Archive pour février, 2014

Cima da Conegliano, Dio Padre

Cima da Conegliano, Dio Padre     dans immagini sacre Cima_da_Conegliano,_God_the_Father

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Publié dans:immagini sacre |on 28 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL SIGNORE NON DIMENTICA

http://www.ilfaro-it.net/Brevi%20meditazioni%20bibliche%20Manuguerra1.htm

IL SIGNORE NON DIMENTICA              

« Ma Sion ha detto: ‘L’eterno m’ha abbandonata, il Signore m’ha dimenticata!’. Una donna dimentica ella il bimbo che allatta, cessando d’aver pietà del frutto delle sue viscere? Quand’anche le madri dimenticassero, non io dimenticherò te. Ecco, io t’ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno del continuo davanti agli occhi. I tuoi figliuoli accorrono; i tuoi devastatori, i tuoi visitatori s’allontanano da te. Volgi lo sguardo all’intorno, e mira: essi tutti si radunano, e vengono a te. Come è vero che io vivo, dice l’Eterno, tu ti rivestirai d’essi come d’un ornamento, te ne cingerai come una sposa. »(Isaia 49:14-18)

Il primo pensiero che affiora nel testo biblico appartiene a Sion: « Ma Sion ha detto: ‘L’Eterno m’ha abbandonata, il Signore m’ha dimenticata!’ « . Il secondo è quello di Dio: « Quand’anche le madri dimenticassero, non io dimenticherò te ». Questi due punti esprimono la natura umana, rappresentata qui da Sion, che tende al lamento, poi la natura di Dio che esalta la Sua perfezione mostrando a Sion il proprio amore. Nella Sacra Scrittura il nome Sion è riferito a Gerusalemme, perché tale era il nome di una delle colline sulle quali era stata edificata la città di Gerusalemme. Non soltanto, questo nome è usato nel Nuovo Testamento per indicare la Gerusalemme celeste, quindi la Chiesa dei primogeniti « voi vi siete invece avvicinati al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli, a Dio, il giudice di tutti,… » (Ebrei 12: 22-23). Sion che parla è la Gerusalemme credente. Questo linguaggio è spesso sulla bocca del credente. Quando attraversa circostanze non facili e poco felici. Allora la fede è colpita da un terribile male, il dubbio, che rende debole e fragile il nostro rapporto con Dio. Siamo convinti che Dio si sia dimenticato, che abbia cancellato dalla Sua mente la nostra esistenza. La Sua Parola assicura al nostro cuore che Dio non dimentica: « Quand’anche le madri dimenticassero non io dimenticherò te ». Perciò, la Parola di Dio diventa la medicina essenziale per curare una fede colpita dal dubbio: « Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla Parola di Cristo » (Romani 10:17). Il Signore assicura che la Sua memoria è ancora attiva perché Egli è amore.

L’amore affettuoso di Dio La mente dell’uomo dimentica con facilità, soprattutto quelle cose che non suscitano alcun interesse affettuoso. Dio non può dimenticare l’uomo, in quanto oggetto del Suo amore. La prova di questo amore è nel gesto compiuto da Dio verso il genere umano: « Perché Iddio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna » (Giovanni 3:16). Dio prende come punto di paragone l’amore materno per far comprendere a Sion il Suo profondo amore: « Quand’anche le madri dimenticassero non io dimenticherò te ». Anche nella nostra società odierna quando si parla di amore, viene preso come paragone l’amore paterno. Perché, ogni madre farebbe di tutto per il proprio figlio. Eppure, il Signore assicura che se l’amore di una madre dovesse venire meno, il suo amore non viene mai meno. Dalle notizie dei mass-media veniamo a conoscenza del costante abbandono di neonati per le strade o nei bidoni delle immondizie. Questi fatti testimoniano che l’amore materno è finito, limitato ed imperfetto. L’amore di Dio  è immutabile, eterno e perfetto. La natura di Dio è amore. Dio non ama perché compie delle azioni, Dio ama perché la Sua essenza è amore: « Chi non ama non ha conosciuto Iddio; perché Dio è amore » (1 Giovanni 4:8). Le Sue opere sono l’espressione di un amore grande ed eterno, che non sbiadisce con il passar dei secoli, perché Gesù è lo stesso ieri, oggi ed in eterno.

L’amore protettivo  Dio non dimentica il credente perché il Suo amore è intento a proteggerlo. Come prova di un amore protettivo il Signore assicura a Sion che la sua esistenza non può sfuggire dal Suo sguardo, perché: Io t’ho scolpita sulle palme delle mie mani; le tue mura mi stanno del continuo davanti agli occhi ». Dio utilizza un linguaggio comprensibile perché Sion possa capire facilmente e considerare la posizione privilegiata che possiede. Sion si trova nelle mani di Dio, « Io t’ho scolpita sulle palme delle mie mani »  e sotto lo sguardo continuo del Signore, « le tue mura mi stanno del continuo davanti agli occhi ». Non esiste migliore posizione che trovarsi nelle mani di Dio. Nelle mani di Dio troviamo consolazione, salvezza, amore, benignità, pace, conforto, protezione e benedizione. Questo amore protettivo di Dio non si esaurisce soltanto con una carezza o una pacca sulle spalle ogni tanto,cioè quando capita o quando si ricorda. Infatti, il testo rafforza questo concetto della perfetta memoria di Dio con l’espressione, « t’ho scolpita ». Dio ha inciso nelle palme delle Sue mani Sion e nemmeno il tempo potrà cancellarla dalla mente di Dio. Chissà quante volte a scuola abbiamo scritto sulle palme delle nostre mani il nome di un personaggio della storia, della letteratura oppure una formula matematica. Però, nel momento in cui abbiamo lavato le mani, il nome di quel personaggio è scomparso e non è rimasto nemmeno un alone. Il verbo scolpire indica che è stata compiuta un’opera. La punta di uno scalpello è penetrata nelle mani di Dio per incidere il nome di Sion. Nelle palme delle mani di Gesù troviamo scolpiti i segni dei chiodi della croce. Dio si ricorda di ogni credente per le sofferenze, per il sangue versato e per i segni che Gesù ha riportato. Per questo motivo Dio non dimentica. Il Signore assicura a Sion che il Suo sguardo è costantemente rivolto su di essa: « Le tue mura mi stanno del continuo davanti agli occhi ». Da queste parole appare la figura di una sentinella. Il Signore è per Sion una fedele sentinella, che vigila notte e giorno. Le mura di una città erano le prime ad essere soggette agli attacchi dell’esercito nemico. Per Sion non v’è alcun timore, Dio vigila sulle sue mura con molta attenzione. Il Signore è una sentinella che veglia costantemente sulla via dei suoi figli: « L’Eterno è colui che ti protegge; l’Eterno è la tua ombra; Egli sta alla tua destra » (Salmo 121:5).

L’amore attivo di Dio Dio non dimentica perché il Suo amore è sempre attivo verso i Suoi figli. E’ pronto ad intervenire in favore di Sion, « I tuoi distruttori, i tuoi devastatori si allontanano da te ». Dio è pronto ad operare per Sion, Egli non permetterà che Sion perisca. Dio è colui che trasforma le circostanze negative in positive: « Volgi lo sguardo all’intorno, e mira; essi tutti si radunano, e vengono a te. Come è vero che io vivo, di ce l’Eterno, tu ti rivestirai d’essi come d’un ornamento, te ne cingerai come una sposa » (Isaia 49:18). La prima prova dell’amore attivo di Dio è la Sua natura perfetta. Dio parla al cuore di Sion chiedendo di confidare nella Sua esistenza: « Come è vero che io vivo ». La seconda prova è di confidare nella Sua Parola fedele, « … dice l’Eterno ». La terza prova è la Sua Potenza illimitata, « Volgi lo sguardo all’intorno », il Signore chiede a Sion di confidare nella Sua opera potente e di osservare le meraviglie che compirà verso di lei. Dopo secoli lo stesso discorso è trattato ai credenti di Filippi dall’apostolo Paolo nell’avere fiducia in Dio, « avendo fiducia in questo:che Colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù » (Filippesi 1:6). Dio non dimentica i Suoi figli, anche quelli che sono già deceduti. Infatti, l’Onnipotenza di Dio, al rapimento della chiesa, sarà manifestata prima verso i credenti trapassati e poi ai viventi, è scritto: « Perché il Signore stesso, con potente grido, con voce d’arcangelo e la tromba di Dio, scenderà dal cielo, ed i morti in Cristo risusciteranno i primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insieme con loro rapiti sulle nuvole, ad incontrare il Signore nell’aria » (1 Tessalonicesi 4:16,17). Confidiamo nel Signore che non dimentica i Suoi figli! Il Suo amore continua ad essere ogni giorno affettuoso, protettivo ed attivo verso tutti coloro che fondano nel Signore la propria fede.  

 di  Antonino Manuguerra Pubblicato da Cristiani Oggi

OMELIA (02-03-2014) : GUARDATE GLI UCCELLI DEL CIELO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/31098.html

OMELIA (02-03-2014)

MONS. GIANFRANCO POMA

GUARDATE GLI UCCELLI DEL CIELO

La Liturgia della domenica VIII del tempo ordinario si apre con la lettura di alcuni versetti del profeta Isaia (Is.49,14-15) che toccano il cuore del popolo d’Israele in un momento drammatico della sua storia: « Sion ha detto: ?Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. » E continua la Liturgia facendoci pregare il Salmo 61/62 « Solo in Dio riposa l’anima mia…Lui solo è la mia salvezza, la mia roccia, la mia difesa, la mia speranza, il mio riparo sicuro, il mio rifugio ». Il Salmo termina con questo invito: « Confida in lui, o popolo, in ogni tempo; a lui aprite il vostro cuore ». Invitandoci a vivere questa esperienza di fiducia in Dio che ci ama con amore materno, di affidamento totale a lui che non si dimentica di noi e ci protegge, sempre, la Liturgia ci prepara ad ascoltare intensamente il « discorso della montagna ». Il brano che oggi leggiamo, Matt.6,24-34, inizia con un’affermazione di Gesù che con estrema chiarezza chiede al suo discepolo una scelta precisa di campo: « Nessuno può servire due padroni… non potete servire Dio e la ricchezza. La parola che oggi ascoltiamo pone l’uomo moderno, che Gesù chiama ad essere suo discepolo, di fronte all’impossibilità di sfuggire alla radicalità dei problemi che toccano il senso fondamentale dell’esistenza. Può l’uomo della scienza continuare a credere, ad affidare la propria vita ad un Padre « provvidente »? Che senso ha la proposta di Gesù per l’uomo che dispone dei mezzi potenti della scienza e della tecnica, che crede nella forza del denaro, del potere, dell’immagine? La lettura attenta del Vangelo di Matteo ci mostra come la proposta di Gesù non è per nulla ingenua: egli ci chiede di ascoltare la sua parola e di lasciare che essa diventi il senso della nostra esistenza proprio nella novità dell’esperienza dell’uomo moderno. Si tratta di percorrere un cammino nuovo, che nasce dalla radicalità di una scelta, che può dare senso e luce a tutto ciò che è umano. Ma questa scelta è necessaria! A chi vuol essere suo discepolo, oggi, Gesù apre gli occhi, chiede il cuore, chiede tutto, per poter fare di lui un uomo libero per vivere tutto. Il tema centrale dell’insieme di Matteo 6,19-34, che comprende anche il brano che precede quello che oggi leggiamo, consiste nel porre il suo lettore di fronte alla possibilità di due possibili scelte esistenziali: una fondata sulla « terra », sinonimo di tenebra, servizio del denaro, inquietudine per la realtà del mondo, l’altra sul « cielo », sinonimo di luce, servizio di Dio e fiducia in lui. E Matteo guida il suo lettore ad entrare nella propria interiorità, a vedere dov’è il suo tesoro e di conseguenza dov’è il suo cuore e gli chiede il coraggio dell’onestà verso se stesso, lo invita a mettere una mente al cuore (un occhio sano che renda luminosa la vita) e di decidere: « Non si può servire Dio e la ricchezza ». Oggi questo è per noi. Tutte le coppie antitetiche presentate da Matteo, cielo e terra, luce e tenebre, occhio semplice e occhio malvagio, odiare e amare, attaccarsi e disprezzare, Dio e ricchezza, mostrano la radicalità della scelta: non è possibile il compromesso. Si tratta di scelte esistenziali incompatibili: il discepolo di Cristo sceglie Lui, Lui solo, senza rimpianti. Infatti, solo l’essere « persone dalla piccola fede », impedisce di gustare l’esperienza della cura affettuosa di Dio per tutte le sue creature: scegliere Cristo significa entrare con lui nella relazione filiale con il Padre, una relazione la cui logica è la gratuità dell’Amore, opposta a quella del mondo. Alla radice di tutto ciò che esiste c’è un atto di Amore che è il senso di tutto. Chi sceglie Cristo, chi crede l’Amore, sperimenta la vita come il grande dono del Padre. Per sei volte in pochi versetti ritorna il verbo « angustiarsi », « preoccuparsi » (6,25.27.28.31.34b): è evidente quanto a Matteo interessi che la sua comunità sia il luogo dell’esperienza di persone libere dalle preoccupazioni che impediscono di vivere. Chi crede l’Amore sperimenta che la fonte da cui dipende la vita è sempre ricca e feconda. E a questo punto il discorso di Gesù si fa raffinato: la fede nell’Amore del Padre non è la fiducia passiva in una Provvidenza che deresponsabilizza, ma è una esperienza dell’essenziale, il dono d’Amore, che genera un modo nuovo di vedere, giudicare e operare. « Per questo vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita…né per il vostro corpo… »: chi crede in un Padre che per amore dona la vita, ha la tranquillità e la libertà del cuore, per poter affrontare tutti i problemi senza rimanerne schiacciati. « Guardate gli uccelli del cielo… ». Gesù invita a contemplare, a « vedere » la realtà, la creatura, per gustare il tesoro ricevuto, l’amore gratuito del creatore. Anche gli uccelli lavorano, cercano…ma ciò che trovano è ben oltre ciò che fanno: tutto è dono. « Guardate i gigli del campo… » In pochi testi evangelici appare con tanta semplicità la fede di Gesù e dei suoi discepoli nel Dio creatore. Dio creatore così vicino alla natura e agli uomini. Dio creatore che rende partecipi del mistero della vita gli uomini così ingrati e così « poco fiduciosi » in lui. Gli uomini (noi) che anziché mettere una mente al cuore (« giudicare » l’opera di Dio che hanno visto) preferiscono la loro « sapienza », che si rivela così limitata, come quella che anche Salomone ha voluto cercare per vie sue. Il cibo, la bevanda, il vestito, sono bisogni elementari e legittimi: il dramma dell’uomo non è di sentirli, ma di avvertirli senza fiducia e senza speranza. « Non angustiatevi… » insiste Gesù, sottolineando che il motivo dell’angoscia sta nell’essere « poco credenti ». L’uomo pagano (che sta anche dentro di noi) fa di questi beni elementari l’oggetto di una ricerca inquieta, mostrando di non conoscere il Creatore, dal quale riceverebbe tutto in dono. Tutto il problema sta nel « cercare »: cercare con angoscia, fuori di sé, con la paura di non trovare, o cercare con la certezza dell’Amore di un Padre che dona la vita al figlio e conosce ciò di cui egli ha bisogno? L’uomo pagano cerca ignorando l’amore del creatore, di conseguenza rischiando di fare violenza alla creazione per « impossessarsene », provocando pure ingiustizie sociali. « Non angustiatevi…il Padre vostro sa… » Gesù insiste: ma egli non parla da psicologo né da psicoanalista. Parla da figlio che sperimenta (vede, tocca, sente…) che tutta la sua esistenza gli è donata dal Padre: tutto è Amore di Dio, Creatore, Padre. Ai suoi discepoli Gesù dice di non angustiarsi, ma non come atteggiamento psicologico: è la fede, è l’esperienza radicale dell’essere amati dal Padre, che dona la vita, è l’esperienza della vita come infinito, inesauribile mistero, come Dio dentro di noi, che libera dalla paura, dall’angoscia. Il « tesoro » ci è già donato: non è da « cercare » con l’angoscia dell’irragiungibile. Ma ancora una volta, Gesù ci avverte: la fede non è passività fatalista. « Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia… tutte queste cose vi saranno date ». « Cercate »: dove? Dentro di noi: nel profondo di noi stessi, nella vita nostra. Nella nostra fragilità, sotto un cumulo di macerie, scopriamo Lui, il suo Regno, la sua giustizia (è l’unico passo del Vangelo in cui si parla di « giustizia di Dio »), il suo Amore misterioso: non è facile credere. Non è facile credere l’Amore: per questo al centro del discorso della montagna c’è la preghiera, il « Padre nostro ». « Cercate »: a noi è chiesto di non porre ostacoli a questa nostra insaziabile sete di Lui. « Vi saranno date tutte queste cose »: chi ha trovato la vita sperimenta che gli è donato tutto. La paura, l’ansia, ostacola la vita, impedisce le relazioni, distrugge la ricchezza della creazione che ci è donata. « Non preoccupatevi del domani…a ciascun giorno basta la sua pena »: non è facile (ma è stupendo!), credere l’Amore e attimo per attimo gustare, costruire, dilatare gli spazi dell’Amore.

 

St Paul on the Holy Crown of Hungary

St Paul on the Holy Crown of Hungary dans immagini sacre 407px-St_Paul_on_the_Holy_Crown_of_Hungary-2

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Publié dans:immagini sacre |on 27 février, 2014 |Pas de commentaires »

ORATIO SANCTI THOMAE AQUINATIS ANTE MISSAM – LATINO – ITALIANO

http://www.preghiamo.org/oratio-sancti-thomae-aquinatis-ante-missam-preghiera-san-tommaso-aquino-prima-comunione.php

ORATIO SANCTI THOMAE AQUINATIS ANTE MISSAM – LATINO – ITALIANO

Omnipotens sempiterne Deus, ecce accedo ad sacramentum unigeniti Filii tui, Domini nostri, Iesu Christi; accedo tamquam infirmus ad medicum vitae, immundus ad fontem misericordiae, caecus ad lumen claritatis aeternae, pauper et egenus ad Dominum caeli et terrae.

Rogo ergo immensae largitatis tuae abundantiam, quatenus meam curare digneris infirmitatem, lavare foeditatem, illuminare caecitatem, ditare paupertatem, vestire nuditatem; ut panem Angelorum, Regem regum et Dominum dominantium, tanta suscipiam reverentia et humilitate, tanta contritione et devotione, tanta puritate et fide, tali proposito et intentione, sicut expedit saluti animae meae.

Da mihi, quaeso, Dominici Corporis et Sanguinis non solum suscipere sacramentum, sed etiam rem et virtutem sacramenti. O mitissime Deus, da mihi Corpus unigeniti Filii tui, Domini nostri, Iesu Christi, quod traxit de Virgine Maria, sic suscipere, ut corpori suo mystico merear incorporari, et inter eius membra connumerari.

O amantissime Pater, concede mihi dilectum Filium tuum, quem nunc velatum in via suscipere propono, revelata tandem facie perpetuo contemplari: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum.

 Amen.

PREGHIERA DI SAN TOMMASO D’AQUINO PRIMA DELLA SANTA COMUNIONE

Dio onnipotente ed eterno, mi accosto al Sacramento del Tuo Unigenito Figlio il Signore nostro Gesù Cristo. Mi accosto come infermo al Medico della vita; come immondo alla Fonte della Misericordia; come cieco alla Luce dell’eterna chiarezza; come povero e miserabile al Signore del cielo e della terra.

Imploro pertanto l’abbondanza della Tua immensa larghezza, perché Tu voglia guarire la mia infermità, lavare le mie sozzure, illuminare la mia cecità, arricchire la mia povertà, coprire la mia nudità, per cui riceva il Pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei signori, con tale riverenza e umiltà, con tale purezza e fede quale si richiede per la salvezza della mia anima.

Concedimi, Ti prego, di ricevere non solo il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la realtà e la virtù di questo Sacramento. Dolcissimo Dio, fa’ che io riceva il Corpo del Tuo Unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, che Egli prese nel seno della Vergine Maria, in modo da essere unito al Suo Corpo mistico e annoverato fra i suoi membri.

Concedimi, Padre amorosissimo, di contemplare infine apertamente e per sempre il Figlio Tuo diletto, che ora mi propongo di ricevere adombrato sotto i veli eucaristici. Tu che vivi e regni, o Dio, insieme con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 Amen.

STAREC SILVANO DELL’ATHOS – NON DISPERARE!

http://www.gianfrancobertagni.it/Discipline/misticacristiana.htm

STAREC SILVANO DELL’ATHOS

NON DISPERARE!

Il Signore chiama al pentimento l’anima che ha peccato: se essa ritorna al Signore, questi nella sua misericordia la accoglie e le si manifesta. L’anima di un tale uomo ha conosciuto Dio, il Dio buono, pietoso e dolcissimo (cf. Sal 103,8), lo ha amato intensamente e, insaziabile, anela a lui con amore ardente e totale: né giorno né notte, nemmeno per un attimo riesce a separarsi da lui. Quando invece la grazia viene meno, a cosa paragonerò il dolore dell’anima? Con struggente invocazione si rivolge a Dio perché faccia tornare in lei la grazia di cui già ha potuto gustare tutta la dolcezza. Straordinario! Il Signore non ha dimenticato me, sua creatura caduta! C’è chi si dispera perché crede che il Signore non perdonerà il suo peccato. Ma pensieri simili vengono dall’avversario. La misericordia del Signore è tale che noi non riusciamo neanche a percepirla in pienezza. L’anima che nello Spirito santo è stata colmata dall’amore di Dio conosce davvero lo smisurato amore del Signore per l’uomo. Ma quando smarrisce questo amore, allora è angosciata, affranta: la mente non pensa ad altro ma cerca Dio solo.  Un diacono un giorno mi raccontava: “Ho visto Satana vestito da angelo di luce e mi ha lusingato dicendomi: ‘Io amo gli ambiziosi: saranno mia proprietà! Tu sei ambizioso e perciò ti prenderò con me!’. Ma io gli risposi: ‘Sono il peggiore di tutti’. Satana, allora, immediatamente sparì”. Anch’io ho vissuto qualcosa di simile quando mi apparvero i demoni. Nella mia paura esclamai: “Signore, vedi che i demoni mi impediscono di pregare. Dimmi tu cosa fare perché fuggano lontano da me”. E il Signore mi confidò: “I demoni non cessano di tormentare le anime orgogliose”. Replicai: “Signore, illuminami: quali pensieri renderanno umile la mia anima?”. Questa la risposta che ricevetti: “Tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!”. Da allora iniziai a fare così e tutto il mio essere ha trovato pace in Dio. L’anima mia impara l’umiltà dal Signore. Mistero insondabile: il Signore mi si è manifestato e ha ferito il mio cuore con il suo amore, poi si è nascosto e ora la mia anima anela a Dio giorno e notte (cf. Sal 42,2 ss.). Egli, come pastore buono e misericordioso, è venuto a cercare me, la sua pecora ferita dai lupi, e mi ha curato.

Publié dans:MISTICA, Ortodossia |on 27 février, 2014 |Pas de commentaires »

DALL’APPARTENENZA A UNA DIMORA AVVIENE IL CAMBIAMENTO IN CUI CRISTO VISIBILMENTE PERMANE

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DALL’APPARTENENZA A UNA DIMORA AVVIENE IL CAMBIAMENTO IN CUI CRISTO VISIBILMENTE PERMANE

LUIGI GIUSSANI

Appunti dall’intervento di Luigi Giussani al Ritiro dei Memores Domini Salsomaggiore Terme, 5 ottobre 1997

Prima che sorga l’alba, vegliamo nell’attesa: tace il creato e canta nel silenzio il mistero.

Il nostro sguardo cerca un Volto, nella notte: dal cuore a Dio s’innalza più puro il desiderio.

E mentre, lieve, l’ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore.

Presto l’aurora in cielo ci inonderà di luce; la Tua misericordia, o Padre, ci dia vita.

E questo nuovo giorno, che l’alba per noi schiude, dilati in tutto il mondo il regno del Tuo Figlio.

A Te, o Padre santo, all’unico Tuo Verbo, all’infinito Amore, sia lode in ogni tempo.

Ho fatto ricantare l’Inno «Prima che sorga l’alba» per rinnovare il mio giudizio: quest’Inno è uno spunto di meditazione come raramente ci capita di avere. Suggerisco quindi punti per una sintetica rielaborazione da fare insieme, e che anche l’animo di ciascuno deve fare, di tutto quello che abbiamo detto ed è implicato nel cammino di coscienza, intesa come consapevolezza, che il Signore ci ha fatto compiere in questi ultimi tempi. I In che modo Gesù è presente? Come si fa a capire che Gesù è presente? Come si documenta? Quando sento una certa voce dico: «Questo è Carlo» e quando sento un’altra voce dico: «Questo è Pino». Che timbro di voce dobbiamo sentire per capire che Cristo è qui? Cristo è qui! Cristo non è presente perché lo dice un grammofono o un Compact disk. Cristo non è un CD e non è un grammofono. Ma attraverso la «lettura» di una cosa che non è Lui si sente, si vede, si tocca Gesù, Dio, il Mistero. È attraverso una presenza. Quando sento la voce di don Pino, è per una presenza che dico: «C’è don Pino». Altrimenti, se sono lontano da dove so che è, oppure se lui è morto e io ci sono ancora – chiedo scusa per l’ipotesi -, quando sento la sua voce dico: «Ecco, hanno messo il disco in cui c’è la sua voce, per ricordarsela!». La Sua presenza è un avvenimento presente, non è un grammofono, non è il grammofono del Vangelo stampato e letto, detto, stampato e riletto. La Sua presenza è una presenza, una presenza che si sperimenta umanamente, come umanamente sento che c’è don Pino, per il tono della sua voce e soprattutto per il contenuto di quel che dice. L’avvenimento della Sua presenza è nel singolo uomo che Lui ha afferrato col Battesimo. Questo singolo uomo sei tu, sono io, è lui. Sono stato chiamato – come mai? -, sono stato scelto, fatto oggetto di una volontà, di una intelligenza, sono stato scelto dall’intelligenza del volere del Dio, dell’Essere, della Sorgente dell’essere, per essere partecipe e attore, attore partecipe della presenza del Mistero, della presenza Sua, con la «esse» maiuscola, come ha scritto un mio amico. L’avvenimento della Presenza è nel singolo, è in me. La realtà umana nuova, la realtà umana eccezionale, nel senso che ha qualche cosa che non è riducibile a quello che sono gli altri; la realtà umana nuova in cui è presente il Mistero del Verbo fatto uomo, cioè di Gesù di Nazareth, figlio di Maria, ucciso trentatré anni dopo la Sua nascita e risorto, come ne sono stati testimoni per esperienza fatta almeno cinquecento uomini (san Paolo parla di cinquecento fratelli che l’hanno visto in Gerusalemme; questo è stato scritto pochi anni dopo la morte di Cristo da uno che non aveva visto Cristo: Lo ha visto perché gli è apparso, è entrato nella sua vita misteriosamente a Damasco, e coloro che invece Lo hanno visto, gli apostoli, hanno accettato che fosse stato preso da Gesù come Suo apostolo – quasi abortivus, quasi come un aborto, egli dice di se stesso); la realtà umana nuova in cui è presente il Mistero di Cristo si chiama, nella Bibbia, «dimora» o «tempio». L’io, l’io umano, il mio io, i miei rapporti umani e tutto lo sviluppo che realizza questo seme piantato da Dio, dal Mistero, nella terra del mondo, ognuno di questi livelli è dimora, può essere dimora, se è vivo e attivo è dimora. È nella «dimora» l’esistenza singolare, del singolo, o l’esistenza della società. Ogni dimora è il luogo in cui il nostro io si sviluppa e parte per attuarsi, per attuare se stesso, e in cui la società si costruisce, si civilizza. Perciò la dimora è il luogo dove il rapporto dell’io con tutta la realtà si attua come società nuova, in cammino, in evoluzione. Per questo abbiamo voluto fare un libretto intitolato Il tempo e il tempio: è il tempo il pegno della realtà futura e definitiva. Questo è l’anticipo del paradiso, questo è il traguardo più completo, più autentico dell’ontologia che diventa etica, che si avvera nell’etica: è l’ontologia che si avvera come etica, come cambiamento che viene realizzato eticamente, che fa la strada per il paradiso, che fiorisce nel paradiso. Questo è l’esito di quanto diciamo, sintetizzando il valore del vivere nella sua origine: «Io sono Tu che mi fai». Questo è il crepuscolo del mattino dell’io e della storia umana. Mentre si vive, mentre si cammina, dopo questo primo momento, l’uomo capisce sempre di più di stare attuando quello che fu all’alba, prima dell’alba, nel senso di origine, proprio quando l’alba appena inizia. Il cammino della giornata finisce in un tramonto, in un crepuscolo serale. Vale a dire, quanto più passa il tempo nell’esistenza, tanto più quello che si vede in essa diventa richiamo ad altro, a quello che viene dopo, a quello che si nasconde, ma sempre più brevemente. Il sole è presente all’inizio e alla fine nella stessa forma in cui l’apparenza appena appena lo accenna: ma l’apparenza è niente, è quello cui accenna che è vero. «Io sono Tu che mi fai» è un istante in ogni istante, si percepisce in un istante e si attua in ogni istante. Così, il cambiamento sostiene l’evidenza della Sua presenza. La percezione della Sua presenza aumenta sempre di più: inizia crepuscolarmente come mattino, ma arriva a sera che l’uomo resta pieno soltanto del desiderio di quel che viene, della verità che avverrà. In che modo la realtà umana dell’io o della società è così nuova da significare una cosa che altrimenti nessuno capirebbe e, soprattutto, nessuno potrebbe dimostrare? Si chiama «testimonianza». Il cambiamento che dimostra la presenza di Cristo si chiama «testimonianza». La testimonianza si dimostra attraverso l’atteggiamento del singolo, del singolo cambiato, come parte del grande disegno, come attore del grande disegno, e si dimostra nel suo operare, nel suo lavorare, nel suo lavoro. Lavoro: questa è l’altra parola che si introduce. Il singolo, attraverso il suo lavoro, mostra di essere fattore del grande disegno in ogni aspetto della vita sociale, che nasce così dall’individuo cambiato. Anche ogni aspetto della vita sociale diventa testimonianza a Cristo, vale a dire testimonianza di Cristo presente, della presenza di Cristo. La Sua presenza viene testimoniata dal cambiamento che avviene in me negli aspetti tutti della vita. Il cambiamento riguarda la vita, il tempo e lo spazio, l’amore, il lavoro. Queste categorie fondamentali della vita dell’uomo cambiano. Cambiano! Gli altri non capiscono « come », e dicono: «Questi sono matti!», oppure: «Non capisco!». Però, se sono sinceri e semplici, debbono dire: «Guarda quest’uomo com’è diverso! Come fa a essere così diverso?». Tutti ce lo siamo sentiti dire mentre agivamo, lavorando come bifolchi o come deputati. È la testimonianza come opera, come opera dell’io: la testimonianza del singolo, il cambiamento del singolo. Come quella nostra amica, di cui ho più volte parlato, lontana dalla sua comunità, a cui il suo Capo Dipartimento (in un prestigioso Istituto di Ricerca statunitense) ha detto: «Ma come fa lei a essere così lieta?». Tanto che, quando doveva tornare in Italia quindici giorni, il collega che mai le aveva detto una parola, che le sembrava il più arido di tutti, le dice: «Ah, va via quindici giorni? Mi spiace, perché quando vengo al mattino a lavorare guardo sempre la sua faccia, e la sua letizia mi dà speranza». Il suo lavoro diventa così carità verso quella persona. II Così nascono dalla testimonianza del singolo le opere: nascono opere dalla carità. Come Madre Teresa di Calcutta e santa Maria Cabrini hanno testimoniato al mondo. Quarant’anni fa, quando ho letto la vita di santa Maria Cabrini, non si sapeva ancora di Madre Teresa. Domani diranno: «santa Teresa di Calcutta». Lo dicono già adesso che è appena morta; non è ancora santa. Ma certamente avverrà. È importante capire, soffermarsi a scoprire, ad accorgersi che dalla carità, cioè dall’amore a Cristo, dal cambiamento che, nell’istante o nella vita, la fede e l’amore a Cristo producono in una persona, nascono opere di carità di cui tutto il mondo può parlare. Sintetizzando la questione: se la testimonianza è un cambiamento del singolo, lo è anche attraverso il fatto che il cambiamento del singolo diventa cambiamento nel mondo: opere di carità. Ma, alla fine, anche il lavoro diventa carità. San Giovanni di Dio, quattrocentocinquanta anni fa, dimostrava che dalla carità, anche solo dalla carità, nasce l’opera. L’opera di san Giovanni di Dio sono gli ospedali. Gli ospedali, che adesso rappresentano una delle cose più importanti della vita sociale, e politicamente sono decisivi, sono stati creati (come dimostra Martindale nel suo libro Santi, parlando di san Camillo De Lellis) dalla carità cristiana. Dalla carità, cioè dalla testimonianza a Cristo, viene fuori l’opera, vengono fuori opere di ogni grandezza. E così l’amore a Cristo serve la società, è fattore fondamentale del progresso sociale, della civiltà, della storia della civiltà. Ma è anche vero l’«inverso»; vale a dire, in una società che è giunta, per la carità, al livello di una civiltà sanitaria molto più grande, la testimonianza cristiana arriva a un altro punto di vantaggio: anche il lavoro, dopo tanti secoli (ecco Madre Cabrini e Madre Teresa di Calcutta), diventa carità. Madre Teresa di Calcutta, infatti, non ci insegna la modalità con cui assistere gli ammalati; in certi ospedali americani hanno una scaltrezza maggiore, con esiti più clamorosi. Ma, mentre con l’andar del tempo questi esiti clamorosi debordano e diventano violenza e assassinio (nella biogenetica, per esempio), in chi vive l’amore a Cristo la carità penetra invece anche nel lavoro. Diventa carità anche lo scaricare le merci, come per il nostro amico che fa lo scaricatore di porto. La civiltà non è esito clamoroso prodotto dall’azione, ma è frutto della coscienza dell’azione, per cui l’azione, qualsiasi azione, anche la più banale, diventa documento di una coscienza che grida che «Dio è tutto in tutto», cioè imita Cristo, la coscienza di Cristo, rinnova la coscienza di Cristo. E tutto questo cambiamento realizza la testimonianza che Gesù è presente. «Cristo tutto in tutti» vuol dire che tutti devono imitare Cristo. III Vediamo ora di fare il passo che a me sta più a cuore. Abbiamo detto che la carità genera l’opera, e poi che il lavoro, richiesto dall’opera e imparato dalla carità, diventa esso stesso carità. E così prosegue la civiltà. La trasformazione, insomma, è sempre più radicale: nel grande operatore della storia che è l’uomo, il singolo cambiato – cambia il singolo! – lentamente cambia anche la società. O meglio, non «cambia anche la società»: la società è portata avanti, la civiltà è servita dalla carità come da nient’altro. Perché senza carità la civiltà, progredendo, varca una soglia, nel senso che cade, diventa violenza. La civiltà si è, infatti, sviluppata enormemente; ma si è sviluppato enormemente anche il disastro di tutto (basta vedere come viviamo adesso). La novità del mondo è se l’uomo appartiene. È una appartenenza che tutto cambia, perché la carità è matrice di cultura. È una appartenenza che tutto cambia. La società nuova, favorita dalla carità, è creata da una appartenenza. Pensavo stamattina alla differenza tra Beethoven e Rachmaninov: non tanto a che potenza, scaltrezza, o genialità abbia Rachmaninov di fronte a Beethoven, perché come genio potrebbe essere più scaltro, più sottile e più profondo Beethoven; ma dal punto di vista della parola, del colpo o dell’impressione umana, dell’esperienza insomma che si compie stando a sentirli, Rachmaninov è più completo, come emerge dalla sua « Liturgia » (la più bella degli ortodossi). Rachmaninov nasce da una società cristiana, Beethoven nasce da una civiltà scaltrita, tanto debitrice al cristianesimo del suo sviluppo quanto resa contraddittoria, piena di dolore, piena di male, dall’abbandono del cristianesimo. Perciò, per sentirmi più completo, ascolto Rachmaninov, anche dopo aver sentito tutte le sinfonie di Beethoven, le quali esaltano la mia fame e la mia sete, cioè la natura di desiderio del mio essere: Rachmaninov è il presentimento del compimento. Beethoven è il crepuscolo del mattino, ingrandisce il crepuscolo del mattino, ma Rachmaninov è il crepuscolo della sera. L’appartenenza è la coscienza dell’io. L’appartenenza a Gesù, a un Tu che mi fa («Io sono Tu che mi fai»), questo inizio, questo crepuscolo del mattino della dignità umana, diventa crepuscolo della sera, vale a dire già si attua. «Tu che mi fai»; «Io sono Tu che mi fai, io appartengo a Te»; «Dio è tutto in tutto» (1 Cor 15,28). Cristo dice: «Io appartengo al Padre. Io faccio quello che il Padre mio fa sempre, imito il Padre: questa è la legge della mia natura». E noi dobbiamo essere come Cristo, perché «Cristo è tutto in tutti» (Col 3,11). L’appartenenza ha la sua formula in: «Io sono Tu che mi fai». L’appartenenza cambia tutto. Il cambiamento che avviene nell’uomo è sempre da una appartenenza. Ma nell’appartenenza a un altro uomo o nell’appartenenza a una realtà sociale umana, noi siamo dissolti, non compiuti ma dissolti. Invece nel dire: «Io sono Tu che mi fai» al Mistero, l’uomo rinasce. Con Cristo l’uomo rinasce in modo tale che è un principio di vita nuova – ed evolve, cambia, il tempo che passa è una misura che in un certo modo porta sempre più verso una non misura: il tempo e lo spazio, come dico sempre, limitano l’uomo, lo bloccano, sono due confini, perché essendo qui io non posso essere a Milano; ma per Cristo risorto il tempo e lo spazio sono strumenti di ingrandimento, di dilatazione, di comunicazione, di presenza, rendono la Sua presenza possibile in ogni istante della storia, là dove vuole essere -. È dall’appartenenza che nasce, che può nascere, una società nuova, veramente nuova, che nasce un passo della civiltà che, se rispettato, è non invertibile. Il cambiamento cui ho accennato avviene nel singolo e nella società o in modo impercettibile (sensim sine sensu, si dice in latino) o, all’opposto, come miracolo; il cambiamento avviene sempre secondo tutta la gamma inerente a questi due versanti, a questa doppia possibilità. Avviene impercettibilmente, così che uno non se ne accorge. Dopo cinque anni che tutto sembrava identico («niente di nuovo, niente di nuovo!»), se rimane acceso il fuoco dell’io, se rimane accesa l’autocoscienza (e se tutte le mattine diciamo l’Angelus è sempre riaccesa), uno capisce di essere diverso. All’inizio ho fatto cantare «Prima che sorga l’alba», perché è un Inno che dice queste cose, tutte le mattine; perciò tutte le mattine lo recito. Non l’ho scoperto sessant’anni fa, come per l’esistenza di Dio o di Gesù, bensì due anni fa. Ma, a ben vedere, non l’ho scoperto due anni fa. Quando l’ho introdotto tra gli Inni di Vitorchiano, mentre sceglievo: «questo sì, questo no», se ho detto: «questo sì», l’ho detto perché ero già investito da quell’influsso che poi me lo ha fatto scoprire. La crescita è impercettibile; uno non ci pensa per cinque anni, ma cinque anni dopo dice: «Però, guardando indietro, sono diverso. Come sono diverso!». E a casa sua, i suoi genitori, i suoi parenti, o i suoi amici se ne accorgono. I suoi amici di un tempo sono ancora amici, più di prima, anche se il rapporto con loro è molto meno di prima espresso. E quando dicono: «Non ci vediamo più, non ci frequentiamo più…», per loro è malinconico, soltanto malinconico. Per lui no. Come è accaduto a me, in una vicenda che alcuni di voi conoscono: per quarant’anni ho cercato di rimettermi in rapporto con quella ragazza che, al mio primo anno di scuola di religione, in prima liceo, è scoppiata in singhiozzi sentendo il Concerto per Violino e Orchestra di Beethoven, nel punto giusto tra l’altro. In tutti questi anni l’ho cercata sfogliando gli elenchi telefonici di tutta Italia, e dopo quarant’anni una nostra amica l’ha trovata: nessun rapporto per quarant’anni, non ne ricordavo quasi più la fisionomia – non c’era nessun particolare oltre a quel singhiozzo in cui scoppiò in classe – e quando l’ho ritrovata è stato tale e quale come se l’avessi vista tutti i giorni. E ho detto ad alcuni di voi: pensate, un uomo che quarant’anni prima è colpito dalla profonda sensibilità di una ragazza, la cerca per quarant’anni – sembra una fiaba – e dopo quarant’anni la ritrova, tranquillo, come se si fosse accompagnato a lei tutti i giorni, come se l’avesse vista tutti i giorni. Dov’è che si trova una tensione affettiva di questo genere? Nessuno capirebbe questo, nessuno! Perché i legami che si stabiliscono sono fatti per l’eternità: in quanto si stabiliscono giusti, in quanto si vivono bene, sono per l’eternità. Ciò che c’è è per l’eternità. IV Accenniamo ora al nesso tra appartenenza e memoria. Il cambiamento in cui l’uomo produce testimonianza a Cristo è personale o sociale, impercettibile o miracoloso. Questo cambiamento, per sua natura, tende a essere presente, a realizzarsi come presente in ogni istante. In ogni istante «vegliamo nell’attesa», anche alle tre del pomeriggio, quando uno si deve mettere a lavorare con lo stomaco pieno ed è particolarmente stanco. In ogni istante uno è chiamato alla grande possibilità; la possibilità più grande e più immediata che ha per attuare se stesso vive, si produce in lui, si offre a lui in ogni istante. Perché questo accada tutti i giorni, alle tre del pomeriggio, bisogna però che alle sei della mattina o alle nove della sera ci sia qualche cosa che continuamente glielo richiami. Per questo, come la società normale, naturale, ha come fulcro la famiglia o casa – la famiglia come il luogo dove uno è concepito e nasce, la casa come luogo della famiglia (la bestia non ha casa, ha tana, covo, non casa) -; come nella società naturale il soggetto umano che costituisce e crea la società, l’io che è il fattore di quell’attività da cui nasce la società, nasce e si sviluppa nella casa; come la società naturale incomincia quindi come casa e fiorisce dalla casa (il seme della società naturale è la casa, la famiglia: concezione e nascita), così nella società nuova che Cristo ha reso possibile e che la memoria di Cristo produce, l’io nuovo che ne è il protagonista si sviluppa in quello che hanno chiamato convento o, meglio ancora, prima, monastero. Dove la parola monastero è interessante, perché monos, in greco, vuol dire «solo», mentre «monastero» implica sempre un gruppo che abbia consapevolezza di un’origine e di un destino comune. Noi, per indicare monastero o convento, usiamo la parola «casa»: per la caratteristica del nostro carisma – che indica il realizzarsi della testimonianza nel ripetere la situazione di tutti, nell’essere vicini alla situazione di tutti, nel confonderci con la vita di tutti, nel vivere la modalità di vita di tutti secondo la memoria di Cristo, con la coscienza dell’appartenenza a Cristo -, si chiama «casa». Essa è il luogo non dove la concezione e la nascita avvengono, ma si perpetuano; la nascita è un avvenimento che si perpetua, cioè vi avviene come continuità inerente all’istante precedente. Perciò, «Prima che sorga l’alba» è la formula che dobbiamo ricordarci tutte le mattine quando ci svegliamo, quando ci troviamo insieme per dire l’Angelus. Sono i piloni su cui si costruisce la casa, e perciò i piloni su cui costruiamo la nostra evoluzione (perché un bambino concepito diventa uomo soltanto se c’è la casa, se ha una casa, secondo la modalità con cui vive una casa). L’Angelus stabilisce il momento in cui lo slancio, con il quale l’uomo prosegue la vita, si riafferma, si richiama alla memoria: l’Angelus è forse la cosa più importante che facciamo nella giornata come memoria. V L’ultimo pensiero che voglio proporvi è che la casa è una ontologia che si esprime provvisoriamente. Provvisoriamente, perché dopo la casa c’è il mondo in cui andare e il paradiso a cui arrivare. La casa ha come virtù l’attuarsi tentato dell’ontologia, di ciò che si è. L’ontologia della casa ha come etica la disponibilità. Alla mattina bisogna essere disponibili (non: «se ho voglia sono disponibile», ma anche quando non ho voglia, quando mi ripugna). La disponibilità si esprime come domanda. La disponibilità è l’etica propria dell’uomo quando, di fronte a ciò che vede, di fronte a ciò in cui si imbatte, non «sa già» come operare, ma appartiene, opera secondo quello che gli dice Ciò a cui appartiene. Ciò a cui lui appartiene è anche creatore di quello che ha davanti. Ciò a cui appartengo è Ciò che crea ciò che ho davanti. Perciò sto di fronte a quello che ho davanti domandando, chiedendo, mendicando da Chi lo fa, che è Colui che mi fa e cui appartengo, domandando come devo fare e chiedendo che mi aiuti, che aiuti la mia assoluta incapacità di fronte a ciò che devo fare. Disponibilità è la parola che in questo momento descrive, per me, l’appartenenza alla casa, l’appartenenza a Cristo nella casa, e che mi detta come Colui a cui appartengo concepisce il mio atteggiamento nella casa, che cosa vuole da me nella situazione in cui sono. Perciò è sempre nuova la vita, la nostra esistenza è per natura sempre nuova (Vetera transierunt, omnia nova; il vecchio è passato, se n’è andato, resta solo il nuovo. Tutto è fatto nuovo). Questa è la sorgente di letizia, fino all’evidenza psicologica, tutti i giorni, anzi, in tutti i momenti: la letizia che rimane nonostante tutto. Come diceva la preghiera di questa mattina: «Effondi su di noi la Tua misericordia, perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare». Che questa preghiera, che sintetizza la sorgente del cambiamento, ci segua nei prossimi giorni.

Publié dans:meditazioni, poesie |on 27 février, 2014 |Pas de commentaires »

Creazione dell’uomo e della donna

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Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

 http://www.vatican.va/holy_father/francesco/messages/lent/documents/papa-francesco_20131226_messaggio-quaresima2014_it.html           

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione. Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 26 dicembre 2013

Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire 

FRANCESCO

Publié dans:PAPA FRANCESCO, quaresima |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA QUARESIMA NELLA STORIA

 http://www.lachiesa.it/liturgia/ml_quaresimastoria.html

LA QUARESIMA NELLA STORIA

1 – Quaresima e anno liturgico

2 – Origine della quaresima>

3 – La celebrazione della quaresima oggi

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1Quaresima e anno liturgico

L’anno liturgico è la celebrazione dell’opera di salvezza di Cristo che viene realizzata mediante una commemorazione sacra (o memoriale) in giorni determinati, nel corso dell’anno. La liturgia dilata, nel tempo degli uomini, il mistero della salvezza. La Chiesa, quindi, mediante la liturgia, continua ad attuare, nei suoi tempi e con i suoi riti, le azioni di salvezza operate da Gesù. L’anno liturgico non è dunque una serie di idee o di feste, ma è una persona, Gesù Cristo, risorto, il cui dono di salvezza viene offerto e comunicato nei diversi aspetti sacramentali che caratterizzano lo svolgersi del calendario cristiano. L’amore di Dio per la salvezza dell’uomo viene così reso attuale nell’oggi della Chiesa e dell’umanità. Centro e riferimento assoluto e indispensabile di tutto l’anno liturgico è quindi il mistero pasquale della passione, morte, risurrezione e ascensione del Signore Gesù. I primi cristiani non conobbero altra festa liturgica che quella della domenica: il giorno della celebrazione del Cristo vivo. Per questo motivo la domenica è considerata la « festa primordiale ». Solo dopo il II secolo si riscontrano testimonianze riguardanti la speciale celebrazione della risurrezione di Cristo in una Domenica prefissata. Tutto l’anno liturgico ruota dunque intorno alla celebrazione pasquale domenicale e annuale.      Pertanto la quaresima è quel tempo liturgico durante il quale il cristiano si dispone, attraverso un cammino di conversione e purificazione, a vivere in pienezza il mistero della risurrezione di Cristo nella sua memoria annuale.

2 – Origine della quaresima  Non si sa con certezza dove, per mezzo di chi e come sia sorto questo periodo di tempo che i cristiani dedicano per la preparazione alla pasqua. Sappiamo soltanto che ha avuto uno sviluppo lento e progressivo. Per praticità espositiva possiamo distinguere in maniera sintetica sei periodi corrispondenti ad altrettante prassi liturgiche. Il digiuno del Venerdì e del Sabato santo (fino al II secolo) Nella chiesa primitiva la celebrazione della pasqua era anticipata da uno o due giorni di digiuno. Comunque tale digiuno sembra fosse orientato non tanto alla celebrazione pasquale quanto all’amministrazione del battesimo che pian piano veniva riservata alla veglia pasquale. La prassi del digiuno era indirizzata innanzitutto ai catecumeni e poi estesa al ministro del battesimo e a tutta la comunità ecclesiale. Tale digiuno non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo. Una settimana di preparazione (III secolo) In questo periodo a Roma la Domenica precedente la pasqua era denominata « Domenica di passione » e nel Venerdì e Mercoledì di questa stessa settimana non si celebrava l’eucaristia. L’estensione del digiuno per tutta la settimana precedente la pasqua è certa solamente per la Chiesa di Alessandria. Tre settimane di preparazione (IV secolo) Di tale consuetudine è testimone uno storico del V secolo, Socrate. Durante queste tre settimane si proclamava il vangelo di Giovanni. La lettura di questo testo è giustificata dal fatto che esso è ricco di brani che si riferiscono alla prossimità della pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme. Sei settimane di preparazione (verso la fine del IV secolo) Questa preparazione prolungata fu motivata dalla prassi penitenziale. Coloro che desideravano essere riconciliati con Dio e con la Chiesa iniziavano il loro cammino di preparazione nella prima di queste Domeniche (più tardi verrà anticipata al Mercoledì immediatamente precedente) e veniva concluso la mattina del Giovedì santo, giorno in cui ottenevano la riconciliazione. In tal modo i penitenti si sottoponevano a un periodo di preparazione che durava quaranta giorni. Da qui il termine latino Quadragesima. I penitenti intraprendevano questo cammino attraverso l’imposizione delle ceneri e l’utilizzazione di un abito di sacco in segno della propria contrizione e del proprio impegno ascetico. Ulteriore prolungamento: il Mercoledì delle ceneri (verso la fine del V secolo) Verso la fine del V secolo, ha inizio la celebrazione del Mercoledì e del Venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunge a imporre le ceneri ai penitenti il Mercoledì di questa settimana antecedente la prima Domenica di quaresima, rito che verrà poi esteso a tutti i cristiani. A partire da questa fase incominciano a delinearsi anche le antiche tappe del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne veglia del Sabato santo; infatti questo tempo battesimale si integrava con il tempo di preparazione dei penitenti alla riconciliazione del Giovedì santo. Fu così che anche i semplici fedeli – ovvero quanti non erano catecumeni né pubblici penitenti – vennero associati a questo intenso cammino di ascesi e di penitenza per poter giungere alle celebrazioni pasquali con l’animo disposto a una più autentica partecipazione. Sette settimane di preparazione (VI secolo) Nel corso del VI secolo, tutta la settimana che precede la prima Domenica di quaresima è dedicata alla celebrazione pasquale La Domenica con cui ha inizio viene chiamata Quinquagesima perché è il cinquantesimo giorno prima di pasqua. Tra il VI e il VII secolo si costituì un ulteriore prolungamento con altre due Domeniche. La tendenza ad anticipare il tempo forte della quaresima ne svigorisce in qualche modo la peculiarità. In sintesi: allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccatori che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di Pasqua.

Publié dans:liturgia, quaresima |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »
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