Archive pour décembre, 2013

LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=157

LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

Inserito da latheotokos Mercoledi 16 Settembre 2009

La presenza di Maria nella storia sociale del Messico secondo P. Clodovis Maria Boff . Dagli appunti del corso di Mariologia sociale al Marianum, Anno Accademico 1999/2000.

La creazione complessa e singolare della Nuova Spagna, cioè il Messico, non è stata indivi-duale ma sociale e non appartiene all’ordine artistico, ma a quello religioso: il culto di Nostra Signora di Guadalupe. L’importanza di Guadalupe non è tanto data dall’evento positivo acca-duto, ma piuttosto dai risvolti sociali che l’evento ha avuto nel vissuto e nella coscienza della gente. Questo ci spinge a fare una distinzione tra il « Guadalupe storico » e il « Guadalupe che-rigmatico », cioè il fenomeno socio – culturale, comprese le leggende e le tradizioni di cui è carico e che gli conferiscono un alto significato agli occhi delle masse.

Guadalupe: evento culturale – religioso Sull’evento storico delle apparizioni di Guadalupe, gli studi critici più recenti mostrano che: – il culto della Guadalupana ha preso avvio da due fonti: la Guadalupana spagnola, venerata allora nel famosissimo santuario di Exstramadura e il culto tolteco-azteco di Tonantzin, la dea madre del Messico. – non esistono documenti probanti le apparizioni del XVI secolo ma documenti contempora-nei sul culto della Guadalupana. Di apparizioni si sente parlare solo verso la metà del XVII secolo in un contesto anche polemico sull’identità messicana. La critica non nega tuttavia che ci siano state delle apparizioni ma che non abbiamo, almeno fino ad oggi, prove documenta-li. In tutto il discorso c’è qui da sottolineare più che i fatti storico – positivi, la rielaborazione fatta dalla gente del Messico dei dati positivi riguardante il caso Guadalupe: – La figura della Vergine è modificata rispetto alla Guadalupana spagnola: non ha più il bambino in braccio ma è incinta, forse a motivo del desiderio dei messicani di distinguere la loro dalla identità spagnola o quello di diffondere un’immagine diversa dalla spagnola per motivi economici: la patrona del Messico poteva essere stampata e comprata solo in Messi-co. – Vengono scritti una serie di testi apologetici su Nostra Signora di Guadalupe messicana in cui viene esaltata soprattutto la bellezza dell’immagine e i suoi significati estetici. – La polemica sulle apparizioni divide gli studiosi e gli scrittori tra favorevoli e contrari alle apparizioni e nel contesto della diatriba si inseriscono anche coloro che sconsigliano il culto della Guadalupana perché opera un pericoloso sincretismo tra la fede cristiana e l’antico cul-to della dea madre della religione azteca. – Il volto moreno della Vergine e i simboli che la adornano, hanno loro altissimo ruolo a li-vello di identità popolare messicana: – il volto moreno: colore del nuovo popolo nascente – la tunica rosso – pallida: colore del dio del sole ed ora simbolo del sangue del vero Reden-tore; – il manto azzurro – verde: colore degli imperatori messicani ed ora colore della vera imperatrice del mondo; – la cinta nera: segno azteco di gravidanza: la regina è gravida del vero re – il sole che circonda la Vergine: la divinità azteca del sole e del sangue, eclissata dallo splendore della Vergine Madre di Dio; – la luna sotto i piedi e le stelle del manto: segno di riconciliazione di tutto il cosmo – l’Angelo portatore della Vergine: introduce Maria simbolo della nuova era, quella della grazie e della salvezza; – le due croci: quella cristiana al collo e quella indigena sul ventre simbolo della ripacificazione e armonia tra la religione cristiana e quella azteca. – la tilma intera, cioè il sacro dipinto della Guadalupana, avvolto di misteri e miracoli, costi-tuisce il punto focale e determinante della storia e della leggenda di Guadalupe.

Guadalupe: evento socio-religioso Anche eventi naturali catastrofici che hanno colpito il Messico, hanno avuto la loro influenza nella conformazione « guadalupana » dell’animo messicano. – L’inondazione del 1629: l’immagine della Vergine portata in processione, mostrò agli occhi dei Messicani un’efficacia particolare: le acque cominciarono a rifluire per cui la Morenita venne proclamata protettrice di Città del Messico. – La peste del 1736: questa disgrazia colpì 40 su 150 mila abitanti di Città del Messico e la salvezza venne attribuita alla Morenita per cui qualche anno dpo, nel 1754 venne proclamata Patrona di tutto il Messico. Ritenuta anche protettrice contro l’invasione americana, agli inizi del XX secolo, l’immagine della Guadalupana venne impressa sullo stemma e sulle bandiere del Paese. Il Tepeyac diventa un luogo nazionale, luogo di incontro e congedo dei grandi. Vengono progettate e realizzate grandi opere attorno al Santuario come simbolo della nobile nazione messicana.

Guadalupe: evento politico – religioso L’autore messicano Ignacio Manuel Altamirano ha sottolineato con forza nel suo libro del 1884 « la fiesta de Guadalupe », l’importanza della figura della Vergine di Guadalupe per la coesione sociale del popolo messicano. La festa nazionale del 12 dicembre è un evento che tiene uniti insieme tutti i messicani e tutti i partiti. La presenza della Vergine Morena nella storia del Messico, viene sottolineata dallo stesso autore: – Nel movimento indipendentista, Guadalupe è stata l’emblema degli insorti che portavano sulla bandiera e sui sombreri l’immagine della Morenita che infondeva nel popolo in armi un coraggio incredibile; – Uno dei più grandi condottieri della guerra di liberazione, il P. José Maria Morelos, si ispi-rò anch’egli al simbolo guadalupano. – Si giunse a considerare tutti i devoti di Guadalupe come degli insorti e nelle chiese si guar-dava con sospetto quelli che andavano a fare una riverenza davanti all’altare della Guadalu-pana – Il generalissimo degli insorti Agostino de Itúrbide, dopo aver portato a compimento nel 1821 l’indeipendenza del Messico, si recò sul Tepeyac a ringraziare la Vergine per aver aiu-tato i Messicani nella loro lotta. – Il primo presidente Messicano, abolitore della schiavitù, cambia il suo nome, in omaggio alla Morenita da Mauel Félix Fernández in Guadalupe Victoria (1824-1829) – Il governo costituzionalista del presidente Benito Juárex che dal 1852 nazionalizzò tutti i beni ecclesiastici del Messico, fece eccezione per il santuario di Guadalupe. C’è stato tuttavia anche un calcolato miscuglio tra politica e Guadalupe a causa della sua e-norme influenza sulle masse, per cui anche politici sanguinari, legittimi o usurpatori che te-nevano il popolo spaventato per le loro cattiverie, venivano a prostrarsi ai piedi della Guada-lupana, mostrando per lei amore e devozione.

Prospettive dell’evento guadalupano Quali prospettive ha l’interazione tra il popolo messicano e la Vergine di Guadalupe, un fe-nomeno che è durato anche nel nostro secolo? Le prospettive sembrano essere queste: – Negli anni 60/70, i maghi della secolarizzazione profetizzarono il tramonto del « mito » di Guadalupe come simbolo nazionale. Laffay affermava: Guadalupe sarà un giorno un astro estinto come la luna alla quale viene associato. Niente si è dimostrato meno sicuro di queste affermazioni. Le radici storico – religioso – culturali sono troppo profonde per essere distrutte così semplicemente. Esse si sprofondano non soltanto nell’immaginario della gente, ma nel suolo della storia messicana di cui si alimentano. Più profondamente ancora sono radicate nella zona del mistero che coinvolge la storia e che è Dio stesso.

Riflessioni conclusive Il significato di Guadalupe è triplice e corrisponde a tre parole: riconciliazione, inculturazione, liberazione

RICONCILIAZIONE L’originalità del fenomeno guadalupano è la sua forza di riconciliazione dei contrari. La Tilma di Guadalupe rappresenta l’incontro in Messico tra Europa e America, cioè la ricom-posizione e cristallizzazione di tre grandi conflitti: – quello dell’indigenismo: la Morenita ha erdeditato il contenuto mitico – affettivio della dea Madre Tonantzin ed è diventata la Madre di Dio vivente e degli indios; – quello del messicanesimo, ossia dell’identità nazionale: La Guadalupana è l’immagine dei nuovi messicani, quelli meticci e i creoli; – quello dell’ispanismo: La Vergine di Guadalupe è la Vergine spagnola dei conquistatores e dei coloni, emigrata in America, dove si è pienamente adattata. Guadalupe è stato il crogiolo ove si sono fusi materiali di origine molto diversa.

INCULTURAZIONE La Morenita emerge come un riassunto del grande principio di inculturazione, per cui il suo volto è stato definito il simbolo luminosissimo dell’identità latino-americana. Nella figura di Maria si sono incarnati gli autentici valori culturali indigeni, integrati nel cristianesimo e i valori del cristianesimo accolti dalla cultura indigena.

LIBERAZIONE La presenza liberatrice della Vergine di Guadalupe è stata ultimamente sottolineata dalla Te-ologia della Liberazione. Essa ha ribadito la potenza liberatrice che comporta la storia e l’i-conografia di N. S. di Guadalupe. Sulle collina del Tepeyac, le moltitudini riscoprono la vera fraternità, fondata sul rispetto e sull’amore, principi dell’autentica libertà dell’uomo. La Mo-renita, liberatrice del Messico è il simbolo di tutti i poveri, gli oppressi e i bisognosi che lot-tano per i loro diritti.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 11 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

NON TRADITE MARIA MADDALENA – GIANFRANCO RAVASI (« AVVENIRE », 15/11/’05)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ravasi3.htm

NON TRADITE MARIA MADDALENA   

la tradizione l’ha dipinta come prostituta, oggi letteratura e cinema ne fanno la moglie di gesù. ritratto al vero di una santa in cerca d’identità.

GIANFRANCO RAVASI (« AVVENIRE », 15/11/’05)

Nel 1989 Giovanni Testori mi chiese di premettere a un suo volume dedicato a Maria Maddalena nella storia dell’arte (soggetto in cui sacro ed eros s’intrecciavano secondo una tipologia cara allo scrittore) un profilo biblico. Scelsi come titolo: «Una santa calunniata e glorificata». Il titolo è ancor più pertinente ai nostri giorni sia attraverso le fanfaluche alla Dan Brown, sia col film (pur pregevole) di Abel Ferrara, sia con una sorta di luogo comune, scambiato per storiografico, inchiodato nella mente di lettori troppo indifesi o remissivi. Cerchiamo, allora, di ricostruire le ragioni della deformazione del volto di questa donna proveniente da Magdala, un villaggio posto sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, allora centro commerciale ittico tant’è vero che in greco si chiamava Tarichea, cioè «pesce salato». Ebbene, da questa località, Maria emerge all’improvviso nel Vangelo di Luca (8, 1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale ma anche fisico che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico, che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Ma perché? La risposta è semplice: nella pagina precedente, il capitolo 7 del Vangelo di Luca, si narra la storia di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L’applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall’evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbi di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Con questa prima ingiustificata identificazione se ne preparava già la seconda in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto – che, tra l’altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite – dell’anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli ». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Per due volte la tradizione popolare fa perdere i connotati personali a Maria di Magdala, confondendola prima con una prostituta – da qui tutte le rappresentazioni « carnali » della santa nella storia dell’arte – e poi con la più pura Maria di Betania. Frattanto, però, Maria Maddalena è effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala. Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell’area cemeteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (Luca 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazaret, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico Rabbuní, «mio maestro». Nella sua celebre Vita di Gesù Renan razionalisticamente spiegherà tutta la scena come l’allucinazione di un’innamorata: «L’amore di una donna compì il miracolo: Gesù risorse per lei!». Si aggiungeva, così, un ulteriore tassello malizioso al ritratto di Maria, facendola passare – senza il minimo fondamento testuale – come amante segreta di Gesù. Ma questa deformazione del volto della Maddalena aveva radici più antiche a cui vorrebbero rimandare i moderni « detrattori » della santa. Dobbiamo uscire dai Vangeli canonici ed entrare nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III secolo. Prima di tutto dobbiamo dire che in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria, la madre di Gesù! Identificazione, certo, nobilissima ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un’idea, un simbolo, la Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso immagini sulle quali la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi?». Ce n’è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo secondo l’Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, come scriveva Luigi Moraldi in un’edizione di quell’apocrifo, «in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio del perfetto gnostico e la maestra della dottrina gnostica», cioè della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato Pistis Sophia, ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l’emblema dell’umanità redenta di tipo androgino (un’altra deformazione di Maria!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (Galati 3, 28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall’autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli!» (17, 2). Una santa in cerca d’identità, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l’unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazaret, il suo Maestro, il Rabbuní. Ed è proprio sulla base di quell’incontro pasquale che la sua presenza si riaffaccia ogni anno nella liturgia cattolica con la stupenda melodia gregoriana del Victimae paschali e con quel dialogo latino che ci esimiamo dal tradurre: «Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»; «Surrexit Christus spes mea!».

Janez Wolf, San Giuseppe con il bambino e i Ss. Gioacchino ed Anna

Janez Wolf, San Giuseppe con il bambino e i Ss. Gioacchino ed Anna dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=20200&pic=20200BE.JPG&dispsize=Original&start=40

Publié dans:immagini sacre |on 10 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

LA VERITÀ? UN GIALLO FRA FILOSOFIA, SACRO E LETTERATURA (G. Ravasi) (29/05/2010)

http://bibbiaeteologia.myblog.it/archive/2010/05/29/la-verita-un-giallo-fra-filosofia-sacro-e-letteratura-g-rava.html

LA VERITÀ? UN GIALLO FRA FILOSOFIA, SACRO E LETTERATURA (G. Ravasi) (29/05/2010)

«L a verità è come il diamante: è una sola ma ha molte facce». Questa definizione di Gandhi ben illustra il «mistero» della verità che è al tempo stesso disponibile e inaccessibile all’uomo. Essa si presenta con un volto autentico ma mai esaustivo per cui la ricerca rimane il percorso sempre aperto per raggiungerla e per andare costantemente oltre. Con una certa semplificazione distingueremo due tipologie nella descrizione della verità. La prima è quella proposta dalla cultura greca. La formuleremo attraverso una citazione emblematica del XIII epinicio del poeta Bacchilide (VI-V secolo a.C.) nato nell’isola di Ceo, nipote del poeta Simonide, contemporaneo di Pindaro e vissuto, come quest’ultimo, alla corte di Gerone a Siracusa. Afferma, dunque, il poeta greco: «Memoria ( Mnème ) sottrae l’eroe all’Oblio ( Lèthe) e lo consegna alla Verità ( Alètheia) che trionfa sulle tenebre notturne». In questa concezione la verità viene raggiunta attraverso Mnème , il «ricordo». In realtà sappiamo che questo vocabolo è alla base di due altri termini capitali. Da un lato, c’è Mnemosyne, che è la madre delle Muse l’ispiratrice dell’arte, in particolare dei poeti. La verità è, quindi, appannaggio dell’esperienza simbolica, estetica, intuitiva. È un percorso nobile e affascinante che svela il volto segreto della realtà e si manifesta nella creatività. D’altro lato, però c’è anche la reminiscenza che, come è noto, è per Platone la via della conoscenza e del pensiero. Ecco, dunque, due itinerari verso la verità: l’arte e la filosofia che cancellano la tenebra della «smemoratezza», dell’oblio cioè dell’ignoranza. L’altra e ben diversa tipologia della verità è quella cristiana che offre, invece, una concezione «personale». Infatti Gesù dichiara nel quarto vangelo: «Io sono la via, la verità, la vita» ( Giovanni 14 ,6 ) e nello stesso vangelo l’ingresso di Cristo nel mondo è così descritto: «Veniva nel mondo la luce vera» (1,9). La celebre domanda di Pilato: «Che cos’è la verità?» – durante il dialogo nel pretorio con Gesù ( Giovanni 18 ,37 -38 ) – ha come risposta da parte di Cristo: «Colui che è dalla verità ascolta la mia voce». La verità, allora, è per eccellenza un’esperienza di intimità, di ascolto, di adesione. Non per nulla già nel linguaggio anticotestamentario il termine ’emet che la Vulgata rende con veritas in realtà significa «fedeltà, adesione». In questa luce la conoscenza della verità proviene da un’esperienza d’amore e non solo mentale. Essa è alla sorgente della vera fede che è «adorare in spirito e verità» (Giovanni 4,23) e alla radice della libertà piena della salvezza, come dichiara Gesù, sempre nel quarto Vangelo, lo scritto neotestamentario più attento a esaltare questa categoria: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,32). Un’esegeta, Gertrud Herrgott, ha scritto che per la Bibbia «la verità non interessa prima di tutto l’intelletto che riflette, bensì soprattutto il cuore che crede e ama».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 10 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI – Gianfranco Ravasi

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01071997_p-12_it.html

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? »

FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI

Gianfranco Ravasi

«Il Cristo ci ha collocati di fronte al mistero, ci ha posti definitivamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: Ma voi, chi dite che io sia?». Queste parole, che raffigurano in modo limpido e immediato ogni esperienza di incontro e di scontro con Cristo, sono di uno scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, Mario Pomilio, che le ha poste all’interno del suo Quinto evangelio. Ebbene, quella domanda affiorata sulle labbra di Gesù a Cesarea di Filippo non attraversa solo i secoli ma riecheggia nell’intimità di ogni persona. E la risposta è data in mille forme, talora sorprendenti, altre volte sconcertanti. A me ha sempre fatto impressione quella che Kafka ha offerto all’amico Gustav Janouch: «Cristo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi». Modesta e marginale, la mia testimonianza – come per quella di altri – può risultare impacciata proprio perché la domanda artiglia la coscienza nel suo segreto e « pesca » in quella profondità dove domina il silenzio personale, l’intimità, forse anche l’inesprimibile. Due considerazioni sono, però, possibili e immediate. Innanzitutto la mia esperienza è quella di un credente e di un sacerdote, cioè di una persona che ha pur sempre coinvolto se stessa, la sua identità, la sua vicenda umana intrecciandola con quella di Gesù Cristo. In questa dimensione l’elemento fondamentale è paradossalmente esterno all’ « io » del testimone. È illuminante in questo senso Paolo quando descrive la sua « via di Damasco » usando due verbi di rivelazione e uno di lotta: «Cristo è apparso anche a me (…) Dio si degnò di rivelarmi suo Figlio (… )Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Corinzi 15,8; Galati 1,16; Filippesi 3,12). Detto in altri termini, all’inizio dell’incontro con Cristo c’è « un’epifania », cioè non la mia ricerca ma il suo apparire. Per questo un filosofo credente come Soeren Kierkegaard alla data 16 agosto 1839 del suo Diario invocava: «Gesù, vieni in cerca di me sui sentieri dei miei travisamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini!». Nella mia esperienza interiore c’è proprio questo svelarsi del divino non tanto su una via folgorata dalla voce celeste, come per Paolo, quanto piuttosto in una serie di pacate e delicate « epifanie » che affiorano fin dall’infanzia. E curiosamente esse si insediano in uno spirito che portava con sé – allora in forma intuitiva ed esile – già un senso intenso della fragilità della vita e delle cose, del fluire del tempo e dell’inconsistenza della realtà. Davanti a un frutto che si decomponeva, al fischio di un treno che lacerava la notte e si spegneva, al primo incontro con la morte, alle sofferenze della guerra, al padre assente perché perseguitato politico, nel mio animo infantile non cresceva la desolazione o la tristezza naturale ma lentamente si configurava quell’ « epifania » inattesa e ancora informe. È stato ancora Paolo a farmi capire in seguito questo contrasto e la sua pacificazione quando, stupendosi lui stesso delle parole di Isaia (« il profeta osa dire ») scriveva questa « confessione » divina: «Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me!» (Romani 10,20). Prima della risposta alla domanda « Ma voi, chi dite che io sia? », Cristo aveva per me (e per tutti) già detto chi egli realmente fosse. In principio c’è, dunque, la sua parola che ti scuote e sconcerta. Certo è sempre possibile rivolgere altrove lo sguardo e ostruire l’orecchio con altre voci e suoni e questa è pure una storia mia e un po’ di tutti nell’itinerario degli anni, nei percorsi non sempre lineari della vita. Per questo ritengo altrettanto capitale un’altra domanda di Gesù, quella di Cafarnao. Essa è diventata il titolo di una « vita di Cristo » di un altro scrittore a me particolarmente caro, Luigi Santucci: Volete andarvene anche voi? E’ un interrogativo che viene fatto serpeggiare tra i discepoli proprio dopo una grande « epifania », quella della continua presenza di Cristo sotto il segno del pane e del vino eucaristici. Un interrogativo che non sempre ha la pronta replica di Pietro: «Da chi mai andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». Tuttavia anche se si va altrove, Cristo non cessa di seguirci, con discrezione o con insistenza. Quando in seguito mi dedicai allo studio teologico, mi fece impressione una frase di Dietrich Bonhoeffer, il teologo ucciso dai nazisti, che nella sua Cristologia annotava: «Cristo non è tale in quanto Cristo-per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo è il suo esser-per me». Nella mia storia personale c’è, però, una seconda dimensione che devo mettere in luce ed è quello dell’essere stato un esegeta, cioè uno studioso delle Scritture Sacre e quindi delle parole evangeliche di Cristo. Già da ragazzo – avevo cominciato a studiare il greco da solo subito dopo le scuole elementari – mi avevano affascinato quelle 64327 parole greche che compongono i quattro Vangeli. In seguito quei versetti furono da me sempre più approfonditi; scoprivo nuove iridescenze in ogni termine e lentamente si configurava un profilo di Cristo che coniugava in sé due fisionomie. Da un lato, c’era la figura di Gesù di Nazareth, il rabbì ambulante le cui labbra dicevano cose sorprendenti ma in una lingua « barbarica » e concreta, le cui mani compivano gesti straordinari ma non « pubblicitari », i cui piedi seguivano una meta grandiosa e celeste ma calpestavano le polverose strade della Palestina, i cui interlocutori erano spesso un’accolta di miserabili o di altezzosi burocrati del sacro e della legge e persino dei traditori. Mi ha a lungo interessato – per usare una terminologia più « tecnica » – il Gesù storico, così come è rintracciabile attraverso l’analisi critica dei testi evangelici. D’altro lato, però, c’è la figura di Cristo, Figlio di Dio, che offre un volto illuminato dallo splendore della Pasqua. I Vangeli sono innanzitutto un canto al risorto che sboccia dall’incontro con lui, dalla fede e dall’annuncio gioioso. Mi sono, perciò, impegnato nel sottolineare, anche attraverso i miei scritti, le conferenze e una quasi decennale presenza televisiva, questo aspetto che in passato era talmente dominante da diventare esclusivo, così da cancellare il volto storico di Cristo, ma che in questi ultimi tempi è stato quasi messo tra parentesi. Prima una certa visione « sociologica », poi una concezione storicistica e apologetica si è protesa a dimostrare il Gesù storico, nella convinzione che solo così si fondasse la vera Cristologia. Ebbene, Gesù Cristo è uno ma in due nature; ogni divisione lo impoverisce e lo allontana. Egli è uno di noi e con noi ma è anche oltre noi e sopra di noi. E’ per usare il vocabolario di Giovanni, Logos, « parola » perfetta e suprema divina, ed è sarx, « carne » e storia. Conservare l’unità di Gesù Cristo, senza scindere la sua persona in un Gesù nazaretano e in un Cristo pasquale è un compito importante di chi annunzia il Vangelo con fedeltà. Lo studio esegetico, perciò, non è un freddo esercizio filologico (anche se suppone uno scavo nel testo con rigore e finezza). E’ anche un’avventura del nostro spirito che è invitato a rispondere alla domanda di Cesarea da cui siamo partiti. Mi è sempre piaciuta una frase del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein: «Ho voluto indagare i contorni di un’isola; ma ciò che ho scoperto sono i confini dell’Oceano». Si comincia conoscendo un linguaggio concreto, una figura datata e circoscritta a quell’antica provincia dell’Impero romano, eventi e dati storici, ma alla fine ci si accorge che quella persona è immersa nell’Oceano della divinità, è appunto « il Cristo, il Figlio del Dio vivente », come rispose in quel giorno Pietro, figlio di Giona.

(Cenni biografici – Gianfranco Ravasi, nato nel 1942, sacerdote della diocesi di Milano dal 1966, è Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, docente di esegesi Biblica alla facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e membro della Pontificia Commissione Biblica. Scrittore prolifico, è autore di numerosissimi libri e di trasmissioni televisive. cura la rubrica « Mattutino » nella prima pagina del quotidiano Avvenire).

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 10 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

Giacchino ed Anna

Giacchino ed Anna dans immagini sacre app0005

http://www.maria21.net/?mid=arthall_sub_gallery_bradibarth&listStyle=list&document_srl=7043

Publié dans:immagini sacre |on 9 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

CHARLES PÉGUY, La fede che più amo, dice Dio…

http://www.fractio.it/Gemme.htm

CHARLES PÉGUY

La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.
La fede, no, non mi sorprende. La fede non è sorprendente.

Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle. In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare. Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle. Nella calma valle.
Nella quieta valle. Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo. Mia creatura.
Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli. Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini. Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini. Non sono ancora stati disfatti dalla vita. Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori. Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.

Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura
e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo. Creato.
(….)
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra. Nella formica mio servitore. E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)
Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo. Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra. Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori. Temporali. Poveramente.
(….)
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi. Che non vogliono esser mie creature. E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il Signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato. Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio. A causa dell’uomo. Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della Messa.
In ogni nascita e in ogni vita. E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine. Che vincerà ogni morte.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.
La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.
Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.
Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.
Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue,
dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti,
ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.
Una fiamma che non è raggiungibile,
una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.
Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina. Immortale.
Perché le mie tre virtù, dice Dio. Le tre virtù mie creature. Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature. Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi. Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.
Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante. Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.
(…)
Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile,
e che probabilmente è la più gradita a Dio.
La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Per non vedere, per non credere.
La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.
Per non amare il proprio prossimo, bambina mia,
bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.
Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.
È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)
E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.
La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori
e su di lei nessuno volge lo sguardo.

Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza. Fra le due sorelle maggiori. Quella che è sposata. E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima. Che badano alle cose più urgenti. Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola. E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro. Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni. Due donne d’una certa età. Sciupate dalla vita.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è. E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è. E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole. Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano. La piccola speranza. Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle. E a far camminare tutti quanti. E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.

Publié dans:Letteratura straniera, poemi |on 9 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

Le figure-modello (bibliche) dell’attesa dell’Avvento

http://www.laurentianum.it/index.php?option=com_content&task=view&id=698&Itemid=54

Le figure-modello dell’attesa dell’Avvento

Nella liturgia di questo tempo emergono alcune figure bibliche che danno una particolare tonalità: Isaia, Giovanni Battista, Maria e san Giuseppe. Isaia: Un’antichissima e universale tradizione ha assegnato all’Avvento  la lettura del libro di questo profeta, perché in lui si trova un’eco della grande speranza che ha confortato il popolo eletto durante i secoli duri e decisivi della sua storia, soprattutto durante l’esilio. La seconda parte del libro (cap. 40-55), chiamata “il libro delle consolazioni” è opera del Deutero-Isaia. Essa contiene essenzialmente un lieto annunzio di liberazione, parla di un nuovo e più glorioso esodo e della creazione di una nuova Gerusalemme. Le pagine più significative di questo libro vengono lette durante l’Avvento e costituiscono un annuncio di speranza perenne per gli uomini di tutti i tempi. Giovanni Battista: E’ l’ultimo dei profeti e riassume nella sua persona e nella sua parola tutta la storia precedente nel momento in cui sfocia nel suo compimento. Ben incarna, pertanto, lo spirito dell’Avvento. La coscienza lucida della sua missione, la sua volontà di far posto a Cristo che deve crescere, mentre lui deve diminuire (cfr. Gv 1,19-28), fanno del battista una figura sempre attuale. Maria: L’Avvento è il tempo liturgico nel quale, a differenza degli altri come sarebbe auspicabile, si pone felicemente in rilievo la relazione e la cooperazione di Maria al mistero della redenzione. Ciò avviene come “dal di dentro” della celebrazione del mistero e non per sovrapposizione o per aggiunta devozionistica. L’Avvento ci fa considerare particolarmente Maria in rapporto alla venuta del Signore. Con l’immagine biblica della “figlia di Sion” la liturgia ci ricorda che in Maria culmina l’attesa messianica di tutto il popolo di Dio dell’Antico Testamento; quest’attesa in lei si raccoglie in un’aspirazione più ardente, in una preparazione spirituale più totale alla venuta del Signore. Maria è colei che, nel mistero dell’Avvento e dell’incarnazione, congiunge il Salvatore al genere umano. I testi evangelici delle genealogie di Gesù e dell’annunciazione, che vengono proclamati in questo tempo, ci ricordano tale mistero di “assunzione” dell’umano e di “immersione” nell’umano da parte di Dio. L’anello ultimo di questo mistero è la divina maternità verginale di Maria. San Giuseppe: Dai dati biblici dell’Avvento natalizio emerge, anche se con l’umiltà che la contraddistingue, la figura di Giuseppe, sposo di Maria e proprio nel momento più significativo e delicato insieme della sua missione di padre legale di Gesù. Il “mistero” di Giuseppe è riassunto in due parole dal testo evangelico: “uomo giusto” (cfr. Mt 1,19). Infine Giuseppe è l’“uomo giusto” per la sua fede. Egli è il tipo del “povero”, non solo perché assicura alla vita di Gesù l’inserimento nella comunità degli ultimi tempi, ma soprattutto perché la sua fede è modello di quella di ogni uomo che vuole entrare in dialogo e in comunione con Dio.

 Giuliano Franzan OFM Cap.

Immacolata Concezione di Maria

Immacolata Concezione di Maria dans immagini sacre mary_statue

http://ferdinandbenedictines.blogspot.it/2010/12/happy-feast-of-immaculate-conception.html

Publié dans:immagini sacre |on 7 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

Sant’Ambrogio

Sant'Ambrogio dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=25500&pic=25500U.JPG&dispsize=Original&start=20

Publié dans:immagini sacre |on 6 décembre, 2013 |Pas de commentaires »
123456

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31