Archive pour le 20 février, 2014

Virgen con el niño, catacumbas de Priscilla, Roma

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IL CROCIFISSO: LE ORIGINI – (STORIA E SIMBOLI)

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IL CROCIFISSO:  LE ORIGINI – (STORIA E SIMBOLI)  

Il mese di aprile offre  lo spunto favorevole alla ricerca sulle origini dell’immagine diventata simbolo della nostra fede e della nostra cultura: la Crocifissione e la Risurrezione. L’annuncio gioioso  di Pietro a Pentecoste:  “Cristo è stato crocifisso ma Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (At.2,32)  viene espresso nel simboli catacombali della fede delle origini  tuttavia, nelle forme artistiche delle prime comunità, non troviamo rappresentazioni figurative di questi temi; in particolare non troviamo  la Crocifissione.  Forse questa constatazione può aver indotto alcuni a negare  la realtà  della morte in croce di Gesù  avvenuta sotto Tiberio,  probabilmente il 7 aprile dell’anno 30  e confermata dai dati  degli storici romani ed ebrei del tempo.  Il tema della Crocifissione  rimane  sconosciuto all’iconografia delle origini  sino al sec. IV allorchè Teodosio il Grande soppresse questa pena e il segno non suscitò più associazioni negative. La raffigurazione del  Messia crocifisso “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”( I° Cor. 1,23) poteva infatti scandalizzare gli ebrei e intimorire i neofiti, nonché suscitare  l’ironia dei pagani che raffigurarono  il fatto, nel graffito sul Palatino, con l’immagine di un asino crocifisso adorato da un proselito.  

I SIMBOLI Se la Crocifissione non era esplicitamente raffigurata,  essa era  ampiamente espressa  – nascosta e camuffata – nei simboli che gli iniziati conoscevano. E’ il caso dell’ANCORA il simbolo della Croce più diffuso dal II al IV secolo. Secondo il Wilpert ne esistono almeno 200 esemplari nelle catacombe. Questa immagine, a differenza di altri simboli  catacombali, non ha riscontro in altre civiltà, è propria del cristianesimo, quale segno della speranza nella salvezza eterna meritata da Cristo in croce. In un graffito del cimitero di Domitilla, l’ancora cruciforme è ben leggibile, sormontata dal cerchio, simbolo di vita; ad essa  sono attaccati frontalmente, due pesciolini: i cristiani che si aggrappano alla speranza della Croce. Diceva Giustino nel II secolo, “La nostra speranza è sospesa a Cristo crocifisso” La croce è poi camuffata nell’albero della nave  simbolo della Chiesa e nel  “T” (tau) inserito nei nomi propri  IRETNE  o  ITCQUS. . Un croce commissa (tau) è  stata trovata a Pompei,  anteriore al ’70, data dell’ eruzione del Vesuvio. I simboli dei primi secoli che alludono alla morte di Cristo sono sempre segno di vittoria: “Cristo crocifisso ha vinto la morte e ci ha donato la  vita“. Il segno del  Monogramma è diffusissimo: la vittoria della morte di Cristo in croce è l’asse dell’universo nel cui centro tutto converge (Col.1,20) Spesso, in numerosi dipinti catacombali, la Passione viene prefigurata nel Sacrificio d’Isacco; l’ariete,  sacrificato in luogo d’Isacco, diventerà  figura di Cristo, Agnello immolato  vittorioso (Ap.5,12), e sarà frequentemente raffigurato nell’arte Paleocristiana. 

 IL SEGNO DELLA CROCE appare  già  talvolta sin dal III secolo come appare nell’epigrafe di  Rufina  in S. Callisto e nell’iscrizione di Victoria nel cimitero di Domitilla, dove la croce è graffita  accanto alla palma.

I SARCOFAGI Nei sarcofagi si sviluppa  invece una traduzione simbolica della Passione: nel sarcofago di Domitilla ora in Vaticano, vediamo la croce centrale sormontata  dal Monogramma di Cristo  con la corona della vittoria; a lato i soldati di guardia, a destra la scena di Pilato,  a sinistra l’incoronazione, non di spine, ma di alloro:  il discorso della Passione continua ad essere presente, ma dissimulato  nel trionfo della Croce  come Risurrezione.   La PRIMA CROCIFISSIONE si trova su un pannello della porta di S.Sabina del 432 a Roma e in un avorio che si trova al British Museum di Londra.  Cristo con il perizoma all’occidentale, appare vivente con  gli occhi aperti,  vittorioso sulla morte, risorto. Le braccia sono aperte nella posizione dell’Orante. La  stessa iconografia ci mostra tra il VI e l’VIII secolo il Cristo che per influsso orientale, veste il colobium l’abito liturgico dei primi monaci, come  nel Crocifisso di S.Maria Antigua  ai Fori romani. Questa tipologia si svilupperà nell’ iconografia del “Christus Triunphans”  del sec. XII, la Croce di  S.Francesco a  S.Damiano d’Assisi,  ne è l’esempio più noto. Come possiamo notare, i documenti artistici dei primi secoli presentano la croce nella forma comunemente intesa, costituita cioè dalla trave verticale e dal patibulum (trave orizzontale) secondo le testimonianze degli storici e dei Padri  del II e III secolo. Constatiamo inoltre come nei primi secoli non c’è distinzione tra il momento della Crocifissione e quello della Risurrezione e quando  la Risurrezione   verrà raffigurata come nell’avorio del Museo di Monaco  del V secolo,  presenterà il fatto delle Pie donne al sepolcro, dove il sepolcro è il primo tempio costantiniano costruito sul sepolcro di Cristo a Gerusalemme  e distrutto nel 1009 dal Califfo Al Hakim. Nei secoli  successivi l’Editto di Costantino, si sviluppa un’altra iconografia della morte  come apoteosi, la troviamo a Roma nell’abside di S.Stefano Rotondo e nell’abside della Basilica di S.Giovanni in Laterano. La croce  – “albero della vita”-  è senza il corpo di Cristo e appare tempestata di gemme, su di essa,  in  un clipeo, il busto di Cristo.  L’iconografia deriva dalla croce gemmata sormontata dal busto di Cristo che Costantino aveva fatto erigere sul Golgota e si riallaccia alla tradizione del  rinnovamento della vera Croce da parte di Elena  madre di Costantino  e quindi al culto della S.Croce.

La CROCE GEMMATA.  In epoca paleocristiana e nell’arte ravennate è molto frequente l’immagine  della “croce gemmata” che allude all’apoteosi di Cristo e rimanda all’annuncio della  Parusia (Mt. 24,30): “Comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo”. La troviamo nelle prime  Basiliche paleocristiane e specialmente a Ravenna come nella splendida cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna dove la Croce è al centro di una incredibile decorazione stellare che ordinatamente ruota intorno ad essa.   ALBERO DELLA VITA  Frequente è anche  l’iconografia della croce come “albero della vita”  innalzato al centro della terra dove Adamo muore. Possiamo trovarne un   mirabile esempio nella splendida  composizione aurea del  catino absidale della Basilica  superiore di S.Clemente  a Roma Quella che vediamo è del XII sec., ma venne realizzata sul modello di quella che si trovava nella precedente basilica del IV secolo. NEL MEDIOEVO All’inizio del secondo millennio, accanto all’iconografia bizantina del “Christus Triunphans”  si sviluppa, per influsso  del movimento francescano che esalta il sentimento,  l’umana  l’iconografia del “christus patiens”(sofferente)). Il capo di Gesù  agonizzante è ripiegato sulla spalla, mentre il corpo  illividito è teso nella tragica curva  del dolore offerto alla compassione del popolo: “O voi che passate guardate se c’è un dolore simile al mio” (Lam. 1,12) Tra le maggiori espressioni quelle dei crocifissi di Giunta Pisano e Cimabue  Nel 1400 e’ il momento iconograficamente  e teologicamente più alto della raffigurazione della Croce, quello che trova nella  Trinità di Masaccio in S.Maria Novella a Firenze. Nell’immagine,  che  esprime la relazione  d’amore in Dio Trinità,  “le tre Persone  sono unite nell’infinito dolore del Figlio, che pende dalla croce, tra le braccia  dal Padre” (Bruno Forte).    I secoli successivi  hanno prodotto immagini  diverse della  Redenzione: da Giovanni Bellini a Grunewald,  da El Greco a Chagall,  sino al nostro tempo,  caratterizzato da un ritorno all’essenzialità  e alla sintesi  di un  segno pieno di comunicazione.  Nella  Croce di Armando Testa (1990) le linee oblique della croce senza il Cristo,  presentano l’ultimo atto del supremo abbandono del Crocifisso che grida: “Tutto è compiuto”. Ma anche in questa croce moderna  appare l’antica sintesi: la forma è quella della sofferenza, ma il  colore  azzurro e oro  rimanda alla Risurrezione; risuona anche qui il gioioso e sconvolgente annuncio : “Cristo morto è  risorto, ora vive per sempre”.   CORRIERE DI SALUZZO  7 aprile 2000  

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L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA (sito Vaticano)

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/details/ns_lit_doc_20110628_elevazione_it.html  

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

L’ELEVAZIONE DELL’OSTIA E DEL CALICE ALLA CONSACRAZIONE EUCARISTICA

(dal link direi che la data è 28 giugno 2011)

A pochi giorni dalla solennità del Corpus Domini, ci piace concludere questa terza annata della nostra rubrica «Spirito della Liturgia» trattando dell’elevazione dell’Ostia e del Calice, subito dopo la consacrazione, all’interno della Messa. L’introduzione nel Canone di questo gesto risale all’inizio del sec. XII per l’Ostia, mentre l’elevazione del Calice si imporrà più lentamente e verrà ufficialmente prescritta solo dal Messale di san Pio V (1570). Le fonti individuano la Francia come luogo di origine dell’elevazione eucaristica e sembrano suggerire che il motivo circostanziale fu la volontà di evitare che i fedeli adorassero l’Ostia già all’inizio della consacrazione, quando il sacerdote prende il pane nelle mani, per pronunciare le parole del Signore. Sin dalla prima metà del Novecento, diversi autori hanno però sostenuto che il vero motivo dell’introduzione dell’elevazione sarebbe stato il desiderio, da parte del popolo cristiano, di guardare l’Ostia. L’opera probabilmente più indicativa al riguardo è quella di E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrament (Paris, 1926). J.A. Jungmann, uno dei più noti liturgisti del secolo scorso, subì l’influenza di questo libro, come si nota da quanto dice sull’elevazione nel suo famoso libro del 1949 Missarum sollemnia: «È sorto [nel sec. XII] tra i fedeli un movimento religioso volto ad ottenere che sia loro concesso di posare lo sguardo su quel Santissimo Sacramento al quale osano appena di accostarsi» (ediz. it., II, p. 159). Già nel 1940, però, G.G. Grant, in un articolo pubblicato su Theological Studies, aveva mostrato che la tesi sostenuta da Dumoutet non poteva dirsi davvero fondata. Essa supponeva nel popolo una forma di devozione eucaristica, che in realtà sappiamo essere stata più effetto che causa dell’introduzione dell’elevazione. Grant sosteneva che l’elevazione fosse dovuta piuttosto a motivi dottrinali, ossia per innalzare una solida barriera liturgica contro gli errori degli eretici riguardo la presenza reale. In questo senso, l’introduzione dell’elevazione risponderebbe alla stessa preoccupazione che ha spinto Benedetto XVI a distribuire la Comunione solo in ginocchio e sulla lingua: mettere un punto esclamativo sulla dottrina della presenza reale (cf. Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, pp. 219-220). Ma Jungmann, pur citando Grant nel primo dei due volumi di Missarum sollemnia, mantenne la posizione di Dumoutet, presentando tutti gli argomenti che da quel momento in poi sarebbero divenuti affermazioni ripetute, negli scritti e nelle conferenze di molti teologi e pastori. Tutto quello che lì dice, come pure il legame che individua tra l’introduzione dell’elevazione e la nascita dell’adorazione eucaristica, viene presentato in fondo in termini di degenerazione, più che di progresso (cf. I, pp. 103 ss.). La riforma liturgica post-conciliare della Messa ha dimezzato il numero delle genuflessioni che il sacerdote compie alla consacrazione, ma non ha eliminato l’elevazione dell’Ostia e del Calice. Nonostante ciò, la tesi Dumoutet-Jungmann ha continuato ad essere proposta, lasciando emergere la convinzione che elevare e guardare l’Ostia consacrata sarebbe segno di una fede poco matura, se non addirittura di una fede scaduta a livello di superstizione o di magia – certo questo, ieri come oggi, è sempre possibile; ma non è detto che rappresenti il significato del gesto in sé. Dobbiamo al contrario riconoscere che l’introduzione dell’elevazione alla consacrazione è un punto di vero progresso nella storia della Santa Messa. È da qui che nasce quel movimento di fede eucaristica che sfocia prima nel Corpus Domini (1264) e poi in tutte le forme di sana devozione eucaristica sviluppate fino ai nostri giorni. La contemplazione adorante dell’Ostia e del Calice appena consacrati non fa altro che esprimere due punti assolutamente fermi della fede cattolica sull’Eucaristia: la transustanziazione, che avviene nell’istante stesso in cui termina la dizione delle parole consacratorie da parte del sacerdote (cf. san Tommaso, Summa Theologiae III, 75, 7); e la presenza reale di Cristo nel sacramento. In realtà, l’elevazione esprime anche l’aspetto sacrificale della Messa, che per motivi di spazio non possiamo qui sviluppare. La duplice elevazione e le genuflessioni manifestano, e allo stesso tempo favoriscono, il giusto modo di accostarsi al Cristo eucaristico, modo segnalato da san Paolo prima (cf. 1Cor 11), e poi da sant’Agostino, con le celebri parole riprese da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis, n. 66. Rileggiamo il testo del Pontefice: «Mentre la riforma [post-conciliare] muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”». Il fatto che durante il primo millennio cristiano non vi fosse l’uso di elevare l’Ostia alla vista dei fedeli, non significa che tale gesto vada contro la purezza della fede: significa soltanto che esso all’epoca non era stato ancora sviluppato, e che verrà introdotto in seguito, come valida manifestazione della stessa fede eucaristica dei Padri. Ai Padri, infatti, non sono affatto estranei né il senso di adorazione verso l’Eucaristia, né l’importanza del guardare con gli «occhi della fede». I limiti di questo breve articolo non ci consentono di dilungarci. Basterà perciò ricordare un testo che negli ultimi decenni è divenuto piuttosto noto, in quanto attesta l’uso del primo millennio di ricevere la Comunione sul palmo della mano da parte dei fedeli. In questo testo delle Cathechesi mistagogiche, san Cirillo di Gerusalemme imparte alcune raccomandazioni a coloro che comunicano, affinché non vadano dispersi i frammenti eucaristici. L’attenzione si sofferma in genere su questo aspetto. Non si nota, pertanto, che egli accenna anche al tema del guardare l’Ostia consacrata prima di portarla alla bocca e che parla di questo guardare come di un sacramentale, un’azione che santifica l’uomo purificandone lo sguardo. Ecco parte del testo: «Quando tu ti avvicini [a ricevere la Comunione], non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra un trono alla destra, dal momento che questa sta per ricevere il re, e facendo cavo il palmo, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo “amen”. Poi, santificando con cura gli occhi con il contatto del santo corpo, prendi facendo attenzione a non perderne nulla…» (V, 21). Come minimo, si può dire che al tempo dei Padri non esisteva l’elevazione delle Specie consacrate, ma che se vi fosse stata, essi non l’avrebbero osteggiata. La Institutio Generalis del Messale di Paolo VI (qui nell’ediz. 2008) valorizza il guardare l’Ostia consacrata durante la Messa: al n. 222 essa prescrive che, al momento dell’elevazione, «i concelebranti sollevano lo sguardo verso l’Ostia consacrata e il Calice» (n. 222 e ugualmente ai nn. 227, 230 e 233). Per quanto riguarda la «forma straordinaria» del Rito Romano, l’Ordo servandus del Messale di Giovanni XXIII stabilisce che il celebrante, rialzatosi dalla prima genuflessione rivolta all’Ostia appena consacrata, «alza l’Ostia in alto e tenendo fissi su di essa gli occhi (cosa che fa anche all’elevazione del Calice), la presenta con riverenza al popolo affinché l’adori» (VIII, 5). Lungi dal rappresentare una degenerazione della fede eucaristica, l’elevazione dell’Ostia e del Calice consacrati fu un vero progresso nella storia della Celebrazione eucaristica, progresso che va salvaguardato e valorizzato mediante l’opportuna catechesi liturgica e il modo corretto di compiere il gesto da parte dei sacerdoti. D’altro canto, sarebbe incomprensibile ai nostri giorni opporsi ad una pratica che permette ai fedeli una maggiore partecipazione attiva ai sacri riti. L’innesto dell’elevazione dell’Ostia e del Calice nel Canone è un segno del fatto che la liturgia della Chiesa non è un oggetto da dissezionare sul tavolo della “sala operatoria” degli esperti, bensì è soggetto vivo della fede e della preghiera ecclesiali: «Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita”» (Benedetto XVI, Discorso nel 50° di fondazione del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 06.05.2011).

 

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