Archive pour décembre, 2013

LA NATIVITÀ SECONDO LUCA E MATTEO

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LA NATIVITÀ SECONDO LUCA E MATTEO

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, « in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo » (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità del bambino  e  verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano la Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia. Il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani. I Magi il cui numero di tre fu stabilito  da S. Leone Magno, consente  una duplice interpretazione quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia quali rappresentanti  delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico. Gli angeli, esempi di creature superiori. I pastori come l’umanità da redimere. Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re. A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano, i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia, a Roma quelli delle Basiliche di S. Maria in Trastevere e della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove già nel 600 esisteva una riproduzione della grotta di Betlemme: «Sancta Maria ad Praesepem». Molti cristiani si recavano a visitarla con la stessa devozione con la quale i pellegrini confluivano a Betlemme, in Giudea, alla grotta considerata luogo di nascita di Gesù e dove per desiderio di Sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) sorse, nel 326, la Basilica della Natività. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato. Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.

Vangelo di Luca – capitolo 2 – vers 1-20 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirino. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: ” Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angela una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: ”Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: ”andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”: Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte quelle cose meditandole nel suo cuore.

I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avano udito e visto, com’era stato detto loro.

Chagall, La Crocifissione bianca

Chagall, La Crocifissione bianca dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 19 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN GIOVANNI DI KRONSTADT SACERDOTE – 20 DICEMBRE – CHIESA ORTODOSSA

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SAN GIOVANNI DI KRONSTADT SACERDOTE

20 DICEMBRE (CHIESE ORIENTALI)

19 OTTOBRE 1829 – 20 DICEMBRE 1908

Fonte: www.orthodoxworld.ru

Giovanni nacque il 19 ottobre 1829 nel villaggio di Sura nell’Oblast’ di Arcangelsk da genitori molto poveri ma oltremodo devoti alla fede ortodossa. Divenne sacerdote ortodosso russo, coniugato, ma nonostante ciò fu una figura decisamente simile al modello del sacerdote cattolico contemporaneo. Nella sua vecchiaia la gente del luogo lo credeva capace di miracoli, quali ridare la salute agli ammalati, speranza ai disperati e fede ai più incalliti criminali, solamente tramite l’ausilio della preghiera. Morì il 20 dicembre 1908 e da allora persone di ogni luogo fanno pellegrinaggio al monastero dove è stato seppellito. Fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa l’8 giugno 1990.

A metà del XIX secolo la città Kronshtadt, situato su un’isola del Mar Baltico, era posto di deportazioni per quelli che per ragioni diverse fu cacciato dalla capitale – S. Pietroburgo: poveri, briganti, senzatetto. Vivevano nei grigi sotani e sporchi stamberghe, occupandosi del chiedere elemosina, della briganteria e delle rapine. I poveri lavoratori che vivevano accanto a tutta questa gentaglia, doveva accettare quel posto pieno di sporchi vizi, che aveva conseguenze pesanti soprattutto sui figli. La lotta con questa situazione precaria ha iniziato un giovane prete p. Giovanni (per il mondo Ivan Il’ic’ Serghiev), nel 1855 mandato alla catedrale di Kronshtadt dedicata ad Apostolo Andrea. P. Giovanni è nato nel 1829 da una famiglia molto povera di un sagrestano di campagna, sapeva dunque bene cosa voleva dire povertà e fame. Però in quel tempo il vivere quotidiano di una famiglia patriarcale di campagna era sacrificato ancora di un ordine interiore dato dalla Chiesa con i suoi riti liturgici. I costumi della vita ecclesiale si formavano lentamente e durante molti secoli penetravano totalmente la vita dei popoli ortodossi. Le liturgie, i riti e i sacramenti accompagnavano tutti i più importanti avvenimenti del cammino dell’uomo su questa terra e portavano con sè quelle emozioni che vestivano la vita quotidiana di una profondità sopraterrestre, di una luminosità e armonia. I cambiamenti delle condizioni di vita nella Russia del XVIII e anzitutto del XIX secolo hanno distrutto la situazione precedente. Le enormi masse di gente sono uscite dall’ordine naturale al quale si sono abituate, e come conseguenza, molti hanno perso la fede. La loro vita quotidiana si è trasformata in giorni grigi, da una domenica all’altra. Se la vita era nella povertà, le accompagnavano inevitabilmente anche malizia e vizio. P. Giovanni ha visto il suo compito nel fatto di aiutare a cambiare la vita proprio a quella persona cattiva e svuotata. Durante lo studio nel seminario e nell’Accademia Spirituale sognava di diventare missionario e partire per la Cina; però più cresceva, meglio capiva che la Russia esigeva da lui azioni missionarie ad un livello altissimo. A Kronshtadt, p. Giovanni ha cominciato da quello che andava in giro tra catapecchie e parlava con i bambini. Anche gli adulti si avvicinavano da lui. Il sacerdote cercava di cambiare il rapporto della gente verso Dio e verso loro stessi. Li aiutava non soltanto con il consiglio, a volte lasciava agli abitanti dei sotani anche il suo piccolo stipendio, a volte anche le scarpe, e tornava a casa scalzo. Quando ha cominciato a insegnare la religione nel ginnasio della città, davano lo stipendio alla sua moglie, sapendo che il prete lo avrebbe distribuito ai poveri. Il suo strano comportamento suscitava scontentezza alle autorità, continuamente molestate dalle richieste di p. Giovanni a favore dei poveri. Dicevano che sovverte l’autorità dell’ordine sacerdotale, che stimola la povertà; lo deridevano, lo chiamavano pazzo. « E che mi importa a me, che mi chiamino anche pazzo » – rispondeva p. Giovanni. Sapeva verso che cosa andava. I ricordi della gente che è tornata alla fede grazie a lui, spesso finiscono con una frase del genere: « Da quel momento sono diventato uomo… », « …di nuovo ero persona ». San Giovanni di Kronstadt P. Giovanni capiva che non basta svegliare il desiderio di « diventare uomo », tale desiderio non sempre resiste davanti allo scontro con insuperabili difficoltà esterne. Per questo col tempo, quando già è diventato abbastanza famoso e gli hanno cominciato a mandare da ogni parte delle offerte per scopi di carità, p. Giovanni pensava di creare un centro di lavoro e cultura, nel quale potrebbero iniziare un lavoro normale e una vita normale gli abitanti dei « bassifondi » di Kronshtadt. Nel 1881 tale centro - »Casa-centro del lavoro » – era già terminato. Però presto l’edificio fu distrutto da un incendio. Avendo saputo della disgrazia successa a Kronshtadt, i fedeli da ogni parte della Russia aiutarono p. Giovanni con le offerte. Grazie a queste, nel 1882 la Casa-centro fu ricostruita. Di conseguenza si è trasformato un intero paese. La loro base formavano delle botteghe, nelle quali hanno trovato lavoro migliaia di persone. Furono aperte scuole professionali per i ragazzi, le scuole di primo grado, le biblioteche, una villa di riposo fuori cittàper i bambini, un asilo per gli orfani, per i vecchi. Con le offerte dei benefattori furono fondati alcuni monasteri, venivano costruite le chiese – così grande era la popolarietà di P. Giovanni. La sua notorietà però non era soltanto frutto del disinteresse e beneficenza. Si è reso famoso anche come grande uomo di preghiera e operatore di miracoli. Migliaia di persone si confessavano con lui. P. Giovanni non poteva fisicamente ascoltare tutti. Allora era obbligato a fare il non abituale rito della confessione generale: dopo le preghiere previste diceva la predica chiamando i peccati e invitando i penitenti alla conversione e penitenza in quelli che hanno visto e riconosciuto la loro colpa davanti a Dio e uomini. Alcuni si pentivano a voce alta, molti non potevano contenere le lacrime. Anche la celebrazione fatta da p. Giovanni non era la solita: ai testi liturgici aggiungeva, al modo della Chiesa antica, preghiere personali che sorprendentemente corrispondevano allo spirito della tradizionale celebrazione in Chiesa. Giovanni pregava con calore, vivendo profondamente il senso delle parole pronunziate da lui. Dappertutto dove appariva, le masse di persone lo assalivano, aspettando un aiuto spirituale oppure salvezza dalla disgrazia. Sono noti centinaia di casi, quando grazie alle preghiere del Santo avevano luogo miracolose guarigioni. Si diffondevano dappertutto i racconti sulla insolita capacità di penetrare nei pensieri e sul dono di veggenza che aveva p. Giovanni. Ecco come descriveva la sua guarigione avvenuta dopo la preghiera del P. Giovanni un ufficiale della marina, A.V. Nikitin, caduto nell’infanzia in una malattia grave: « La mia condizione era senza speranze. Il polso quasi non batteva più… P. Giovanni è entrato nella nostra tenda, si è avvicinato al mio letto e ha detto: Andrea! Io tutto quel tempo ero senza coscienza, però in quel preciso momento mi sono svegliato, avendo riconosciuto il nostro sacerdote e ho sorriso a lui. P. Giovanni si è messo in ginocchio davanti al letto e ha detto: Preghiamo! Tutti attorno si sono messi in ginocchio. P. Giovanni pregava insistentemente e io ripetevo dietro a lui le preghiere. Dopo P. Giovanni mi ha benedetto e ha detto dopo a mia madre: Ce la farà. Da quella notte ho cominciato a guarire in fretta, e presto ero pienamente sano ». Succedeva pero’ che l’aspettato miracolo non aveniva. Succedeva anche che la gente che sfruttava la fiducia del p. Giovanni era immischiata in azioni vergognose. Questo suscitava delusione da alcuni suoi adoratori, e nell’ambiente ateista calunnie e derisioni. Però contro le esagerate speranze e cieca fede si metteva anche p. Giovanni. Ricordava che nessuno degli uomini può essere senza peccato, inclusi i preti. « Però il Signore ci ha fatti non come i santi angeli, ha fatto come vostri mediatori e servi dei sacramenti celeste gente uguale a voi, sottomessa come voi alle debolezze e ai peccati, e per questo condiscentendi verso le vostre debolezze e i vostri errori ». P. Giovanni considerava il sacramento dell’eucarestia come il centro e il senso della vita ecclesiale. Celebrava la liturgia divina ogni giorno e si comunicava quotidianamente. Con questo spiegava datagli forza di preghiera. Le guarigioni che seguivano la sua preghiera erano per lui un argomento a favore della frequente e cosciente partecipazione dei laici al sacramento dell’eucarestia, fatto che in quel tempo non era per niente abituale. Negli ultimi anni della vita di p. Giovanni di Kronshtadt (è morto nel 1908) sono successi quei grandi sconvolgimenti che hanno di conseguenza distrutto la Russia imperiale. Giovanni con dolore scriveva come svaniscono in niente tutti valori spirituali e famigliari di prima, come essi vengono sostituiti da altri valori più meschini e volgari. Il tono delle sue pubblicazioni era a volte molto tagliente riguardo a quelli che considerava distruttori della società. Giovanni convinceva con insistenza che la distruzione della Chiesa e dei valori cristiani, che accompagnava la rivoluzione, storpia le anime, le condanna alla schiavitù del male e della morte e, come risultato, porta la storia umana verso un fine terribile. La semplice gente considerava p. Giovanni come santo già durante la sua vita, però la sua canonizzazione ufficiale ha avuto luogo nel 1989. Il ricordo di s. Giovanni di Kronshtadt, operatore dei prodigi, cade il 20 dicembre (2 gennaio), nel giorno della morte del giusto.

Publié dans:Ortodossia, Santi |on 19 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

PERCHÉ PAPA FRANCESCO AMA IL GRIDO BLASFEMO DELLA CROCE DI CHAGALL

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PERCHÉ PAPA FRANCESCO AMA IL GRIDO BLASFEMO DELLA CROCE DI CHAGALL

Il soggetto sembra pensato per scontentare tanto i cristiani quanto gli ebrei. Verrebbe da dire che il mite Chagall ce l’ha con tutti e vuole scandalizzare tutti. Ai cristiani mostra un Cristo non solo martirizzato in quanto ebreo e privo della compagnia di sua madre Maria e del discepolo prediletto Giovanni, ma addirittura… Un Papa che ha per dipinto preferito la Crocifissione Bianca di Marc Chagall deve essere per forza un grandissimo anticonformista. Non ci si lasci ingannare dallo stile naif, intrinsecamente riposante e sinonimo di fuga dalla storia: quella dipinta nel 1938 dal pittore di origine bielorussa e religione ebraica è una delle più scandalose rappresentazioni di Cristo crocifisso che si ricordino. L’ingenuità delle figure, propria di ogni naif, enfatizza il contrasto con la tragicità della narrazione visiva e con la provocazione intellettuale e teologica che il quadro contiene. La Crocifissione di Chagall, realizzata nell’anno della Notte dei Cristalli, colloca la croce con la sua vittima in un paesaggio contrassegnato esclusivamente dalle violenze che in quel tempo si compivano contro gli ebrei europei: sinagoghe in fiamme, persone in fuga singolarmente e a gruppi, case capovolte, i rotoli della torah bruciati. Cristo è palesemente condannato al supplizio in quanto ebreo: il bacino non è ricoperto dal consueto panno bianco, ma da un tallit, lo scialle di preghiera ebraico, e la scritta con la condanna che sormonta la croce è vergata esclusivamente in caratteri ebraici. Ai piedi della croce nessuna delle figure della iconografia cristiana, ma una menorah, il candelabro sacro, che spande la stessa luce bianca, soprannaturale, che dall’alto investe il crocefisso. Nessuna figura mostra attenzione per l’agonia di Cristo, tutti gli danno le spalle impegnati in una fuga per la sopravvivenza; solo mostrano commozione alcune figure volanti sospese nel cielo sopra la crocifissione: si tratta di rabbini e altri personaggi ascrivibili all’Antico Testamento.  Il soggetto sembra pensato per scontentare tanto i cristiani quanto gli ebrei. Verrebbe da dire che il mite Chagall ce l’ha con tutti e vuole scandalizzare tutti. Ai cristiani mostra un Cristo non solo martirizzato in quanto ebreo – dunque non per aver sovvertito l’ordine giudaico – e privo della compagnia di sua madre Maria e del discepolo prediletto Giovanni, sostituiti da imprecisati personaggi dell’Antico Testamento. Ma addirittura propone il suo riassorbimento nella rivelazione veterotestamentaria: la luce divina bianchissima, che rompe il grigiore plumbeo del paesaggio, investendo diagonalmente il crocefisso dall’alto, è la stessa che fa alone attorno alla menorah e che promana dalle fiamme che stanno bruciando alcuni rotoli della Legge – mentre le altre fiamme del dipinto sono gialle. Tutto ciò è altrettanto offensivo per gli ebrei praticanti: considerati colpevoli della sua morte, in nome della croce di Cristo sono stati discriminati e perseguitati per secoli, ed ecco che nei prodromi della peggiore di tutte le persecuzioni che subiranno un loro artista si improvvisa teologo e riebraicizza il sacrificio di Gesù, e lo propone come simbolo della sofferenza giudaica.  Ma a guardare bene, lo stesso Cristo non sfugge al grido di protesta del pittore. Più che morto, Gesù pare addormentato sulla croce: fa venire in mente il Cristo dormiente nella barca in tempesta sul lago di Tiberiade. I segni del martirio sul suo corpo giallognolo sono minimi, sembra non soffrire mentre intorno a lui il mondo brucia o fugge. Addirittura contro la croce è appoggiata una scala, quasi a suggerirgli di scendere e intervenire in soccorso di chi sta perdendo tutto. I simboli di Chagall si prestano a molte letture, e qualcuno potrebbe proporre interpretazioni diverse da queste. C’è chi nelle fiamme di cui è ricco il dipinto ha voluto vedere un richiamo ai forni crematori, che nel 1938 di certo non esistevano. Chi ha parlato di un parallelo fra le persecuzioni antigiudaiche dei nazisti (individuabili nel personaggio che distrugge gli arredi della sinagoga) e quelle dei bolscevichi, raffigurati da soldati con la bandiera rossa nei pressi del villaggio ribaltato. In realtà la citazione dell’Armata Rossa simboleggia probabilmente l’unica e insufficiente speranza umana di resistenza e riscatto di fronte all’ondata antisemita, piuttosto che un fattore della persecuzione. Chagall fu Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk all’indomani della rivoluzione bolscevica, prima di emigrare in Francia, e nel 1943, temporaneamente emigrato negli Stati Uniti, contribuì a far raccogliere aiuti per le forze armate sovietiche che combattevano l’invasione nazista.  Papa Francesco non ignora certamente tutte queste complessità dell’olio su tela di Chagall. Non sappiamo su quali giudizi estetici e contenutistici si fondi la sua preferenza per questa opera. Il contrasto fra il crocifisso pacificato e silenzioso e il mondo intorno lacerato e scosso, l’apparente riconciliazione fra Gesù in croce e il suo popolo nel momento di massima persecuzione di quest’ultimo, a sua volta crocefisso, la discreta e insieme inisistita e insistente invocazione a Cristo a scendere dalla croce, devono averlo certamente colpito. Essendo un pastore di anime, ad averlo colpito di più dovrebbe essere stato soprattutto il grido blasfemo e umanissimo dell’artista. Nel cuore di papa Francesco c’è posto anche per gli uomini esasperati.

Publié dans:arte sacra, PAPA FRANCESCO |on 19 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

nato da Maria Vergine

nato da Maria Vergine dans immagini sacre jesusmary

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Publié dans:immagini sacre |on 18 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONI PER I GIORNI DELLA NOVENA DI NATALE – di Sant’Alfonso Maria de Liguori

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MEDITAZIONI PER I GIORNI DELLA NOVENA DI NATALE  

di Sant’Alfonso Maria de Liguori

MEDITAZIONE I.

Dedi te in lucem gentium, ut sis salus mea usque ad extremum terrae (Is. XLIX, 6).

Considera come l’Eterno Padre disse a Gesù bambino nell’istante della sua concezione queste parole: Dedi te in lucem gentium, ut sis salus mea. Figlio, io t’ho dato al mondo per luce e vita delle genti, acciocché procuri loro la salute ch’io stimo tanto come se fosse la salute mia. Bisogna dunque che tutto t’impieghi in beneficio degli uomini. Totus illi datus, totus in suos usus impenderis (S. Bernardo, serm. 3, in Circ.).1 Bisogna però che nascendo tu patisca un’estrema povertà, acciocché l’uomo diventi ricco, ut tua inopia dites.2 Bisogna che sii venduto come schiavo per acquistare all’uomo la libertà; e che come schiavo sii flagellato e crocifisso, per soddisfare alla mia giustizia la pena dall’uomo dovuta; bisogna che dia il sangue e la vita per liberare l’uomo dalla morte eterna. In somma sappi che non sei più tuo, ma sei dell’uomo. Parvulus… natus est nobis, [et] Filius datus est nobis (Is. IX, 6). Cosi, Figlio mio diletto, l’uomo si arrenderà ad amarmi e ad esser mio, vedendo ch’io gli dono tutto te, mio Unigenito, e che non mi resta più che dargli. Sic… Deus – o amore infinito, degno solamente d’un Dio infinito – sic… Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io. III, 16). A questa proposta Gesù bambino non già si attrista, ma se ne compiace, l’accetta con amore ed esulta. Exsultavit ut gigas ad currendam viam (Ps. XVIII, 6). E dal primo punto della sua Incarnazione egli ancora si dona tutto all’uomo ed abbraccia con piacere tutti i dolori e le ignominie che deve soffrire in terra per amore dell’uomo. Questi furono, dice S. Bernardo, i monti e le colline che dovè con tanti stenti passare Gesù Cristo, per salvare gli uomini: Ecce iste venit saliens in montibus, transiliens colles (Cant. II, 8).3 – Pondera qui che il divin Padre mandando il Figlio ad esser nostro Redentore e paciere tra esso e gli uomini, si è obbligato in certo modo a perdonarci ed amarci per ragion del patto di ricevere noi nella sua grazia, posto che ‘l Figlio soddisfaccia per noi la sua divina giustizia. All’incontro il divin Verbo, avendo accettata la commissione del Padre, il quale, mandandolo a redimerci, a noi lo donava, egli anche si è obbligato ad amarci, non già per nostro merito, ma per eseguire la pietosa volontà del Padre.

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Note: 1 “Totus siquidem mihi datus, et totus in meos usus expensus est.” S. BERNARDUS, In Circumcisione Domini, Sermo 3, n. 4. ML 183-138. 2 Scitis enim gratiam Domini nostri Iesu Christi, quoniam propter vos egenus factus est, cum esset dives, ut illius inopia vos divites essetis. II. Cor. VIII, 9. 3 S. BERNARDUS, In Cantica, Sermones 53 et 54, per totum: ML 183-1033 ad 1044. – Sermo 53, n. 7, col. 1036: “En quantum saltum dedit, a summo caelo ad terras.” – n. 8, col. 1037: “Ita ergo saliit in montibus et transiliit colles, cum non solum superioribus, sed et inferioribus spiritibus dignantissime se inferiorem exhibuit. Nec modo illis supernis spiritibus, sed et ipsis qui domos luteas inhabitant, subiectum se exhibuit, transiliens et vincens humilitate etiam hominum humilitatem.” —————————————–

MEDITAZIONE I.

AFFETTI E PREGHIERE.

Caro mio Gesù, s’è vero – come dice la legge – che colla donazione si acquista il dominio; giacché il vostro Padre vi ha donato a me, voi siete mio; per me siete nato, a me siete stato dato: Parvulus… natus est nobis, [et] Filius datus est nobis. Dunque ben posso dire: Iesus meus et omnia. Giacché voi siete mio, tutte le cose vostre ancora son mie. Me ne assicura il vostro Apostolo: Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit? (Rom. VIII, 32). Mio è il vostro sangue, miei sono i vostri meriti, mia è la vostra grazia, mio è il vostro paradiso. E se voi siete mio, chi mai potrà togliervi da me? Deum a me tollere nemo potest, così diceva con giubilo S. Antonio abbate.4 Così da oggi avanti voglio andar dicendo ancor io. Solamente per mia colpa io posso perdervi e separarmi da voi; ma io, o Gesù mio, se per lo passato vi ho lasciato e v’ho perduto, ora me ne pento con tutta l’anima, e sto risoluto di perdere la vita e tutto, prima che perdere voi, bene infinito ed unico amore dell’anima mia. Vi ringrazio, o Eterno Padre, di avermi donato il vostro Figlio; e giacché voi l’avete donato tutto a me, io miserabile mi dono tutto a voi. Per amore di questo medesimo Figlio, voi accettatemi e stringetemi co’ lacci d’amore a questo mio Redentore; ma stringetemi tanto ch’io possa ancora dire: Quis me separabit a caritate Christi?5 Qual bene mai del mondo avrà più da separarmi da Gesù Cristo mio? E voi mio Salvatore, se siete tutto mio, sappiate ch’io son tutto vostro. Disponete di me e di tutte le mie cose come vi piace. E come posso negar niente a un Dio che non mi ha negato il sangue e la vita? Maria, madre mia, custoditemi voi colla vostra protezione. Io non voglio esser più mio, voglio essere tutto del mio Signore. Voi pensate a rendermi fedele; in voi confido.

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4 “Post orationem, clara voce dicebat (daemonibus): Ecce hic sum ego Antonius, non fugio vestra certamina, etiamsi maiora faciatis, nullus me separabit a caritate Christi.” S. ATHANASIUS, Vita B. Antonii Abbatis, cap. 8. ML 73-131. – Cf. cap. 20, col. 144. 5 Quis ergo nos separabit a caritate Christi? Rom. VIII, 35.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 18 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

http://www.tempidifraternita.it/archivio/bodratoweb/bodrato12.htm

DIO, PAROLA DI VITA TRA CREAZIONE E STORIA

Che la narrazione dell’origine non sia frutto di una speciale conoscenza di ciò che allora avvenne, ma espressione della più ardita ricerca del senso ultimo e quindi teologico di quanto ci accade nel presente, è puntualmente manifestato dai prologhi che i vangeli antepongono alla narrazione dell’esperienza apostolica di incontro col Nazareno. Solo Marco ha, infatti, il coraggio di affrontare il suo tema senza preamboli e di presentare in tutta la sua dirompenza la novità teofanica della predicazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Matteo e Luca premettono a tale evento rivelatore i racconti della nascita e dell’infanzia, corredati di un’opportuna genealogia, che ricollega il loro eroe ad Abramo, padre del popolo dell’alleanza (Matteo), e ad Adamo, capostipite di tutte le nazioni (Luca). Ma è Giovanni, come bene sappiamo, che tutti li batte in arditezza narrativa e speculativa, introducendo i suoi lettori al racconto della prima manifestazione storica di Gesù con un magnifico inno al Verbo creatore e donatore di luce, che strettamente unisce in sé almeno due dei titoli fondamentali del Dio biblico: quello di essere il supremo ed unico principio di vita e quello di guidare sapientemente la storia con la sua parola. In verità Paolo sembra fare anche di più, nel momento in cui presenta Cristo come « primogenito di tutte le creature, perché in lui sono stati creati tutti gli esseri », « capo del corpo (storico), la Chiesa » e « primizia dei resuscitati » (Colossesi 1, 15-18). Ma l’attenzione al testo giovanneo a noi qui già basta ed avanza per illustrare il carattere della ripresa neotestamentaria del tema creativo.

Un solo Dio, ma un Dio in tensione e dialogo con se stesso Già questo rapido cenno al diverso modo con cui cinque scritti del Nuovo Testamento affrontano il tema della contestualizzazione del loro racconto, inquadrandolo in una cornice che si richiama: ora alla forza dell’esperienza immediata (Marco), ora alla tradizione storica dell’Alleanza (Matteo), ora al complessivo destino dell’umanità (Luca), ora al fondamento creativo dell’universo (Giovanni), ora all’attesa del rinnovamento radicale della storia e del creato (Paolo), ci dovrebbe far riflettere sul carattere problematico e aperto di tutte queste prospettive teologiche. Il Dio profetico dell’evento e della legge, quello sapienziale dell’umanità e della creazione, il Dio escatologico dei « nuovi cieli e della nuova terra », affondano le loro radici nell’unica tradizione letteraria e teologica della Bibbia, e a gruppi omogenei si coordinano anche tra loro in modo ragionevole, ma non si sovrappongono. Sono, infatti, portatori di istanze diverse, che riescono a stare insieme solo grazie ad una sapiente e paziente mediazione narrativa e teologica, quella mediazione che è appunto realizzata dalla Bibbia con la sua variegata e complessa unità. Certo il Dio dell’alleanza, quello della creazione, il Dio dell’incarnazione e quello della Gerusalemme celeste non costituiscono un Panteon di divinità, come furono tentati di pensare alcuni gruppi eretici dei primi secoli, ma proprio in quanto costituiscono un’indivisibile unità, introducono all’interno di tale unità forti tensioni. Sono un unico Dio, presentato nei diversi aspetti del suo agire, ma anche nel mistero della « coincidentia oppositorum ». Sono appunto un Dio di cui non ci si può fare immagine (Es 20, 4), che nessuno può vedere faccia a faccia senza morire (Es 33, 20) e che « solo il Figlio unico che è nel seno del Padre » può raccontare (Gv 1, 18). Non stupisca questa sottolineatura di tensioni interne alla visione biblico-cristiana di Dio, che tutta la nostra tradizione teologica si è impegnata a sfumare e ricomporre nel complesso e profondissimo mistero della Trinità. Essa non è frutto del nostro sguardo critico moderno, ma sta nelle cose e sta nella pagina biblica al punto da costituire una delle fonti vitali della sua forza teologica e letteraria. Ce lo mostrerà il prologo di Giovanni con estrema chiarezza ed efficacia. Ma è bene prepararsi a comprenderne il rilievo esegetico con qualche cenno ad altri contesti biblici. L’intero complesso narrativo della Genesi è mosso dal bisogno di ricollegare in qualche modo l’antica fede ebraica nel Dio dell’alleanza abramitica e della liberazione mosaica col Dio della creazione. Si prefigge ciòè di portare a compimento un processo di universalizzazione del Dio particolare di Israele, senza rinnegarne la storica verità. Alla fine l’Antico Testamento affermerà, per un verso, che l’elezione di Israele è in funzione di tutte le genti (Gen 12, 3) e, per un altro, che la legge mosaica, come espressione della divina sapienza, era già, in qualche modo, presente all’atto della creazione (Siracide 24). Il che è, per altro, una specificazione del più affermato tema della coeternità al creato della Sapienza, tipica controfigura universalista della rivelazione storica e dell’elezione (Proverbi 8, 23; Siracide 1, 4). Il prologo di Giovanni sta in continuità con tutto ciò. E’ figlio di questo secolare processo di rielaborazione concettuale e narrativa, teologica e simbolico-letteraria.

Dal Verbo creatore al Verbo incarnato Se la lettura di questa affascinante e misteriosa pagina evangelica ci ha sempre coinvolti e, in qualche misura, intimoriti, ora sappiamo perché. Il tema su cui ci chiama a misurarci è tra i più complessi che gli autori biblici abbiano mai affrontato. E’ il tema dell’estensione a tutti gli uomini della portata salvifica di un’esperienza personale. Nel caso Giovanni deve mettere in luce che la figura terrena del Gesù storico, che è stata per lui e per i suoi compagni di fede il culmine decisivo di un nuovo e sconvolgente incontro con Dio, non solo è ricollegabile alla tradizione religiosa secolare dell’intero Israele, ma è il vero fondamento di ogni umana esperienza di Dio e , in quanto tale, è comunicabile a tutti e da tutti accoglibile con pienezza di frutto. In consonanza con la tradizione biblica, da cui riceve ispirazione e stimolo, egli procede ad una radicale reinterpretazione teologica della figura di Gesù, basata non su concetti ma su simboli. Costruisce cioè un percorso narrativo capace di esprimere sinteticamente l’unificazione di queste tre verità: Gesù è la piena rivelazione di Dio, Gesù è il compimento dell’alleanza e della legge mosaica, Gesù è l’incarnazione del Verbo creatore e quindi principio di vita e di luce per tutti. Noi sappiamo, per altro verso, che Giovanni non è partito da zero nel suo lavoro. Ha utilizzato un inno preesistente, che si muoveva nella stessa direzione di altri inni citati da Paolo. Anche Paolo nella lettera ai Filippesi (2, 6-11) e nel ricordato passo dei Colossesi, ben prima di quando Giovanni concepisca il suo vangelo, utilizza e integra un canto liturgico già conosciuto. Ma questa notazione filologica non modifica, né complica , il nostro sforzo di comprensione del testo . Se mai, grazie alla migliore conoscenza del suo processo di formazione, lo sostiene. Così è di fatto. L’inno, ripreso e adattato da Giovanni, ci dice che Giovanni non è solo nell’operazione teologica e letteraria fondamentale che sta compiendo. Non è solo ma non è neppure puramente ripetitivo. Crea in un contesto creativo e crea il « luogo teologico » del « Verbo creatore e incarnato », in continuità coi « luoghi teologici » della « Sapienza salomonica e celeste », e della « kenosi di Dio in Cristo Gesù » (Paolo, Filippesi 2, 6-11). Ecco perché Giovanni apre il suo vangelo, scritto in greco, con le stesse parole con cui si apre la Bibbia greca dei Settanta: « En arché – In principio », ed ecco perché scandisce la sua versione dell’inno in tappe che progressivamente portano dal Verbo, coeterno a Dio e creatore di ogni essere (1, 1-3 a), a Gesù Cristo, presenza storica di Dio tra gli uomini (1, 14-18). L’interpretazione del passo è esegeticamente molteplice, perché diverse sono le traduzioni, le ripartizioni e le interpretazioni dei singoli versi. Ma tra le tante a noi sembra davvero stimolante la lettura che ne propone X. Leon-Dufour, che ritiene che il testo non sia una semplice esaltazione della divinità di Cristo e neanche una enunciazione teologica delle diverse modalità di rivelazione della Parola di Dio, ma sia la messa in scena narrativa di un vero e proprio processo di crescita e di sviluppo del rapporto tra Dio e la realtà creata, sviluppo che coinvolge nella dinamica trasformatrice del dialogo tanto l’uomo quanto Dio. Il che, egli ritiene, sia reso evidente dalla possibilità di articolare l’inno in tre blocchi di due strofe ciascuno: il primo dedicato al Verbo creatore (1, 1-3a; 1, 3b-5); il secondo alla Luce di Dio diffusa nel mondo e testimoniata dai profeti nella persona del Battista (1, 6-8; 1, 9-13); il terzo-al Verbo incarnato nel Gesù storico, che Il Battista riconosce e da cui l’autore stesso dichiara di avere ricevuto « grazia su grazia » (1, 14 e 1, 15-18) (Lettura del vangelo secondo Giovanni, vol I, Cinisello Balsamo, 1989).

L’origine come apertura L’esito di tale ripartizione e interpretazione è evidente: la distinzione, ma anche l’articolata relazione unitaria tra Verbo creatore, Luce storica e Verbo incarnato. Il primo è presso Dio ed è Dio, è vita e luce originaria di ogni essere creato, vita e luce che le tenebre non possono fermare (il verso 1, 5b tradotto « e le tenebre non l’hanno arrestata »). La seconda è la Luce vera che storicamente illumina tutte le genti e che è insieme rifiutata e accolta (« … e i suoi non lo accolsero »… »Ma a tutti coloro che l’accolsero… »). Il terzo è Verbo fatto carne, che dimora fisicamente tra noi, porta la grazia a completamento della legge e, unico, come Figlio che viene dal seno del Padre, può raccontarci Dio (« exegesato » tradotto « raccontare » invece di « rivelare »). Il che, mentre sottolinea che la divinità di Gesù è per il quarto evangelista una certezza non priva di problemi e di sfumature, contemporaneamente ci consente di dare alla sua successiva confessione di fede cristologica un fondamento universalista, tale da garantire che anche prima dell’incarnazione ogni uomo abbia potuto accogliere la rivelazione naturale e soprannaturale con esiti positivi e orientanti alla prossimità col Cristo. Non solo, ma ci introduce a pensare alla stessa unicità di Dio non in termini di unità statica e immutabile, ma di unità dinamica e vivente, vale a dire di relazione e di dialogo. L’uomo – possiamo infatti concludere con Leon Dufour – è, ieri come oggi, alla ricerca delle sue origini. Per lunghi secoli ebrei e cristiani hanno risposto a questa ricerca col teologumeno del Dio creatore. Oggi tuttavia sono numerosi coloro che considerano questa risposta come l’appello ad un punto cieco, ad un puro atto di onnipotenza. Non è in questa direzione che ci indirizzano i testi confluiti nell’inizio della Genesi. Per essi l’origine si presenta come un dire di Dio, come un suo atto d’attenzione alla natura e all’uomo, e in Giovanni essa è addirittura una Parola costitutiva di Dio stesso, costantemente tradotta in donazione di vita e di luce e in ultimo di incarnazione. « Questa semplice annotazione modifica radicalmente la concezione che sovente si ha di Dio. Se la Parola appartiene alla sfera di Dio, è il proprio di Dio. Il che significa che Dio non è un’individualità, per quanto sovrana e del tutto diversa dalla nostra, chiusa in se stessa, ma un essere che è potenza d’espressione di sé, dualità nell’unico e, come tale, fonte di relazione, rivolto verso un’immagine di sé che egli si è dialogicamente posto di fronte. Si potrebbe dire, secondo il prologo, che Dio è in espansione costante da se stesso ». ( X. Leon Dufour, op. cit., p. 208) Ma si potrebbe anche dire che questa è un’espansione rivolta, al tempo stesso, dentro e fuori di sé. Dentro, come passaggio dal Verbo in Dio a Luce nel mondo e da Luce nel mondo a Verbo incarnato. Fuori, come rivelazione sotto forma di vita delle cose, di luce che le porta a verità, di Figlio che ci racconta l’amore del Padre. E si potrebbe concludere che è proprio in questo percorso da Verbo a Figlio e da Dio a Padre che Dio si rivela come colui che sa comunicare grazia su grazia, e sa rendere l’uomo capace di diventare, da creatura naturale, suo familiare, in un dialogo tra libertà e libertà che nessuna tenebra può ostacolare. Certo, sono solo alcune tra le infinite cose su cui un accurato commento del prologo giovanneo esigerebbe ci si fermasse, ma sono quelle che bastano a farci capire come la riflessione sul rapporto tra noi e l’origine non possa mai dirsi conclusa e trovi nei vari passi biblici, dedicati alla creazione, più degli indicatori di direzione che dei punti d’arrivo. E sono le cose che ci segnalano la perdita secca appioppata al pensiero dalle teologie che rinunciano ad interrogarsi sulla divinità di Gesù, o perché la danno per scontata o perché la escludono per principio.

Aldo Bodrato

 

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Un presepe romano, vedere il sitoaltre immagini

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CONSIDERAZIONI SULLA PREGHIERA – VESCOVO IGNATIJ BRJANCIANINOV (1807-1867)

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VESCOVO IGNATIJ BRJANCIANINOV (1807-1867)

CONSIDERAZIONI SULLA PREGHIERA

La preghiera, essendo figlia dell’attuazione dei comandamenti evangelici, è anche, secondo l’unanime opinione dei Padri[64], la madre di tutte le virtù. Essa le genera per effetto dell’unione dello spirito dell’uomo con lo Spirito del Signore. Le virtù, che danno origine alla preghiera, si distinguono da quelle prodotte dalla preghiera. Le prime riguardano l’anima, le seconde lo spirito. La preghiera è essenzialmente il risultato del primo e sommo tra i due comandamenti in cui si fondano la Legge, i Profeti e l’Evangelo[65]. All’uomo è impossibile tendere a Dio con tutta la sua mente, con tutta la sua forza, e con tutto il suo essere senza l’aiuto della preghiera, allorché, per così dire, questa risorge dai morti[66], e riprende vita per effetto della grazia, come se quest’ultima fosse la sua anima. La preghiera è lo specchio su cui si riflettono i progressi compiuti dai monaci. Considerando la sua preghiera, un monaco apprende se ha raggiunto la salvezza oppure è ancora in preda alle miserie del mare in tempesta, lontano dal porto della Santità. In quest’indagine egli ha per guida David il quale, ispirato da Dio, scrisse: “Ho appreso che tu mi hai amato, in quanto il mio nemico non gioisce su di me. Tu mi hai accolto perché in me non c’è malvagità e mi hai confermato di fronte a Te per l’eternità”[67].
Queste parole significano: Signore, ho appreso che tu hai avuto pietà di me e mi hai fatto tuo, poiché continuamente ho respinto vittoriosamente, con la forza della mia preghiera, tutti i pensieri malvagi, tutte le fantasie e le tentazioni del demonio. Questa misericordia di Dio verso l’uomo si manifesta quando quest’ultimo prova pietà per il suo prossimo, senza alcuna eccezione, e perdona a quanti gli hanno fatto torto[68].
La preghiera deve essere la principale attività ascetica del monaco. In essa si concentrano e si sintetizzano tutte le sue attività, in quanto per suo tramite egli si congiunge strettamente a Dio, si unisce a Lui in un solo spirito[69]. Subito all’ingresso nel monastero è necessario imparare la vera preghiera, per perfezionarsi in essa e per guadagnarsi la salvezza per mezzo suo. Alla vera preghiera ed al perfezionamento in essa si oppongono la nostra natura corrotta e gli angeli caduti, che si sforzano di trattenerci nella nostra condizione di schiavitù, di esseri caduti e di costringerci a respingere Dio, il che è comune agli uomini ed ai demoni.

La preparazione alla preghiera
Data l’importanza della preghiera, prima di praticarla è necessario prepararsi. “Anzi prima di pregare, preparati e non essere come un uomo che tenta il Signore”[70]. “Andando a presentarsi davanti al Re e Dio ed a parlare con lui – scrive san Giovanni Climaco – prepariamoci nel modo dovuto, affinché Egli da lungi non veda che noi non abbiamo le armi e la veste necessarie per presentarci ad un Sovrano, e non comandi ai suoi servi e ministri di legarci e di cacciarci lontano dal suo Volto stracciando le nostre richieste e gettandocele in faccia”[71]. La prima preparazione consiste nel respingere il ricordo del male ricevuto e la condanna del nostro prossimo. Lo stesso Signore ci ha comandato di prepararci così: “Quando vi apprestate a pregare, perdonate se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro, che è nei Cieli, rimetta i vostri peccati. Se voi non li rimetterete agli altri, neppure il Padre vostro, che è nei cieli, perdonerà a voi le vostre colpe”[72]. L’ulteriore preparazione consiste nell’allontanare ogni preoccupazione terrena con l’aiuto della Fede in Dio, sottomettendoci ed affidandoci alla Sua volontà nella consapevolezza dei nostri peccati e nel sentimento di contrizione e di umiltà che da essa deriva. La contrizione è l’unico sacrificio che Dio accoglie dall’uomo caduto: “Se avessi voluto sacrifici, te li offrirei”, dice al Signore il Profeta in nome di ogni uomo caduto nel peccato che ancora vi si trova; ma Tu rifiuti non solo un qualsiasi sacrificio particolare, materiale o spirituale, ma “neppure gradisci un olocausto. Il sacrificio a Dio è la contrizione dello spirito; Dio non disprezzerà un cuore contrito ed umiliato”[73].
Sant’Isacco Siro ripete la seguente massima di un altro Santo Padre: “Se uno non si riconosce peccatore, la sua preghiera non è gradita a Dio”[74]. Durante la preghiera poniti davanti a Dio invisibile, come se tu lo vedessi, nella certezza che Egli ti vede e con attenzione ti osserva. Poniti davanti a Dio invisibile, come un criminale, convinto d’innumerevoli delitti e condannato ad una pena, sta dinanzi al giudice minaccioso e severo. Ed è proprio così, giacché tu ti trovi di fronte al tuo onnipotente Signore e Giudice. Tu stai davanti ad un tale Giudice, di fronte a cui “non si giustifica alcun vivente”[75], il quale sempre riesce vincitore “quando giudica”[76], il quale non condanna solo quando, per l’ineffabile suo amore per gli uomini, dopo aver perdonato all’uomo i suoi peccati, “non entra in giudizio con il suo servo”[77]. Provando timore di fronte a Dio e sentendo in tal modo la sua presenza nella tua preghiera, vedrai, non con la vista del corpo, ma spiritualmente, l’Invisibile ed apprenderai che la preghiera significa stare dinanzi al tremendo tribunale del Signore[78]. Prega con il capo chino, con gli occhi fissi a terra, immobile ed in piedi. Aiuta la preghiera con il pianto del cuore, sospirando dal profondo dell’animo, con lacrime abbondanti. Un atteggiamento esteriore ispirato alla pietà durante la preghiera è assolutamente necessario ed assai utile per chiunque si dedichi ad essa, specialmente per i principianti, nei quali la disposizione dell’anima particolarmente si conforma a quella del corpo.
L’Apostolo comanda di ringraziare durante la preghiera: “Siate assidui nella preghiera – egli dice – siate vigili in essa con il ringraziamento”[79]. L’Apostolo afferma che il ringraziamento è voluto dallo stesso Dio: “Pregate incessantemente; ringraziate di tutto; questa è la volontà di Dio nei vostri riguardi in Gesù Cristo”[80]. Che cosa significa ringraziamento? È la glorificazione di Dio per i suoi infiniti benefici nei confronti di tutta l’umanità e di ogni singolo. Grazie a tale ringraziamento entra nell’anima una meravigliosa calma; entra la gioia, indipendentemente dal fatto che da ogni parte ci circondano affanni; entra una viva fede, per effetto della quale l’uomo allontana da sé tutte le preoccupazioni, calpesta il timore umano e quello dei demoni e si sottomette pienamente alla volontà di Dio. Questa disposizione spirituale è un’ottima preparazione alla preghiera. “Come accoglieste il Signore Cristo Gesù – scrive l’Apostolo –, così vivete in Lui, radicati e fondati in Lui ed illuminati dalla fede, così come avete appreso, sovrabbondando di ringraziamenti in essa”, cioè acquistando per mezzo del ringraziamento la pienezza della fede. “Rallegratevi sempre nel Signore, e di nuovo vi dico: rallegratevi, il Signore è vicino. Non vi preoccupate di alcunché, ma in tutto le vostre richieste si esprimano al Signore con la preghiera, con la supplica e con il ringraziamento”[81].

L’attenzione durante la preghiera
La preghiera ha bisogno della presenza inseparabile e della collaborazione dell’attenzione. Grazie all’attenzione la preghiera diventa parte integrante di colui che prega; ma se l’attenzione manca, essa è estranea a chi prega. Se c’è l’attenzione, essa produce abbondanti frutti; senza di essa produce solo spine. Il frutto della preghiera è l’illuminazione della mente, la commozione del cuore e la vita dello Spirito che rinasce nell’anima. Le spine significano la morte dell’anima, la presunzione farisaica, che nasce dall’indurimento del cuore soddisfatto dalla quantità delle preghiere e del tempo impiegato in esse. L’attenzione, che tiene lontana dalla preghiera la distrazione per opera di pensieri estranei o di fantasticherie, è un dono della grazia di Dio. Il desiderio sincero di ottenere il dono salutare dell’attenzione si manifesta costringendo se stessi all’attenzione in ogni preghiera. L’attenzione artificiosa, così chiameremo quella non ancora illuminata dalla grazia, consiste nel rinchiudere la mente nelle parole della preghiera, secondo il consiglio di san Giovanni Climaco. Se la mente, per la sua inesperienza nella preghiera, sfuggirà alla chiusura nelle parole, l’attenzione la deve riportare in esse. È propria della mente, a causa del peccato, l’incostanza e la tendenza a distrarsi. Ma Dio può concederle la costanza e la da al momento opportuno in cambio della fermezza e della sopportazione nella preghiera. Contribuisce particolarmente all’attenzione durante la preghiera una pronuncia non veloce delle sue parole. Pronuncia le parole della preghiera senza alcuna fretta, affinché la mente, pienamente soddisfatta, possa rimanere rinchiusa in esse e non ne lasci sfuggire alcuna. Pronuncia le parole a voce abbastanza alta, quando preghi da solo, e ciò ti aiuterà ad essere attento.
La preghiera attenta si può e si deve facilmente apprendere compiendo le devozioni in cella[82]. Caro fratello, non respingere il peso di una certa noia e di una costrizione nell’apprendimento iniziale delle attività a cui un monaco attende in cella ed in particolare delle preghiere che vi si recitano. Provvediti a tempo di un’arma validissima, la preghiera; apprendi in tempo ad usarla, la preghiera è onnipotente, perché in essa agisce l’onnipotenza di Dio. Essa è “la spada spirituale, cioè la parola”[83]. La preghiera, per la sua natura, è la permanenza dell’uomo accanto a Dio, la sua unione con Dio. Per i suoi effetti essa è la riconciliazione dell’uomo con Dio, madre e figlia delle lacrime, ponte che passa oltre le tentazioni, muro che difende dagli affanni, vittoria sulle avversità, attività senza fine, fonte di virtù, origine di doni spirituali, progresso invisibile, nutrimento dell’anima, illuminazione della mente, vittoria sulla disperazione, annuncio di speranza, liberazione dalla tristezza, ricchezza dei monaci[84]. Da principio è necessaria la costrizione nella preghiera, ma ben presto essa comincia a procurare conforto ed in tal modo diviene meno pesante la costrizione e siamo incoraggiati a vincere noi stessi. Ma quest’ultima è necessaria per la preghiera nel corso di tutta la vita e rari furono gli asceti che riuscirono a liberarsene grazie al ricchissimo conforto della Grazia. La preghiera uccide l’uomo vecchio che è in noi; finché egli vive in noi, si oppone ad essa, come al morso della morte. Gli spiriti caduti, conoscendo la potenza della preghiera ed il suo effetto salutare, cercano in ogni modo di allontanare da essa l’asceta, insegnandogli ad impiegare il tempo, destinato alla preghiera, in altre occupazioni. Oppure cercano di annientarla o di macchiarla con vani pensieri o con la distrazione peccaminosa, facendo sorgere, nel tempo in cui essa viene compiuta, infiniti pensieri terreni e peccaminosi e fantasticherie.

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 17 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

DOMANDE SULLA CLAUSURA: OSSIA L’INCONTRO CON GESÙ IN UN LUOGO APPARTATO (TITOLO MIO)

http://carmeloquart.wordpress.com/la-clausura-2/fondamenti-biblici/

FONDAMENTI BIBLICI -

DOMANDE SULLA CLAUSURA: OSSIA L’INCONTRO CON GESÙ IN UN LUOGO APPARTATO (TITOLO MIO)

«IO STESSO – PAROLA DEL SIGNORE – LE FARÒ DA MURO DI FUOCO ALL’INTORNO E SARÒ UNA GLORIA IN MEZZO AD ESSA» (ZC 2,9)

La gente spesso dice:

“La clausura se la sono inventata gli uomini! Non esiste nella Bibbia! E Gesù non ha mai detto “Beato chi si rinchiude per amor mio!… Cosa c’entrano con la vita evangelica le grate che separano i nostri parlatori, il coro monastico dalla chiesa, ecc. ecc.? Non sarà una scelta che mette al riparo dalla sofferenza, dalle difficoltà di una vita nel mondo? Una fuga dettata dalla paura di affrontare la vita?” Per rispondere a questi interrogativi, più che legittimi, cominciamo a gettare uno sguardo alla Sacra Scrittura. È proprio vero che la clausura, la necessità di uno spazio sacro riservato all’incontro con Dio e di creature scelte da Dio per questo, è estranea all’Antico e al Nuovo Testamento?

Proponiamo alcuni spunti La Montagna dell’Incontro Dio chiama. Mai si stanca di chiamare l’uomo alla comunione con Lui. La storia della salvezza è intessuta di questo dialogo d’amore tra il Creatore e la sua creatura. Dio chiama Mosè per liberare gli israeliti dalla schiavitù d’Egitto e poi lo guida fino al Monte Sinai. Dio sceglie un monte, come segno, come luogo privilegiato dell’incontro con Lui. Che disposizioni dà il Signore a Mosé? Di delimitare la base del monte e di impedire al popolo persino di toccarne la base. Perché questa separazione? Perché il Dio si Israele è il Dio Santo, e la sua santità lo separa da tutto ciò che è profano. Così il Signore stesso sceglie un mezzo: la montagna strettamente delimitata. Oggi come allora, Dio sceglie un mezzo, la clausura, spazio sacro dove avviene l’incontro con Lui. Mosè, scelto senza suo merito, immerso nella contemplazione di Dio, si dimentica forse del suo popolo rimasto alle pendici del monte? No!! Anzi ne diviene il grande difensore di fronte al Signore: «Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32).  Mosè insomma, anche se fisicamente separato dalla sua gente, grazie all’intimità con Dio che lo ha reso simile a Lui, pieno di mitezza e di misericordia, non vive per se stesso, ma per Dio e per gli altri. La sua contemplazione fiorisce in una continua intercessione per il suo popolo.

Il giardino nel deserto «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16) Dio introduce il suo popolo nel deserto, quasi una “clausura naturale” dove, lontano dagli altri popoli e dagli idoli che avrebbero potuto distoglierlo dal Signore, imparerà a conoscere il Suo amore, a non fidarsi che di Lui, a nutrirsi della Sua volontà… insomma il Signore si è scelto una sposa e la prepara all’unione con sé proprio nel deserto! «Ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,22). «Volete ottenere questa richiesta, vedere il volto di Dio? Non fatene nessun’altra. Fissatevi unicamente su quest’ultima perché essa sola vi basterà… Colui che ama Dio dice: tutto ciò che non è Lui non ha per me nessuna dolcezza. Se il mio Signore mi vuol fare un dono, che Egli mi tolga tutto e che si doni Egli stesso a me»

S. Agostino Dio vuole che la sua creatura faccia esperienza in prima persona del suo amore e per questo la attira a sé in un luogo dove sia possibile realizzare una vera e intima vita “a due” un “continuo cuore a Cuore” tra Lui e la sua creatura.  «Ti ho amato di amore eterno» (Ger 31,3)

Gesù chiama a venire in disparte «La vita solitaria fu praticata familiarmente dallo stesso Signore mentre era insieme con i discepoli, quando si trasfigurò sul Monte santo, suscitandone in loro un tale desiderio che Pietro immediatamente disse: Quanto sarei felice di dimoravi per sempre!»

Guglielmo di Saint Thierry Gesù ha voluto darci l’esempio, per trent’anni, di una vita ritirata, semplice e umile, fatta di preghiera, di lavoro. Le Sue prime parole che il Vangelo ci riporta, al ritrovamento al Tempio ci rivelano la sua vita di intima comunione col Padre: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» La vita di Gesù è abitata da un grande amore: quello di Dio Padre. Anche durante il periodo pubblico, che inizia dopo 40 giorni di ritiro nel deserto, Gesù spesso si ritira per passare notti intere in preghiera di fronte al Padre. Ai suoi discepoli insegna a «venire in disparte», a cercare per prima cosa la comunione con Dio,ad essere piccoli come i bambini… «Quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la porta prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,7) Sotto la guida dello Spirito molti uomini e donne si sono sentititi chiamati ad imitare Gesù in preghiera sul monte, Gesù che vive del suo rapporto col Padre, che si nutre della Sua volontà. «Associare la vita contemplativa alla preghiera di Gesù in luogo solitario denota un modo singolare di partecipare al rapporto di Cristo con il Padre. Lo Spirito, che ha condotto Gesù nel deserto, invita la monaca e condividere la solitudine di Gesù Cristo, che, con “Spirito eterno” offrì se stesso al Padre. La cella solitaria, il chiostro chiuso, sono il luogo nel quale la monaca, sposa del Verbo Incarnato, vive tutta raccolta con Cristo in Dio. […] Ella fissa lo sguardo sul Suo volto e si lascia conformare alla Sua vita, fino alla suprema oblazione al Padre come espressa lode di gloria.»  (Verbi Sponsa) Gesù è lo Sposo della monaca e la clausura il Suo abbraccio, l’anello nuziale, pegno d’amore e di fedeltà

Publié dans:biblica, meditazioni bibliche |on 17 décembre, 2013 |Pas de commentaires »
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