Archive pour février, 2014

Sant’Alessandro di Alessandria

Sant'Alessandro di Alessandria dans immagini sacre St.-Alexander-of-Alexandria

http://classicalchristianity.com/category/bysaint/st-alexander-of-alexandria-died-ca-326/

Publié dans:immagini sacre |on 25 février, 2014 |Pas de commentaires »

26 FEBBRAIO: SANT’ ALESSANDRO DI ALESSANDRIA PATRIARCA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/42850

SANT’ ALESSANDRO DI ALESSANDRIA PATRIARCA

26 FEBBRAIO

250 – 328

Eletto patriarca d’Alessandria d’Egitto, rinnovò il clero scegliendo uomini di provata rettitudine e costruì la grande Chiesa di S. Theonas. Lottò contro Ario dopo aver tentato di convincerlo paternamente. La sua vita e la fermezza con cui condusse la lotta contro l’arianesimo sono tuttora testimonianza del suo senso di giustizia, della sua forza spirituale e della sua integrità morale.

Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco

Martirologio Romano: Commemorazione di sant’Alessandro, vescovo: anziano glorioso e dal fervido zelo per la fede, divenuto dopo san Pietro capo della Chiesa di Alessandria, separò dalla comunione ecclesiale il suo sacerdote Ario, pervertito dalla sua insana eresia e confutato dalla verità divina, che egli poi condannò quando entrò a far parte dei trecentodiciotto Padri del Concilio di Nicea I.
Tra i numerosi santi con questo nome, il patriarca Alessandro, nato verso il 250, merita un posto di primissimo piano nell’elenco dei grandi campioni della fede, essendo stato uno dei protagonisti nella lotta all’eresia ariana. Uomo di profonda cultura unita a zelo e bontà, Alessandro fu eletto nel 313 alla importante sede patriarcale di Alessandria d’Egitto. Pare che lo stesso Ario, ordinato sacerdote dal predecessore S. Achilla forse dietro indicazione di Alessandro, sia stato tra i promotori della sua elezione.
Il sessantenne patriarca rivolse le prime cure alla formazione e alla scelta dei chierici tra uomini di comprovata virtù e diede inizio alla costruzione della chiesa di S. Theonas, la più grande della città. Ma il suo nome resterà legato alla edificazione di quel grande baluardo della ortodossia, costruito per sua iniziativa, al primo concilio ecumenico di Nicea, contro il dilagare di un concentrato di eresie propagate da uno dei suoi sacerdoti, Ario, un vero precursore dei moderni metodi pubblicitari. Per diffondere le sue teorie (l’incomunicabilità di Dio alle creature, la posizione subordinata e intermediaria di Cristo tra Dio e il mondo, quindi la negazione della consustanzialità del Figlio col Padre), Ario ricorse infatti perfino alle canzoni, che il popolo cantava senza rendersi conto degli errori dottrinali che vi si celavano. Alessandro cercò di riportarlo all’ovile con dolcezza e paternamente, ma, visto inutile ogni tentativo, il santo patriarca convocò un sinodo di vescovi, durante il quale le tesi di Ario vennero esaminate e respinte. Ario non si sottomise e riparò in Palestina, dove ebbe modo di farsi accogliere come perseguitato e cercò di screditare Alessandro. Nella controversia si inserì lo stesso imperatore Costantino, il quale, poco esperto in questioni teologiche, finì per dare un colpo alla botte e uno al cerchio: Alessandro e Ario ebbero in uguale misura severi richiami all’ordine. La disputa non poteva finire così e allora Costantino, per le stesse insistenza di Alessandro, convocò il concilio a Nicea di Bitinia.
In questa prima grande assise ecumenica troviamo accanto all’anziano e malato Alessandro il suo battagliero diacono Atanasio, che gli succederà nella sede episcopale e porterà a fondo la lotta all’eresia ariana. Alessandro venne accolto trionfalmente al suo ritorno ad Alessandria, dove si rimise al lavoro per sanare le ferite prodotte dallo scisma. La morte lo colse cinque mesi più tardi. La data è incerta: quella del 26 febbraio del 328 è suffragata da maggiori testimonianze.

Autore: Piero Bargellini

Publié dans:Santi |on 25 février, 2014 |Pas de commentaires »

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? » – LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01091997_p-24_it.html

(il tema della fiducia l’ho preso da quello che sta accedendo ora in Italia, è una buona ispirazione, forse la tengo per un giorno nel quale ho più tempo)

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? »

LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO

Frère Roger di Taizé

Se fosse possibile sondare un cuore umano, che cosa vi scopriremmo? La sorpresa sarebbe di scoprirvi la silenziosa attesa di una presenza. Ed ecco che nel Vangelo percepiamo una risposta a questa attesa. San Giovanni lo esprime con queste sorprendenti parole: «In mezzo a voi sta Uno che voi non conoscete».
Chi è Colui che sta in mezzo a noi? È il Cristo, il Risorto. Forse noi lo conosciamo poco, ma lui è vicino ad ogni essere umano. Chi è quel Gesù di cui parla il Vangelo, quel Cristo amore di ogni amore? Sin prima dell’inizio dell’universo, da ogni eternità, Cristo era in Dio. Dalla nascita dell’umanità, è la Parola vivente. Poi, come un umile, è venuto tra gli esseri umani. Dal Vangelo di San Giovanni, capiamo che non è venuto sulla terra per condannare il mondo, ma affinché, per mezzo di lui, ogni creatura umana sia salvata, riconciliata e trovi un cammino illuminato da lui.
Se Gesù non avesse vissuto in mezzo a noi, Dio sembrerebbe lontano, irraggiungibile. Ma, per mezzo della sua vita, Gesù ha lasciato trasparire chi è Dio. E oggi, risorto, Cristo vive in noi mediante lo Spirito Santo. Ancor di più è unito ad ogni essere umano senza eccezioni. Se non fosse risorto, non sarebbe presente accanto a noi. rimarrebbe come uno dei personaggi che hanno segnato la storia dell’umanità. Ma non sarebbe possibile dialogare con lui nella preghiera. Non oseremmo invocarlo: Gesù Cristo, in ogni momento mi appoggio su di te; anche quando non arrivo a pregare ti dico: tu, tu sei la mia preghiera.
Prima di lasciarli, Cristo ha detto ai suoi discepoli che avrebbe mandato loro lo Spirito Santo, come un sostegno e una consolazione. Allora possiamo fare questa scoperta: allo stesso modo che Cristo è stato presente sulla terra accanto ai suoi discepoli, oggi continua ad esserlo per noi mediante lo Spirito Santo. Più comprensibile per gli uni, più velata per gli altri, la sua misteriosa presenza è sempre viva. E’ come se potessimo sentirlo dire: «Non sai che io sono accanto a te e che, mediante lo Spirito Santo, io vivo in te? Io non ti abbandonerò mai».
«Dio può solo dare il suo amore», scriveva nel VII secolo un teologo, Sant’Isacco di Ninive. E il suo amore ci rende la fede accessibile. Ma che cos’è la fede? La fede è un’umile realtà, un’umilissima fiducia in Dio. Se la fede diventasse pretesa spirituale, non porterebbe da nessuna parte. Allora capiamo l’intuizione di Sant’Agostino: «Se hai il semplice desiderio di conoscere Dio, hai già la fede».
Nessuno arriva a conoscere Cristo da solo. Ognuno può dirsi: in quell’unica comunione che è il Corpo di Cristo, la sua Chiesa, ciò che io non capisco della fede, altri lo comprendono e ne vivono. Quindi, non mi appoggio solamente sulla mia fede, ma su quella dei cristiani di ogni tempo, coloro che ci hanno preceduto, dagli Apostoli e la Vergine Maria fino a quelli di oggi; e, giorno per giorno, mi dispongo interiormente ad avere fiducia nel Mistero della Fede.
Non vorremmo mai dimenticarlo: Cristo è anzitutto comunione. Non è venuto sulla terra per creare una nuova religione, ma per suscitare una comunione d’amore nel suo Corpo, la Chiesa. A Taizè, vogliamo ricordare che la Chiesa è un mistero di comunione, anzi è la comunione per eccellenza.
In questa comunione, mediante lo Spirito Santo, persino i timori e le notti delle nostre vite possono scoprire un’aurora delle riconciliazioni e il destarsi di una gioia semplicissima. E nei nostri cuori, a volte fragili, si accende una fiamma d’amore e possiamo avanzare dal dubbio verso il chiarore di una comunione. 

Publié dans:meditazioni, TAIZÉ |on 25 février, 2014 |Pas de commentaires »

I Santi Apostoli Pietro e Paolo

I Santi Apostoli Pietro e Paolo dans immagini sacre Holy_Glorious_and_All-Praised_Leaders_of_the_Apostles_Sts_Peter_and_Paul_Martyrs_June_29,_64

http://thebananarepublican.blogspot.it/2010/06/solemnity-of-holy-apostles-peter-and.html

Publié dans:immagini sacre |on 24 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL CRISTIANO E IL DONO DI INTELLIGENZA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2000-2001/Il%20Cristiano%20e%20il%20dono%20di%20intelligenza.html

IL CRISTIANO E IL DONO DI INTELLIGENZA

Se il dono di conoscenza ci coglie nella nostra vita di fede, circondati da tutte le creature e con esse ci aiuta a tendere con sicurezza verso Dio, Fine ultimo, il dono di intelligenza o di intelletto ci coglie nella nostra vita intima con Dio, in comunione con lui. Facciamo un esempio. Una volta Mamma Margherita, la mamma di Don Bosco, osservando il risultato del duro lavoro delle sue mani di contadina, disse chi era per lei Dio: “Il Signore è davvero buono con noi, ci ha dato il pane quotidiano… Dobbiamo ringraziare il Signore che ci provvede il necessario. Davvero Dio è Padre, Padre nostro che è nei cieli”. Queste parole sono colme di serenità, pace, gioia. Mamma Margherita percepiva che Dio era in comunione con lei e lei con Dio. L’aveva guadagnato lei il pane per i suoi figli, ma sentiva che l’aveva guadagnato con l’aiuto di Dio. Qui non c’è solo il dono di conoscenza che dalle creature ci porta a Dio, ma anche il dono di intelligenza che ci fa penetrare nell’intimità con Dio, quel dono che purifica l’intelligenza, la illumina e l’aiuta a penetrare nel pensiero di Dio, a entrare in sintonia con Dio, a scrutare le profondità di Dio. Non è più un semplice accogliere nella fede la verità rivelata, la notizia di Dio, non è più un semplice aumento di conoscenza ordinaria, qui il Dio creduto diventa il Dio percepito con la luce del cuore; qui c’è un’intelligenza cordiale, un capire e vivere nella pace il pensiero di Dio, uno scrutare nello Spirito e con lo Spirito le profondità di Dio. È l’esperienza viva, anche se tante volte inconscia, di quello che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”, cioè di penetrarne il senso con le sole vostre capacità intellettuali, ma “quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera… Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 16,12-13; 15,26). È solo mediante lo Spirito, che ci elargisce i suoi doni, che noi possiamo conoscere in pienezza Gesù Rivelatore e quanto lui ci ha insegnato e penetrare nell’intimità del Padre. Dice Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì… a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (1 Cor 2,10-12)… e quelle cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano (v. 9)… Di queste cose noi parliamo non con parole ricevute dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito (v. 13)”. Ma chi sono questi “noi” Sono i puri di cuore, i semplici. Di loro ha parlato Gesù quando ha detto: “Padre, Signore del cielo e della terra, tu hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli, ai semplici” (Lc 10,21), cioè a coloro che ascoltano la tua parola con cuore puro: “beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. È a questa beatitudine infatti che corrisponde il dono di intelligenza. “Il cuore puro è un cuore sincero, limpido, leale; è trasparenza interiore nelle intenzioni e nei pensieri, e ciò sia davanti a Dio, sia davanti agli uomini” (Drago, p. 151). La purezza del cuore non riguarda solo la sessualità, anche se questo aspetto è molto importante, perché coloro che vivono nel disordine sessuale sono così ripiegati e rinchiusi in se stessi e nel loro egoismo che si privano da se stessi della conoscenza di ogni bene. Chi invece vive nella massima rettitudine, cioè chi è “puro di cuore” nel senso pieno dell’espressione, può contemplare, o meglio, può anche sulla terra, sentire la presenza amorosa di Dio. Il dono di intelligenza infatti rinsalda e purifica la fede di tutti coloro che nella semplicità del loro cuore la sanno vivere senza tanto discutere o ragionare. Sono le persone semplici che sanno vivere in profondità questo dono dello Spirito e rifuggono con il suo aiuto da ogni errore o inganno. Tanti di loro non sono capaci di discutere se è errore o verità quello che si dice loro; lo sentono, perché hanno il vero senso di Dio. Vivendo nella massima semplicità e rettitudine la loro vita cristiana e sostenuti dal dono di intelligenza, essi percepiscono le profonde armonie della fede e contemplano la grandezza e l’eccellenza delle perfezioni divine. “La semplicità – dice il libro dell’Imitazione di Cristo – penetra in Dio e lo capisce. Se anche tu fossi semplice e puro vedresti limpidamente e capiresti senza fatica tutte le cose”. Se poi i puri di cuore, cioè le persone semplici, fissano lo sguardo sul Crocifisso per amore, sentono che debbono imitarlo nel suo amore per tutti gli uomini e in particolare per i più poveri e i più lontani da Dio o in pericolo di perdersi. Per questo sentono che debbono distaccare il cuore da ogni peccato e soprattutto che debbono vincere l’orgoglio umano per vivere in umiltà, virtù indispensabile per percorrere la via della carità.

Vincere l’orgoglio

L’orgoglio, la cecità del cuore, è la più tremenda malattia che può colpire lo spirito dell’uomo. Quando un giorno Gesù, dopo aver guarito un uomo nato cieco, disse che egli era venuto, “perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”, i farisei gli chiesero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. E Gesù rispose: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: «Ci vediamo», il vostro peccato rimane” (Gv 9,40s). “L’intelligenza umana per essere guarita dalla tragica malattia dell’orgoglio ha bisogno di aprirsi con umiltà all’opera santificatrice dello Spirito, deve avere il coraggio di immergersi nella notte oscura della non intelligenza (= rinunziare a farsi forti della propria sapienza umana, del proprio sapere e di tante sicurezze acquisite semplicemente con lo studio) per arrivare alla sublime vetta della vera intelligenza che è la visione di Dio… Niente è più duro, come il rinunciare a quelle evidenze che ci appaiono tali, ma che in realtà sono solo nostri modi personali di vedere, frutto di nostre mentalità spesso distorte… È difficile rinunciare a un’idea, a una nostra chiarezza intellettuale a cui il nostro orgoglio ci tiene attaccati, perché abbiamo faticato molto nello studio: è una nostra conquista. Ebbene il dono di intelligenza ci purifica e ci infonde il santo coraggio di rinunciare anche a un tipo di rapporto con Dio vissuto sulla base di ciò che vorremmo noi, e non sulla base di ciò che vuole Dio da noi. In questo caso infatti il nostro intelletto cercherebbe solo un appagamento di sé e non un profondo e gratuito rapporto di amore con il Signore. C’è in questo un sottile e impercettibile orgoglio che rende impuro il cuore e quindi incapace di vedere il Signore” (vedi Drago, p. 154). Perciò… … un senso di rinuncia è necessario Infatti, per entrare in intimità con Dio è necessaria una disponibilità a rinunciare a ciò che sentiamo conquista nostra e non dono di Dio. C’è un bellissimo esempio di ciò nella vita di Don Bosco. La mamma, sin da piccolo, gli esigeva delle semplici mortificazioni materiali per prepararsi ad affrontare nella vita situazioni assai più dure. E il figlio imparò dalla mamma il senso di rinuncia e di mortificazione e praticò per tutta la vita una totale mortificazione esteriore e interiore e si sforzò sempre nel dominio di sé, frenando le sue passioni e assoggettando il suo corpo. Nulla di strano, perciò, se egli riuscì a sviluppare al massimo la sua intelligenza e se questa fu resa ancor più valida dal dono di intelligenza: era un “puro di cuore”; e quindi capace di penetrare con l’aiuto dello Spirito nella conoscenza di Dio. Non fu un cammino facile, ma ebbe il coraggio di percorrerlo con fedeltà sin dal giorno in cui ebbe tra le mani il libro dell’Imitazione di Cristo. Fu allora che comprese meglio la sua vita cristiana e il modo di viverla. Da quel giorno si sforzò sempre di aprirsi totalmente all’azione dello Spirito; e, guidato dallo Spirito, gli fu più facile acquisire le verità divine e sviluppare meglio il senso delle cose di Dio allontanando ogni pericolo di sviamento e di errore. Nella sua vita infatti rifulse a poco a poco l’umiltà, la rinuncia a fare sfoggio della scienza dei dotti che egli possedeva, per parlare agli umili, ai piccoli, agli ignoranti. Se il dono di conoscenza gli permetteva di vedere i suoi ragazzi nella luce di Dio, il dono di intelligenza gli faceva contemplare i fondamenti di una vera educazione cristiana: portare tutti a una vera conoscenza di Dio. Fu il dono di intelligenza che lo aprì a Cristo, vero rivelatore del Padre e che lo rese un vero educatore cristiano. Quando scrisse la sua Storia Sacra, nel Nuovo Testamento si sforzò di presentare Gesù come modello da imitare, il quale donandosi rivela l’amore del Padre ed è tutto teso verso il Padre. Come aprirsi a Dio? Fissando lo sguardo su Gesù, ascoltando Gesù. Solo ascoltando Gesù posso davvero con l’aiuto dello Spirito conoscere Dio come Padre e capire quello che Gesù con la sua vita e la sua parola mi ha insegnato. Solo dalla rivelazione posso comprendere che Dio è Amore e che il Figlio è rivelazione di questo amore nella sua vita che si fa dono sino alla morte per la salvezza di tutti. “Solo il Padre conosce il Figlio”. Perciò solo lui me lo può rivelare, e lo ha fatto nella Trasfigurazione del Figlio quando ci ha detto: “Questo è il Figlio mio prediletto. Ascoltatelo”. Ma come ascoltare Gesù ed entrare in comunione con lui? C’è una regola molto semplice di lettura dei Vangeli: fissare lo sguardo su Gesù che è “Parola di Dio” in tutto ciò che è, fa e dice; scoprirlo nella sua tensione verso il Padre e nelle sue relazioni con ogni persona, anche con i suoi nemici. Sentiremo allora quanto è vero e importante il suo comando: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Solo vivendo come è vissuto lui, solo imitandolo, sentiremo che la nostra vita diventerà semplice e che si aprirà sempre di più a una vera conoscenza di Dio. Solo così il dono di intelligenza ci colmerà e dilaterà la virtù teologale della fede e ci sarà luce piena nel nostro piccolo, limitato e fallibile intelletto.

Preghiamo O Spirito Santo, vinci in me l’orgoglio e, nella necessità di aggiornarmi ogni giorno, fa’ che ci sia sempre in me il desiderio di farlo solo per il bene dei destinatari della missione che mi è stata affidata. Fa’ che il mio agire sia uniformato su quello di Cristo, per infondere in tutti il desiderio di trovare in lui il senso vero della propria vita. Amen!

 Mario Galizzi SDB

Publié dans:meditazioni |on 24 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL ROSARIO: LECTIO DIVINA « TASCABILE »

http://www.padresalvatore.altervista.org/rosarioldt.html

IL ROSARIO: LECTIO DIVINA « TASCABILE »

Il Rosario: lectio divina « tascabile », così ho intitolato il mio contributo al messalino mensile Messa meditazione (edizioni ART), per il mese di Ottobre 2011. Poiché anche Maggio è, tradizionalmente un mese dedicato a Maria santissima e alla preghiera del santo Rosario, ho deciso di farvi leggere in anteprima alcune mie riflessioni che sono la parte finale di un trattatello sulla lectio divina. Chi è assiduo a questa pia pratica può convenire con la constatazione che il Rosario è il modo più semplice di fare lectio divina. Anch’esso è « ascolto attento ed orante della Parola di Dio », per questo, soprattutto in quello che chiamiamo « Rosario meditato », vi ritroviamo i famosi « quattro gradini ». 1°: lettura/ascolto quando enunciamo il « mistero »; 2°:meditazione nell’attualizzazione del mistero stesso; 3°: orazione quando recitiamo il « Padre nostro », le dieci « Ave Maria » e il « Gloria »; ed, infine, 4°: contemplazione. Anzi, quest’ultimo termine è quello più frequentemente associato al Rosario, tanto che è quasi diventato automatico dire: « Nel primo mistero glorioso si contempla… ». Indubbiamente, come scrive il Beato Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Rosarium Virgini Mariae, « il Rosario è una preghiera spiccatamente contemplativa » (RVM 12); ma lo diventa davvero se, come scrive lo stesso Papa, viviamo sul serio tutti i passaggi che dalla lectio ci portano alla contemplatio. Non sembri, poi, poco dignitoso l’aggettivo che ho voluto accostare al santo Rosario. L’ho definito lectio divina « tascabile », come lo è la corona che portiamo in tasca o in borsetta, perché possa accompagnarci dovunque: per strada, sulla metro, in chiesa e in casa. Se lo vogliamo, il Rosario potrebbe divenire il nostro respiro spirituale; una lectio divina alla portata di tutti, da viversi in ogni situazione. Tascabile, dunque, nel senso di accessibile, di presente in tutta la nostra vita. In questo modo ognuno di noi « può racchiudere nelle decine del Rosario tutti i fatti che compongono la vita dell’individuo, della famiglia, della nazione, della Chiesa e dell’umanità. Vicende personali e vicende del prossimo e, in modo particolare, di coloro che ci sono più vicini, che ci stanno più a cuore. Così la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana » (RVM 2). Di più: il tempo della malattia, le ore d’insonnia o d’attesa, la stessa meditazione divenuta difficile o impossibile, acquisteranno valore positivo dal nostro povero Rosario; perché proprio quando ci sentiremo « deboli » per le altre forme d’orazione, sperimenteremo, con la recita del Rosario, la forza della preghiera e ci accorgeremo che essa è dono gratuito di Dio (cfr. 2Cor 12,9-10; Rom 8,25-27). Capiremo allora perché Gesù esultò e lodò  » il Padre cheha nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti, e le ha rivelate ai piccoli » (Lc 10,21).

Le tappe della lectio divina nei misteri del Rosario In ogni decina del Rosario e in ogni serie di « misteri » possiamo rivivere, come abbiamo detto sopra, i quattro momenti della lectio divina; tuttavia, chi ha la grazia di recitare le quattro corone nella stessa giornata, può constatare come in ognuna di esse ci sua un’accentuazione specifica, che favorisce il passaggio dalla « lettura/ascolto » alla « contemplazione », soprattutto se cerchiamo di pregare il Rosario « contemplando Cristo con Maria » (RVM 9).. Nei misteri della gioia, « nei quali la presenza di Maria è più pronunciata » (RVM 38), la Vergine di Nazaret ci è d’esempio nell’ascoltare e meditare la Parola, così come suppone il metodo giusto per iniziare la lectio divina. «  Nel 1°: Maria ascolta l’Angelo che le annuncia il concepimento verginale del Figlio di Dio. «  Nel 2°: La Vergine divenuta madre, ascolta Elisabetta che, mossa dallo Spirito, la riconosce « madre del suo Signore » e la proclama « beata perché ha saputo credere ». «  Nel 3°: Dopo aver dato alla luce Gesù, Maria sa ascoltare i pastori di Betlemme che narrano in che modo siano stati coinvolti in quell’evento salvifico. «  Nel 4°: Quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, quando insieme a Giuseppe porta il bambino al Tempio per il rito del riscatto, Maria ascolta il vecchio Simeone che le preannuncia « la spada che le trafiggerà l’anima ». «  Nel 5°: Dodici anni più tardi, quando dopo tre giorni d’angoscia ritroverà Gesù nel Tempio, Maria accoglierà nel suo cuore le parole incomprensibili del Figlio, che troveranno piena luce solo sotto la croce. Ed è lo stesso evangelista Luca a notare, sia nel terzo che nel quinto mistero della gioia, come Maria « conservasse tutte queste parole/eventi meditandole nel suo cuore » (Lc 2,19.51). « Nei misteri della luce, tranne che a Cana, la presenza di Maria rimane sullo sfondo »(RVM 21); tuttavia a Cana di Galilea, « la Madre di Gesù » c’insegna a vivere il terzo momento della lectio divina: l’orazione; a viverlo non per se stessi ma per gli altri, nella forma più alta: l’intercessione. In più, Colei che è stata sempre attenta alla Parola, invita tutti i servi/discepoli ad essere ascoltatori obbedienti di Gesù, parola di Dio fatta carne. Con il suo intervento Maria ottiene per i discepoli il dono della fede e anticipa per noi lo sbocco finale della lectio divina: la missione. « I misteri del dolore portano il credente a rivivere la morte di Gesù, ponendosi sotto la croce accanto a Maria, per penetrare con Lei nell’abisso dell’amore di Dio per l’uomoe sentirne tutta la forza rigeneratrice » (RVM 22). Pregando questi misteri otteniamo anche noi la « sapienza della croce », per saper « vedere oltre », guidati solo dalla nuda fede. È ildono che noi abbiamo identificato con la contemplazione. Nei misteri della gloria è tutta la Chiesa che, con Maria e come Maria, ascolta, medita, prega e contempla, soprattutto in quei cinquanta giorni che separano il primo dal terzo mistero glorioso. Mentre nel quarto e nel quinto mistero della gloria, noi Chiesa ancora pellegrinante, volgiamo lo sguardo contemplativo su Maria, nella quale è arrivato a pieno compimento la risposta che ella diede all’Angelo nell’annunciazione: « Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola ».

Dai misteri del Rosario al mistero di Cristo Possiamo, pregando la corona, « ricordare Cristo con Maria » (RVM 13); « imparare Cristo da Maria » (14); « conformarci a Cristo con Maria » (15); « supplicare Cristo con Maria »,(16), ed, infine, « annunciare Cristo con Maria » (17). Così l’evento di Cristo che noi meditiamo, pur essendo passato nel tempo, con la sua forza salvifica dura nell’oggi e raggiunge ogni orante che ad esso si rifà. Si può ripetere a chi recita il Rosario, ciò che san Paolo chiede ai suoi discepoli: « Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono inCristo Gesù » (Fil 2,5); a cui noi possiamo aggiungere, « e che furono in Maria santissima ».

Il Rosario va pregato con il cuore Non disprezziamo, anzi valorizziamo la dimensione affettiva del Rosario. Dobbiamo credere, come i grandi Santi devoti di Maria santissima, che ogni volta nella quale noi rivolgiamo a lei l’invito a « rallegrarsi perché è la piena di grazia », il suo cuore verginale sussulta di nuovo, ed ella, da « mamma », farà di tutto perché anche il nostro cuore percepisca l’eco di quella gioia evangelica. Non stanchiamoci, perciò di ripeterle: « Ave Maria ». E non fermiamoci alle sole parole dell’Ave, lasciamoci afferrare dal mistero nella sua globalità e su di esso orientiamo la nostra riflessione orante. Pregato così, il Rosario diventerà il tempo nel quale sperimenteremo la bontà di Dio e cresceremo nell’abbandono in Lui. Riusciremo, allora, a mettere a tacere i nostri interessi personali, per farci carico degli interessi di quel « Regno » che Gesù ha annunciato e per il quale ha dato la sua vita.Ciò avrà un immancabile riscontro ascetico, perché ci obbligherà, come dice Gesù neldiscorso della montagna, a cercare « prima il Regno di Dio e la sua giustizia, sapendo che tutte le altre cose ci saranno date in aggiunta » (Mt 6,33). Invito che potremmo così tradurre: « Occupatevi delle cose di Dio [anche nella preghiera] ed egli si occuperà di voi ».È certo che allora il Padre, mediante l’azione dello Spirito Santo, ci conformerà al Figlio, così che ognuno di noi, pur essendo un poverello, « diventerà tutto preghiera », come scrive Tommaso da Celano di san Francesco.

p. Salvatore Piga

 

Publié dans:ROSARIO (IL) |on 24 février, 2014 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto al Concistoro, questa mattina 22 febbraio 2014

Papa Benedetto al Concistoro, questa mattina 22 febbraio 2014 dans immagini sacre C_4_articolo_2028550__ImageGallery__imageGalleryItem_5_image

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lazio/2014/notizia/papa-francesco-abbraccia-ratzinger_2028550.shtml

Publié dans:immagini sacre |on 22 février, 2014 |Pas de commentaires »

CATTEDRA DI SAN PIETRO, ANNO 2005 – OMELIA DI PAPA BENEDETTO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050507_san-giovanni-laterano_it.html

CELEBRAZIONE EUCARISTICA E INSEDIAMENTO SULLA CATHEDRA ROMANA DEL VESCOVO DI ROMA
BENEDETTO XVI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Sabato, 7 maggio 2005

Questo giorno, nel quale posso per la prima volta insediarmi sulla Cattedra del Vescovo di Roma quale successore di Pietro, è il giorno in cui in Italia la Chiesa celebra la Festa dell’Ascensione del Signore. Al centro di questo giorno, troviamo Cristo. E solo grazie a Lui, grazie al mistero del suo ascendere, riusciamo a comprendere il significato della Cattedra, che è a sua volta il simbolo della potestà e della responsabilità del Vescovo. Cosa ci vuol dire allora la Festa dell’Ascensione del Signore? Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti; perché, in fondo, anche gli astri sono fatti di elementi fisici come la terra. L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio. Egli – il Figlio Eterno – ha condotto il nostro essere umano al cospetto di Dio, ha portato con sé la carne e il sangue in una forma trasfigurata. L’uomo trova spazio in Dio; attraverso Cristo, l’essere umano è stato portato fin dentro la vita stessa di Dio. E poiché Dio abbraccia e sostiene l’intero cosmo, l’Ascensione del Signore significa che Cristo non si è allontanato da noi, ma che adesso, grazie al Suo essere con il Padre, è vicino ad ognuno di noi, per sempre. Ognuno di noi può darGli del tu; ognuno può chiamarLo. Il Signore si trova sempre a portata di voce. Possiamo allontanarci da Lui interiormente. Possiamo vivere voltandoGli le spalle. Ma Egli ci aspetta sempre, ed è sempre vicino a noi.
Dalle letture della liturgia odierna impariamo anche qualcosa in più sulla concretezza con cui il Signore realizza questo Suo essere vicino a noi. Il Signore promette ai discepoli il Suo Spirito Santo. La prima lettura ci dice che lo Spirito Santo sarà « forza » per i discepoli; il Vangelo aggiunge che sarà guida alla Verità tutt’intera. Gesù ha detto tutto ai Suoi discepoli, essendo Egli stesso la Parola vivente di Dio, e Dio non può dare più di sé stesso. In Gesù, Dio ci ha donato tutto sé stesso – cioè – ci ha donato tutto. Oltre a questo, o accanto a questo, non può esserci nessun’altra rivelazione in grado di comunicare maggiormente o di completare, in qualche modo, la Rivelazione di Cristo. In Lui, nel Figlio, ci è stato detto tutto, ci è stato donato tutto. Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo – come alcuni credono – nessun secondo livello di Rivelazione. No: « prenderà del mio », dice Cristo nel Vangelo (Gv 16, 14). E come Cristo dice soltanto ciò che sente e riceve dal Padre, così lo Spirito Santo è interprete di Cristo. « Prenderà del mio ». Non ci conduce in altri luoghi, lontani da Cristo, ma ci conduce sempre più dentro la luce di Cristo. Per questo, la Rivelazione cristiana è, allo stesso tempo, sempre antica e sempre nuova. Per questo, tutto ci è sempre e già donato. Allo stesso tempo, ogni generazione, nell’inesauribile incontro col Signore – incontro mediato dallo Spirito Santo – impara sempre qualcosa di nuovo.
Così, lo Spirito Santo è la forza attraverso la quale Cristo ci fa sperimentare la sua vicinanza. Ma la prima lettura dice anche una seconda parola: mi sarete testimoni. Il Cristo risorto ha bisogno di testimoni che Lo hanno incontrato, di uomini che Lo hanno conosciuto intimamente attraverso la forza dello Spirito Santo. Uomini che avendo, per così dire, toccato con mano, possono testimoniarLo. È così che la Chiesa, la famiglia di Cristo, è cresciuta da « Gerusalemme… fino agli estremi confini della terra », come dice la lettura. Attraverso i testimoni è stata costruita la Chiesa – a cominciare da Pietro e da Paolo, e dai Dodici, fino a tutti gli uomini e le donne che, ricolmi di Cristo, nel corso dei secoli hanno riacceso e riaccenderanno in modo sempre nuovo la fiamma della fede. Ogni cristiano, a suo modo, può e deve essere testimone del Signore risorto. Quando leggiamo i nomi dei santi possiamo vedere quante volte siano stati – e continuino ad essere – anzitutto degli uomini semplici, uomini da cui emanava – ed emana – una luce splendente capace di condurre a Cristo.
Ma questa sinfonia di testimonianze è dotata anche di una struttura ben definita: ai successori degli Apostoli, e cioè ai Vescovi, spetta la pubblica responsabilità di far sì che la rete di queste testimonianze permanga nel tempo. Nel sacramento dell’ordinazione episcopale vengono loro conferite la potestà e la grazia necessarie per questo servizio. In questa rete di testimoni, al Successore di Pietro compete uno speciale compito. Fu Pietro che espresse per primo, a nome degli apostoli, la professione di fede: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16, 16). Questo è il compito di tutti i Successori di Pietro: essere la guida nella professione di fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente. La Cattedra di Roma è anzitutto Cattedra di questo credo. Dall’alto di questa Cattedra il Vescovo di Roma è tenuto costantemente a ripetere: Dominus Iesus – « Gesù è il Signore », come Paolo scrisse nelle sue lettere ai Romani (10, 9) e ai Corinzi (1 Cor 12, 3). Ai Corinzi, con particolare enfasi, disse: « Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra… per noi c’è un solo Dio, il Padre…; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui » (1 Cor 8, 5). La Cattedra di Pietro obbliga coloro che ne sono i titolari a dire – come già fece Pietro in un momento di crisi dei discepoli – quando tanti volevano andarsene: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio » (Gv 6, 68ss). Colui che siede sulla Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro nell’ora dell’Ultima Cena: « ….e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli…. » (Lc 22, 32). Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole – come sono fragili e deboli le sue proprie forze – costantemente bisognoso di purificazione e di conversione. Ma egli può anche avere la consapevolezza che dal Signore gli viene la forza per confermare i suoi fratelli nella fede e tenerli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto. Nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi, troviamo il più antico racconto della risurrezione che abbiamo. Paolo lo ha fedelmente ripreso dai testimoni. Tale racconto dapprima parla della morte del Signore per i nostri peccati, della sua sepoltura, della sua risurrezione, avvenuta il terzo giorno, e poi dice: « Cristo apparve a Cefa e quindi ai Dodici… » (1 Cor 15, 4), Così, ancora una volta, viene riassunto il significato del mandato conferito a Pietro fino alla fine dei tempi: essere testimone del Cristo risorto.
Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi.
Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode.
La Cattedra è – diciamolo ancora una volta – simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio – la sua verità! – possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada. Ma, parlando della Cattedra del Vescovo di Roma, come non ricordare le parole che Sant’Ignazio d’Antiochia scrisse ai Romani? Pietro, provenendo da Antiochia, sua prima sede, si diresse a Roma, sua sede definitiva. Una sede resa definitiva attraverso il martirio con cui legò per sempre la sua successione a Roma. Ignazio, da parte sua, restando Vescovo di Antiochia, era diretto verso il martirio che avrebbe dovuto subire in Roma. Nella sua lettera ai Romani si riferisce alla Chiesa di Roma come a « Colei che presiede nell’amore », espressione assai significativa. Non sappiamo con certezza che cosa Ignazio avesse davvero in mente usando queste parole. Ma per l’antica Chiesa, la parola amore, agape, accennava al mistero dell’Eucaristia. In questo Mistero l’amore di Cristo si fa sempre tangibile in mezzo a noi. Qui, Egli si dona sempre di nuovo. Qui, Egli si fa trafiggere il cuore sempre di nuovo; qui, Egli mantiene la Sua promessa, la promessa che, dalla Croce, avrebbe attirato tutto a sé. Nell’Eucaristia, noi stessi impariamo l’amore di Cristo. E’ stato grazie a questo centro e cuore, grazie all’Eucaristia, che i santi hanno vissuto, portando l’amore di Dio nel mondo in modi e in forme sempre nuove. Grazie all’Eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo! La Chiesa non è altro che quella rete – la comunità eucaristica! – in cui tutti noi, ricevendo il medesimo Signore, diventiamo un solo corpo e abbracciamo tutto il mondo. Presiedere nella dottrina e presiedere nell’amore, alla fine, devono essere una cosa sola: tutta la dottrina della Chiesa, alla fine, conduce all’amore. E l’Eucaristia, quale amore presente di Gesù Cristo, è il criterio di ogni dottrina. Dall’amore dipendono tutta la Legge e i Profeti, dice il Signore (Mt 22, 40). L’amore è il compimento della legge, scriveva San Paolo ai Romani (13, 10).
Cari Romani, adesso sono il vostro Vescovo. Grazie per la vostra generosità, grazie per la vostra simpatia, grazie per la vostra pazienza! In quanto cattolici, in qualche modo, tutti siamo anche romani. Con le parole del salmo 87, un inno di lode a Sion, madre di tutti i popoli, cantava Israele e canta la Chiesa: « Si dirà di Sion: L’uno e l’altro è nato in essa… » (v. 5). Ugualmente, anche noi potremmo dire: in quanto cattolici, in qualche modo, siamo tutti nati a Roma. Così voglio cercare, con tutto il cuore, di essere il vostro Vescovo, il Vescovo di Roma. E tutti noi vogliamo cercare di essere sempre più cattolici – sempre più fratelli e sorelle nella grande famiglia di Dio, quella famiglia in cui non esistono stranieri. Infine, vorrei ringraziare di cuore il Vicario per la Diocesi di Roma, il Cardinale Camillo Ruini, e anche i Vescovi ausiliari e tutti i suoi collaboratori. Ringrazio di cuore i parroci, il clero di Roma e tutti coloro che, come fedeli, offrono il loro contributo per costruire qui la casa vivente di Dio. Amen.

Libreria Editrice Vaticana

God creator – Adam and Eve

God creator - Adam and Eve dans immagini sacre adam-and-eve-icon-Betsy-Porter
http://www.orthodoxroad.com/category/ancient/page/2/

Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

http://www.tuttolevangelo.com/langolo_del_pastore/la_necessita_di_santita_nella_chiesa.php

(questi commenti non si riferiscono ai testi biblici di domenica prossima, ma sono strettamente correlati)

LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

(1 CORINZI 5:1-13) – STUDIO N. 8

 Prima di parlare dell’immoralità della Chiesa di Corinto e della disciplina nella chiesa è utile capire il motivo per cui Dio non può tollerare il peccato. L’opposto di peccato, di impurità, di immoralità è santità! Noi parleremo prima di tutto di questo opposto: parleremo di Dio! Se vogliamo piacere a Dio, e quindi non offenderlo, innanzitutto dobbiamo conoscerlo! Dio è Spirito purissimo, Egli è Santo, è puro e desidera che tale purezza caratterizzi il Suo popolo, la Sua chiesa, i Suoi figli!

1. LA SANTITÀ DI DIO La santità di Dio fra tutte le sue perfezioni è quella che esalta l’eccellenza assoluta della Sua persona!  Nell’A. T. il termine “santità” o “santo” compare come sostantivo, verbo o aggettivo più di 850 volte. Gli studi etimologici suggeriscono almeno due associazioni per la radice di santità qds, è cioè “separazione” e “splendore” secondo altri studiosi la radice traduce anche “tagliare” che esprime l’idea di “separare”, non tanto in modo negativo, come esclusione, ma in modo positivo, come dedicazione, consacrazione.  Dio nella Bibbia si presenta ai suoi servi e al suo popolo come l’Iddio Santo! Solo Isaia per circa trenta volte parla di Dio come del “Santo”! Iddio vuole essere conosciuto soprattutto per la Sua Santità, essendo questo l’attributo con il quale Egli è maggiormente glorificato. Considerare in maniera superficiale Dio e la Sua santità, conduce a considerare altrettanto superficialmente il peccato e la necessità della redenzione in Cristo Gesù!  La santità di Dio non lo rende inavvicinabile, al contrario, Egli è l’Iddio che cerca il peccatore per redimerlo (Isaia 57:15)!  Al tempo stesso, ogni avvicinarsi a Dio, può avvenire soltanto secondo le modalità che Dio stesso ha stabilito. Ogni approccio a Dio che avveniva in altre condizioni era pericoloso: (Esodo 19:12,21,24). Oggi l’unica Via per poterci accostare a Dio è Gesù!  Giovanni dice a proposito di Dio: “Dio è luce e in Lui non vi sono tenebre alcune!” (1 Giovanni 1:5). La santità è lo splendore di Dio, la luce di Dio! È la santità di Dio che ci conquista, perché la luce è la bellezza di Dio stesso: (Esodo 15:11; 1Samuele 2:2).  Noi a volte pensiamo alla Santità di Dio come se Dio ci volesse togliere qualcosa… del buio devo avere paura, non della luce! Apocalisse 15:4 “Tu solo sei santo…“ Solo Dio è Santo! Abbiamo detto che radice di santo è “separato” quindi potremmo tradurre: “tu solo sei separato”, “tu solo sei puro”, nessun altro! Dio è puro, limpido, in Lui non vi è ombra, non vi è sospetto, ci possiamo fidare ciecamente solo di Lui, sempre e comunque!  Nella Bibbia il titolo di maggior onore attribuito a Dio è: “il tuo Santo nome…“! Maria dirà: Luca 1:49.  I serafini (ardenti, quelli che bruciano, ardono d’amore per il Signore) celebrano l’Iddio santo (Isaia 6:3) Tre volte Santo! La purezza di Dio ci attrae, ci riempie, infiamma il nostro cuore d’amore per il Lui!  La Santità di Dio è l’attributo degli attributi! Essa pervade tutti gli altri attributi, tutto quello che fa è santo: l’amore di Dio è santo, la giustizia di Dio è santa (Salmo 98:1)! Nell’A. T. il nome rappresenta il carattere della persona, il braccio rappresenta l’opera che la persona compie!  Il Salmo 99 è il Salmo della Santità di Dio, qua si parla della Sua clemenza, della Sua giustizia, tutto quello che fa è santo!  Dio ama tutti gli uomini, l’amore non è complicità verso il peccato che Egli non tollera assolutamente! Lui ama senza avere secondi fini, così è per tutte le altre cose! Questo fa brillare Dio ancora maggiormente, e quindi per ogni cosa dobbiamo riporre la nostra fiducia nel Signore!  Nella purezza, nello splendore c’è gioia, nelle tenebre c’è tristezza! Dio nella Sua Essenza è separato da tutto quello che è peccaminoso. La Santità è una caratteristica del Suo Essere, della Sua persona, Giobbe affermava: Giobbe 34:10.

2. LA SANTITÀ DEI CREDENTI Nel credente la santità non è sinonimo di perfezione. Sulla terra nessun credente è perfetto! Santità non è sinonimo nemmeno di privazione e quindi di tristezza! Un credente davvero gioioso è un credente che vive la santificazione (Galati 5:22)!  Il vero redente è colui che ha scoperto che più sta vicino al Signore e più sta bene, più si libera delle cose che non vanno e più è gioioso, più ubbidisce al Signore è più si sente libero! La santità è acquistare la gioia, è ricevere pace, non è rinuncia! E rinunciare a che cosa poi? Si rinuncia alla spazzatura: Filippesi 3:8!  Quando si parla di santità spesso la colleghiamo con sacrificio, sacrificio da fare, la colleghiamo a privazione, una serie di cose da non fare, no! Quello è legalismo religioso arido che non porta alcun giovamento, è una vita triste, Dio non ci toglie, Egli dona! La santità per il credente non è nemmeno un apparire con l’aureola, tutti con il sorriso falso, beato, e poi dentro si è lupi rapaci! Santi devono essere i sentimenti del cuore! Gesù ci insegna: Matteo 15:19.  Esteriormente, apparentemente posso sembrare santo, puro, a posto, ma dentro cosa c’è? Nel cuore quali sentimenti nascondo? Il non mettere il Signore al primo posto porta sofferenza!  Santità è purezza! Più siamo vicini al Signore e lo amiamo di più e più l’amore per il Signore caccia via tutti gli altri amori che non servono a nulla! Più amiamo il Signore e più siamo allegri, solari, puri dentro! Puri dai pensieri, separati dal mondo e dal peccato!  Dio è santo è ci attrae con la sua purezza! Il mondo è un’immondizia, è falso, è ambiguo, è bugiardo, ma Dio ci attrae con la Sua purezza, con il Suo amore vero, reale, senza secondi fini… È vero che siamo deboli, incapaci, mancanti, ma la santità ci viene comunicata da Dio! Non la conquistiamo con le nostre forze o capacità! Come la spinta di Archiniede, nel momento in cui facciamo delle preghiere di arresa alla volontà di Dio, nella misura in cui ci abbandoniamo nelle mani del Signore, riceviamo una “spinta” proporzionata alla nostra fede che ci spinge a fare la volontà del Signore e ci dona quelle forze sufficienti per poterlo servire e fare la Sua volontà!  Quando riusciamo per grazia di Dio a confidare completamente nel Signore, noi scopriamo che siamo al sicuro, tranquilli, sereni e nella gioia!

3. LA SANTITÀ RICHIESTA (Esodo 19:5,6; Levitico 11:44,45; 19:2; 1Pietro 1:15,16) La nostra relazione con Dio Santo è fondata sulla nostra santità spirituale, Dio non può tollerare il peccato in quanto è in netto contrasto alla Sua natura che è santità, purezza e desidera che i Suoi figli conservino tale santità, perché vuole avere comunione con loro! Il peccato, l’impurità, crea una barriera tra l’uomo e Dio, crea una separazione, crea la morte spirituale: Isaia 59:1,2.  Siccome Dio vuole continuare ad avere comunione con i suoi figli dopo che essa è stata ristabilita per mezzo di Gesù, ordina di essere santi, di non contaminarsi, di conservarsi puri, proprio per non perdere quella meravigliosa comunione, quel meraviglioso rapporto con il nostro Padre Celeste!  I Corinzi invece non avevano conservato tale purezza, permettevano che alcuni di loro mantenessero atteggiamenti e usanze tipici della società del tempo. La nefasta influenza esercitata dalla cultura filosofica di Corinto e dallo stile di vita licenzioso, immorale, corrotto della popolazione era talmente evidente nella comunità al punto tale da indebolire il rigore morale proprio della Chiesa di Cristo!  Essi tolleravano il peccato e l’apostolo sentì il dovere di richiamarli con molta fermezza, sapendo che una simile debolezza è nociva sia per l’atmosfera spirituale, sia per la forza che per la crescita e per la testimonianza della Chiesa!

1234

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31