Archive pour le 21 février, 2014

God creator – Adam and Eve

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Publié dans:immagini sacre |on 21 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

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(questi commenti non si riferiscono ai testi biblici di domenica prossima, ma sono strettamente correlati)

LA NECESSITÀ DI SANTITÀ NELLA CHIESA

(1 CORINZI 5:1-13) – STUDIO N. 8

 Prima di parlare dell’immoralità della Chiesa di Corinto e della disciplina nella chiesa è utile capire il motivo per cui Dio non può tollerare il peccato. L’opposto di peccato, di impurità, di immoralità è santità! Noi parleremo prima di tutto di questo opposto: parleremo di Dio! Se vogliamo piacere a Dio, e quindi non offenderlo, innanzitutto dobbiamo conoscerlo! Dio è Spirito purissimo, Egli è Santo, è puro e desidera che tale purezza caratterizzi il Suo popolo, la Sua chiesa, i Suoi figli!

1. LA SANTITÀ DI DIO La santità di Dio fra tutte le sue perfezioni è quella che esalta l’eccellenza assoluta della Sua persona!  Nell’A. T. il termine “santità” o “santo” compare come sostantivo, verbo o aggettivo più di 850 volte. Gli studi etimologici suggeriscono almeno due associazioni per la radice di santità qds, è cioè “separazione” e “splendore” secondo altri studiosi la radice traduce anche “tagliare” che esprime l’idea di “separare”, non tanto in modo negativo, come esclusione, ma in modo positivo, come dedicazione, consacrazione.  Dio nella Bibbia si presenta ai suoi servi e al suo popolo come l’Iddio Santo! Solo Isaia per circa trenta volte parla di Dio come del “Santo”! Iddio vuole essere conosciuto soprattutto per la Sua Santità, essendo questo l’attributo con il quale Egli è maggiormente glorificato. Considerare in maniera superficiale Dio e la Sua santità, conduce a considerare altrettanto superficialmente il peccato e la necessità della redenzione in Cristo Gesù!  La santità di Dio non lo rende inavvicinabile, al contrario, Egli è l’Iddio che cerca il peccatore per redimerlo (Isaia 57:15)!  Al tempo stesso, ogni avvicinarsi a Dio, può avvenire soltanto secondo le modalità che Dio stesso ha stabilito. Ogni approccio a Dio che avveniva in altre condizioni era pericoloso: (Esodo 19:12,21,24). Oggi l’unica Via per poterci accostare a Dio è Gesù!  Giovanni dice a proposito di Dio: “Dio è luce e in Lui non vi sono tenebre alcune!” (1 Giovanni 1:5). La santità è lo splendore di Dio, la luce di Dio! È la santità di Dio che ci conquista, perché la luce è la bellezza di Dio stesso: (Esodo 15:11; 1Samuele 2:2).  Noi a volte pensiamo alla Santità di Dio come se Dio ci volesse togliere qualcosa… del buio devo avere paura, non della luce! Apocalisse 15:4 “Tu solo sei santo…“ Solo Dio è Santo! Abbiamo detto che radice di santo è “separato” quindi potremmo tradurre: “tu solo sei separato”, “tu solo sei puro”, nessun altro! Dio è puro, limpido, in Lui non vi è ombra, non vi è sospetto, ci possiamo fidare ciecamente solo di Lui, sempre e comunque!  Nella Bibbia il titolo di maggior onore attribuito a Dio è: “il tuo Santo nome…“! Maria dirà: Luca 1:49.  I serafini (ardenti, quelli che bruciano, ardono d’amore per il Signore) celebrano l’Iddio santo (Isaia 6:3) Tre volte Santo! La purezza di Dio ci attrae, ci riempie, infiamma il nostro cuore d’amore per il Lui!  La Santità di Dio è l’attributo degli attributi! Essa pervade tutti gli altri attributi, tutto quello che fa è santo: l’amore di Dio è santo, la giustizia di Dio è santa (Salmo 98:1)! Nell’A. T. il nome rappresenta il carattere della persona, il braccio rappresenta l’opera che la persona compie!  Il Salmo 99 è il Salmo della Santità di Dio, qua si parla della Sua clemenza, della Sua giustizia, tutto quello che fa è santo!  Dio ama tutti gli uomini, l’amore non è complicità verso il peccato che Egli non tollera assolutamente! Lui ama senza avere secondi fini, così è per tutte le altre cose! Questo fa brillare Dio ancora maggiormente, e quindi per ogni cosa dobbiamo riporre la nostra fiducia nel Signore!  Nella purezza, nello splendore c’è gioia, nelle tenebre c’è tristezza! Dio nella Sua Essenza è separato da tutto quello che è peccaminoso. La Santità è una caratteristica del Suo Essere, della Sua persona, Giobbe affermava: Giobbe 34:10.

2. LA SANTITÀ DEI CREDENTI Nel credente la santità non è sinonimo di perfezione. Sulla terra nessun credente è perfetto! Santità non è sinonimo nemmeno di privazione e quindi di tristezza! Un credente davvero gioioso è un credente che vive la santificazione (Galati 5:22)!  Il vero redente è colui che ha scoperto che più sta vicino al Signore e più sta bene, più si libera delle cose che non vanno e più è gioioso, più ubbidisce al Signore è più si sente libero! La santità è acquistare la gioia, è ricevere pace, non è rinuncia! E rinunciare a che cosa poi? Si rinuncia alla spazzatura: Filippesi 3:8!  Quando si parla di santità spesso la colleghiamo con sacrificio, sacrificio da fare, la colleghiamo a privazione, una serie di cose da non fare, no! Quello è legalismo religioso arido che non porta alcun giovamento, è una vita triste, Dio non ci toglie, Egli dona! La santità per il credente non è nemmeno un apparire con l’aureola, tutti con il sorriso falso, beato, e poi dentro si è lupi rapaci! Santi devono essere i sentimenti del cuore! Gesù ci insegna: Matteo 15:19.  Esteriormente, apparentemente posso sembrare santo, puro, a posto, ma dentro cosa c’è? Nel cuore quali sentimenti nascondo? Il non mettere il Signore al primo posto porta sofferenza!  Santità è purezza! Più siamo vicini al Signore e lo amiamo di più e più l’amore per il Signore caccia via tutti gli altri amori che non servono a nulla! Più amiamo il Signore e più siamo allegri, solari, puri dentro! Puri dai pensieri, separati dal mondo e dal peccato!  Dio è santo è ci attrae con la sua purezza! Il mondo è un’immondizia, è falso, è ambiguo, è bugiardo, ma Dio ci attrae con la Sua purezza, con il Suo amore vero, reale, senza secondi fini… È vero che siamo deboli, incapaci, mancanti, ma la santità ci viene comunicata da Dio! Non la conquistiamo con le nostre forze o capacità! Come la spinta di Archiniede, nel momento in cui facciamo delle preghiere di arresa alla volontà di Dio, nella misura in cui ci abbandoniamo nelle mani del Signore, riceviamo una “spinta” proporzionata alla nostra fede che ci spinge a fare la volontà del Signore e ci dona quelle forze sufficienti per poterlo servire e fare la Sua volontà!  Quando riusciamo per grazia di Dio a confidare completamente nel Signore, noi scopriamo che siamo al sicuro, tranquilli, sereni e nella gioia!

3. LA SANTITÀ RICHIESTA (Esodo 19:5,6; Levitico 11:44,45; 19:2; 1Pietro 1:15,16) La nostra relazione con Dio Santo è fondata sulla nostra santità spirituale, Dio non può tollerare il peccato in quanto è in netto contrasto alla Sua natura che è santità, purezza e desidera che i Suoi figli conservino tale santità, perché vuole avere comunione con loro! Il peccato, l’impurità, crea una barriera tra l’uomo e Dio, crea una separazione, crea la morte spirituale: Isaia 59:1,2.  Siccome Dio vuole continuare ad avere comunione con i suoi figli dopo che essa è stata ristabilita per mezzo di Gesù, ordina di essere santi, di non contaminarsi, di conservarsi puri, proprio per non perdere quella meravigliosa comunione, quel meraviglioso rapporto con il nostro Padre Celeste!  I Corinzi invece non avevano conservato tale purezza, permettevano che alcuni di loro mantenessero atteggiamenti e usanze tipici della società del tempo. La nefasta influenza esercitata dalla cultura filosofica di Corinto e dallo stile di vita licenzioso, immorale, corrotto della popolazione era talmente evidente nella comunità al punto tale da indebolire il rigore morale proprio della Chiesa di Cristo!  Essi tolleravano il peccato e l’apostolo sentì il dovere di richiamarli con molta fermezza, sapendo che una simile debolezza è nociva sia per l’atmosfera spirituale, sia per la forza che per la crescita e per la testimonianza della Chiesa!

IL LIBRO DEL LEVITICO

http://www.diocesidichioggia.it/index.php/2011-04-28-12-49-52/casa-di-spiritualita/1324-il-libro-del-levitico

IL LIBRO DEL LEVITICO

Al centro del Pentateuco si trova una raccolta di leggi che costituisce il terzo libro di Mosè, e che la tradizione ebraica, dalle parole iniziali, titola Wayyiqra’ (= E chiamò). Il titolo greco, che ha dato origine al nostro, è Levitikon (= Levitico), ricavato dal contenuto che riguarda, in buona parte, l’attività dei sacerdoti appartenenti alla tribù di Levi. Il libro interrompe il racconto del cammino del popolo verso la Terra promessa ed è essenzialmente un codice: il codice delle leggi date da Dio al suo popolo al Sinai. Le leggi regolano le cerimonie, il culto e molti aspetti della vita, ma pongono sempre tutto in relazione con Dio. La parte più importante e antica di questo libro è chiamata Codice di santità (cc. 17-26), per la tematica e le formule che usa (Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo). Il Levitico contiene solo due brevi brani narrativi: il primo riguarda la morte di Nadab e Abiu, figli di Aronne (10,1-5); il secondo la lapidazione di un bestemmiatore (24,10-15). Nel libro si possono riconoscere alcuni blocchi unitari: prescrizioni sui sacrifici (cc. 1-7), norme relative al puro e all’impuro (cc. 11-15), il rituale del grande giorno dello Jom Kippur (c. 16) e il «Codice di santità» (cc. 17-26). Il c. 27, che chiude il libro, offre una specie di tariffario, precisando le condizioni per il riscatto delle persone, degli animali e dei beni consacrati al Signore. Lo scopo principale del libro è ribadire la presenza del Signore in mezzo al suo popolo. È proprio la coscienza della presenza di Dio in Israele che dà vita e giustifica tutte queste norme, che vanno intese come difesa di Israele dalle contaminazioni idolatriche degli altri popoli. La distinzione puro/impuro e l’insistenza sulla santità sono finalizzate alla eliminazione del peccato, per abilitare il popolo all’incontro con Dio. Il centro ideale del libro, infatti, è costituito dal c. 16 che detta le norme del giorno dello Jom Kippur (= giorno dell’espiazione), una serie di riti e di pratiche penitenziali tese a ristabilire la relazione con Dio. Anche se vengono rielaborati elementi molto antichi, questi testi descrivono il culto così come veniva praticato nel periodo post-esilico. Il culto si attuava principalmente con i sacrifici (qorban), che vengono minuziosamente catalogati e descritti: 1) l’«olocausto» (‘olah), dove l’animale viene interamente bruciato nel fuoco; 2) il «sacrificio di comunione» (selamim), dove all’offerta segue il pasto comune; 3) l’«oblazione» (minhah), cioè l’offerta dei prodotti del suolo; 4) il «sacrificio espiatorio» (hattat); 5) il «sacrificio di riparazione» (‘asham). Il Levitico può sembrare un libro addirittura ripugnante con tutti i suoi sacrifici cruenti. Però senza di esso molte pagine della Scrittura sarebbero incomprensibili. Il libro del Levitico aiuta a comprendere l’evento chiave della storia della salvezza: la morte redentrice di Gesù in croce. L’offerta dei sacrifici giorno dopo giorno, anno dopo anno, il ricordo annuale del giorno dell’espiazione rammentavano costantemente a Israele il peccato che lo separava da Dio. Gli israeliti avevano infranto l’alleanza disobbedendo alle leggi di Dio ed erano condannati a morte. Dio però, nella sua misericordia, mostrò loro che avrebbe accettato un sostituto, cioè la morte di un essere perfetto e innocente, al posto della vita del popolo peccatore. Come per tutto il Pentateuco non è possibile parlare di un autore del Levitico. Certamente Mosè ha avuto un grande influsso come legislatore anche del culto. Tuttavia questo libro è nato dalla riflessione dei sacerdoti che hanno raccolto in un’unica opera tutta la legislazione religiosa, sociale e morale d’Israele. È sicuramente opera di molte mani che, attraverso i secoli, hanno rimaneggiato le leggi mosaiche adattandole ai tempi. Il libro del Levitico non ha avuto molta fortuna tra i cristiani. Oggi però è oggetto di particolare attenzione perché, con le sue prescrizioni rituali e la sua teologia, è una preziosa e indispensabile chiave di lettura del culto cristiano e del suo simbolismo. Queste leggi, spesso strane per un lettore moderno, ricordano con forte insistenza ai credenti di tutti i tempi e di ogni luogo che la comunione con Dio è una necessità vitale per l’uomo. (9. segue) (Gastone Boscolo)

 

OMELIA – VII DOMENICA DEL T.O. – Lectio Divina : Mt 5,38-48

 http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/07a-Domenica-A/03-7aDomenica-A-2014-JB.htm

23  FEBBRAIO 2014 | 7A DOMENICA A – T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

Lectio Divina : Mt 5,38-48

Pochi passaggi evangelici, presentano con tanta chiarezza le radicali esigenze che Gesù propose ai suoi discepoli come questa finale di Mt 5. Il testo raccoglie uno dei più insoliti insegnamenti di Gesù, uno dei suoi precetti meno pratici o, per meglio dire, uno dei meno praticati: l’amore al prossimo completamente gratuito e senza limiti. Gratuito ed illimitato deve essere un amore che si dà a colui che non se lo è meritato, che ci ha oltraggiati, che ancora ci è nemico. E se l’esigenza è inaudita, la ricompensa non può essere più alta: il discepolo che ama chi non lo ami somiglia a Dio; imitando la perfezione del Padre suo che sta nei cieli, si comporta come conviene al figlio di un Dio che è perfetto nel suo amore.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 38 « Avete inteso che fu detto: « Occhio per occhio e dente per dente ». Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. 43 Avete inteso che fu detto: « Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ». 44 Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ». 1. LEGGERE : capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice Non bisognerebbe dimenticare che il testo è parte di un discorso più ampio. Gesù ha riaffermato la validità della legge (Mt 5,17-18) mostrando, con esempi, come deve essere compiuta, alla lettera, cioè, leggendo e compiendo quello che vuole Dio (Mt 5,21-48) in realtà. Gesù si presenta, dunque, come esegeta non della legge bensì dell’originaria volontà del Legislatore; spiega la legge meglio che gli scribi, perché conosce molto bene, Dio. Nel nostro testo, Gesù prende posizione di fronte alla legge del taglione e spiega in forma inaudita il precetto dell’amore al prossimo; continua formulando il suo pensiero in forma antitetica ed estrae conseguenze appena concepibili. La legge del taglione, per quanto inumana ci sembri oggi, rappresentava una grande conquista giuridica: obbligava a che il risarcimento fosse identico all’offesa. Gesù non pensa la stessa cosa: non basta non passare nella logica della vendetta; ricorrere alla violenza, per logico che sembri, priva di ragione il discepolo di Gesù; bisogna prima cedere nei propri diritti che cercare di ristabilirli con violenza. La ‘giustizia’ che Gesù chiede non è quella che desidera il nostro cuore, né fa possibile la giusta convivenza tra i popoli. Con che diritto ci si può chiedere di non far fronte all’offesa, ma presentare l’altra guancia a chi ci maltratta, o evitare la causa concedendo più di quanto ci si stia chiedendo? Che Gesù esige la cosa impossibile rimane ancora più evidente nel precetto dell’amore al nemico. Non si tenta già di amare il fratello o il prossimo; bisogna fare del nemico un prossimo amato, se si desidera meritare il riconoscimento di figlio da parte di Dio. Restituire il saluto o amare chi ci ama, non è niente più della normalità, ma non è degno del cristiano: rimanere in ciò lo farebbe più un pagano ed il Dio di Gesù conterebbe su un figlio di meno. Chi desidera una cosa straordinaria, essere figlio del suo Dio, dovrà agire in modo non ordinario: amando il suo nemico. Non si può chiedere di più; neanche Gesù attende meno dai suoi. 2 – MEDITARE : Applicare quello che dice il testo alla vita Nel discorso della montagna Gesù proclamò qualcosa di tanto straordinario, che il regno di Dio era prossimo: Dio andava ad impadronirsi del mondo e del cuori degli uomini che l’aspettavano. Per la stessa cosa, e solo per quel motivo, esigette da quanti gli credettero ed anelavano il regno di Dio, un comportamento straordinario: il Dio perfetto si aspetta lavorando alla propria perfezione. Il Dio di Gesù vuole che i suoi fedeli vivano il suo modo di essere; non chiede di meno. Vive secondo la sua volontà chi vive dominato dal suo modo di amare le persone: si è suo suddito avendolo come modello e meta del proprio comportamento. Chi desidera essere riconosciuto come figlio deve essere copia fedele e degna del Padre. E lo si riesce, se, come Lui, si ama senza misura, tutti, e gratuitamente. Gesù afferma che l’amore deve essere sempre estremo, senza limiti né eccezioni: i suoi discepoli, se vogliono essere figli del Padre suo, non restituiscono il male ricevuto né escludono colui il quale lo fa. Se ci è possibile, tale amore cambierebbe le nostre vite ed il nostro mondo; perché, se guardiamo bene, neanche tra noi, discepoli di Gesù, un simile amore è realtà. La legge del taglione già dirige le nostre relazioni umane, perché anche se non lo permettono le leggi civili, comanda ancora – eccome – i nostri cuori. Continuiamo a considerare che al delitto deve corrispondere una punizione, che l’offesa deve essere riparata con una pena non minore; e quando questo non succede, quando chi la fa non la paga e chi ci ha offesi esce indenne, nasce l’odio nel cuore, la ‘sete di giustizia.’ Possiamo odiare sempre quello che non possiamo punire; questa è la nostra rivincita; l’odio al nemico ci dà una certa soddisfazione, ristabilisce l’equilibrio rotto dall’offesa. Benché cristiani, viviamo in una società che ha fatto della vendetta giustizia e della rappresaglia misurata il fondamento delle relazioni interpersonali. E ci siamo abituati a confondere la giustizia che fa la nostra società ben organizzata con l’amore che ci dobbiamo come cristiani. Siccome non riusciamo a stare all’altezza del volere di Dio, siccome non sappiamo amare come Lui ci ama, ci scusiamo avendo nemici e sentendoci offesi: credendoci meno amati, facciamo a meno di amare; accusando coloro che ci offendono, ci liberiamo di doverli perdonare. I nemici ci servono così per giustificarci davanti a Dio per la nostra incapacità di essere come Lui; ci liberano, crediamo, della fatica di ‘imitare Dio’ che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Gesù, col suo vangelo, smonta le nostre scuse e ci condanna: chi non ama il prossimo, per antipatico che egli sia o – perfino – benché gli abbia provato già la sua inimicizia, non può illudersi di assomigliare al suo Dio. Solo un amore che è dato persino al nemico, – il nostro nemico non è chi ci fa del male né chi ci odia, bensì colui il quale non possiamo amare o perdonare e dimenticare l’offesa -, è quello che compie il mandato di Gesù ai suoi discepoli. Gesù – non lo dimentichiamo – non domandò ai suoi se erano disposti ad amare senza vendetta né ricompensa, senza distinzione. Non tenne in conto le nostre ‘ragioni’ né ci lasciò la libertà per compierle o no: chi non lo imita, non sarà considerato né suo discepolo né figlio del suo Dio. Ci diede, quello sì, una buona ragione: solo chi ama tanto somiglia un po’ a Dio. L’amore al prossimo, amico o nemico, compagno o persecutore, ripete il comportamento di Dio, che non spera che siamo già buoni per volerci bene né smette di amare quelli che non gliene vogliono. È filiale l’affetto che riflette l’amore paterno. È divino l’amore che non è amor proprio. E’ egoista, quando si limita ad amare chi si ama già o da chi si viene amati. L’amor proprio nega Dio che è un Padre che ama, e nega il prossimo che ha diritto di sperare di essere amato, almeno da quanti si dicono seguaci di Gesù. Amare senza esigere prima di essere amato, creando lì il bene dove c’è stato negato, rifiutandosi di rispondere con violenza anche di fronte la sofferenza, accondiscendendo chi esige più del dovuto, rispettando chi non ci ha rispettati, amando il nemico, non è che sia difficile – quando è stato facile amare l’amico o l’amato? -, è che, se non impossibile del tutto, è almeno, molto raro tra noi. Non in vano la liturgia ci fa chiedere a Dio, prima di ascoltare la sua Parola, che la meditazione assidua della sua dottrina ci faciliti a compiere quanto gli compiace; senza l’aiuto di Dio, un aiuto tanto straordinario come il suo precetto, ci sarà impossibile imitarlo. Ma non è meno certo che, se non lo imitiamo, ci sarà impossibile averlo vicino alla nostra vita: viviamo lamentandoci che Dio ci ha lasciato, che non ci vuole oramai bene come prima o, almeno, non ce lo mostra con tanta evidenza; ci dovremmo, piuttosto, domandare se non abbiamo abbandonato Dio in un angolo della nostra vita, se non abbiamo smesso di compiere la sua volontà come pane quotidiano, se non abbiamo smesso di mostrarci davanti al mondo, davanti ad amici e nemici, come quei discepoli di Gesù che tanto amano il suo Dio che amano anche gli uomini come Lui, senza distinzione né limite, ma gratuitamente. Impegnarsi per fare un mondo meno violento e fare il nostro cuore meno egoista è la forma di farsi, passo a passo, figli di Dio e discepoli di Gesù. Ed il fatto che la nostra società sia ogni giorno meno solidale e più ricca, più libera e meno fraterna, più ugualitaria e più inumana, fa tanto più necessario, quanto meno ordinario è oggi, l’amore cristiano: come è possibile che siamo, noi credenti, i cittadini che normalmente chiediamo maggiore giustizia che più insistiamo nel rigore della punizione e che meno siamo disposti al perdono e a dimenticare? Perché non incominciare noi a perdonare chi ci offende, se ancora non possiamo amare quello che ci odia? Se i cristiani in questa società continuano a comportarsi come fino ad ora, varrà la pena continuare ad essere tali, senza niente nuovo, di difficile, di straordinario da offrire?; troverà Dio dei figli in questa terra che fanno del suo amare tutto il compito della loro vita? È probabile che tutti noi l’abbiamo già tentato qualche volta; ed è quasi sicuro che non l’abbiamo ottenuto del tutto: essere buoni con chi non lo è stato con noi è, lo sappiamo per esperienza, molto penoso, se non impossibile. L’esigenza di Gesù ci obbliga a riconoscere la nostra incapacità e, di conseguenza, ci dà un nuovo motivo per pregare. Preghiamo Dio che pianti nel nostro cuore il suo volere, la sua capacità di perdonare: che ci faccia suoi figli, affinché riusciamo ad essere fratelli di tutti; che ci doni la capacità di amare che Lui stesso esige dai suoi. Chiediamogli che ci faccia suoi, dandoci il suo amore, in primo luogo, come vissuto gioioso e, dopo, come compito possibile.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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