Archive pour février, 2014

IL LIBRO DEL LEVITICO

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IL LIBRO DEL LEVITICO

Al centro del Pentateuco si trova una raccolta di leggi che costituisce il terzo libro di Mosè, e che la tradizione ebraica, dalle parole iniziali, titola Wayyiqra’ (= E chiamò). Il titolo greco, che ha dato origine al nostro, è Levitikon (= Levitico), ricavato dal contenuto che riguarda, in buona parte, l’attività dei sacerdoti appartenenti alla tribù di Levi. Il libro interrompe il racconto del cammino del popolo verso la Terra promessa ed è essenzialmente un codice: il codice delle leggi date da Dio al suo popolo al Sinai. Le leggi regolano le cerimonie, il culto e molti aspetti della vita, ma pongono sempre tutto in relazione con Dio. La parte più importante e antica di questo libro è chiamata Codice di santità (cc. 17-26), per la tematica e le formule che usa (Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo). Il Levitico contiene solo due brevi brani narrativi: il primo riguarda la morte di Nadab e Abiu, figli di Aronne (10,1-5); il secondo la lapidazione di un bestemmiatore (24,10-15). Nel libro si possono riconoscere alcuni blocchi unitari: prescrizioni sui sacrifici (cc. 1-7), norme relative al puro e all’impuro (cc. 11-15), il rituale del grande giorno dello Jom Kippur (c. 16) e il «Codice di santità» (cc. 17-26). Il c. 27, che chiude il libro, offre una specie di tariffario, precisando le condizioni per il riscatto delle persone, degli animali e dei beni consacrati al Signore. Lo scopo principale del libro è ribadire la presenza del Signore in mezzo al suo popolo. È proprio la coscienza della presenza di Dio in Israele che dà vita e giustifica tutte queste norme, che vanno intese come difesa di Israele dalle contaminazioni idolatriche degli altri popoli. La distinzione puro/impuro e l’insistenza sulla santità sono finalizzate alla eliminazione del peccato, per abilitare il popolo all’incontro con Dio. Il centro ideale del libro, infatti, è costituito dal c. 16 che detta le norme del giorno dello Jom Kippur (= giorno dell’espiazione), una serie di riti e di pratiche penitenziali tese a ristabilire la relazione con Dio. Anche se vengono rielaborati elementi molto antichi, questi testi descrivono il culto così come veniva praticato nel periodo post-esilico. Il culto si attuava principalmente con i sacrifici (qorban), che vengono minuziosamente catalogati e descritti: 1) l’«olocausto» (‘olah), dove l’animale viene interamente bruciato nel fuoco; 2) il «sacrificio di comunione» (selamim), dove all’offerta segue il pasto comune; 3) l’«oblazione» (minhah), cioè l’offerta dei prodotti del suolo; 4) il «sacrificio espiatorio» (hattat); 5) il «sacrificio di riparazione» (‘asham). Il Levitico può sembrare un libro addirittura ripugnante con tutti i suoi sacrifici cruenti. Però senza di esso molte pagine della Scrittura sarebbero incomprensibili. Il libro del Levitico aiuta a comprendere l’evento chiave della storia della salvezza: la morte redentrice di Gesù in croce. L’offerta dei sacrifici giorno dopo giorno, anno dopo anno, il ricordo annuale del giorno dell’espiazione rammentavano costantemente a Israele il peccato che lo separava da Dio. Gli israeliti avevano infranto l’alleanza disobbedendo alle leggi di Dio ed erano condannati a morte. Dio però, nella sua misericordia, mostrò loro che avrebbe accettato un sostituto, cioè la morte di un essere perfetto e innocente, al posto della vita del popolo peccatore. Come per tutto il Pentateuco non è possibile parlare di un autore del Levitico. Certamente Mosè ha avuto un grande influsso come legislatore anche del culto. Tuttavia questo libro è nato dalla riflessione dei sacerdoti che hanno raccolto in un’unica opera tutta la legislazione religiosa, sociale e morale d’Israele. È sicuramente opera di molte mani che, attraverso i secoli, hanno rimaneggiato le leggi mosaiche adattandole ai tempi. Il libro del Levitico non ha avuto molta fortuna tra i cristiani. Oggi però è oggetto di particolare attenzione perché, con le sue prescrizioni rituali e la sua teologia, è una preziosa e indispensabile chiave di lettura del culto cristiano e del suo simbolismo. Queste leggi, spesso strane per un lettore moderno, ricordano con forte insistenza ai credenti di tutti i tempi e di ogni luogo che la comunione con Dio è una necessità vitale per l’uomo. (9. segue) (Gastone Boscolo)

 

OMELIA – VII DOMENICA DEL T.O. – Lectio Divina : Mt 5,38-48

 http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/07a-Domenica-A/03-7aDomenica-A-2014-JB.htm

23  FEBBRAIO 2014 | 7A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

Lectio Divina : Mt 5,38-48

Pochi passaggi evangelici, presentano con tanta chiarezza le radicali esigenze che Gesù propose ai suoi discepoli come questa finale di Mt 5. Il testo raccoglie uno dei più insoliti insegnamenti di Gesù, uno dei suoi precetti meno pratici o, per meglio dire, uno dei meno praticati: l’amore al prossimo completamente gratuito e senza limiti. Gratuito ed illimitato deve essere un amore che si dà a colui che non se lo è meritato, che ci ha oltraggiati, che ancora ci è nemico. E se l’esigenza è inaudita, la ricompensa non può essere più alta: il discepolo che ama chi non lo ami somiglia a Dio; imitando la perfezione del Padre suo che sta nei cieli, si comporta come conviene al figlio di un Dio che è perfetto nel suo amore.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 38 « Avete inteso che fu detto: « Occhio per occhio e dente per dente ». Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. 43 Avete inteso che fu detto: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ». 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ». 1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice Non bisognerebbe dimenticare che il testo è parte di un discorso più ampio. Gesù ha riaffermato la validità della legge (Mt 5,17-18) mostrando, con esempi, come deve essere compiuta, alla lettera, cioè, leggendo e compiendo quello che vuole Dio (Mt 5,21-48) in realtà. Gesù si presenta, dunque, come esegeta non della legge bensì dell’originaria volontà del Legislatore; spiega la legge meglio che gli scribi, perché conosce molto bene, Dio. Nel nostro testo, Gesù prende posizione di fronte alla legge del taglione e spiega in forma inaudita il precetto dell’amore al prossimo; continua formulando il suo pensiero in forma antitetica ed estrae conseguenze appena concepibili. La legge del taglione, per quanto inumana ci sembri oggi, rappresentava una grande conquista giuridica: obbligava a che il risarcimento fosse identico all’offesa. Gesù non pensa la stessa cosa: non basta non passare nella logica della vendetta; ricorrere alla violenza, per logico che sembri, priva di ragione il discepolo di Gesù; bisogna prima cedere nei propri diritti che cercare di ristabilirli con violenza. La ‘giustizia’ che Gesù chiede non è quella che desidera il nostro cuore, né fa possibile la giusta convivenza tra i popoli. Con che diritto ci si può chiedere di non far fronte all’offesa, ma presentare l’altra guancia a chi ci maltratta, o evitare la causa concedendo più di quanto ci si stia chiedendo? Che Gesù esige la cosa impossibile rimane ancora più evidente nel precetto dell’amore al nemico. Non si tenta già di amare il fratello o il prossimo; bisogna fare del nemico un prossimo amato, se si desidera meritare il riconoscimento di figlio da parte di Dio. Restituire il saluto o amare chi ci ama, non è niente più della normalità, ma non è degno del cristiano: rimanere in ciò lo farebbe più un pagano ed il Dio di Gesù conterebbe su un figlio di meno. Chi desidera una cosa straordinaria, essere figlio del suo Dio, dovrà agire in modo non ordinario: amando il suo nemico. Non si può chiedere di più; neanche Gesù attende meno dai suoi. 2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita Nel discorso della montagna Gesù proclamò qualcosa di tanto straordinario, che il regno di Dio era prossimo: Dio andava ad impadronirsi del mondo e del cuori degli uomini che l’aspettavano. Per la stessa cosa, e solo per quel motivo, esigette da quanti gli credettero ed anelavano il regno di Dio, un comportamento straordinario: il Dio perfetto si aspetta lavorando alla propria perfezione. Il Dio di Gesù vuole che i suoi fedeli vivano il suo modo di essere; non chiede di meno. Vive secondo la sua volontà chi vive dominato dal suo modo di amare le persone: si è suo suddito avendolo come modello e meta del proprio comportamento. Chi desidera essere riconosciuto come figlio deve essere copia fedele e degna del Padre. E lo si riesce, se, come Lui, si ama senza misura, tutti, e gratuitamente. Gesù afferma che l’amore deve essere sempre estremo, senza limiti né eccezioni: i suoi discepoli, se vogliono essere figli del Padre suo, non restituiscono il male ricevuto né escludono colui il quale lo fa. Se ci è possibile, tale amore cambierebbe le nostre vite ed il nostro mondo; perché, se guardiamo bene, neanche tra noi, discepoli di Gesù, un simile amore è realtà. La legge del taglione già dirige le nostre relazioni umane, perché anche se non lo permettono le leggi civili, comanda ancora – eccome – i nostri cuori. Continuiamo a considerare che al delitto deve corrispondere una punizione, che l’offesa deve essere riparata con una pena non minore; e quando questo non succede, quando chi la fa non la paga e chi ci ha offesi esce indenne, nasce l’odio nel cuore, la ‘sete di giustizia.’ Possiamo odiare sempre quello che non possiamo punire; questa è la nostra rivincita; l’odio al nemico ci dà una certa soddisfazione, ristabilisce l’equilibrio rotto dall’offesa. Benché cristiani, viviamo in una società che ha fatto della vendetta giustizia e della rappresaglia misurata il fondamento delle relazioni interpersonali. E ci siamo abituati a confondere la giustizia che fa la nostra società ben organizzata con l’amore che ci dobbiamo come cristiani. Siccome non riusciamo a stare all’altezza del volere di Dio, siccome non sappiamo amare come Lui ci ama, ci scusiamo avendo nemici e sentendoci offesi: credendoci meno amati, facciamo a meno di amare; accusando coloro che ci offendono, ci liberiamo di doverli perdonare. I nemici ci servono così per giustificarci davanti a Dio per la nostra incapacità di essere come Lui; ci liberano, crediamo, della fatica di ‘imitare Dio’ che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Gesù, col suo vangelo, smonta le nostre scuse e ci condanna: chi non ama il prossimo, per antipatico che egli sia o – perfino – benché gli abbia provato già la sua inimicizia, non può illudersi di assomigliare al suo Dio. Solo un amore che è dato persino al nemico, – il nostro nemico non è chi ci fa del male né chi ci odia, bensì colui il quale non possiamo amare o perdonare e dimenticare l’offesa -, è quello che compie il mandato di Gesù ai suoi discepoli. Gesù – non lo dimentichiamo – non domandò ai suoi se erano disposti ad amare senza vendetta né ricompensa, senza distinzione. Non tenne in conto le nostre ‘ragioni’ né ci lasciò la libertà per compierle o no: chi non lo imita, non sarà considerato né suo discepolo né figlio del suo Dio. Ci diede, quello sì, una buona ragione: solo chi ama tanto somiglia un po’ a Dio. L’amore al prossimo, amico o nemico, compagno o persecutore, ripete il comportamento di Dio, che non spera che siamo già buoni per volerci bene né smette di amare quelli che non gliene vogliono. È filiale l’affetto che riflette l’amore paterno. È divino l’amore che non è amor proprio. E’ egoista, quando si limita ad amare chi si ama già o da chi si viene amati. L’amor proprio nega Dio che è un Padre che ama, e nega il prossimo che ha diritto di sperare di essere amato, almeno da quanti si dicono seguaci di Gesù. Amare senza esigere prima di essere amato, creando lì il bene dove c’è stato negato, rifiutandosi di rispondere con violenza anche di fronte la sofferenza, accondiscendendo chi esige più del dovuto, rispettando chi non ci ha rispettati, amando il nemico, non è che sia difficile – quando è stato facile amare l’amico o l’amato? -, è che, se non impossibile del tutto, è almeno, molto raro tra noi. Non in vano la liturgia ci fa chiedere a Dio, prima di ascoltare la sua Parola, che la meditazione assidua della sua dottrina ci faciliti a compiere quanto gli compiace; senza l’aiuto di Dio, un aiuto tanto straordinario come il suo precetto, ci sarà impossibile imitarlo. Ma non è meno certo che, se non lo imitiamo, ci sarà impossibile averlo vicino alla nostra vita: viviamo lamentandoci che Dio ci ha lasciato, che non ci vuole oramai bene come prima o, almeno, non ce lo mostra con tanta evidenza; ci dovremmo, piuttosto, domandare se non abbiamo abbandonato Dio in un angolo della nostra vita, se non abbiamo smesso di compiere la sua volontà come pane quotidiano, se non abbiamo smesso di mostrarci davanti al mondo, davanti ad amici e nemici, come quei discepoli di Gesù che tanto amano il suo Dio che amano anche gli uomini come Lui, senza distinzione né limite, ma gratuitamente. Impegnarsi per fare un mondo meno violento e fare il nostro cuore meno egoista è la forma di farsi, passo a passo, figli di Dio e discepoli di Gesù. Ed il fatto che la nostra società sia ogni giorno meno solidale e più ricca, più libera e meno fraterna, più ugualitaria e più inumana, fa tanto più necessario, quanto meno ordinario è oggi, l’amore cristiano: come è possibile che siamo, noi credenti, i cittadini che normalmente chiediamo maggiore giustizia che più insistiamo nel rigore della punizione e che meno siamo disposti al perdono e a dimenticare? Perché non incominciare noi a perdonare chi ci offende, se ancora non possiamo amare quello che ci odia? Se i cristiani in questa società continuano a comportarsi come fino ad ora, varrà la pena continuare ad essere tali, senza niente nuovo, di difficile, di straordinario da offrire?; troverà Dio dei figli in questa terra che fanno del suo amare tutto il compito della loro vita? È probabile che tutti noi l’abbiamo già tentato qualche volta; ed è quasi sicuro che non l’abbiamo ottenuto del tutto: essere buoni con chi non lo è stato con noi è, lo sappiamo per esperienza, molto penoso, se non impossibile. L’esigenza di Gesù ci obbliga a riconoscere la nostra incapacità e, di conseguenza, ci dà un nuovo motivo per pregare. Preghiamo Dio che pianti nel nostro cuore il suo volere, la sua capacità di perdonare: che ci faccia suoi figli, affinché riusciamo ad essere fratelli di tutti; che ci doni la capacità di amare che Lui stesso esige dai suoi. Chiediamogli che ci faccia suoi, dandoci il suo amore, in primo luogo, come vissuto gioioso e, dopo, come compito possibile.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

Virgen con el niño, catacumbas de Priscilla, Roma

Virgen con el niño, catacumbas de Priscilla, Roma dans immagini sacre Maternidad_la_Virgen_con_el_Ni_o_pintura_mural_de_las_catacumbas_de_Priscila_Roma_._La_iconograf_a_inclu_a_escasas_figuras_recurrentes.

http://historiadelartecbe.blogspot.it/2011/11/catacumbas.html

Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL CROCIFISSO: LE ORIGINI – (STORIA E SIMBOLI)

http://www.arteefede.com/articoli/articolo.php?file=L-10+-+CROCIFISSOsi.htm

IL CROCIFISSO:  LE ORIGINI – (STORIA E SIMBOLI)  

Il mese di aprile offre  lo spunto favorevole alla ricerca sulle origini dell’immagine diventata simbolo della nostra fede e della nostra cultura: la Crocifissione e la Risurrezione. L’annuncio gioioso  di Pietro a Pentecoste:  “Cristo è stato crocifisso ma Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (At.2,32)  viene espresso nel simboli catacombali della fede delle origini  tuttavia, nelle forme artistiche delle prime comunità, non troviamo rappresentazioni figurative di questi temi; in particolare non troviamo  la Crocifissione.  Forse questa constatazione può aver indotto alcuni a negare  la realtà  della morte in croce di Gesù  avvenuta sotto Tiberio,  probabilmente il 7 aprile dell’anno 30  e confermata dai dati  degli storici romani ed ebrei del tempo.  Il tema della Crocifissione  rimane  sconosciuto all’iconografia delle origini  sino al sec. IV allorchè Teodosio il Grande soppresse questa pena e il segno non suscitò più associazioni negative. La raffigurazione del  Messia crocifisso “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”( I° Cor. 1,23) poteva infatti scandalizzare gli ebrei e intimorire i neofiti, nonché suscitare  l’ironia dei pagani che raffigurarono  il fatto, nel graffito sul Palatino, con l’immagine di un asino crocifisso adorato da un proselito.  

I SIMBOLI Se la Crocifissione non era esplicitamente raffigurata,  essa era  ampiamente espressa  – nascosta e camuffata – nei simboli che gli iniziati conoscevano. E’ il caso dell’ANCORA il simbolo della Croce più diffuso dal II al IV secolo. Secondo il Wilpert ne esistono almeno 200 esemplari nelle catacombe. Questa immagine, a differenza di altri simboli  catacombali, non ha riscontro in altre civiltà, è propria del cristianesimo, quale segno della speranza nella salvezza eterna meritata da Cristo in croce. In un graffito del cimitero di Domitilla, l’ancora cruciforme è ben leggibile, sormontata dal cerchio, simbolo di vita; ad essa  sono attaccati frontalmente, due pesciolini: i cristiani che si aggrappano alla speranza della Croce. Diceva Giustino nel II secolo, “La nostra speranza è sospesa a Cristo crocifisso” La croce è poi camuffata nell’albero della nave  simbolo della Chiesa e nel  “T” (tau) inserito nei nomi propri  IRETNE  o  ITCQUS. . Un croce commissa (tau) è  stata trovata a Pompei,  anteriore al ’70, data dell’ eruzione del Vesuvio. I simboli dei primi secoli che alludono alla morte di Cristo sono sempre segno di vittoria: “Cristo crocifisso ha vinto la morte e ci ha donato la  vita“. Il segno del  Monogramma è diffusissimo: la vittoria della morte di Cristo in croce è l’asse dell’universo nel cui centro tutto converge (Col.1,20) Spesso, in numerosi dipinti catacombali, la Passione viene prefigurata nel Sacrificio d’Isacco; l’ariete,  sacrificato in luogo d’Isacco, diventerà  figura di Cristo, Agnello immolato  vittorioso (Ap.5,12), e sarà frequentemente raffigurato nell’arte Paleocristiana. 

 IL SEGNO DELLA CROCE appare  già  talvolta sin dal III secolo come appare nell’epigrafe di  Rufina  in S. Callisto e nell’iscrizione di Victoria nel cimitero di Domitilla, dove la croce è graffita  accanto alla palma.

I SARCOFAGI Nei sarcofagi si sviluppa  invece una traduzione simbolica della Passione: nel sarcofago di Domitilla ora in Vaticano, vediamo la croce centrale sormontata  dal Monogramma di Cristo  con la corona della vittoria; a lato i soldati di guardia, a destra la scena di Pilato,  a sinistra l’incoronazione, non di spine, ma di alloro:  il discorso della Passione continua ad essere presente, ma dissimulato  nel trionfo della Croce  come Risurrezione.   La PRIMA CROCIFISSIONE si trova su un pannello della porta di S.Sabina del 432 a Roma e in un avorio che si trova al British Museum di Londra.  Cristo con il perizoma all’occidentale, appare vivente con  gli occhi aperti,  vittorioso sulla morte, risorto. Le braccia sono aperte nella posizione dell’Orante. La  stessa iconografia ci mostra tra il VI e l’VIII secolo il Cristo che per influsso orientale, veste il colobium l’abito liturgico dei primi monaci, come  nel Crocifisso di S.Maria Antigua  ai Fori romani. Questa tipologia si svilupperà nell’ iconografia del “Christus Triunphans”  del sec. XII, la Croce di  S.Francesco a  S.Damiano d’Assisi,  ne è l’esempio più noto. Come possiamo notare, i documenti artistici dei primi secoli presentano la croce nella forma comunemente intesa, costituita cioè dalla trave verticale e dal patibulum (trave orizzontale) secondo le testimonianze degli storici e dei Padri  del II e III secolo. Constatiamo inoltre come nei primi secoli non c’è distinzione tra il momento della Crocifissione e quello della Risurrezione e quando  la Risurrezione   verrà raffigurata come nell’avorio del Museo di Monaco  del V secolo,  presenterà il fatto delle Pie donne al sepolcro, dove il sepolcro è il primo tempio costantiniano costruito sul sepolcro di Cristo a Gerusalemme  e distrutto nel 1009 dal Califfo Al Hakim. Nei secoli  successivi l’Editto di Costantino, si sviluppa un’altra iconografia della morte  come apoteosi, la troviamo a Roma nell’abside di S.Stefano Rotondo e nell’abside della Basilica di S.Giovanni in Laterano. La croce  – “albero della vita”-  è senza il corpo di Cristo e appare tempestata di gemme, su di essa,  in  un clipeo, il busto di Cristo.  L’iconografia deriva dalla croce gemmata sormontata dal busto di Cristo che Costantino aveva fatto erigere sul Golgota e si riallaccia alla tradizione del  rinnovamento della vera Croce da parte di Elena  madre di Costantino  e quindi al culto della S.Croce.

La CROCE GEMMATA.  In epoca paleocristiana e nell’arte ravennate è molto frequente l’immagine  della “croce gemmata” che allude all’apoteosi di Cristo e rimanda all’annuncio della  Parusia (Mt. 24,30): “Comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo”. La troviamo nelle prime  Basiliche paleocristiane e specialmente a Ravenna come nella splendida cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna dove la Croce è al centro di una incredibile decorazione stellare che ordinatamente ruota intorno ad essa.   ALBERO DELLA VITA  Frequente è anche  l’iconografia della croce come “albero della vita”  innalzato al centro della terra dove Adamo muore. Possiamo trovarne un   mirabile esempio nella splendida  composizione aurea del  catino absidale della Basilica  superiore di S.Clemente  a Roma Quella che vediamo è del XII sec., ma venne realizzata sul modello di quella che si trovava nella precedente basilica del IV secolo. NEL MEDIOEVO All’inizio del secondo millennio, accanto all’iconografia bizantina del “Christus Triunphans”  si sviluppa, per influsso  del movimento francescano che esalta il sentimento,  l’umana  l’iconografia del “christus patiens”(sofferente)). Il capo di Gesù  agonizzante è ripiegato sulla spalla, mentre il corpo  illividito è teso nella tragica curva  del dolore offerto alla compassione del popolo: “O voi che passate guardate se c’è un dolore simile al mio” (Lam. 1,12) Tra le maggiori espressioni quelle dei crocifissi di Giunta Pisano e Cimabue  Nel 1400 e’ il momento iconograficamente  e teologicamente più alto della raffigurazione della Croce, quello che trova nella  Trinità di Masaccio in S.Maria Novella a Firenze. Nell’immagine,  che  esprime la relazione  d’amore in Dio Trinità,  “le tre Persone  sono unite nell’infinito dolore del Figlio, che pende dalla croce, tra le braccia  dal Padre” (Bruno Forte).    I secoli successivi  hanno prodotto immagini  diverse della  Redenzione: da Giovanni Bellini a Grunewald,  da El Greco a Chagall,  sino al nostro tempo,  caratterizzato da un ritorno all’essenzialità  e alla sintesi  di un  segno pieno di comunicazione.  Nella  Croce di Armando Testa (1990) le linee oblique della croce senza il Cristo,  presentano l’ultimo atto del supremo abbandono del Crocifisso che grida: “Tutto è compiuto”. Ma anche in questa croce moderna  appare l’antica sintesi: la forma è quella della sofferenza, ma il  colore  azzurro e oro  rimanda alla Risurrezione; risuona anche qui il gioioso e sconvolgente annuncio : “Cristo morto è  risorto, ora vive per sempre”.   CORRIERE DI SALUZZO  7 aprile 2000  

Publié dans:Crocifisso (il), Papa Benedetto XVI |on 20 février, 2014 |Pas de commentaires »

L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA (sito Vaticano)

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/details/ns_lit_doc_20110628_elevazione_it.html  

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA

(dal link direi che la data è 28 giugno 2011)

A pochi giorni dalla solennità del Corpus Domini, ci piace concludere questa terza annata della nostra rubrica «Spirito della Liturgia» trattando dell’elevazione dell’Ostia e del Calice, subito dopo la consacrazione, all’interno della Messa. L’introduzione nel Canone di questo gesto risale all’inizio del sec. XII per l’Ostia, mentre l’elevazione del Calice si imporrà più lentamente e verrà ufficialmente prescritta solo dal Messale di san Pio V (1570). Le fonti individuano la Francia come luogo di origine dell’elevazione eucaristica e sembrano suggerire che il motivo circostanziale fu la volontà di evitare che i fedeli adorassero l’Ostia già all’inizio della consacrazione, quando il sacerdote prende il pane nelle mani, per pronunciare le parole del Signore. Sin dalla prima metà del Novecento, diversi autori hanno però sostenuto che il vero motivo dell’introduzione dell’elevazione sarebbe stato il desiderio, da parte del popolo cristiano, di guardare l’Ostia. L’opera probabilmente più indicativa al riguardo è quella di E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrament (Paris, 1926). J.A. Jungmann, uno dei più noti liturgisti del secolo scorso, subì l’influenza di questo libro, come si nota da quanto dice sull’elevazione nel suo famoso libro del 1949 Missarum sollemnia: «È sorto [nel sec. XII] tra i fedeli un movimento religioso volto ad ottenere che sia loro concesso di posare lo sguardo su quel Santissimo Sacramento al quale osano appena di accostarsi» (ediz. it., II, p. 159). Già nel 1940, però, G.G. Grant, in un articolo pubblicato su Theological Studies, aveva mostrato che la tesi sostenuta da Dumoutet non poteva dirsi davvero fondata. Essa supponeva nel popolo una forma di devozione eucaristica, che in realtà sappiamo essere stata più effetto che causa dell’introduzione dell’elevazione. Grant sosteneva che l’elevazione fosse dovuta piuttosto a motivi dottrinali, ossia per innalzare una solida barriera liturgica contro gli errori degli eretici riguardo la presenza reale. In questo senso, l’introduzione dell’elevazione risponderebbe alla stessa preoccupazione che ha spinto Benedetto XVI a distribuire la Comunione solo in ginocchio e sulla lingua: mettere un punto esclamativo sulla dottrina della presenza reale (cf. Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, pp. 219-220). Ma Jungmann, pur citando Grant nel primo dei due volumi di Missarum sollemnia, mantenne la posizione di Dumoutet, presentando tutti gli argomenti che da quel momento in poi sarebbero divenuti affermazioni ripetute, negli scritti e nelle conferenze di molti teologi e pastori. Tutto quello che lì dice, come pure il legame che individua tra l’introduzione dell’elevazione e la nascita dell’adorazione eucaristica, viene presentato in fondo in termini di degenerazione, più che di progresso (cf. I, pp. 103 ss.). La riforma liturgica post-conciliare della Messa ha dimezzato il numero delle genuflessioni che il sacerdote compie alla consacrazione, ma non ha eliminato l’elevazione dell’Ostia e del Calice. Nonostante ciò, la tesi Dumoutet-Jungmann ha continuato ad essere proposta, lasciando emergere la convinzione che elevare e guardare l’Ostia consacrata sarebbe segno di una fede poco matura, se non addirittura di una fede scaduta a livello di superstizione o di magia – certo questo, ieri come oggi, è sempre possibile; ma non è detto che rappresenti il significato del gesto in sé. Dobbiamo al contrario riconoscere che l’introduzione dell’elevazione alla consacrazione è un punto di vero progresso nella storia della Santa Messa. È da qui che nasce quel movimento di fede eucaristica che sfocia prima nel Corpus Domini (1264) e poi in tutte le forme di sana devozione eucaristica sviluppate fino ai nostri giorni. La contemplazione adorante dell’Ostia e del Calice appena consacrati non fa altro che esprimere due punti assolutamente fermi della fede cattolica sull’Eucaristia: la transustanziazione, che avviene nell’istante stesso in cui termina la dizione delle parole consacratorie da parte del sacerdote (cf. san Tommaso, Summa Theologiae III, 75, 7); e la presenza reale di Cristo nel sacramento. In realtà, l’elevazione esprime anche l’aspetto sacrificale della Messa, che per motivi di spazio non possiamo qui sviluppare. La duplice elevazione e le genuflessioni manifestano, e allo stesso tempo favoriscono, il giusto modo di accostarsi al Cristo eucaristico, modo segnalato da san Paolo prima (cf. 1Cor 11), e poi da sant’Agostino, con le celebri parole riprese da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis, n. 66. Rileggiamo il testo del Pontefice: «Mentre la riforma [post-conciliare] muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”». Il fatto che durante il primo millennio cristiano non vi fosse l’uso di elevare l’Ostia alla vista dei fedeli, non significa che tale gesto vada contro la purezza della fede: significa soltanto che esso all’epoca non era stato ancora sviluppato, e che verrà introdotto in seguito, come valida manifestazione della stessa fede eucaristica dei Padri. Ai Padri, infatti, non sono affatto estranei né il senso di adorazione verso l’Eucaristia, né l’importanza del guardare con gli «occhi della fede». I limiti di questo breve articolo non ci consentono di dilungarci. Basterà perciò ricordare un testo che negli ultimi decenni è divenuto piuttosto noto, in quanto attesta l’uso del primo millennio di ricevere la Comunione sul palmo della mano da parte dei fedeli. In questo testo delle Cathechesi mistagogiche, san Cirillo di Gerusalemme imparte alcune raccomandazioni a coloro che comunicano, affinché non vadano dispersi i frammenti eucaristici. L’attenzione si sofferma in genere su questo aspetto. Non si nota, pertanto, che egli accenna anche al tema del guardare l’Ostia consacrata prima di portarla alla bocca e che parla di questo guardare come di un sacramentale, un’azione che santifica l’uomo purificandone lo sguardo. Ecco parte del testo: «Quando tu ti avvicini [a ricevere la Comunione], non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra un trono alla destra, dal momento che questa sta per ricevere il re, e facendo cavo il palmo, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo “amen”. Poi, santificando con cura gli occhi con il contatto del santo corpo, prendi facendo attenzione a non perderne nulla…» (V, 21). Come minimo, si può dire che al tempo dei Padri non esisteva l’elevazione delle Specie consacrate, ma che se vi fosse stata, essi non l’avrebbero osteggiata. La Institutio Generalis del Messale di Paolo VI (qui nell’ediz. 2008) valorizza il guardare l’Ostia consacrata durante la Messa: al n. 222 essa prescrive che, al momento dell’elevazione, «i concelebranti sollevano lo sguardo verso l’Ostia consacrata e il Calice» (n. 222 e ugualmente ai nn. 227, 230 e 233). Per quanto riguarda la «forma straordinaria» del Rito Romano, l’Ordo servandus del Messale di Giovanni XXIII stabilisce che il celebrante, rialzatosi dalla prima genuflessione rivolta all’Ostia appena consacrata, «alza l’Ostia in alto e tenendo fissi su di essa gli occhi (cosa che fa anche all’elevazione del Calice), la presenta con riverenza al popolo affinché l’adori» (VIII, 5). Lungi dal rappresentare una degenerazione della fede eucaristica, l’elevazione dell’Ostia e del Calice consacrati fu un vero progresso nella storia della Celebrazione eucaristica, progresso che va salvaguardato e valorizzato mediante l’opportuna catechesi liturgica e il modo corretto di compiere il gesto da parte dei sacerdoti. D’altro canto, sarebbe incomprensibile ai nostri giorni opporsi ad una pratica che permette ai fedeli una maggiore partecipazione attiva ai sacri riti. L’innesto dell’elevazione dell’Ostia e del Calice nel Canone è un segno del fatto che la liturgia della Chiesa non è un oggetto da dissezionare sul tavolo della “sala operatoria” degli esperti, bensì è soggetto vivo della fede e della preghiera ecclesiali: «Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita”» (Benedetto XVI, Discorso nel 50° di fondazione del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 06.05.2011).

 

Liturgia Divina nel monastero Sretensky su Giovedi Santo

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Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2014 |Pas de commentaires »

OSTIA SPIRITUALE – DAL TRATTATO « SULL’ORAZIONE » DI TERTULLIANO

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OSTIA SPIRITUALE

DAL TRATTATO « SULL’ORAZIONE » DI TERTULLIANO, SACERDOTE (DOPO IL 220)

L’orazione è un sacrificio spirituale, che ha cancellato gli antichi sacrifici. « Che m’importa », dice, « dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di Giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Chi richiede da voi queste cose? » (cfr. Is 1, 11). Quello che richiede il Signore, 1′insegna il vangelo: « Verrà l’ora », dice, « in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Dio infatti è Spirito » (Gv 4, 23) e perciò tali adoratori egli cerca. Noi siamo i veri adoratori e i veri sacerdoti che, pregando in spirito, in spirito offriamo il sacrificio della preghiera, ostia a Dio appropriata e gradita, ostia che egli richiese e si provvide. Questa vittima, dedicata con tutto il cuore, nutrita della fede, custodita dalla verità, integra per innocenza, monda per castità, coronata dalla carità, dobbiamo accompagnare all’altare di Dio con il decoro delle opere buone, tra salmi e inni, ed essa ci impetrerà tutto da Dio. Che cosa infatti negherà Dio alla preghiera che procede dallo spirito e dalla verità, egli che così l’ha voluta? Quante prove della sua efficacia leggiamo, sentiamo e crediamo! L’antica preghiera liberava dal fuoco, dalle fiere, dalla fame, eppure non aveva ricevuto la forma da Cristo. Quanto è più ampio il campo d’azione dell’orazione cristiana! La preghiera cristiana non chiamerà magari l’angelo della rugiada in mezzo al fuoco, non chiuderà le fauci ai leoni, non porterà il pranzo del contadino all’affamato, non darà il dono di immunizzarsi dal dolore, ma certo dà la virtù della sopportazione ferma e paziente a chi soffre, potenzia le capacità dell’anima con la fede nella ricompensa, mostra il valore grande del dolore accettato nel nome di Dio. Si sente raccontare che in antico la preghiera infliggeva colpi, sbaragliava eserciti nemici, impediva il beneficio della pioggia ai nemici. Ora invece si sa che la preghiera allontana ogni ira della giustizia divina, è sollecita dei nemici, supplica per i persecutori. Ha potuto strappare le acque al cielo e impetrare anche il fuoco. Solo la preghiera vince Dio. Ma Cristo non volle che fosse causa di male e le conferì ogni potere di bene. Perciò il suo unico compito è richiamare le anime dei defunti dallo stesso cammino della morte, sostenere i deboli, curare i malati, liberare gli indemoniati, aprire le porte del carcere, sciogliere le catene degli innocenti. Essa lava i peccati, respinge le tentazioni, spegne le persecuzioni, conforta i pusillanimi, incoraggia i generosi, guida i pellegrini, calma le tempeste, arresta i malfattori, sostenta i poveri, ammorbidisce il cuore dei ricchi, rialza i caduti, sostiene i deboli, sorregge i forti. Pregano anche gli angeli, prega ogni creatura. Gli animali domestici e feroci pregano e piegano le ginocchia e, uscendo dalle stalle o dalle tane, guardano il cielo non a fauci chiuse, ma facendo vi-brare l’aria di grida nel modo che a loro è proprio. Anche gli uccelli quando si destano, si levano verso il cielo, e al posto delle mani aprono le ali in forma di croce e cinguettano qualcosa che può sembrare una preghiera. Ma c’è un fatto che dimostra più di ogni altro il dovere dell’orazione. Ecco, questo: che il Signore stesso ha pregato. A lui sia onore e potenza nei secoli dei secoli. Amen.   Tertulliano – Apologista cristiano Di famiglia benestante, ricevette un’ottima educazione prima a Cartagine e poi a Roma, dove divenne un eccellente avvocato, e, in età matura, si convertì al cristianesimo. Nel 197 tornò a Cartagine, divenne prete, si sposò e cominciò la sua produzione letteraria.  Dieci anni dopo il suo rigorismo lo portò a una rottura con la Chiesa cristiana. Aderì dapprima alla setta dei montanisti, ma poi si staccò anche da essi per porsi a capo di un gruppo estremista di seguaci, che sopravvisse di un paio di secoli alla sua morte. Scrisse molti trattati, una trentina dei quali è giunta sino a noi. Tutti hanno in comune il carattere della polemica e il timbro della forte personalità d’uomo e di scrittore di Tertulliano. Egli intraprende la difesa programmatica della nuova fede contro il paganesimo, unendo al suo bagaglio culturale il suo temperamento polemico, l’abilità dialettica, il gusto per la satira, l’inclinazione verso l’intransigenza e il calore delle sue convinzioni. Al periodo dell’ortodossia risale l’Apologeticus, probabilmente il primo scritto in assoluto della letteratura cristiana latina e capolavoro di tutta la produzione di Tertulliano, difesa serrata, su basi giuridiche, delle accuse che venivano mosse ai cristiani di disprezzo per la religione dello Stato e di tradimento.

Publié dans:TERTULLIANO |on 19 février, 2014 |Pas de commentaires »

GIANFRANCO RAVASI – QUATTRO SCRITTI SU GESÙ

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GIANFRANCO RAVASI – QUATTRO SCRITTI SU GESÙ

GESU’ DI EMMAUS

Nel 1623 un grande musicista tedesco, Heinrich Schùtz, compose uno stupendo oratorio intitolato « Storia della risurrezione » (op. 3). Alla partitura egli aggiunse un post-scriptum di poche ma intense righe: «Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra. Nel giorno del tuo giudizio, Signore, richiamami dalla mia tomba e, in cielo, il mio canto, mescolato a quello dei serafini, ti renderà grazie in eterno!». La narrazione evangelica della Pasqua di Cristo, pur nella sua estrema sobrietà, ha una potenza di speranza da aver mosso tanti cuori, in particolare quelli di coloro che hanno voluto riproporre la loro fede attraverso la bellezza dell’arte. Si pensi solo all’indimenticabile cascata di alleluia del Messia di Hàndel (1742). Ci fermiamo ora su una delle pagine più affascinanti del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus (24,13-35). La cornice cronologica è proprio quella del giorno di Pasqua. Due discepoli stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme conduce a un non meglio identificabile villaggio di Emmaus. Il Cristo della gloria pasquale non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza. Due sono le tappe di questo processo di fede: prima l’ascolto delle Scritture spiegate da Cristo in chiave cristiana; poi lo “spezzare il pane” che, nel linguaggio neotestamentario, allude all’eucaristia. In questi termini abbiamo già ciò che ogni domenica facciamo all’interno delle chiese, ascoltando la Parola di Dio e accostandoci alla mensa del Signore. Nell’ascolto della Parola «il cuore arde nel petto»; allo spezzare del pane «gli occhi si aprono e lo riconoscono». Ma c’è anche quell’indimenticabile implorazione finale: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta ormai declinando!». Lasciamo la parola al grande scrittore francese, Francois Mauriac (1885-1970), e alla sua Vita di Gesù (1936): «A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità d’una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi, perché il giorno declina…! Il giorno declina, la vita finisce. L’infanzia sembra più lontana che il principio del mondo, e della giovinezza perduta non sentiamo più altro che l’ultimo mormorio degli alberi morti nel parco irriconoscibile…». Cristo, presenza ineludibile, è «con noi sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Il celebre scrittore Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo aveva risposto: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare».

I VOLTI DEL CRISTO  

Agli inizi della tradizione artistica cristiana si fu incerti sul raffigurare Cristo con un aspetto brutto – per renderlo vicino agli ultimi e ai sofferenti – o con un profilo affascinante, per far risplendere la perfezione della sua umanità. I Vangeli non ci dicono nulla sulla sua fisionomia esteriore. Molto, invece, sappiamo dei suoi atti e delle sue parole ed è questa la vera bellezza che ha catturato l’umanità. In questa luce si devono leggere le parole che il grande scrittore russo Fiodor Dostoevskij scriveva alla nipote Sonia in una lettera del gennaio 1868: «Tutti gli scrittori che hanno pensato di raffigurare un uomo positivamente bello si sono sempre dati per vinti. Poiché si tratta di un compito sconfinato. Il bello, infatti, è l’ideale. Al mondo c’è una persona sola positivamente bella: Cristo. L’apparizione di questa persona sconfinatamente, infinitamente bella è già un miracolo infinito». E nei Demoni, ancor più provocatorio, il romanziere russo farà di Gesù anche il segno della verità assoluta: «Se mai si dimostrasse matematicamente che la verità è fuori di Cristo, io starei dalla parte di Cristo!». Certo è che sempre sono state vere le parole lapidarie pronunziate dal vecchio Simeone mentre stringeva tra le sue braccia Gesù neonato: «Egli è segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Luca 2,34-35). Così il filosofo anticristiano tedesco Friedrich W.Nietzsche, che aveva considerato Cristo l’unico cristiano della storia, finito però in croce, nella sua opera Così parlò Zarathustra (1883-85) reagirà in questa maniera: «È morto troppo presto: avrebbe ritrattato lui stesso la sua dottrina, se fosse giunto alla mia età». Eppure anche Nietzsche non poteva prescindere da quella figura di «ebreo pieno di lacrime e di malinconia», come lo definiva al punto tale da intitolare un suo libro L’Anticristo! È la stessa confessione che farà in piena rivoluzione sovietica (1918) un conterraneo di Dostoevskij, il poeta Alexander Biok (1880-1921) che, al termine dell’opera I Dodici, confessava: «Quando l’ebbi finita, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo! Purtroppo proprio Cristo!». Una figura imprescindibile, quindi, e “inevitabile” come lo sono le 64.327 parole greche di quei quattro libretti, i Vangeli. A proposito delle parole di Gesù, della loro bellezza e forza è suggestivo quello che scrisse un altro scrittore ateo, il francese André Gide (1869-1951), che ebbe un rapporto tormentato con Cristo. Confessava nella sua opera Numquid et tu? (1922): «Penso che non si tratti di credere alle parole del Cristo perché il Cristo è figlio di Dio, quanto di comprendere che egli è figlio di Dio perché la sua parola è divina e infinitamente più alta di tutto ciò che l’arte e lasaggezza degli uomini possono proporci. Signore, non perché mi sia stato detto che tu eri il figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è bella al di sopra di ogni parola umana, e da questo io riconosco che sei il figlio di Dio».  

L’ « AGONIA » DI GESU’

Ci stiamo avvicinando al vertice della Quaresima: i giorni ci conducono a quell’evento capitale della fede cristiana che èla morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Quella vicenda è giunta a noi attraverso le pagine altissime dei Vangeli che sono divenute anche una sorgente di arte e di bellezza. Lo stesso dolore è trasfigurato, la morte è glorificata, il silenzio di Dio diventa parola misteriosa. Noi ora ci fermeremo su una scena preliminare, quella che si consuma sotto gli ulivi del Getsemani: alcime analisi scientifiche hanno rivelato nei loro ceppi una datazione di 2.500 anni. Gesù sotto lo stormire di quelle fronde aveva a lungo pregato in solitudine, rivelando in quell’appello rivolto al Padre celeste tutta la realtà della sua umanità: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice…». Luca, l’evangelista che era stato medico, aveva segnalato anche quella terribile “diapedesi” della pelle di Cristo, giunta persino a trasudare sangue. L’intensità di questa “agonia” di Gesù potrebbe essere riproposta anche attraverso la forza dell’arte che l’ha voluta spesso raffigurare. Pensiamo solo alI’emoziònante tela di Andrea Mantegna(1460), conservata al museo di Tours, con la pesante materialità dei discepoli assonnati in primo piano e col Cristo sospeso su una rupe, solitario in tesa orazione. «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo: non bisogna dormire fino a quel momento», scriveva Pascal, il celebre filosofo francese nei suoi Pensieri (n. 736). Un tema che percorrerà anche un notissimo romanzo – divenuto anche un film bellissimo di Bresson- dello scrittore francese Bernanos, il Diario di un curato di campagna (1936), il cui protagonista è definito «prigioniero della santa Agonia». Un altro francese, il poeta Alfred de Vigny, nel 1839 aveva proposto nel Monte degli Ulivi quelle ore notturne vissute da Gesù e le aveva trasformate nei simbolo dell’angoscia di ogni persona, quando attorno ad essa si addensa il silenzio di un Dio apparentemente «muto, cieco, sordo al grido delle sue creature». Un’esperienza drammatica per il Figlio di Dio fatto uomo, come ricordava un altro poeta francese, Gérard de Nerval, nel suo sonetto Il Cristo degli Ulivi (1854): «Dio manca all’altare del mio sacrificio… Dio non c’è! Dio non è più! Ma essi continuano a dormire…». Ma vorremmo invitare chi conosce bene la musica a meditare su quella scena ascoltando l’unico oratorio scritto da Beethoven, Cristo al monte degli Ulivi op. 85 (1802-1803), che io ebbi la fortuna di ascoltare eseguito sullo sfondo del monte degli Ulivi nel 1995, per la celebrazione del terzo millennio di Gerusalemme. Tre sono i protagonisti: Gesù (tenore), Pietro (basso) e un serafino (soprano). Emozionante è l’aria del serafino che dialoga col coro e con Gesù per consolarlo (è un recitativo). Ma le ultime parole di Cristo sulla croce, secondo Luca, saranno una preghiera di fiducia e non di desolazione: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46).

CRISTO SAMARITANO

Lo scrittore Luigi Santucci (19 18-1999) in un suo racconto intitolato Samaritano apocrifo ricorda che questo personaggio evangelico — che abbiamo iniziato a presentare la scorsa settimana, attingendo alla parabola di Luca 10,25-37 — è divenuto nei secoli cristiani una specie di icona posta nei «vestiboli dei lazzaretti e dei luoghi pii». Ma qua! è il vero senso della parabola di Gesù, una delle più celebri e più belle del Vangelo? La risposta è da cercare in un abile contrasto tra due domande presenti nella cornice del racconto. In essa un dottore della legge chiede a Cristo: «Chi è mai il mio prossimo?». L’ebraismo Ilsolveva questo interrogativo “oggettivo” sulla base di una serie di cerchi concentrici che si allargavano ai parenti e agli Ebrei. Gesù, in finale di parabola, rilancia la domanda allo scriba ma con un mutamento significativo: «Chi ha agito come prossimo?». Come è evidente, c’è un ribaltamento: invece di interessarsi “oggettivamente” a definire il vero o falso prossimo, Gesù invita a comportarsi “soggettivamente” da prossimo nei confronti di tutti coloro che sono nella necessità. In questa luce il Samaritano — a differenza del levita e del sacerdote ebreo che «passano òltre dall’altra parte» della strada su cui giace lo sventurato, mezzo morto — autenticamente è prossimo del sofferente, senza interrogarsi su chi è questo prossimo da aiutare. È per questo che una tradizione posteriore ha visto nel ritratto del buon Samaritano un’immagine di Cristo stesso. E, infatti, interessante notare che sulle mura di un edificio crociato diroccato, chiamato liberamente “il khan (caravanserraglio) del buon Samaritano” posto proprio sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico, un anonimo pellegrino medievale ha inciso in latino questo graffito: «Se persino sacerdoti o leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che Cristo è il buon Samaritano che avrà sempre compassione di te e nell’ora della tua morte ti porterà alla locanda eterna». Questa pagina evangelica di forte tensione drammatica ma anche di grande fragranza spirituale e lettera-~ ria illustra in modo esemplare il messaggio cristiano dell’amore che pervade tante parole di Gesù, a partire dall’appello del Discorso della Montagna: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Matteo 5,43-44). Per giungere fino al testamento dell’ultima sera di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amati, così anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13,34-35). Anche nell’apocrifo Vangelo di Tommaso Gesù ripete: «Ama il tuo fratello come l’anima tua. Proteggilo come la pupilla dei tuoi occhi». 

Publié dans:biblica, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 19 février, 2014 |Pas de commentaires »

Virgin Mary Refuge of Hopeless

Virgin Mary Refuge of Hopeless  dans immagini sacre 451436497_tp

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Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2014 |Pas de commentaires »

PAZIENZA

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PAZIENZA

Per il cristiano la pazienza è coestensiva alla fede: ed è sia perseveranza, cioè fede che dura nel tempo, che makrothymia, «capacità di guardare e sentire in grande», cioè arte di accogliere e vivere l’incompiutezza…

        La Scrittura attesta che la «pazienza» è anzitutto una prerogativa divina: secondo Esodo 34,6 Dio è makrothymos, «longanime», «magnanimo», «paziente» (in ebraico l’espressione equivalente suona letteralmente: «lento all’ira»). Il Dio legato in alleanza al popolo dalla «dura cervice» non può che essere costitutivamente paziente. Questa pazienza è stata manifestata compiutamente nell’invio del Figlio Gesù Cristo e nella sua morte per i peccatori, ed è ancora ciò che regge il tempo presente: «Il Signore non ritarda nell’adempire la promessa [...], ma usa pazienza (makrothymei) verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a conversione» (2 Pietro 3,9). La pazienza del Dio biblico si esprime al meglio nel fatto che Egli è il Dio che parla: parlando, dona il tempo all’uomo per una risposta, e quindi attende che questa arrivi alla conversione. La pazienza di Dio non va confusa con l’impassibilità di Dio, anzi, essa è il «lungo respiro della sua passione» (E. Jüngel), è la lungimiranza del suo amore, un amore che «non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ezechiele 33,11), ed è una forza operante anche quando il movimento di conversione non è ancora compiuto. La pazienza di Dio trova così la sua espressione più pregnante nella passione e croce di Cristo: lì la dissimmetria fra il Dio che pazienta e l’umanità peccatrice si amplia a dismisura nella passione di amore e di sofferenza di Dio nel Figlio Gesù Cristo crocifisso. Da allora la pazienza, come virtù cristiana, è un dono dello Spirito (Galati 5,22) elargito dal Crocifisso-Risorto, e si configura come partecipazione alle energie che provengono dall’evento pasquale.

Per il cristiano la pazienza è dunque coestensiva alla fede: ed è sia perseveranza, cioè fede che dura nel tempo, che makrothymia, «capacità di guardare e sentire in grande», cioè arte di accogliere e vivere l’incompiutezza. Questo secondo aspetto dice come la pazienza sia necessariamente umile: essa porta l’uomo a riconoscere la propria personale incompiutezza, e diventa pazienza verso se stessi; essa riconosce l’incompiutezza e la fragilità delle relazioni con gli altri, strutturandosi così come pazienza nei confronti degli altri; confessa l’incompiutezza del disegno divino di salvezza, configurandosi come speranza, invocazione e attesa di salvezza. La pazienza è la virtù di una chiesa che attende il Signore, che vive responsabilmente il non ancora senza anticipare la fine e senza ergere se stessa a fine del disegno di Dio. Essa rigetta l’impazienza della mistica come dell’ideologia e percorre la via faticosa dell’ascolto, dell’obbedienza e dell’attesa nei confronti degli altri e di Dio per costruire la comunione possibile, storica e limitata, con gli altri e con Dio. La pazienza è attenzione al tempo dell’altro, nella piena coscienza che il tempo lo si vive al plurale, con gli altri, facendone un evento di relazione, di incontro, di amore. Per questo, forse, oggi, nell’epoca stregata dal fascino del «tempo senza vincoli» – in cui la libertà viene spesso immaginata come l’assenza di legami, di vincoli, come possibilità di operare dei ricominciamenti assoluti dall’oggi al domani, che riportino a un incontaminato punto di partenza, azzerando o rimuovendo tutto ciò in cui prima si viveva, e anzitutto le relazioni e gli impegni assunti – può apparire così fuori luogo, e al tempo stesso così urgente e necessario, il discorso sulla pazienza: sì, per il cristiano, essa è centrale quanto l’agape, quanto il Cristo stesso. TI pazientare, cioè l’assumere come determinante nella propria esistenza il tempo dell’altro (di Dio e dell’altro uomo), è infatti opera dell’amore. «L’amore pazienta» (makrothymei), dice Paolo (1 Corinti 13,4). E la misura e il criterio della pazienza del credente non possono risiedere, in ultima istanza, che nella «pazienza di Cristo»(2 Tessalonicesi 3,5: hypomonè tou Christou). Ecco perché spesso la pazienza è stata definita dai Padri della chiesa come la summa virtus (cfr. Tertulliano, De patientia 1,7): essa è essenziale alla fede, alla speranza e alla carità. Ha scritto Cipriano di Cartagine: «Il fatto di essere cristiani è opera della fede e della speranza, ma perché la fede e la speranza possano giungere a produrre frutti, abbisognano della pazienza» (Cipriano, De bono patientiae 13). Innestata nella fede in Cristo, la pazienza diviene «forza nei confronti di se stessi» (Tommaso d’Aquino), capacità di non disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà, diviene perseveranza, capacità di rimanere e durare nel tempo senza snaturare la propria verità, e diviene anche capacità di sup-portare gli altri, di sostenere gli altri e la loro storia. Nulla di eroico in questa operazione spirituale, ma solo la fede di essere a propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce. In questa difficile opera il credente è sorretto da una promessa: «Chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Matteo 10,22; 24, 13). Promessa che non va intesa semplicemente come un rimanere saldi in una professione di fede, ma come un mettere in pratica la pazienza e l’attiva sopportazione tanto nei rapporti intra-ecclesiali, intra-comunitari («sopportatevi a vicenda», Colossesi 3,13), quanto nei rapporti della comunità cristiana ad extra, con tutti gli altri uomini («siate pazienti con tutti», 1Tessalonicesi 5,14). La pazienza diviene così una categoria che interpella la struttura interna della comunità cristiana e il suo assetto nel mondo, in mezzo agli altri uomini, ai non credenti. E mentre interpella, inquieta!

(L’autore) Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità – autore: Enzo Bianchi

Publié dans:Enzo Bianchi, meditazioni, spiritualità  |on 18 février, 2014 |Pas de commentaires »
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