-38) per incontrarsi di nuovo con quest’uomo che è stato emarginato per averlo difeso. In questo secondo incontro – tappa centrale – arriva alla fede vera: prima conosceva il suo benefattore solo di nome (9,11), poi lo considera profeta (9,17) ed uomo accreditato da Dio (9,30-33), per finire confessandolo figlio dell’Uomo (9,35), meta dell’esperienza promessa al discepolo (1,51). Per riuscire a giungere alla fede (9,36) – tratto, questo, tipico di Gv – ha avuto bisogno di ritrovarsi con Gesù, che si lascia vedere da chi ha fede (9,37). La fede fa ‘vedere’ non solo Gesù, ma la sua vera identità e la sua missione.
Finisce così l’itinerario di fede del cieco di nascita, iniziato con l’apertura degli occhi alla luce e completato con una esplicita confessione di fede (9,38) in Gesù, figlio dell’uomo (9,35) e luce del mondo (9,5). Senza la parola del Gesù rincontrato (l’hai già visto, lo vedi), il cieco avrebbe continuato a vedere, ma non sarebbe giunto ad essere credente. La reazione di quest’uomo è di autentico cristiano: vede e crede, crede e adora (9,38), nonostante le avverse conseguenze.
Una frase finale di Gesù chiarisce tutto l’episodio (9,41). Vi è chi è incapace di vedere, come il cieco dalla nascita e vi è chi non vuole vedere, come i farisei: nel primo non vi è responsabilità, in questi il loro peccato rimane; è questa la cecità frutto del peccato, la negazione ostinata a ricevere Lui la luce del mondo (9,41; cf. 9,4-5).
2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita
La scena si apre con l’incontro di Gesù e i suoi discepoli con un handicappato; mentre Gesù vede l’uomo bisognoso di salvezza, i discepoli si domandano se è responsabile o meno della sua situazione. Due forme, contrastanti, di vedere il male trionfante nel prossimo: chi vede la sofferenza ed aiuta e chi si intrattiene immaginandone le cause. Con chi mi identifico meglio, con i discepoli o con Gesù? Dove mi porta a guardare il male? Trovarmi con il male mi porta a giudicare come cattivi chi lo soffre o a pensare alla loro salvezza?
Per vedere, il cieco deve obbedire ad uno strano mandato di uno sconosciuto. Gesù non richiede previamente fede in lui, ma ‘cieca’ sottomissione al suo commando. La luce arriverà subito agli occhi del cieco, ma la fede solo alla fine di un percorso fatto di obbedienza e di testimonianza. Non sarà perché mi manca la subordinazione a Dio che non riesco a vedermi libero dai miei mali? Non è l’indocilità con Dio la causa dei miei mali? E non mi dice niente che Gesù prima di dare la fede al cieco lo liberò dalla sua malattia?
Al cieco bastò, per essere sanato, un’obbedienza ‘cieca’: per credere in Gesù dovette testimoniare ripetutamente l’accaduto davanti ad un pubblico sempre più ostile. Credere in Gesù non risulta comodo; chi crede davvero, anche se solo in modo incerto e ‘con poche luci’, non risparmierà incomprensioni e calunnie, l’allontanamento dai familiari e l’esclusione della società. Quale prezzo pago per credere? Quale sono disposto a pagare per avere in Cristo il mio Salvatore?
Il cieco guarito deve ‘pagare’ un altro prezzo per la sua nuova ‘luce’, la sua fede in Gesù. Nella parte centrale, e più lunga, del racconto Gesù sparisce per lasciare al cieco di difendere la veracità del miracolo e l’identità di Gesù. Non solo riesce a far arrabbiare i suoi nemici, si allontana pure dai genitori. Resta solo, con la sua fede, testimoniando l’accaduto. Tutti vogliano vedere, tutti desideriamo vederci liberi dai nostri mali. Ma siano disposti a pagare il prezzo, per ottenere più luce ma perdere la stima persino dei nostri? Credere in Gesù è gratuito, ma ha conseguenze scomode, pericolose.
Nella malattia del cieco di nascita si manifestarono l’opere di Dio: Gesù dimostrò essere ‘la luce del mondo’ perché diede luce al cieco. Il male ha sempre un senso, anche se fa del male a chi lo soffre e fa pensare male a chi lo vede. Dio è nemico del male nell’uomo, come la luce lo è delle tenebre. Dove vince il male, sta per venire Dio, come dopo la notte arriva il giorno. Quale è la mia percezione del male nel mondo, nei prossimi, in me? Guardo il male come Gesù, mi avvicino ai malati come Lui? È per me il male che soffrono gli uomini l’occasione per andare incontro a loro e fare del bene.
3 – PREGARE : Prega il testo e desidera la volontà di Dio: cosa dico a Dio?
Eccoci, Signore Gesù, luce del Padre, ai tuoi piedi come ciechi ignari della loro infermità. Guardaci, figlio di Davide, come hai guardato il cieco che ti incontrò nel cammino. Sveglia in noi la luce del cuore, la fede in te, e saremo raggianti. Curaci, Signore Gesù con un tocco delle tue mani e con la Parola che apre occhi e cuore alla luce. Mandaci, Signore Gesù, alla piscina del lavacro di vita nuova, ma dacci la capacità di obbedire a ciò che ci comandi . Custodiscici, Gesù, nella prova della fede; e se ci lasci da soli, non ci lasciare senza fede capace di rispondere davanti agli increduli e senza il coraggio di perdere i nostri cari ma non perdere la tua luce. Rivelati in noi, Signore Gesù, luce di Dio, mettendo sulle nostre labbra il grido del cieco sanato: « Io credo, Signore! ».

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

A Greek Orthodox icon of Christ in Golgotha, by Theophanes the Cretan (1500s)

A Greek Orthodox icon of Christ in  Golgotha, by Theophanes the Cretan (1500s) dans immagini sacre Theophanes%252C%2BChrist%2Bin%2BGolgotha

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Publié dans:immagini sacre |on 27 mars, 2014 |Pas de commentaires »

CONFESSIONE E STORIA DELLE INDULGENZE

http://www.serraclubitalia.com/2012/11/10/confessione-e-storia-delle-indulgenze/

CONFESSIONE E STORIA DELLE INDULGENZE

BY RENATO VADALA

Definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione perché concede la remissione dei peccati e riconcilia il peccatore con Dio, la Confessione è il processo di purificazione che consente la riammissione allo stato di grazia di chi è venuto meno ai precetti della conversione ricevuti con il Battesimo.
La Confessione è chiamata anche sacramento del Perdono perché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente il perdono e la pace.
Per i cattolici la Confessione è il sacramento più ostico e difficile da accettare perché impone al penitente di rivelare i suoi peccati ad altra persona, anche se questi è un sacerdote, che è ministro di Dio, e nel segreto confessionale. Sono molti, infatti, i credenti che rinunciano a confessarsi e partecipano ugualmente al sacramento dell’Eucarestia, perché ritengono che sia più giusto chiedere direttamente perdono a Dio delle proprie colpe, come avviene per i protestanti, senza la mediazione del sacerdote. La rinuncia del mondo protestante al rito della Confessione è sostenuta dal convincimento che sia stata la Chiesa e non Gesù Cristo a istituire e imporre questo sacramento per ottenere il perdono dei propri peccati.
Per rispondere a questa errata interpretazione occorre rifarsi alle Sacre Scritture dalle quali si evince inconfutabilmente che non è stata la Chiesa a concepire il sacramento della Confessione ma lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, perché solo Dio ha il potere di rimettere i peccati, e che l’esercizio di questo potere è stato affidato da Dio stesso a Cristo e, quindi, alla Chiesa.
Questo principio è stato assunto dal Concilio di Trento come verità dogmatica e per questo motivo chi si pone contro questa verità non manifesta tutta intera la fede cattolica.
In un passo del Vangelo si legge di come Gesù esercitò questo potere divino dicendo al paralitico che gli Scribi gli avevano portato davanti: “ti siano rimessi tuoi peccati” e di come abbia dato questo potere agli Apostoli quando disse: “ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. Gesù che è Dio e che ha il potere di rimettere i peccati, dona agli Apostoli, e quindi alla Chiesa, l’esercizio di questo stesso potere di rimettere i peccati.
Non c’è dubbio che il potere di assolvere o condannare sia un potere giudiziario e che per poterlo esercitare è necessario che i peccati siano confessati alla Chiesa, e per la Chiesa ai sacerdoti che sono i successori degli Apostoli.
Una accurata analisi storica ci consente di asserire come l’esercizio del sacramento della Confessione, dalle origini della Chiesa, sia stato assolto sempre dall’ordine sacerdotale.
Una prima traccia la troviamo sin dal I secolo nel “Didachè” o “Dottrina dei dodici Apostoli”, antichissimo scritto quasi contemporaneo ai Vangeli di Matteo, Marco e Luca, che rappresenta la sintesi dell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli, dove si legge: “nella Chiesa confesserai i tuoi peccati”.
Un’altra traccia antica è quella di San Cipriano, Vescovo di Cartagine (205 d.C.), che rivolgendosi ai cristiani li esorta con queste parole: “vi prego, fratelli, di confessare ciascuno il proprio delitto, mentre chi ha peccato è ancora su questa terra, mentre è ancora possibile confessarsi, mentre la soddisfazione, come pure la remissione fatta per mezzo dei sacerdoti è gradita al Signore”.
Altre testimonianze autorevoli sono quelle di San Metodio, (311 d.C.), Vescovo di Olimpo nella Licia: “al vescovo, sacerdote figlio del vero arcisacerdote, manifesti ognuno la sua propria piaga” e di San Basilio (379 d. C.), Vescovo di Cesarea: “i preposti della Chiesa ricevono dai colpevoli la confessione dei loro segreti di cui non è stato testimonio nessuno tranne Dio”.
Conseguenza della confessione e dell’assoluzione del peccatore è la remissione della colpa e della pena eterna. Pur nella riconciliazione con Dio restano, tuttavia, gli effetti derivanti dalla natura stessa del peccato che necessitano di una successiva purificazione, la cosiddetta pena temporale. Per superare ed eliminare il debito della pena temporale, la Chiesa ha fatto ricorso alle indulgenze.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’indulgenza “la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autorativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi”.
La storia delle indulgenze inizia con l’età apostolica, che si identifica con l’epoca dei dodici Apostoli. Nell’arco di tempo dall’età apostolica fino all’VIII secolo, il cammino della penitenza era pubblico e comportava severe mortificazioni; in tale contesto le indulgenze avevano lo scopo di ottenere una riduzione o la remissione della pena canonica (privazione di un bene spirituale o temporale) attraverso le implorazioni ai martiri. Con il loro sacrificio, i martiri, in punto di morte, trasmettevano al Vescovo una supplica, detta “supplices belli martyrum”, con la quale si invocava l’applicazione dell’indulgenza a favore del penitente che ne avrebbe fatto richiesta.
In un secondo periodo, che si estende dall’VIII al XIV secolo, si pervenne a una attenuazione della severità della penitenza, che da pubblica divenne privata, consentendo la concessione dell’indulgenza a quanti acquisivano meriti per la loro partecipazione a opere di misericordia, alle crociate e ai pellegrinaggi. Significativo di questo periodo è l’indulgenza concessa da Papa Bonifacio VIII in occasione del primo Giubileo nel 1300, applicata ai pellegrini che si fossero recati a Roma in visita alle Basiliche.

Foto Fabio Pignata

Il terzo periodo, che va dal XIV al XVI secolo, vide l’allargamento della pratica dell’indulgenza, che divenne un vero e proprio abuso quando fu introdotta l’usanza di poterla ottenere con offerte di denaro a favore di opere di apostolato, le cosiddette “oblationes”. L’errata convinzione che con le offerte di denaro era possibile liberarsi non soltanto dalla pena temporale ma anche dalla colpa, sminuiva fortemente il concetto della Confessione e del Perdono e diede luogo a una dura reazione da parte di alcuni teologi, tra i quali San Tommaso d’Aquiino, e allo scisma protestante di Martin Lutero. Il “mercato delle indulgenze”, che tanti danni procurò alla Chiesa, ebbe fine con il Concilio di Trento (1545-1563), che mise ordine agli abusi con l’abolizione della raccolta di denaro e con la riaffermazione delle dottrine della Chiesa.

Nel quarto periodo, che parte dal XVI secolo fino ai nostri giorni, la concessione delle indulgenze è stata regolamentata dai Pontefici che si sono succeduti sempre nel segno della continuità del significato originario. L’ultima riforma in materia è stata quella di Papa Paolo VI che, con la Costituzione apostolica “Indulgentiarum doctrina et usus” del 1967, pone i fondamentali dottrinali delle indulgenze e contiene norme che ne regolano l’uso e la concessione.

Cosimo Lasorsa
Nel redigere le nuove norme, si è cercato, in particolar modo, di stabilire una nuova misura con l’indulgenza parziale, di apportare una congrua riduzione al numero delle indulgenze plenarie e di dare alle indulgenze cosiddette reali e locali una forma più semplice e dignitosa. L’indulgenza è plenaria o parziale a seconda che liberi in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati.

Cosimo Lasorsa

Publié dans:LITURGIA: SACRAMENTI |on 27 mars, 2014 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014 (cfr 2Cor 8,9))

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/messages/lent/documents/papa-francesco_20131226_messaggio-quaresima2014_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo
Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22).
Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29).
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza
Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.
Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.
Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera.
Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.
Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 26 dicembre 2013

Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire 

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