Archive pour décembre, 2013

Holy Trinity icon (Moscow, Russia) (19th c.)

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CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO / « AD TE LEVAVI »

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350645

CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO / « AD TE LEVAVI »

È l’introito della prima domenica di Avvento. In una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai « Cantori Gregoriani » e dal loro Maestro

di Fulvio Rampi

CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO /

TRADUZIONE

A te ho innalzato l’anima mia. Dio mio, in te confido, che io non resti confuso e non ridano di me i miei nemici, perché tutti quelli che ti attendono non resteranno confusi. Le tue vie, Signore, fammi conoscere e insegnami i tuoi sentieri. A te ho innalzato… * Tutti quelli che ti attendono non resteranno confusi, Signore. Le tue vie, Signore, fammi conoscere e insegnami i tuoi sentieri. Tutti quelli che ti attendono… (Salmo 24, 1-4)

ASCOLTO

 (QUI DUE CANTI CON ADOBE FLASH, FORSE SI POSSONO METTE MA NON SONO CAPACE)

GUIDA ALL’ASCOLTO “Ad te levavi animam meam”: è questo l’incipit dell’introito gregoriano della prima domenica di Avvento, dunque l’incipit dell’intero Graduale Romanum, il libro liturgico che raccoglie i canti propri della messa. La grande “A” iniziale, prima Lettera dell’alfabeto, è segno di Cristo come “Alpha” da cui ha origine e a cui costantemente converge la lunga meditazione che la Chiesa dispone, attraverso il suo canto gregoriano, lungo l’intero anno liturgico. Lo stesso fa l’Antifonale, in modo altrettanto non casuale, con il responsorio « Aspiciens a longe », il brano che inaugura il tempo di Avvento per il repertorio musicale dell’Ufficio Divino. Si potrebbe dire che il canto gregoriano si preoccupa da subito di rimarcare la valenza cristologica del suo progetto esegetico-musicale. Il primo motivo di interesse è dato dalla scelta dei testi che compongono il « proprium » di questa prima messa dell’anno liturgico. I versetti iniziali del salmo 24, pur con alcune significative varianti, danno corpo non solo all’introito, ma anche al graduale e all’offertorio della stessa messa. È questa la prova, qui del tutto evidente, di un’intenzione primaria che fonda l’antico repertorio gregoriano, ossia la capacità di far risuonare il medesimo testo in momenti liturgici diversi e, più precisamente, la ferma decisione di produrne un esito sonoro risultante da un vero e proprio percorso di « lectio divina ». Come tale si presenta, in effetti, la successione dei tre citati momenti liturgico-musicali. All’apertura della celebrazione, il brano processionale nello stile semi-ornato tipico degli introiti sviluppa appunto l’esegesi del testo con figure neumatiche elementari, ovvero di pochi suoni per sillaba, amplificando i valori su alcune sillabe importanti – ad esempio sull’accento di “à-nimam” nel corso del primo inciso – ma sempre mantenendosi in una condotta di fraseggio complessivamente scorrevole. Il brano si presenta nel suo complesso come una grande invocazione. Tale carattere è riassunto e posto in speciale evidenza all’inizio del secondo inciso testuale, laddove con slancio e con una linea melodica portata all’estremità acuta dell’intero brano viene sottolineata con decisione l’invocazione “Deus meus”, che diviene cifra espressiva a sigillo dell’intera composizione. Ma la « lectio divina » operata dal canto gregoriano su questo testo non si esaurisce nell’introito. Essa prosegue e assurge a dimensione contemplativa soprattutto nel graduale « Universi », dopo la prima lettura. Lo stesso testo dell’introito – nella prospettiva della « lectio divina » – viene ripreso, selezionato e ripensato per risultare più profondamente compreso in ogni sua parte. Ciò che è quasi scivolato via attraverso uno stile semi-ornato, viene cristallizzato da uno stile che risponde ad altre esigenze liturgico-musicali. Nella messa, dopo la prima lettura, quando dunque tutti sono fermi, seduti e presumibilmente attenti, quando non c’è  –  come viceversa capita nell’introito – alcun movimento processionale, quando la liturgia esige una degna risposta alla lettura della Parola di Dio appena proclamata, ecco che viene ripreso il testo dell’introito, ma – si badi bene – non da capo, bensì estraendo solo l’ultima frase dell’antifona: « Universi qui te exspectant non confundentur, Domine ». A questo punto il testo viene in un certo senso “ricreato” e ogni entità verbale assume nuova luce, nuovo peso, nuovo significato. Viene meditata ciascuna parola con più calma, con più tempo, senza fretta, con più consapevolezza. Se nell’introito, ad esempio, il termine « universi » riceve una minima accentuazione ed è parte di un complessivo movimento scorrevole, nel graduale esso viene posto in prima fila e promosso addirittura a incipit del brano. Ma soprattutto ne viene enormemente dilatata, con consumata arte retorica, la portata espressiva. L’incipit del graduale vuole meditare, vuole “perdere tempo” su quella parola che ferma lo sguardo sull’universalità dell’Avvento, annunciato con abbondanza di suono e con generosi allargamenti di valore, carichi di senso. Da ultimo, tornando a dare uno sguardo all’impianto melodico complessivo dell’introito, possiamo agevolmente verificarne – come del resto è indicato nell’edizione vaticana – la  chiara appartenenza all’ottavo modo, il “tetrardus plagale” secondo la terminologia mutuata dall’antico sistema musicale greco. Esso è l’ultimo degli otto modi gregoriani, che riassumono e incorniciano le possibili e rigide strutture musicali dell’intero repertorio monodico liturgico. Tale ultimo modo, nella mente degli anonimi compositori e dei teorici medievali, è simbolo di perfezione, di compimento, di tempo definitivo. L’ottavo modo è sovente esplicita allusione all’ottavo giorno, inizio della nuova creazione. Non a caso i cantici e il triplice alleluia della veglia di Pasqua hanno questo stesso colore modale. All’inizio dell’anno liturgico, il canto gregoriano legge in filigrana l’intero mistero di Cristo e dilata la comprensione del tempo di Avvento alla memoria ben più ampia dell’“Adventus Domini”, itinerario illuminato dall’evento pasquale e che medita tanto il mistero della nascita di Gesù quanto l’attesa della sua venuta finale. La costruzione modale di questo primo introito è segno di tale percorso e ne intravede da subito le infinite risonanze.

il maestro rampi ed il suo coro (questa parte non la metto, potreste andare sul sito, anche perché mancano i due pezzi in musica)

 

I SANTI FABIANO E VENANZIO SOTTO IL MANTO DI MARIA – RICORDANDO DON ANDREA SANTORO

http://www.zenit.org/it/articles/i-santi-fabiano-e-venanzio-sotto-il-manto-di-maria

I SANTI FABIANO E VENANZIO SOTTO IL MANTO DI MARIA

RICORDANDO DON ANDREA SANTORO

ROMA, 03 DICEMBRE 2013 (ZENIT.ORG) RODOLFO PAPA

Nel lontano anno giubilare del 2000, don Andrea Santoro, allora parroco della chiesa dei SS. Fabiano e Venanzio a Roma, mi propose di dipingere una tela mariana per la sua chiesa, lanciandomi una grande sfida. Come potevo, allora giovane artista, rappresentare tutta la bellezza, il mistero, l’umiltà e l’accoglienza di Maria? Non è mai facile mettere il mare in una bottiglia, ma proprio questo è il compito dell’ arte. E proprio all’arte del passato allora mi rivolsi, cercando come negli altri secoli alcuni artisti avevano vinto la loro sfida, con la propria cultura e la propria maestria. In particolare un ‘immagine ha guidato la mia riflessione: la Madonna di Misericordia di Piero della Francesca, un’opera matura, incisiva, possente, aspramente comunicativa. Nella tavola di Piero, Maria apre il suo mantello formando «un nicchione bramantesco» , come disse il Longhi, e in quel nicchione è accolta l’umanità, rappresentata in dimensioni notevolmente inferiori. Il mantello così aperto attraeva i miei occhi e il mio cuore, ma la disparità proporzionale non rispondeva affatto alle mie esigenze. lo volevo rappresentare Maria Madre della Chiesa, Maria madre di tutti e di ciascuno: la corrispondenza proporzionale mi sembrava indispensabile per rappresentare il rapporto personale che lega Maria ai suoi figli. E così ho dipinto Maria ed i fedeli nella medesima scala dimensionale. Per rappresentare la maestà di Maria, ho cercato una strada diversa da quella della « grandezza », adottata da Piero, volevo rendere «avvertibile il mondo invisibile» ( come hanno detto i Padri conciliari agli artisti, alla chiusura del Vaticano II), attraverso il nostro mondo visibile. Dunque, Maria una donna come tutte, ma benedetta fra tutte le donne. Fare un’opera d’arte sacra è sempre un’avventura dello spirito, e richiede meditazione. Un passo di Isaia ha aiutato il mio lavoro: «Allarga 10 spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra e la tua discendenza entrerà in possesso delle nazioni, popolerà le città un tempo deserte» (Is 54, 2-3). Mi sembrava di sentirlo sulle labbra dei Santi Fabiano e Venanzio, che volevo rappresentare accanto a Maria. E così li ho dipinti nell’atto di allargare il manto di Maria, nel loro aiutarLa nell’azione di misericordia: tutta la Chiesa sub tutela Matris. Prosegue Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te….Cammineranno i popoli alla tua luce….Alza gli occhi intorno e guarda, tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te…» (Is 60, II; 3; 4-5). Ho inserito Maria in una circonferenza, determinata in alto dalla centina del telaio e in basso dall’andamento dei fedeli. La circonferenza è simbolo di perfezione, e anche segno cosmografico. Il centro di questa circonferenza è il ventre di Maria, perché Maria è tramite perfetto del progetto di Dio, e l’incarnazione del Figlio è il centro esatto della storia. I fedeli si radunano sotto il manto di Maria, sono giovani e anziani, in un incrocio che passa per il centro della tela. Alla chiamata vocazionale del martire Venanzio, dipinto in alto a sinistra, corrisponde diagonalmente un giovane che volutamente gli somiglia: il « sì » a Maria e a Cristo è ancora attuale e del tutto vitale. Non a caso il giovane indica Maria, Colei che attraverso il rosario gli indica la strada. In alto a destra, invece, San Fabiano I papa riceve in età avanzata i doni dello Spirito, simboleggiati dalla colomba, che è suo attributo iconografico, e anch’egli ha un proprio corrispondente tra i fedeli rappresentati: un vecchio, quasi nascosto, in basso a sinistra, che ha occhi solo per Maria, ad affermare che la vecchia è l’età della preghiera, della contemplazione e della saggezza, come ricorda il Santo Padre nella Lettera agli anziani. L’asse che collega i Santi ai propri corrispondenti contemporanei passa sempre nel centro, nel grembo santo di Maria. Ogni santità è possibile solo nel Verbo incarnato. Tutti gli altri fedeli, ognuno con la sua propria storia, si presentano davanti a Maria: per contemplarLa, per pregarLa di qualche grazia, o esteticamente rapiti dalla bellezza dello stare con Lei. Volevo che questa tela esprimesse gioia, ma una gioia che nasce dalla contemplazione della croce attraverso gli occhi di Maria: San Fabiano e San Venanzio portano le palme del martirio, riposando insieme a Cristo nel Paradiso. Il giovane con i capelli rossi, in basso al centro, apre le braccia in forma di croce, e con quel gesto intona lo Stabat Mater, ricorda come Maria proprio stando sotto la croce è divenuta madre di tutti noi. Il giovane ha al polso un orologio che segna l’ora della morte di Cristo. La predella, rappresentata come una balaustra in bassorilievo, racconta cinque momenti della vita di Maria: 1′Annunciazione, la Natività, la Pietà, la Pentecoste e Maria a Efeso con Giovanni. Nella quarta formella, Pentecoste, Maria è al centro del cenacolo nel momento in cui si sente come «un rombo di tuono» e un apostolo indicando la folgore di luce, indica anche il « Libro », che è poggiato sulla balaustra, segnato da una matita proprio al passo 2,1 degli Atti degli Apostoli. Maria a Efeseo è una tipologia rappresentata forse per la prima volta, ed è un invito a riflettere sull’azione apostolica di Maria nel mondo, con il suo nuovo figlio Giovanni. Ritornando alla parte superiore, il gruppo di Maria, dei Santi e dei fedeli costruisce una stella a cinque punte rivolta verso l’alto. Maria con il velo forma il vertice principale, rivolto verso l’alto. Il mantello tenuto dai Santi forma le due punte laterali e l’incrocio dei fedeli individua le due punte inferiori. Questa stella, nell’azzurro del cielo, indica che Maria è la rotta da seguire. Maria, Stella Maris, è colei che indica il cammino ai viandanti, anche a noi pellegrini di questo anno giubilare. Prosegue Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te….Cammineranno i popoli alla tua luce….Alza gli occhi intorno e guarda, tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te…» (Is 60, II; 3; 4-5). Ho inserito Maria in una circonferenza, determinata in alto dalla centina del telaio e in basso dall’andamento dei fedeli. La circonferenza è simbolo di perfezione, e anche segno cosmografico. Il centro di questa circonferenza è il ventre di Maria, perché Maria è tramite perfetto del progetto di Dio, e l’incarnazione del Figlio è il centro esatto della storia. I fedeli si radunano sotto il manto di Maria, sono giovani e anziani, in un incrocio che passa per il centro della tela. Alla chiamata vocazionale del martire Venanzio –che ricordiamo in questi giorni- dipinto in alto a sinistra, corrisponde diagonalmente un giovane che volutamente gli somiglia: il « sì » a Maria e a Cristo è ancora attuale e del tutto vitale. Non a caso il giovane indica Maria, Colei che attraverso il rosario gli indica la strada. In alto a destra, invece, San Fabiano I papa riceve in età avanzata i doni dello Spirito, simboleggiati dalla colomba, che è suo attributo iconografico, e anch’egli ha un proprio corrispondente tra i fedeli rappresentati: un vecchio, quasi nascosto, in basso a sinistra, che ha occhi solo per Maria, ad affermare che la vecchiaia è l’età della preghiera, della contemplazione e della saggezza, come ha ricordato il beato Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani nel 1999. L’asse che collega i Santi ai propri corrispondenti contemporanei passa sempre nel centro, nel grembo santo di Maria. Ogni santità è possibile solo nel Verbo incarnato. Tutti gli altri fedeli, ognuno con la sua propria storia, si presentano davanti a Maria: per contemplarLa, per pregarLa di qualche grazia, o esteticamente rapiti dalla bellezza dello stare con Lei. Volevo che questa tela esprimesse gioia, ma una gioia che nasce dalla contemplazione della croce attraverso gli occhi di Maria: San Fabiano e San Venanzio portano le palme del martirio, riposando insieme a Cristo nel Paradiso. Il giovane con i capelli rossi, in basso al centro, apre le braccia in forma di croce, e con quel gesto intona lo Stabat Mater, ricorda come Maria proprio stando sotto la croce è divenuta madre di tutti noi. Il giovane ha al polso un orologio che segna l’ora della morte di Cristo. La predella, rappresentata come una balaustra in bassorilievo, racconta cinque momenti della vita di Maria: 1′Annunciazione, la Natività, la Pietà, la Pentecoste e Maria a Efeso con Giovanni. Nella quarta formella, rappresentante Pentecoste, Maria è al centro del cenacolo nel momento in cui si sente come «un rombo di tuono» e un apostolo indicando la folgore di luce, indica anche il « Libro », che è poggiato sulla balaustra, segnato da una matita proprio al passo 2,1 degli Atti degli Apostoli. Maria a Efeso è una tipologia rappresentata forse per la prima volta, e personalmente voluta da don Andrea, ed è un invito a riflettere sull’azione apostolica di Maria nel mondo, con il suo nuovo figlio Giovanni. Ritornando alla parte superiore, il gruppo di Maria, dei Santi e dei fedeli costruisce una stella a cinque punte rivolta verso l’alto. Maria con il velo forma il vertice principale, rivolto verso l’alto. Il mantello tenuto dai Santi forma le due punte laterali e l’incrocio dei fedeli individua le due punte inferiori. Questa stella, nell’azzurro del cielo, indica che Maria è la rotta da seguire. Maria, Stella Maris, è colei che indica il cammino ai viandanti, anche a noi pellegrini.. Quando la tela fu finita e collocata nella parrocchia con solenne processione, don Andrea Santoro scrisse una bellissima preghiera, che fece stampare dietro l’immagine del mio quadro. Anni dopo, quando don Andrea Santoro fu ucciso in Turchia, sulle tracce della Madre del Signore, quella preghiera ha assunto un significato ancora più luminoso: ALLA MADONNA DEL MANTO (Preghiera): «Ecco tua madre» mi disse Gesù/quando ero con te sotto la croce./Allora Maria permetti che ti preghi cosi:/«Madre mia portami nel tuo cuore, prendimi per mano,/donami quel latte santo con cui allattasti Gesù/tienimi sotto il tuo manto/come tenevi Gesù all’ombra delle tue braccia./Madre mia, parlami di Gesù, raccontami tutto di lui/da quella notte di Natale alla notte del Calvario, dalla luce del concepimento alla luce della risurrezione./Guidami a scoprire quella volontà del Padre/che avevi in comune con lui./Guidami ad accogliere quello Spirito Santo/che dette vita a1 tuo grembo e dette vita alla sua tomba /Aprimi a quell’amore/che ti rese benedetta e piena di grazia/Aprimi a quella missione/che ti rinchiuse prima nei silenzi di Nazareth/e ti portò poi in terra straniera in cerca dei figli dispersi /Insegnami l’abbandono e la fiducia,/la povertà e l’umiltà,/la mitezza e il nascondimento./Insegnami a piangere, a soffrire, a morire./Insegnami a donarmi, a dire « eccomi » a colui che può tutto /Insegnami a camminare per dove lui vuole. Insegnami a perdere tutto per diventare con te madre di tutti./Assistimi in ogni ora, soprattutto in quell’ultima/che mi porterà a vedere il tuo volto./Insegnanti a dire « sì » quando verrai con Gesù a prendermi/da questo mondo per portarmi al Padre».

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificio.

Vasily Polenov, Betlemme

Vasily Polenov, Betlemme dans immagini sacre Bethlehem_Polenov

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Publié dans:immagini sacre |on 2 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

BETLEMME NELL’ANTICO TESTAMENTO: RE DAVIDE

http://www.betlemme.custodia.org/default.asp?id=72

BETLEMME NELL’ANTICO TESTAMENTO: RE DAVIDE

Nell’Antico Testamento la città di Betlemme, viene nominata ben 44 volte e porta il nome di « Betlem di Giudea » dalla tribù cui apparteneva, per distinguerla dalla località omonima, appartenente alla tribù di Zabulon, in Galilea. Betlemme è ricordata per la prima volta nella Bibbia a proposito di Rachele, moglie di Giacobbe, che morì nei pressi della città al momento di dare alla luce Beniamino, « il figlio della vecchiaia ». Essa fu sepolta sulla strada che conduce da Gerusalemme a Betlemme (Gen 35.19). Inoltre ricordiamo la storia di Elimelec e della moglie Noemi, che dopo aver soggiornato in terra di Moab ritornarono a Betlemme con la nuora Rut. Quest’ultima si sposò con Booz e dalla loro discendenza nacque Iesse dal quale nacque David. Una delle grandi glorie di Betlemme è l’aver dato i natali a Davide, che qui fu consacrato re di Israele al posto di Saul dal profeta Samuele per ordine di Dio (1Sam 16, 1-14). Davide, il più giovane tra i suoi fratelli, fu scelto per indicazione del Signore. Il suo fascino e il suo grande coraggio lo fecero subito diventare una figura di spicco per il regno, fino a diventare re degli Ebrei. Per tale ragione Betlemme è anche chiamata la « città di Davide ». Ma la sua vera grandezza sta nell’essere la città dove è nato Gesù, Messia e Figlio di Dio. Il profeta Michea l’aveva predetto in questi termini: » E tu, Betlemme di Efrata così piccola per esser fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono sin dall’antichità, dai giorni più remoti » (5,1). Il Messia, secondo il profeta Michea, oltre che nascere a Betlemme, doveva anche essere un discendente di Davide secondo la carne. Ebbene, proprio nei dintorni di Betlemme fiorì l’idillio di Rut, la coabita, con Booz (Ruth 2, 8-22). Dal loro matrimonio nacque Obed, genitore di Isai (Iesse), che fu padre di Davide, al cui casato apparteneva Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù.

NEL NUOVO TESTAMENTO La fede nel compimento dell’annuncio profetico circa la nascita di un discendente di Davide a Betlemme era ben radicata nella tradizione giudaica al tempo di Gesù. Infatti quando Erode chiede ai sommi sacerdoti il luogo della nascita del Messia questi gli rispondono senza indugio:  » A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta » (Mt 2, 5). Sia Matteo che Luca riferiscono che Gesù nacque  » a Betlemme di Giudea, al tempo di Erode » (Mt 2,1a), ossia « nella città di Davide chiamata Betlemme » (Lc 2, 4). Luca racconta inoltre che Giuseppe, membro della casa di Davide, in compagnia di Maria sua sposa, che era incinta, si mise in viaggio da Nazaret verso Betlemme, a causa del censimento romano che obbligava ogni ebreo a farsi registrare nel proprio luogo di origine. Il racconto di Matteo sembra invece voler suggerire che Maria e Giuseppe fossero da sempre residenti a Betlemme e che solo in seguito si spostarono a Nazaret. Inoltre altri episodi della nascita di Gesù si svolgono a Betlemme. Luca narrerà la venuta dei pastori (Lc 2, 8-20); mentre Matteo aggiungerà il racconto della venuta dei Magi d’Oriente e del loro viaggio a Betlemme (Mt 2, 1-12) e quello della strage degli innocenti e la fuga della Santa Famiglia in Egitto (2, 13-23).

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE – OMELIA PAPA BENEDETTO (2011, anno B)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20111224_christmas_it.html  

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

BASILICA VATICANA

SABATO, 24 DICEMBRE 2011 (anno B)

Cari fratelli e sorelle,

La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola “apparuit”, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – “è apparso”. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr Eb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è “apparso”. Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: “apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera “epifania”, la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. “Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini”: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale. In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. “E la pace non avrà fine”. Il profeta ne aveva prima parlato come di “una grande luce” e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4). Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace. Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo. Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2 Celano, 199: Fonti Francescane, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. “Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore. Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce. Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa. Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen. 

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