Archive pour décembre, 2013

BENEDETTO XVI: SANT’AMBROGIO – 7 DICEMBRE – 2007

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 24 OTTOBRE 2007

SANT’AMBROGIO – 7 DICEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita. Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano. Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione. E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano in ricerca e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo: una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino –«il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7). Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum: «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro”». Aveva imparato proprio da Ambrogio questo «ascoltare di dentro», questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio. Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica» che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confessioni 6,3). Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando –, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori. Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace. Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce … Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!» (La verginità 16,99). Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

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BENEDETTO XVI: SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – 2005

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CAPPELLA PAPALE NEL 40° ANNIVERSARIO DELLA CONCLUSIONE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (NON RICORDO SE È ANNO A O NO!)

GIOVEDÌ, 8 DICEMBRE 2005

Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari Fratelli e Sorelle,

Quarant’anni fa, l’8 dicembre 1965, sulla Piazza antistante questa Basilica di San Pietro, Papa Paolo VI concluse solennemente il Concilio Vaticano II. Era stato inaugurato, secondo la volontà di Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, allora festa della Maternità di Maria, ed ebbe la sua conclusione nel giorno dell’Immacolata. Una cornice mariana circonda il Concilio. In realtà, è molto di più di una cornice: è un orientamento dell’intero suo cammino. Ci rimanda, come rimandava allora i Padri del Concilio, all’immagine della Vergine in ascolto, che vive nella Parola di Dio, che serba nel suo cuore le parole che le vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle (cfr Lc 2,19.51); ci rimanda alla grande Credente che, piena di fiducia, si mette nelle mani di Dio, abbandonandosi alla Sua volontà; ci rimanda all’umile Madre che, quando la missione del Figlio lo esige, si fa da parte e, al contempo, alla donna coraggiosa che, mentre i discepoli si danno alla fuga, sta sotto la croce. Paolo VI, nel suo discorso in occasione della promulgazione della Costituzione conciliare sulla Chiesa, aveva qualificato Maria come « tutrix huius Concilii » – « protettrice di questo Concilio » (cfr Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones Decreta Declarationes, Città del Vaticano 1966, pag. 983) e, con un’allusione inconfondibile al racconto di Pentecoste tramandato da Luca (At 1,12-14), aveva detto che i Padri si erano riuniti nell’aula del Concilio « cum Maria, Matre Iesu » e, pure nel suo nome, ne sarebbero ora usciti (pag. 985). Resta indelebile nella mia memoria il momento in cui, sentendo le sue parole: « Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae » – « dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa », spontaneamente i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio, a nostra Madre, alla Madre della Chiesa. Di fatto, con questo titolo il Papa riassumeva la dottrina mariana del Concilio e dava la chiave per la sua comprensione. Maria non sta soltanto in un rapporto singolare con Cristo, il Figlio di Dio che, come uomo, ha voluto diventare figlio suo. Essendo totalmente unita a Cristo, ella appartiene anche totalmente a noi. Sì, possiamo dire che Maria ci è vicina come nessun altro essere umano, perché Cristo è uomo per gli uomini e tutto il suo essere è un « esserci per noi ». Cristo, dicono i Padri, come Capo è inseparabile dal suo Corpo che è la Chiesa, formando insieme con essa, per così dire, un unico soggetto vivente. La Madre del Capo è anche la Madre di tutta la Chiesa; lei è, per così dire, totalmente espropriata da se stessa; si è data interamente a Cristo e con Lui viene data in dono a tutti noi. Infatti, più la persona umana si dona, più trova se stessa. Il Concilio intendeva dirci questo: Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima. Papa Paolo VI, nel contesto della promulgazione della Costituzione sulla Chiesa, ha messo in luce tutto questo mediante un nuovo titolo radicato profondamente nella Tradizione, proprio nell’intento di illuminare la struttura interiore dell’insegnamento sulla Chiesa sviluppato nel Concilio. Il Vaticano II doveva esprimersi sulle componenti istituzionali della Chiesa: sui Vescovi e sul Pontefice, sui sacerdoti, i laici e i religiosi nella loro comunione e nelle loro relazioni; doveva descrivere la Chiesa in cammino, « che comprende nel suo seno peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione… » (Lumen gentium, 8). Ma questo aspetto « petrino » della Chiesa è incluso in quello « mariano ». In Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi « anime ecclesiali », così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di san Paolo, presentarci « immacolati » al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (Col 1,21; Ef 1,4). Ma ora dobbiamo chiederci: Che cosa significa « Maria, l’Immacolata »? Questo titolo ha qualcosa da dirci? La liturgia di oggi ci chiarisce il contenuto di questa parola in due grandi immagini. C’è innanzitutto il racconto meraviglioso dell’annuncio a Maria, la Vergine di Nazaret, della venuta del Messia. Il saluto dell’Angelo è intessuto di fili dell’Antico Testamento, specialmente del profeta Sofonia. Esso fa vedere che Maria, l’umile donna di provincia che proviene da una stirpe sacerdotale e porta in sé il grande patrimonio sacerdotale d’Israele, è « il santo resto » d’Israele a cui i profeti, in tutti i periodi di travagli e di tenebre, hanno fatto riferimento. In lei è presente la vera Sion, quella pura, la vivente dimora di Dio. In lei dimora il Signore, in lei trova il luogo del Suo riposo. Lei è la vivente casa di Dio, il quale non abita in edifici di pietra, ma nel cuore dell’uomo vivo. Lei è il germoglio che, nella buia notte invernale della storia, spunta dal tronco abbattuto di Davide. In lei si compie la parola del Salmo: « La terra ha dato il suo frutto » (67,7). Lei è il virgulto, dal quale deriva l’albero della redenzione e dei redenti. Dio non ha fallito, come poteva apparire già all’inizio della storia con Adamo ed Eva, o durante il periodo dell’esilio babilonese, e come nuovamente appariva al tempo di Maria quando Israele era diventato un popolo senza importanza in una regione occupata, con ben pochi segni riconoscibili della sua santità. Dio non ha fallito. Nell’umiltà della casa di Nazaret vive l’Israele santo, il resto puro. Dio ha salvato e salva il Suo popolo. Dal tronco abbattuto rifulge nuovamente la sua storia, diventando una nuova forza viva che orienta e pervade il mondo. Maria è l’Israele santo; ella dice « sì » al Signore, si mette pienamente a Sua disposizione e diventa così il tempio vivente di Dio. La seconda immagine è molto più difficile ed oscura. Questa metafora tratta dal Libro della Genesi parla a noi da una grande distanza storica, e solo a fatica può essere chiarita; soltanto nel corso della storia è stato possibile sviluppare una comprensione più profonda di ciò che lì viene riferito. Viene predetto che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l’uomo e il serpente, cioè tra l’uomo e le potenze del male e della morte. Viene però anche preannunciato che « la stirpe » della donna un giorno vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte; è preannunciato che la stirpe della donna – e in essa la donna e la madre stessa – vincerà e che così, mediante l’uomo, Dio vincerà. Se insieme con la Chiesa credente ed orante ci mettiamo in ascolto davanti a questo testo, allora possiamo cominciare a capire che cosa sia il peccato originale, il peccato ereditario, e anche che cosa sia la tutela da questo peccato ereditario, che cosa sia la redenzione. Qual è il quadro che in questa pagina ci vien posto davanti? L’uomo non si fida di Dio. Egli, tentato dalle parole del serpente, cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato; insomma, che solo in questo modo possiamo realizzare in pienezza la nostra libertà. L’uomo vive nel sospetto che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. L’uomo non vuole ricevere da Dio la sua esistenza e la pienezza della sua vita. Vuole attingere egli stesso dall’albero della conoscenza il potere di plasmare il mondo, di farsi dio elevandosi al livello di Lui, e di vincere con le proprie forze la morte e le tenebre. Non vuole contare sull’amore che non gli sembra affidabile; egli conta unicamente sulla conoscenza, in quanto essa gli conferisce il potere. Piuttosto che sull’amore punta sul potere col quale vuole prendere in mano in modo autonomo la propria vita. E nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda con la sua vita nel vuoto, nella morte. Amore non è dipendenza, ma dono che ci fa vivere. La libertà di un essere umano è la libertà di un essere limitato ed è quindi limitata essa stessa. Possiamo possederla soltanto come libertà condivisa, nella comunione delle libertà: solo se viviamo nel modo giusto l’uno con l’altro e l’uno per l’altro, la libertà può svilupparsi. Noi viviamo nel modo giusto, se viviamo secondo la verità del nostro essere e cioè secondo la volontà di Dio. Perché la volontà di Dio non è per l’uomo una legge imposta dall’esterno che lo costringe, ma la misura intrinseca della sua natura, una misura che è iscritta in lui e lo rende immagine di Dio e così creatura libera. Se noi viviamo contro l’amore e contro la verità – contro Dio –, allora ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il mondo. Allora non troviamo la vita, ma facciamo l’interesse della morte. Tutto questo è raccontato con immagini immortali nella storia della caduta originale e della cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre. Cari fratelli e sorelle! Se riflettiamo sinceramente su di noi e sulla nostra storia, dobbiamo dire che con questo racconto è descritta non solo la storia dell’inizio, ma la storia di tutti i tempi, e che tutti portiamo dentro di noi una goccia del veleno di quel modo di pensare illustrato nelle immagini del Libro della Genesi. Questa goccia di veleno la chiamiamo peccato originale. Proprio nella festa dell’Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell’essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell’essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po’, noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell’essere. Pensiamo che Mefistofele – il tentatore – abbia ragione quando dice di essere la forza « che sempre vuole il male e sempre opera il bene » (J.W. v. Goethe, Faust I, 3). Pensiamo che patteggiare un po’ col male, riservarsi un po’ di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario. Guardando però il mondo intorno a noi, possiamo vedere che non è così, che cioè il male avvelena sempre, non innalza l’uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo. Questo dobbiamo piuttosto imparare nel giorno dell’Immacolata: l’uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, una noiosa persona consenziente; egli non perde la sua libertà. Solo l’uomo che si affida totalmente a Dio trova la vera libertà, la vastità grande e creativa della libertà del bene. L’uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande, perché grazie a Dio e insieme con Lui diventa grande, diventa divino, diventa veramente se stesso. L’uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri, ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e perciò benevola ed aperta. Più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa. È in lei che Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa. Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l’immagine dell’Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l’amore, è una vera immagine dell’Immacolata. Il suo cuore, mediante l’essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza. Ella si rivolge a noi dicendo: « Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non aver paura di Lui! Abbi il coraggio di rischiare con la fede! Abbi il coraggio di rischiare con la bontà! Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro! Compromettiti con Dio, allora vedrai che proprio con ciò la tua vita diventa ampia ed illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perché la bontà infinita di Dio non si esaurisce mai! ». Vogliamo, in questo giorno di festa, ringraziare il Signore per il grande segno della Sua bontà che ci ha donato in Maria, Sua Madre e Madre della Chiesa. Vogliamo pregarlo di porre Maria sul nostro cammino come luce che ci aiuta a diventare anche noi luce e a portare questa luce nelle notti della storia. Amen.

Publié dans:feste di Maria, Papa Benedetto XVI |on 6 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO – GEORGES GHARIB

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LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO

GEORGES GHARIB

   La festa della concezione immacolata di Maria è comune all’Occidente e all’Oriente che hanno trovato nel corso dei secoli accenti sublimi per celebrarla, pur con modi e contenuti diversi. La diversità della celebrazione è visibile non solo nella data della festa ma anche nei contenuti, ed è dovuta ad una differente storia delle due Chiese e ad una diversa evoluzione della pietà mariana e del pensiero circa la santissima Madre di Dio.   La festa orientale    Come si sa la festa della Concezione di Maria è di origine orientale, il luogo d’origine però non è Gerusalemme, come per le altre due feste mariane della Natività (8 settembre) e della Presentazione al tempio (21 novembre), ma Costantinopoli, alla luce di due specie di considerazioni.    La prima riguarda la stessa sant’Anna, le cui reliquie erano arrivate da Gerusalemme a Costantinopoli nel secolo VII, dando luogo ad un vero culto della madre di Maria; la seconda riguarda invece la stessa Maria: volendo completare il suo ciclo di feste, e notando che esistevano già nel calendario due altre feste di concezione: quella di Gesù (Annunciazione il 25 marzo) e quella di Giovanni Battista (23 settembre), si è pensato che Maria non meritava di meno. Così la festa fu costituita per venerare insieme la madre che concepisce e la figlia concepita.    La sua fissazione al 9 dicembre è con riferimento alla festa della nascita che era già festeggiata l’8 settembre. Ben presto la nuova festa fu considerata non solo come la prima di tutte le feste, ma anche la base e il fondamento delle altre, essendo la venuta all’esistenza di Maria il perno e il cardine della venuta nel mondo del Figlio di Dio.   Oggetto della festa    Dall’inizio l’oggetto della festa è composito, come risulta dai testi dei Padri della Chiesa e dai libri liturgici: alcuni si fermano sulla concezione attiva di Anna e parlano di «festa della concezione di sant’Anna»; altri, facendo convergere l’attenzione sulla concezione di Maria, parlano di «festa della concezione della Madre di Dio». In questo secondo contesto i testi parlano indifferentemente di «concezione della Madre di Dio», di «concezione della Vergine immacolata», di «santa concezione della Theotokos», di «venerata concezione della sola pura e immacolata»: così si celebra in modo mirabile la stessa Maria che è concepita.    Gli oratori sacri fanno lo stesso nelle loro omelie pronunciate in occasione della celebrazione: uno di loro, Eutimio Sincello (? 917), desistendo di parlare della sterilità di Anna, si ferma solo sulla figura di Maria: per lui la festa mariana di dicembre è la prima di tutte le feste, quella in cui l’umanità ha ricevuto la sostanza e il principio dei benefici divini; un altro, Georgio di Nicomedia (secolo IX), sostiene che la festa non è solo la prima di tutte le feste, ma la base e il fondamento di tutte le altre, e questo per la venuta all’esistenza della Madre di Dio.    Come si vede l’oggetto della festa orientale è ricco e contiene tre diversi oggetti: il primo è l’annuncio fatto da un angelo ad Anna del suo concepimento; il secondo è il miracolo della concezione di Maria nel seno sterile di Anna; il terzo, infine, è la concezione di Maria, vale a dire la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio.    Il primo elemento ha contribuito ad introdurre la festa nel ciclo liturgico: il Protevangelo di Giacomo ne ha fornito il quadro più o meno storico, ossia l’annuncio, fatto da un angelo, della concezione miracolosa di Anna sterile. Gli altri due elementi si sono spontaneamente e naturalmente sommati a questo nucleo primitivo, consentendo, di fatto, al terzo di occupare il primo posto.    Così, prestando poca attenzione ai dati più o meno leggendari circa il fatto della concezione di Anna, si celebra la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio, vedendo già in questa il mistero di suo Figlio e la sua opera redentrice. Si parla di un intervento speciale della Santissima Trinità per preparare il palazzo del Verbo fatto carne.    La festa fornisce l’occasione di manifestare la fede nella santità assoluta della Panaghia o Tuttasanta, di cantare, lodare e esaltare la Vergine Immacolata, non solo immune da ogni colpa ma ripiena e colma da sempre di ogni santità.   Alcuni testi liturgici    I testi mettono in rilievo la grandezza dell’avvenimento non solo per i genitori, ma anche per tutta l’umanità e per noi che ne siamo i beneficiari. Il Tropario della festa così canta:    Oggi si spezzano i vincoli della sterilità: difatti Dio, esaudendo Gioacchino ed Anna, promette loro di generare contro ogni speranza una divina Fanciulla, dalla quale è nato, divenendo uomo, colui che luogo non contiene, ordinando all’angelo di gridarle: Salve, o Piena di grazia, il Signore è con te.    Il fatto stesso della concezione è considerato come un vero prodigio, anzi il prodigio dei prodigi. La situazione anteriore dei genitori è paragonata ad una terra arida e secca che, irrigata dalla grazia del Signore, riesce a produrre frutto; a un tronco secco che può ormai germogliare e fiorire; ad una spiga che può produrre grano. La nuova fecondità di Anna, ricca di tante promesse, rimuove la sterilità del genere umano.    Il frutto di Anna è paragonato al cielo nuovo che fa sorgere il sole, alla scala dalla quale discese Dio sulla terra, alla Nuova Eva destinata alla nascita del Nuovo Adamo. La concezione di Anna è occasione di gioia universale non solo per i genitori, ma anche per Adamo e Eva, per Abramo, per tutti i profeti e tutti i confini della terra, come si canta nell’ufficio di Lodi:    Mettete fine, Adamo ed Eva, ad ogni tristezza: la Madre della gioia, paradossalmente è data come frutto, oggi, ad una sterile.    O avo Abramo, e voi tutti i profeti, giubilate alla vista della Madre di Dio che nasce dalla vostra radice.    Salve, Gioacchino e anche Anna, salve! voi portate quale frutto, oggi, colei che è causa di gioia e di salvezza per il mondo.    Coro dei profeti, siate nella gioia; ecco difatti Anna che dà il frutto per il quale le vostre profezie si sono adempiute.    O tutte voi, tribù, partecipate alla gioia di Anna, la sterile: essa difatti genera, contro ogni speranza un frutto del seno, causa della nostra vita.    O tutti voi, confini della terra, gioite! Ecco difatti che la Madre del Creatore universale è generata, oggi, da un seno sterile.   L’iconografia della festa    La concezione di una creatura in seno alla madre è un tema iconografico alquanto inconsueto e difficile a raffigurare. In Oriente il problema è stato risolto ricorrendo ad una serie di raffigurazioni, volte tutte a suggerire simbolicamente il fatto. Tre qui meritano di essere presentate.    La prima immagine raffigura Gioacchino ed Anna in preghiera e l’angelo che fa loro l’annuncio di una prole, la seconda, che porta l’iscrizione: «Abbraccio di Gioacchino ed Anna», e anche «Incontro alla Porta d’Oro», raffigura Gioacchino ed Anna che s’incontrano alla Porta d’Oro di Gerusalemme mentre scambiano un abbraccio.    In tutte e due le raffigurazioni la concezione si percepisce simbolicamente attraverso l’intervento dell’angelo che porta il lieto annuncio, come nel caso di Maria all’Annunciazione; e attraverso l’abbraccio di Gioacchino ed Anna alla Porta d’oro di Gerusalemme, segno dell’amore fecondo dei due genitori.    La terza, molto suggestiva, raffigura Anna che regge su un braccio la Figlia Maria: in quest’immagine gli iconografi si ispirano al tipo mariano della Madonna con Bambino, in cui Maria regge su un braccio il divin Bambino. 

Publié dans:feste di Maria |on 6 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

Saint Nicolas Heures d’Anne de Bretagne

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SAN NICOLA IL SANTO DELL’ECUMENISMO – 6 DICEMBRE 2013

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SAN NICOLA IL SANTO DELL’ECUMENISMO

di Gerardo Cioffari OP

       La figura di S. Nicola ha un grande ruolo nelle relazioni interreligiose perché è il Santo più venerato nell’Ortodossia, e specialmente nel mondo slavo. E’ auspicabile pertanto non solo una restituzione della sua festa liturgica a memoria obbligatoria, ma anche che si proceda eventualmente alla sua proclamazione quale patrono dell’ecumenismo cattolico-ortodosso.

  1. Ecumenismo del Nicola storico      Non si tratta tuttavia di un qualcosa che si è aggiunto sull’onda delle leggende, come è il caso ad esempio del suo patronato sui bambini, ma si radica e in modo consistente nella sua personalità storica. La migliore espressione di questo aspetto è una delle più antiche preghiere liturgiche dell’Ortodossia, che lo invoca come “Regola di fede e immagine di mitezza” (kanona pisteos kai ikona praòtitos, pravilo very i obraz krotosti). Il che tra l’altro è ben reso anche dagli sviluppi iconografici che all’immagine dell’uomo fiero ed energico (difensore dell’ortodossia della fede), prevalente fino al secolo XI, succede la figura dell’anziano vescovo benedicente.      Tutti questi aspetti del culto si radicano nella sua personalità storica, che univa ad una grande fermezza nella fede (lotta alle eresie e al paganesimo) un’altrettanto decisa propensione al dialogo. A dire il vero ci è pervenuto un solo episodio in tal senso, ma la fonte lascia intendere che questo era il carattere di S. Nicola.       La fonte è Andrea di Creta, uno dei più celebri scrittori sacri bizantini, vissuto fra il 660 ed il 740. Nell’encomio di S. Nicola, composto prima della crisi iconoclasta (726) egli riporta un episodio che non si trova in nessun’altro autore: la conversione del vescovo Teognide. Il contesto è ovviamente l’aspro dibattito provocato dall’eresia ariana (che negava la perfetta identità di natura tra il Padre e il Figlio nella santa Trinità). Nicola era molto preoccupato che a vincere fosse la retta fede, ma ciò che lo distingue fra tanti padri del tempo (come ad esempio Atanasio) è il suo deciso impegno al dialogo.        Ecco le parole di S. Andrea di Creta: Chi del resto non ammirerà la tua magnanimità ? Chi non proverà stupore del tuo eloquio dolce, della tua mitezza, o del tuo carattere pacifico e supplichevole? Ci riferiamo a quella volta che tu, come raccontano, passando in rassegna i tralci della vera vite, incontrasti quel Teognide di santa memoria, allora vescovo della chiesa dei Marcianisti. La discussione procedette in forma scritta fino a che non lo convertisti e lo riportasti all’ortodossia. Ma poiché fra voi due era forse intervenuta una certa asprezza, con la tua voce sublime citasti quel detto dell’Apostolo e dicesti: “Vieni, riconciliamoci, o fratello, prima che il sole tramonti sulla nostra ira” (Andrea di Creta, Encomium S. Nicolai, cap. VII).       In altre parole Nicola incarnava il vero spirito dell’ecumenismo: amore per la verità ed amore per chi la pensa diversamente in materia di fede.   2. Ecumenismo del suo culto         L’auspicio che si proclami Nicola santo dell’Ecumenismo, oltre che sul carattere ecumenico della personalità storica di Nicola, poggia su un ulteriore dato di fatto: nessun Santo è così universalmente noto e amato come S. Nicola. Altri santi godono di un culto superiore al suo in determinati luoghi. Nicola attraversa invece, come nessun’altro, il mondo cattolico, ortodosso e protestante.         Nel mondo ortodosso Nicola non teme confronti, neppure con santi come Giorgio, Teodoro, Demetrio o Sergio. A Mosca, secondo il più recente prontuario del Patriarcato, a lui sono dedicate più del doppio di chiese di qualsiasi altro Santo (inclusi Giorgio e Sergio). La Russia ha addirittura inserito nel suo calendario liturgico la festa, prettamente cattolica della Traslazione (1087) da Mira a Bari: E’ giunto il giorno della festa radiosa, dice il tropario dell’ufficio di vespro, la città di Bari gioisce e con essa l’universo intero si rallegra, con canti ed inni spirituali. Oggi è la santa festività della traslazione …Ed il contacio del secondo canone: Come una stella si sono levate da Oriente verso Occidente le tue reliquie, o santo vescovo Nicola. Il mare è rimasto santificato al tuo passaggio, e la città di Bari per te si è riempita di grazia. Per noi sei apparso generoso taumaturgo, meraviglioso e misericordioso.[1]     Nel mondo cattolico, pur non essendo vivace come nel medioevo, il culto di S. Nicola ha una grande diffusione, almeno a giudicare dal grande numero di chiese a lui dedicate. In gran parte tale diffusione è dovuta al fatto che il suo patronato si estende ad alcune categorie che hanno l’impronta dell’universalità, dalle fanciulle da marito (la dote di cui parlano anche Dante Alighieri e S. Tommaso d’Aquino) ai marinai (chiese a lui dedicate si trovano in tutte le città portuali) ai bambini (anche per successive commistioni con Babbo Natale).       Benché restio al culto dei Santi, il mondo protestante conserva una notevole simpatia verso S. Nicola. Sia in Olanda che in Germania un gran numero di chiese protestanti ha conservato l’antica denominazione (Nikolaikirche). A proposito della simpatia, si veda il bellissimo inno di un pastore luterano (Hermann Goltz) in suo onore pubblicato sulla rivista Nicolaus Studi Storici[2]. Per non parlare della rinascita del suo culto nel mondo anglicano (in Inghilterra vi sono 378 parrocchie anglicane a lui dedicate). Se mai un santo dovesse essere dichiarato patrono del movimento ecumenico, nessuno sarà più accetto di S. Nicola. Infatti, se per il mondo ortodosso è il pastore esemplare, riuscirà particolarmente gradito al mondo protestante per il suo temperamento sensibile alla giustizia. Gli episodi della dote alle fanciulle povere e soprattutto l’atteggiamento energico verso le autorità (l’imperatore Costantino, il prefetto Ablavio, il governatore Eustazio), per ottenere giustizia a favore di cittadini innocenti, risponde esattamente all’impronta di impegno etico sociale che i protestanti perseguono nel Consiglio Mondiale delle Chiese.      Il particolare che la Basilica che conserva le reliquie del Santo sia una Basilica pontificia, curata cioè dai Padri Domenicani ma dipendente dalla Santa Sede, fa della memoria del Santo un elemento potenziale in grado davvero di assicurare le condizioni ambientali più favorevoli a qualsiasi dialogo ecclesiale nella carità.                           

[1] Cfr. ?????? ?? ??????? ????? … (russo) , tropario ai vespri e secondo canone, in G. Cioffari, Storia della chiesa russa di Bari, Nicolaus Studi Storici 2001, fasc. 1, rispettivamente p. 94 e 122. [2] Cfr. Hermann Goltz, Oggi vi canterò un inno antico ed un inno nuovo, Nicolaus Studi Storici, 1999, fasc. 1, pp. 111-119.

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE 4 DICEMBRE 2013

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PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 4 DICEMBRE 2013 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi ritorno ancora sull’affermazione «Credo la risurrezione della carne». Si tratta di una verità non semplice e tutt’altro che ovvia, perché, vivendo immersi in questo mondo, non è facile comprendere le realtà future. Ma il Vangelo ci illumina: la nostra risurrezione è strettamente legata alla risurrezione di Gesù; il fatto che Egli è risorto è la prova che esiste la risurrezione dei morti. Vorrei allora presentare alcuni aspetti che riguardano il rapporto tra la risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione. Lui è risorto, e perché Lui è risorto anche noi risusciteremo. Anzitutto, la stessa Sacra Scrittura contiene un cammino verso la fede piena nella risurrezione dei morti. Questa si esprime come fede in Dio creatore di tutto l’uomo – anima e corpo -, e come fede in Dio liberatore, il Dio fedele all’alleanza con il suo popolo. Il profeta Ezechiele, in una visione, contempla i sepolcri dei deportati che vengono riaperti e le ossa aride che tornano a vivere grazie all’infusione di uno spirito vivificante. Questa visione esprime la speranza nella futura “risurrezione di Israele”, cioè nella rinascita del popolo sconfitto e umiliato (cfr Ez 37,1-14). Gesù, nel Nuovo Testamento, porta a compimento questa rivelazione, e lega la fede nella risurrezione alla sua stessa persona e dice: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). Infatti, sarà Gesù Signore che risusciterà nell’ultimo giorno quanti avranno creduto in Lui. Gesù è venuto tra noi, si è fatto uomo come noi in tutto, eccetto il peccato; in questo modo ci ha presi con sé nel suo cammino di ritorno al Padre. Egli, il Verbo incarnato, morto per noi e risorto, dona ai suoi discepoli lo Spirito Santo come caparra della piena comunione nel suo Regno glorioso, che attendiamo vigilanti. Questa attesa è la fonte e la ragione della nostra speranza: una speranza che, se coltivata e custodita, – la nostra speranza, se noi la coltiviamo e la custodiamo – diventa luce per illuminare la nostra storia personale e anche la storia comunitaria. Ricordiamolo sempre: siamo discepoli di Colui che è venuto, viene ogni giorno e verrà alla fine. Se riuscissimo ad avere più presente questa realtà, saremmo meno affaticati dal quotidiano, meno prigionieri dell’effimero e più disposti a camminare con cuore misericordioso sulla via della salvezza. Un altro aspetto: che cosa significa risuscitare? La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù. Questa è la spiegazione fondamentale: perché Gesù è risorto noi resusciteremo; noi abbiamo la speranza nella risurrezione perché Lui ci ha aperto la porta a questa risurrezione. E questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi. Un ultimo elemento: già in questa vita abbiamo in noi una partecipazione alla Risurrezione di Cristo. Se è vero che Gesù ci risusciterà alla fine dei tempi, è anche vero che, per un certo aspetto, con Lui già siamo risuscitati. La vita eterna incomincia già in questo momento, incomincia durante tutta la vita, che è orientata verso quel momento della risurrezione finale. E già siamo risuscitati, infatti, mediante il Battesimo, siamo inseriti nella morte e risurrezione di Cristo e partecipiamo alla vita nuova, che è la sua vita. Pertanto, in attesa dell’ultimo giorno, abbiamo in noi stessi un seme di risurrezione, quale anticipo della risurrezione piena che riceveremo in eredità. Per questo anche il corpo di ciascuno di noi è risonanza di eternità, quindi va sempre rispettato; e soprattutto va rispettata e amata la vita di quanti soffrono, perché sentano la vicinanza del Regno di Dio, di quella condizione di vita eterna verso la quale camminiamo. Questo pensiero ci dà speranza: siamo in cammino verso la risurrezione. Vedere Gesù, incontrare Gesù: questa è la nostra gioia! Saremo tutti insieme – non qui in piazza, da un’altra parte – ma gioiosi con Gesù. Questo è il nostro destino! 

Menorah, Hanukkah

Menorah, Hanukkah dans immagini sacre Menorah_0307

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GIOVANNI DAMASCENO (4 NOVEMBRE) – BENEDETTO XVI

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 6 MAGGIO 2009

GIOVANNI DAMASCENO (4 NOVEMBRE)

Cari fratelli e sorelle,

vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre – di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890. Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria. Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede. In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)” (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile. L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dalla nostra colpa, “fosse rinforzata e rinnovata” dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’“essere”, ma nel “bene-essere” (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: “Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…” E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B). Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.

NASCE A POMPEI L’OASI « VERGINE DEL SORRISO » – CENTRO PER IL BAMBINO E LA FAMIGLIA « GIOVANNI PAOLO II »

http://www.zenit.org/it/articles/nasce-a-pompei-l-oasi-vergine-del-sorriso

NASCE A POMPEI L’OASI « VERGINE DEL SORRISO »

SABATO L’INAUGURAZIONE DELLA PRIMA OPERA DEL CENTRO PER IL BAMBINO E LA FAMIGLIA « GIOVANNI PAOLO II »

POMPEI, 04 DICEMBRE 2013 (ZENIT.ORG) GIOVANNA ABBAGNARA

Sabato 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, verrà inaugurata a Pompei l’Oasi Vergine del Sorriso, la prima opera del nascente Centro per il Bambino e la Famiglia Giovanni Paolo II. Il 7 ottobre 2003 Giovanni Paolo II, in visita pastorale al Santuario di Pompei, concluse il suo discorso con queste parole: “Siate “operatori di pace”, sulle orme del Beato Bartolo Longo, che seppe unire la preghiera all’azione, facendo di questa Città mariana una cittadella della carità. Il nascente Centro per il bambino e la famiglia, che gentilmente mi si è voluto intitolare, raccoglie l’eredità di questa grande opera”. Oggi il sogno diventa realtà. Vengono spalancate le porte della prima casa di accoglienza grazie alla disponibilità di una coppia di sposi della Fraternità di Emmaus, Alfredo e Roberta Cretella che insieme ai cinque figli e l’ultima in arrivo tra pochi giorni, hanno scelto di lasciare la loro casa per condividere la loro quotidianità con i più piccoli. Un carisma, quello della preghiera che si intreccia con la carità, che è uno dei pilastri fondamentali di questo giovane movimento ecclesiale nato intorno agli anni ’90 per opera di un sacerdote, don Silvio Longobardi e che oggi vede la presenza di altre Oasi, oltre che in Italia, anche in Burkina Faso e in Ucraina. Un’attenzione particolare alla famiglia nata sotto l’impulso del magistero di Giovanni Paolo II che si concretizza in una attenta azione culturale e in una generosa condivisione quotidiana grazie alla disponibilità di tante famiglie. “Abbiamo lasciato la nostra casa per iniziare questa avventura di carità, spinti dal desiderio di rispondere ad un invito di Dio. L’eucarestia quotidiana e la concreta condivisione con i nostri amici della Fraternità di Emmaus sono la nostra forza” affermano trepidanti ma sereni Alfredo e Roberta e aggiungono: “quando abbiamo incontrato l’arcivescovo di Pompei, Mons. Tommaso Caputo, ci ha condotti davanti al quadro della Madonna di Pompei, da poco restaurato e lì ci ha benedetti. Da quel momento sappiamo che Maria accompagna e guida i nostri passi”. Una scelta, quella della famiglia Cretella, che pone l’accento sul protagonismo dei laici nella Chiesa, in piena continuità con il pensiero e l’opera del beato Bartolo Longo che scelse di restare laico e in prima persona consumò la sua vita nel servizio alla Chiesa attraverso la preghiera e la carità. La presenza di una piccola cappellina con Gesù Eucarestia all’interno dell’Oasi Vergine del Sorriso sottolinea maggiormente che il servizio sgorga limpido dalla preghiera e dall’ascolto. Solo in ginocchio si impara ad amare l’altro e a servirlo. Con grande gioia S.E. Mons. Caputo, che ha seguito e ha fortemente voluto l’apertura di questa prima opera, ha salutato l’evento: “Con la Casa Famiglia Oasi Vergine del Sorriso, affidata alla Fraternità di Emmaus, diamo il via al « Centro per il Bambino e la Famiglia Giovanni Paolo II », nuova realtà di accoglienza, sorta tra le antiche mura delle « Case Operaie », per proseguire il cammino tracciato dal nostro fondatore, il Beato Bartolo Longo, con il suo stesso spirito di carità e di servizio, perché Pompei risponda sempre più alla sua vocazione: essere una cittadella dell’amore, aperta a tutti, senza discriminazioni e dove nessuno si senta escluso ». Anche il Sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio, che ha seguito per conto della Regione i lavori di ristrutturazione del Centro, ha dichiarato: “Siamo felici di aver contribuito alla realizzazione di un’opera di accoglienza in linea con le tradizioni della nostra Città. Tradizioni dettate dai principi di solidarietà, accoglienza e carità tramandate dal fondatore della Valle di Pompei, il Beato Bartolo Longo”. L’inaugurazione verrà preceduta da una celebrazione eucarestica, presieduta dall’arcivescovo di Pompei, che si celebrerà presso la Cappella Bartolo Longo alle ore 17.30.

GIORGIO PRECA E I NUOVI MISTERI DEL ROSARIO – (I MISTERI DELLA LUCE) (2007)

http://www.ocarm.pcn.net/ita/articles/ac03-ita.htm

GIORGIO PRECA E I NUOVI MISTERI DEL ROSARIO – (I MISTERI DELLA LUCE) (2007)

(non ne sapevo niente, ho appena letto questo articolo in inglese)

John Formosa, SDC Anthony Cilia, O.Carm.

Il 16 ottobre 2002, il Santo Padre ha dato inizio al 25° anniversario del suo pontificato con la pubblicazione della Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae (RVM) con la quale ha promulgato l’ « Anno del Rosario » (da ottobre 2002 a ottobre 2003) e ha presentato alla Chiesa, oltre ai quindici misteri del rosario già esistenti, altri cinque nuovi Misteri della Luce sulla vita pubblica di Gesù. La promulgazione di questa Lettera Apostolica, e in modo particolare l’introduzione dei cinque nuovi misteri, hanno creato tra molti credenti reazioni diverse. Infatti, molti mezzi di comunicazione hanno focalizzato l’attenzione più sull’introduzione dei nuovi misteri che sull’insegnamento in generale della stessa RVM. Numerosi giornalisti hanno sottolineato che « l’idea del Santo Padre circa questi nuovi misteri potrebbe essere stata presa dagli scritti di un sacerdote maltese che lo stesso Pontefice ha beatificato nel 2001, don Giorgio Preca. » [cfr. The Guardian del 16 ottobre 2002; The Wanderer (USA), The Tablet, Catholic Herald, Catholic Times (Gran Bretagna), The Catholic Weekly (Australia) e il giornale elettronico Daily Spirit (USA).] Non ci è dato sapere da dove il Santo Padre abbia attinto per l’introduzione di questi nuovi misteri. Eppure eliminando alcune piccole diversità, i cinque nuovi misteri proposti dal Santo Padre sono quasi identici a quelli proposti da don Giorgio nel 1957! Appare anche un po’ misterioso il fatto che il Santo Padre chiami i nuovi misteri dalla vita pubblica di Gesù « Misteri della Luce », con la stessa nomenclatura proposta dal Santo! Se accettiamo l’origine di questi Misteri della Luce al santo Giorgio Preca, si pone un altro interrogativo: « Come questi misteri sono arrivati nelle mani del Santo Padre per introdurli nella Lettera Apostolica sul rosario? » Il postulatore della Causa di Canonizzazione di Giorgio Preca ha cercato d’indagare ma fino ad ora non è riuscito ad ottenere delle risposte. Sono state ipotizzate diverse possibilità e tra l’altro e la più plausibile, pare essere quella di aver attinto l’informazione su internet. Infatti alcuni siti cattolici di lingua inglese, già prima della pubblicazione della Lettera Apostolica RVM, fanno riferimento a questi Misteri della Luce, probabilmente introdotti da qualche maltese che ha bevuto dalla spiritualità del Santo. Malgrado manchino prove concrete, i misteri sulla vita pubblica di Gesù hanno trovato un posto privilegiato nell’insegnamento della Chiesa e saranno adottati e meditati da milioni di cattolici in tutto il mondo.

I Misteri della Luce del Santo Preca Nel 1957 la società istituita da don Giorgio ha compiuto 50 anni dalla sua fondazione. Don Giorgio non ha voluto celebrazioni esterne ma ha desiderato solo che quest’anno fosse per tutti i soci un anno di avvicinamento più intimo a Dio. A tale scopo ha pubblicato il libro Kollokwji ma’ Alla (Colloqui con Dio) – ovvero, 60 discorsi che mettono in risalto il suo grande amore per il Creatore. Oltre a questi colloqui, durante lo stesso anno, don Giorgio ha proposto l’idea di aggiungere altri cinque misteri del rosario circa la vita pubblica di Gesù. Allora questi misteri erano per l’uso privato dei membri della sua società, come aveva fatto anche per i Colloqui. Alcuni dei suoi seguaci, vissuti al tempo del fondatore, raccontano che don Giorgio ha presentato i Misteri della Luce per la prima volta durante uno dei loro incontri del mercoledì. Non ha comunicato come questi misteri siano nati, se presi da qualche libro o su sua ispirazione. Solitamente, quando proponeva qualche cosa nuova ai suoi seguaci diceva: « Ecco cosa ho trovato oggi per voi …. » Ma in quella occasione non ha pronunciato questa frase, e sembra che l’idea dei Misteri della Luce è stata originata proprio da lui. Gli stessi testimoni affermano che quella sera, dopo aver spiegato l’importanza della meditazione su tutta la vita di Gesù, e che al rosario, in qualche modo mancava questo aspetto, ha parlato di quanto li abbia trovati piacevoli e quanto si sia sentito felice nel meditare questi « nuovi » misteri dalla vita pubblica di colui che ha dichiarato: « Io sono la luce del mondo » (Gv 8, 12). I Misteri della Luce proposti da don Giorgio sono apparsi per la prima volta in pubblico in un articolo intitolato Id-Devozzjoni ta’ Dun Gorg lejn ir-Ruzarju (La devozione di don Giorgio per il rosario) pubblicato nella rivista Dun Gorg, N. 5, luglio-dicembre 1973. La divulgazione dei misteri continuò nel 1987 quando Vincent Caruana (1912-1998), membro della società, ha pubblicato un libretto intitolato Gesù Kristu – Alla – Bniedem – Feddej (Gesù Cristo – Dio – Uomo – Redentore), con il sottotitolo Episodji mill-Evangelju f’ghamla ta’ Ruzarju fuq idea originali ta’ Dun Gorg Preca (Episodi dal Vangelo nella forma di un rosario sull’idea originale di don Giorgio, Ed., P.E.G. Ltd., Marsa, Malta). Nella sua introduzione Caruana presenta i Misteri della Luce affermando che « sono stati pubblicati e divulgati per la prima volta dal Servo di Dio don Giorgio Preca ». Con queste due pubblicazioni i Misteri della Luce hanno superato i limiti dell’uso privato per i membri della società, e divulgati tra molti fedeli sia a Malta che in altre parti del mondo. Altri, ispirati dall’insegnamento di don Giorgio, hanno perfino introdotto questi misteri nei propri siti web dedicati al rosario.

I Misteri della Luce secondo don Giorgio e il Santo Padre

Secondo don Giorgio: 1. Gesù, dopo essere battezzato al Giordano, fu trasferito nel deserto. 2. Gesù che si rivela vero Dio con la parola e i miracoli. 3. Gesù che insegna le Beatitudini sulla montagna. 4. Gesù che si trasfigura sulla montagna. 5. Gesù che fa l’ultima cena con gli Apostoli.

Secondo il Santo Padre: 1. Gesù battezzato al Giordano da Giovanni. 2. Gesù che si rivela con il primo segno alle nozze di Cana. 3. Gesù che predica il regno di Dio e la conversione. 4. Gesù che si trasfigura sul monte Tabor. 5. Gesù che istituisce l’Eucaristia.

Quando le due versioni vengono confrontate, risulta una grande somiglianza tra i Misteri della Luce proposti da don Giorgio nel 1957 e quelli dal Santo Padre. E’ vero che ci sono alcune leggere differenze, ma queste non sono così grandi come potrebbero apparire. * Nel primo mistero don Giorgio, oltre al Battesimo di Gesù al Giordano aggiunge la sua ritirata nel deserto, dove si è preparato per quaranta giorni prima di dare inizio alla sua missione. Chi conosce bene il Santo può capire perché ha aggiunto questo dalla vita di Gesù. Inizialmente lui ha scritto questi misteri per i suoi seguaci, cioè, per mostrargli la necessità di una buona preparazione nella loro missione della proclamazione della Parola. * Nel secondo mistero, don Giorgio propone la meditazione su come Gesù si riveli Dio con la parola e i miracoli. Il Santo Padre propone un solo miracolo, quello avvenuto alle nozze di Cana, che nelle parole dell’evangelista San Giovanni (2,11) aveva proprio quello scopo. * Nel terzo mistero, don Giorgio propone Gesù nell’insegnamento delle Beatitudini, chiamate « la Carta Costituzionale » della Chiesa che doveva istituire Gesù. Non possiamo negare che con la predicazione delle beatitudini Gesù ha anche annunziato il Regno di Dio e ha invitato tutti gli uomini alla conversione di vita. * Nel quarto e quinto mistero abbiamo gli stessi episodi dalla vita di Gesù proposti da don Giorgio e dal Santo Padre. Per quanto riguarda quando meditarli, don Giorgio e il Santo Padre suggeriscono di inserirli tra i Misteri della Gioia e quelli del Dolore. La differenza tra le due proposte è solo nel giorno. Il Santo propone il lunedì (al posto dei Misteri della Gioia, e questi in cambio vengono meditati la domenica), mentre il Santo Padre ha proposto il giovedì, che in realtà è un giorno più adatto perché associato all’istituzione dell’Eucaristia. E’ anche giusto che i Misteri della Gioia, che toccano gli eventi principali dalla vita di Maria, vengano meditati di sabato, giorno dedicato alla Vergine Santa. Oltre ai Misteri della Luce, nella RVM ci sono dei concetti che sono simili a quelli predicati da don Giorgio. * Per esempio il Santo Padre fa riferimento all’importanza di una breve pausa di silenzio dopo l’enunciazione del mistero per la contemplazione e meditazione (cfr. 31). Questa idea don Giorgio non soltanto la praticava ma anche la raccomandava ai suoi ascoltatori. * Il Santo Preca amava chiamare il rosario « scuola di insegnamento » in modo particolare per la meditazione dei misteri. E’ interessante notare che il Santo Padre, nella sua Lettera Apostolica RVM, fa riferimento al rosario come « scuola di Maria » (cfr. 1, 3, 15, 34). * La Lettera Apostolica RVM (cfr. 35) propone, dopo il Gloria Patri, l’introduzione di una preghiera come conclusione di ogni mistero. A questo scopo don Giorgio ha scritto varie preghiere alla Vergine Maria e alle virtù relative ai misteri da recitare prima del Pater Noster.

Conclusione Durante la sua vita il santo Preca si è impegnato molto per la divulgazione del santo rosario. Come un vero devoto della Vergine Maria ha praticato con fervore questa preghiera mariana dal cuore cristologico, l’ha raccomandata volentieri ai suoi ascoltatori, e ha anche scritto varie volte sulla sua importanza e efficacia. Le somiglianze che si riscontrano nell’insegnamento del Santo Padre nella Lettera Apostolica RVM e quello di don Giorgio, mostrano la profonda spiritualità di questo santo carmelitano, una spiritualità che ha superato i limiti geografici della sua terra nativa ed è passata alla Chiesa universale!

Publié dans:preghiera (sulla), preghiere, ROSARIO (IL) |on 4 décembre, 2013 |Pas de commentaires »
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